Guido, io ti persi

 

Guido, nemmeno un ultimo saluto,

uno sguardo silente come dono;

io mi smarrivo, tu eri già perduto

dove non c’è ritorno né perdono.

 

Ora comprendo il senso d’abbandono

in cui rischiavo d’essere caduto,

oggi che so chi sei, che so chi sono,

tornando per la via dell’assoluto.

 

In quel pianto terribile mi disse

più d’un semplice strazio Cavalcante

e compresi il peccato alla radice.

 

Rividi allora il volto di Beatrice

sorridere, il pericolo incessante

in cui era incorso già l’antico Ulisse.

 

 

Non era più il tempo di fuggire né di volgersi indietro a nostalgiche considerazioni: «nel mezzo del cammin de la sua vita» (Inf. I 1) Dante si ritrova «per una selva oscura» (Inf. I 2) da solo, senza più gli amici della Vita nuova. Proprio in quella solitudine ritrova se stesso, dimentica i desideri e gli incantamenti giovanili per cui sperava che Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e le loro donne («monna Vanna, monna Lagia e poi / con quella che è sul numer de le trenta», Rime, LII, 9-10) fossero «messi in un vasel ch’ad ogni vento / per mare andasse al voler vostro e mio» (Rime, LII, 3-4). Quel «mare» si fa «pelago» da cui fuggire nella prima similitudine del poema, perché sono le vischiose acque del peccato, diviene insomma consapevolezza di ciò che si era e non si doveva essere. Dante ne è fuori, faticosamente, ne è salvo: «E come quei che con lena affannata, / uscito fuor del pelago a la riva, / si volge a l’acqua perigliosa e guata, // così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo passo / che non lasciò già mai persona viva» (Inf. I 22-27).

Dante ha ripreso la sua «diritta via» prima «smarrita» (Inf. I 3), risvegliatosi dal sonno della ragione, «tant’era pien di sonno a quel punto / che la verace via abbandonò» (Inf. I 11-12). Ecco ciò che il primo dei suoi amici, come afferma appassionatamente nella Vita nuova (III 14-15), Guido Cavalcanti, non ha compreso e che lo ha mandato in perdizione. Non si vedranno mai più né si incontreranno, perché le loro strade erano state radicalmente opposte. Eppure, Dante lo ricorda due volte nella Commedia, nel disperato dialogo con Cavalcante de’ Cavalcanti (in particolare Inf. X 61-63), e nel colloquio con Oderisi d’Agobbio (Purg. XI 97-99), non certo per la loro antica amicizia, bensì in un maturo ricordo al padre, che più nulla sa del «suo nato» (Inf. X 111) e in una riflessione sulla caducità del «mondan romore» (Purg. XI 100).

 

 

 

Guido non aveva accolto il raggio illuminante di Beatrice, molto di più che una delle tante donne angelicate amate dai fedeli d’Amore, come Dante aveva compreso fin dal primo incontro con lei a nove anni. Del resto, ella è «la gloriosa donna de la sua mente» (Vita nuova II), è «la donna de la salute» (Vita nuova III), il tramite tra questo mondo terreno e il mondo celeste. La «mente», che pure tanto era stata elogiata nel Convivio, nulla può senza la luce salvifica della «mente» divina. Nelle parole di Virgilio ella diviene la «donna di virtù sola per cui / l’umana spezie eccede ogne contento / di quel ciel c’ha minor li cerchi sui» (Inf. II 76-78).

Il viaggio di Dante continua non più sul «vasel» (Rime, LII 3) assieme a Guido, bensì sulla «navicella del suo ingegno, / che lascia dietro a sé mar sì crudele» (Purg. I 2-3), sulla «piccioletta barca» (Par. II 1)e si rimette proprio in quel «pelago» (Par. II 5), in quell’«alto sale» (Par. II 13) mai tentato prima da uomo, nemmeno da Ulisse che, come Guido, aveva rifiutato la grazia nel suo ultimo viaggio oltre i «riguardi / acciò che l’uom più oltre non si metta» (Inf. XXVI109). Dante esplora finalmente con le sue piccole forze, non certo da solo, bensì con l’aiuto di Beatrice prima e di Bernardo di Chiaravalle, il «sene / vestito con le genti glorïose» ()Par. XXXI 59-60) quello che egli stesso aveva definito «lo gran mar de l’essere» (Par. I 113), quel che può dell’infinito mistero di Dio, in cui «si profonda» (Par. I 8), anche se «dietro la memoria non può ire» (Par. I 9).

Ecco allora che dante segue «la correzione dell’Onnipotente, perché egli ferisce e fascia la piaga, colpisce e la sua mano risana» (Gb 5,17b-18), segue la luce che squarcia il delirio della ragione in cui Guido, come tanti magnanimi, è in corso e si è perduto. A buon diritto Giovanni del Virgilio comincia il suo Epitaffio con questa definizione: «Theologus Dantes». Non solo poeta, quindi, non solo filosofo, ma soprattutto teologo innamorato di Dio.

 

 

© Federico Cinti

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Sogno il tuo viso

 

Sull’azzurro uno sbuffo di colore,

ombra di un’ombra assorta sul contorno:

gli alberi al vento frusciano dintorno

nenie ignote sul languido torpore.

 

Orme di voci affiorano nel cuore,

impalpabili attese di un ritorno

lontano, lievi immagini d’un giorno

tra il tutto e il nulla, l’anima d’un fiore.

 

Un’eco, tutto qui, riso d’un riso

oggi non più sentito, gioia rara,

vana dolcezza sulla via smarrita.

 

Il tempo fugge insieme con la vita

senza mai soste. Un soffio ci separa

o ci unisce, chissà: sogno il tuo viso.

 

 

 

Esiste l’azzurro, quello del cielo dico? È soltanto l’ennesima illusione, come sapeva bene il sommo Leopardi, quando canta: «E che pensieri immensi, / che dolci sogni mi spirò la vista / di quel lontano mar, quei monti azzurri / che di qua scopro e che varcare un giorno / io mi pensava, arcani mondi, arcana / felicità fingendo al viver mio!» (Le ricordanze, 19-24), cui fa eco l’eccelso Pascoli intonando: «Montagne che varcai! Dopo varcate / sì grande spazio di su voi non pare, / che maggior prima non lo invidïate. // Azzurri, come il cielo, come il mare, / o monti! O fiumi! Era miglior pensiero / ristare, non guardare oltre, sognare: / il sogno è l’infinita ombra del vero» (Alexandros, II, 14-20). Ecco dunque lo «sbuffo di colore» a segnare il punto ignoto, imprevisto, in quell’eterno specchio in cui tutto si smarrisce e si ritrova.

Ecco l’«ombra di un’ombra», simile all’«eco di un’eco» o al «riso di un riso»: a Narciso segue il mistero di Eco, che ama e non è amata, che ripete all’infinito in un gioco perturbante, se vogliamo riferirci a categorie freudiane, quello che desidera e continua a perdere in eterno. Altri azzurri, quindi, altre illusioni, altri giochi di specchi. È il mito come un’antica nenia raccontata dalle ninfe degli alberi, dal sibilare del vento, dallo scrosciare delle acque, favellio inesauribile di senso inconoscibile. Anche il ricordo è un’eco dell’anima, nei ventricoli del cuore, dove il lago si pande senza limiti. Tutto è già come è stato e come non sarà mai.

Il mito lascia orme che scavano solchi, che incidono la via fino a smarrirla chissà dove, chissà come. Ne seguiamo la traccia senza sapere, senza volere. Tutto riacquisisce la sua forma, la sua vera immagine. Il tempo pare immobile nella sua ciclicità, nelle stagioni, fino al solstizio, al sortilegio in cui il sole ferma il suo corso e mira la terra nella sua essenza. Non resta che cogliere quel fiore rimasto lungo il corso d’acqua, quella voce che ci rincorre e ci sfugge. Anche Eco si specchia e si perde, proprio come il suo corrispondente maschile, il suo alter ego. Altra complementarità sinestetica.

Rimane il viso, vista e volto insieme, richiamo e nascondimento, inizio e fine. Nella circolarità del giro tutto si corrisponde e si ritrova. Nulla è mai dato a caso. La conoscenza genera riflessi e riflessioni senza fine. È lo specchio, di nuovo, è l’azzurro che si ritrova nell’acqua e non esiste. È forse ciò a cui si aspira e che non si può raggiungere mai, nemmeno con l’immaginazione. È la forza del racconto, della ricerca incessante, della vita che cerca la sua immagine e la sua somiglianza, mentre non ricorda spesso di essere essa stessa immagine e somiglianza del suo creatore.

 

 

© Federico Cinti

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A Silvia che va in pensione

Si sa che non è facile pensare

in grande; eppure, tu ci sei riuscita

lo stesso, a modo tuo, senza pesare.

Vai in pensione, l’ennesima tua gita

in luoghi inesplorati, sempre in moto

a cercare una qualche via d’uscita.

Ma tra noi lasci proprio un grande vuoto

abissale, incolmabile languore

nello stomaco, incanto ancora ignoto.

Forse è giusto così, forse nel cuore

raccoglierai l’anelito al sapere

eterno altrove, come fior da fiore.

Distilleranno in te dolci le sere,

i risvegli sereni senza fame

né sete di studenti, antiche fiere,

il supplizio che chiami pargolame.

Fitte le trame e troppe le allusioni per chi non conosce la mia collega, Silvia, prossima ormai alla pensione. Formalmente occorre aspettare il 31 agosto, perché la scuola funziona così, ma di fatto il traguardo lo ha già raggiunto. Come ho avuto modo di dire, mancherà parecchio a tutti noi: gli studenti non vedevano l’ora di fare lezione con lei, anche se adesso sarà solo uno dei tanti ricordi di un tempo che fu. Aveva un quid pluris tutto suo, non c’è che dire. Insomma, lascerà un grande vuoto.  Uno dei suoi coni linguistici più caratteristici è, senza dubbio, «pargolame», con cui indicava la totalità dei pargoli a lei così graditi. Un grande vuoto, sì: me lo ripeto, come un mantra ossessivo.

Con le restrizioni pandemiche di quest’anno terribile non è stato possibile se non un brindisi in cortile, sotto un sole cocente. Peccato, si sarebbe meritata ben di più, anche perché è sempre stata lei a occuparsi delle pensioni altrui: il contrappasso ci sarebbe stato tutto e a prezzo pieno. Magari, riusciremo a recuperare in qualche modo. Non era nemmeno l’unica a tagliare il tanto sospirato traguardo, perché anche Franca, Gabriella, Giulio e Maria ci sono arrivati senza colpo ferire.peccato non si sia dovuta prendere cura della mia pensione: ci avrei tenuto.

A me è toccato l’arduo compito di scriverle i biglietto. Mi hanno chiesto un testo di un certo valore, magari acrosticato. Cosa che ho fatto, ovviamente, come sono stato capace. Qualche cosa di decente nell’anno dedicato a Dante è uscito, in terzine, ma nulla a confronto del sommo vate fiorentino. Del resto, come ha poi chiosato un’altra ollega, il Paradiso è a Ravenna. E non so non condividere per una serie di motivi lunghi qui da esporre. Un giorno lo farò, forse, quando non dovrò occuparmi del giubilo altrui. Intanto, Silvia, ancora complimenti. Lo dico così, tanto per chiudere la pagina.

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Narciso

 

E caddi nell’immagine del cuore,

l’unica forse che io amai davvero:

io mi smarrii tra le onde del mistero

senza avvertire il minimo dolore.

 

Al di là dell’antica acqua incolore

tutto m’apparve in quell’istante nero:

ormai in me si schiudeva la via al vero

rinascendo al sorridere d’un fiore.

 

Nulla di ciò che fu. Nel cuore immoto

annegò sconosciuta la visione

di chi viveva lieto oltre lo specchio.

 

Addio all’inconoscibile, addio al vecchio

mai più intravisto, liquida illusione,

eterna gioia spersa nell’ignoto.

 

 

Difficile determinare dove finisca il mito e dove inizi la storia, se è vero che anch’esso è una forma di ricerca, di scienza alla scoperta dell’eziologia della realtà. E ci si ferma, quasi per sbaglio o incosciente deliberazione, sulla linea di demarcazione, come sulla sponda d’un fiume, anche senza volere, senza sapere. Nemesi o Ananke? Vendetta di ciò che non si è compiuto o necessità ineluttabile? Non cerchiamo solo risposte, bensì pure problematizzazioni a uno stato che va accettato per come è. Nella ricostruzione delle cause vi è sempre una curiositas, un ingegnium all’irrefrenabile voglia di andare al di là, di superare l’apparentemente impossibile, quel non plus ultra che termina e determina, «dov’Ercule segnò li suoi riguardi». Sono gli eroi dell’acqua, gli Argonauti, Odisseo, Enea, Dante e molti altri che si potrebbero annoverare, e più vicini a noi. Nulla di nuovo, certo, nell’ariostesco labirinto di Atlante, in cui tutti cercano se stessi nell’immagine del loro cuore.

Anche il mio Narciso si pone su questa scia. Nella ricostruzione ovidiana (Metamorfosi III 339-510) il giovane sarà felice, secondo la profezia del fatidicus vates Tiresia, «se non conoscerà se stesso» (v. 348). Ecco la questione su cui ruota il fato del giovane, e forse dell’umanità: conoscersi o non conoscersi? È quel che si dice nel giardino ad Adamo ed Eva, non capostipiti del genere umano, bensì genere umano di per sé, la cui cifra è il ribellismo al limite della propria conoscenza. È la prisca fraus di virgiliana memoria, lo stigma che accompagna ab integro il ciclico – e vichiano – ricorrere delle età, da quella dell’oro a quella del ferro.

Nello specchio ci si ritrova e ci si perde, perché ci si conosce o non riconosce. Questa è la condanna di Narciso (e dei narcisisti). Eppure, Paolo ribalta il paradigma: «Ora vediamo attraverso uno specchio in modo oscuro, allora invece a faccia a faccia. Ora conosco in parte, allora invece conoscerò come sono conosciuto» (1 Cor 13,12). Tutto è stato rivelato proprio attraverso lo specchio in cui, come Dante, guardando il Verbo incarnato, afferma: «mutandom’io, a me si travagliava» (Par. XXXIII 114). Davanti ad altre sostanze si era ingannato, non ancora conscio della verità delle cose: «per ch’io dentro a l’error contrario corsi / a quel ch’accese amor tra l’uomo e ’l fonte» (Par. III 17-18), credendosi di fronte a uno specchio ingannatore. Economie diverse in cui la stessa immagine salva o condanna nel libero arbitrio di compiere o non compiere l’ «alto passo» che porta al di là o tiene al di qua degli antichi «riguardi» erculei, monumenti – e monimenti – in cui la visione è chiamata in causa senza sconti.

 

 

 

Il tema di Narciso e della sua ricaduta nell’oggi, nel nostro travagliato fluttuare tremulo tra i cristalli liquidi, l’avevo già accennato in un altro sonetto, L’ombra di Narciso, anche se mi ripropongo di esplorare altri eroi (o antieroi) venuti alle prese con la disgregazione del proprio io su uno specchio da’cqua incantato. Nulla di nuovo, certo, ma di talmente attuale che il mito parla ancora di noi a noi senza soluzione di continuità.

 

 

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Secondo posto sezione A al III Premio internazionale “Modernità in metrica”

 

Con grande felicità e soddisfazione ho ricevuto la comunicazione che una delle mie poesie, Dialogo con mio padre, inviata alla III edizione del concorso poetico internazionale «Modernità in metrica», ha ricevuto il secondo posto nella sezione A, poesia in lingua e metrica italiana.

 

 

DIALOGO CON MIO PADRE

 

Tutto è ancora così, come lo avevi

lasciato tu. La polvere dei giorni

volati via, momenti troppo brevi

 

per sentire davvero la distanza

incolmabile, annulla i tuoi ritorni:

per noi sei ancora qui, nell’altra stanza.

 

La tua casa, lo sai, non è cambiata:

ha sempre quell’odore tanto buono

di pulito di quando l’hai lasciata,

 

le tende alle finestre, qualche fiore

in terrazza, quel senso d’abbandono

alla felicità che riempie il cuore.

 

Eppure manchi, sai? Ci manchi tanto,

papà: il tempo non sana la ferita

ancora aperta. Ti sentiamo accanto,

 

ma la tua sedia è vuota, sospensione

di ciò che non c’è più, sogno di vita

vera, ombra d’eterna commozione.

 

Tu sei sempre con noi, presenza assente

tra questi quattro muri, senza volto

o voce. Ti vediamo sorridente,

 

come l’ultima volta. Ci hai voluto

vicino. Già sapevi. Ci hai raccolto

intorno a te per l’ultimo saluto.

 

Ricordarti ci aiuta, non consola,

oggi che servirebbe il tuo consiglio,

la tua serenità, la tua parola

 

amica. Tutto è ancora come allora

per la mamma e per me, che ti somiglio,

in casa nostra, nella tua dimora.

 

Si parla, si ricorda, si racconta,

nulla di più, seduti sul divano,

dove rimane sempre la tua impronta,

 

ad attenderti. Sopra il tavolino

il vaso dove stendere la mano

per prendere anche noi il cioccolatino,

 

come facevi tu prima d’andare

a sdraiarti, papà, per riposare.

 

 

Riporto di seguito la motivazione del presidente di giuria, il prof. Orazio Antonio Bologna:

 

“Dialogo con mio padre”

L’intensa lirica, venata di malinconia e pregna di struggenti ricordi, rimembra con vivo dolore la perdita del padre, saldo punto di riferimento per tutta la famiglia. La ferita, ancora viva e sanguinante, stenta a rimarginarsi. L’accurata rievocazione dei momenti passati col padre, pur finiti per sempre, rinnova il cocente dolore provocato dall’assenza. Il vuoto lasciato riaccende intorno alla sua figura strazianti ricordi, che affiorano nella memoria sempre vivi e palpitanti. L’inalterato moto affettivo rievoca, con immagini di rara bellezza e suggestione, l’esistenza dell’uomo svanito nel nulla e presente nella memoria e nel calore delle persone a lui legate. «Sol chi non lascia eredità d’affetti / poca speme ha nell’urna» scrive a ragione Foscolo nel Carme I sepolcri. Nel nostro poeta la figura del padre si può, e a ragione, riallacciare con maggior adesione a quanto scrive Dante nel ricordo di Brunetto Latini: «… ne la mente m’è fitta, e or m’accora, /la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna». Alle vive suggestioni suscitate dalla lettura dei classici, nel nostro autore subentra l’immagine dell’uomo, che trascorre la vita d’ogni giorno nella ripetitività dei gesti e delle parole. Ed è proprio questo, che, unito al sapiente utilizzo della versificazione, rende la lirica umana, toccante, d’impareggiabile bellezza.

 Orazio Antonio Bologna

 

 

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Primo premio sezione B al Concorso poetico Versi d’oro al SS. Crocifisso

 

Con grande soddisfazione e gioia ho ricevuto la comunicazione che una delle mie poesie, La passione del Signore, inviata al concorso poetico «Versi d’oro al SS. Crocifisso», indetto dalla Venerabile Confraternita di Misericordia di Castagneto Carducci per le Feste triennali del SS. Crocifisso, ha ricevuto il primo posto nella sezione B, lauda.

Di seguito riporto il testo vincitore:

 

 

La Passione del Signore

 

Ti presero, Gesù, pur Innocente,

per ucciderti in croce ingiustamente.

 

Dopo l’ultima cena assieme ai tuoi,

sudasti sangue in fervida orazione

sul Monte degli Olivi, dove poi

ti circondò una turba di persone.

 

Un uomo ti baciò, senza emozione,

un amico, stringendoti al suo seno:

consegnava in tal modo il Nazareno,

il Messia, Gesù Cristo, a quella gente.

 

Ti presero, Gesù, pur Innocente,

per ucciderti in croce ingiustamente.

 

Ti condussero al sommo sacerdote

perché da lui venissi interrogato

con false prove, con parole ignote,

finché un capo d’accusa fu trovato.

 

Ti condussero in seguito a Pilato

per decretare l’ultima tua sorte:

essere messo in croce, messo a morte

per aver bestemmiato il Dio vivente.

 

Ti presero, Gesù, pur Innocente,

per ucciderti in croce ingiustamente.

 

Non proferisti verbo di dolore

alle percosse ignobili, al flagello:

ti mostrasti del mondo il Salvatore

nella dolce umiltà di mite Agnello.

 

Silente ti condussero al macello,

verso il Calvario, con il peso atroce

sulle tue spalle dell’iniqua croce,

davanti agli occhi di Maria dolente.

 

Ti presero, Gesù, pur Innocente,

per ucciderti in croce ingiustamente.

 

 

Ringrazio la giuria del prestigioso premio.

Dal «Verbale di Giuria»:
1° premio per la Sez. B – Lauda
La passione del Signore
composta da Federico Cinti
con la seguente menzione d’onore:
«Componimento rispettoso della metrica, dall’andamento descrittivo, evoca significativamente lo snodarsi di una Via Crucis il cui senso è la donazione dell’Agnello per la vita del mondo».

 

 

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A Stefano nel primo anniversario

 

Amico mio, nell’anima

un anno è come un giorno, come un attimo.

Eco nell’ombra vacua

il tuo sorriso. Triste il sopravvivere

 

in chi resta in quest’angolo

di mondo a ricordare. Oggi il silenzio

sembra un abbraccio gelido

lungo l’oscura soglia invalicabile.

 

Non so ancora comprenderne

il perché vero. Ci hai lasciato un tiepido

giorno d’aprile. Inutile

chiedere. Il senso ci travalica

 

e avvince. Tra le palpebre

tremula tra le lacrime l’immagine

dell’ora. Brilli al raggio

lontano, filo tenue tra le nuvole.

 

 

E dire, Stefano, che attendevo una telefonata da Roberto per una questione personale. Non avrei mai pensato che mi avrebbe dato quella notizia terribile. Ti eri addormentato, così, sul fare dell’alba, un giorno tiepido d’aprile. Un silenzio improvviso si è aperto attorno a me. Era dunque vero? Anche Rossella mi aveva confermato, quando al telefono le avevo chiesto in modo brutale: «Dimmi che non è vero». Non vi era più spazio alla fantasia. Quel silenzio era un’eco in cui tutto rimbombava. Era rimasto sospeso dall’ultima chiamata il nostro discorso su quel libro che tanto t’interessava. Chissà, forse era il titolo, La mente inquieta. Ce l’ho ancora sul comodino in attesa d’essere riaperto. Prima o poi porteremo a termine quella riflessione: ti stava troppo a cuore.

Eppure, eri lì, addormentato sull’orlo dell’eterno, mentre Bella attendeva un tuo cenno. Era stata l’ultima a guardarti, a sentirti, a godere del suo calore. Immagino il suo miagolare al primo filo di luce. Poi più nulla. Quanto le eri affezionato: ci sono stati giorni in cui non parlavi che di lei. Era divenuta la padrona di casa, mi avevi detto soddisfatto. Oggi rammenterà pure lei il tuo sorriso tenue nell’ultimo momento. Sapevi che prima o poi sarebbe arrivato e credo tu non ti sia formalizzato più che tanto. Eri fatto così, semplice nella tua infinita profondità. Fu quello, in fondo, che mi confermò Gabriella: «Chi era Stefano? Un genio». Chi ti ha conosciuto lo sa bene e può testimoniarlo senza problemi.

Faccio ancora fatica a rendermi conto: un anno è come un giorno. A parlarne con la mamma si torna sempre alla conclusione che «non è vero, non sembra vero». E poi nulla. Non ci sono altre parole per definire che cosa tu sia stato nella vita di coloro che hanno avuto la grazia di incontrarti, anche per poco. Già, perché anche un giorno era sufficiente a mostrare la tua grandezza. Un giorno è come un anno nel cuore di chi si ama. In quell’attimo si gioca tutta la vita. non si può dimenticare e non perché sia un obbligo morale, ma un obbligo d’affetto: la vita è amore. Il resto non conta. tutto questo non cadrà nell’ombra e nella polvere. Riuscirò a perpetuare la tua memoria. Non te l’ho detto prima, perché avrei voluto fosse una sorpresa; ma mi sono messo a scrivere il libro che volevi, il libro della vita. tu ne sei il protagonista, tuo malgrado credo. In esso tu vivi e vivrai per sempre.

Amico mio, in questo giorno, come in tutti i giorni da un anno a questa parte, non posso non pensare a te e al tesoro che mi hai lasciato in eredità. Oggi il mio grazie per esserci sempre, esserci ancora. Grazie, Stefano.

 

 

 

© Federico Cinti

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Sabato Santo

 

Sospesa nel silenzio

l’attesa trepidante del prodigio.

Sull’inerte patibolo

desolata l’immagine del dubbio.

 

Nel cuore delle tenebre,

in cui tutto è perduto, s’apre il raggio

dell’essere. Oltre il limite

il duello mirabile si disputa.

 

Dal travaglio la nascita

di un’umanità nuova. Tra le lacrime

la gioia incomparabile:

il seme in terra morto già germoglia.

 

 

 

Un’aura nuova, ormai pronta a erompere dal silenzio, tende asintoticamente a germogliare nella primavera. questo il miracolo, il ritorno alla vita nuova, alla vita vera. Eppure, non è immagine, non è simbolo: è realtà. Dopo i giorni della Passione e della morte, la luce della Resurrezione. In questo percorso si racchiude la vita umana. Al di là del sangue, del dolore, dello strazio, ogni attimo si gioca in quel quadro, alfa e omega, inizio e fine, prima e poi. Tutto sfocia oltre la linea, impercettibile transito ai sensi. nulla è per caso, in questo giorno in cui l’azzurro pare nascondersi dietro un velo e sfrangiarsi dietro le nuvole.

In questo Sabato Santo tutto tende all’eterno effondersi del senso. La verità si scopre, di nuovo, come prodigio mai conosciuto sul serio. Nel rinnovarsi del rito e dell’atto la memoria trova e ritrova se stessa fino a cogliere l’essenza delle cose. È l’inconoscibile che prende volto e si rende visibile. Ecco la festa, l’autentica festa, che ritorna e si scopre per come deve essere. Nulla è mai a caso, nemmeno questo torpore che avvolge anima e cuore. È la resurrezione che si manifesta, evento storico ed eterno, immanente e trascendente.

In questo Sabato Santo l’augurio di potersi ritrovare davanti alla croce, alla tortura, con occhi rinnovati e cuore puro.

 

 

 

© Federico Cinti

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Auguri a Stefano Orlandi

 

Sibila il vento assorto. Nel silenzio

tace il sorriso. Nel tuo giorno immagini

evanescenti nel ricordo, l’ultimo,

fuggendo si rincorrono.

 

Appeso al filo della mia memoria,

non so pensare che alla tua amicizia.

Oggi è festa per me: non si dimentica

ogni passata gioia.

 

Ridi, lo so, felicità d’un attimo,

là dove sei, nell’infinito raggio,

a fissare l’eterno. Tutto è pallido

nella valle di lacrime

 

dove sono rimasto. Intorno sbocciano

i fiori, margherite viole primule,

al tuo passaggio, antico sortilegio

unico a questo vivere.

 

Già fu quel tempo, soffio tra le ciglia

umide, ombra di sogno e di mestizia.

Ridi, lo so – è il tuo giorno – al dolce abbraccio

immutabile, Stefano.

 

 

 

Ti avrei chiamato, come l’anno scorso, come sempre, Stefano, per gli auguri di rito. degli amici che ho sentito, credimi, nessuno si è dimenticato di questo giorno così vuoto nella luce assorta della primavera. ti sentivi rigenerare dopo l’inverno, in una nuova nascita, eterna nascita, tanto che non mi pare ancora vero di festeggiare così, guardando in cielo il tuo sorriso. Perché so che sorridi e mi guardi divertito. Avresti certamente minimizzato, come quando dicevi di esserti dimenticato del tuo compleanno. Ci tenevi, come tutti, nulla di più. Un gesto d’affetto a chi si vuole bene. Come si fa a dimenticare? Mi dicesti che io sono condannato alla memoria e non sai, oggi, quanto io senta vere queste tue parole. Queste e tutte le altre.

Ci saremmo presi un caffè, chissà dove, filosofando un po’ sul passare del tempo, sempre ammesso che passi, se non è una nostra deformazione mentale. Anche di questo si era capaci, come di parlare di un libro che avevamo letto solo a metà. Già, perché non siamo riusciti a finire insieme La mente inquieta. È ancora lì, sai, che attende da quel giorno. È il nostro dialogo rimasto sospeso e che provo a continuare da solo, come posso e se posso. È l’ultimo compito che mi hai lasciato e non posso non portarlo a termine. Ad altro hai chiesto altro, tutto qui.

Poi saremmo andati a mangiare un dolce, chissà dove. Quanto amavi i dolci, Stefano. Credo sia rimasto in Protezione Civile a Savigno ancora un briciolo della colomba che stavi centellinando quel giorno. Ti parrà incredibile, lo immagino, che nessuno lo abbia finito, nemmeno il gatto che ogni tanto si sedeva sulla tua poltrona e ti guardava. Avrai chiesto consiglio pure a lui, unico intellettuale cui davi un minimo di credito. E, nonostante tutto, sapevi che ti davo ragione. Anche sui dolci. Quella volta che mi regalasti quel pezzo di cioccolato fondente non capivo come facesse a piacerti. Ora lo comprendo bene, ora – dico – che non riesco a farne a meno neppure io. Strani passaggi di testimone, questi, ma tant’è: non è neppure l’unico.

Raccolgo ogni parola che ci siamo detti. Credimi, ti stupirò. Ho la perfetta consapevolezza che il mio è un dialogo con un sognatore, un dialogo ininterrotto, da allora, da quel mercoledì di aprile di un anno fa. Non è che siano molto cambiate le cose, sai? mi piacerebbe raccontartele, ma tu le sai già, per intuizione diretta più che per studio. Lo studio serve a chi non ha intuito o arguzia. Ce lo siamo sempre detti. Al di qua tutto si fa più difficile senza la tua guida, ma ci provo: prima o poi dovevo pur diventare capace di fare da solo. Ecco, questo è il mio regalo: l’impegno che ci metto a svolgere i compiti che mi hai lasciato. Non molto altro, sai? gli auguri tra di noi servono solo a riannodare il filo della memoria, il filo del cuore, come nel più famoso labirinto. Anche in questo caso riuscirai a guidarmi. Questa è solo una tappa.

E allora, Stefano, auguri, di cuore, di buon compleanno. Tutto è ancora come lo hai pensato tu. I prati sono in fiore e profumano di vita. tu aleggi come il senso che tante volte abbiamo cercato insieme. Auguri, sì, auguri e ancora grazie, Stefano.

 

 

 

© Federico Cinti

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Pia de’ Tolomei

 

E tutto a un tratto il flebile sorriso

lontanò nel silenzio della via.

In quell’evanescente fantasia

s’eclissò impallidendo all’improvviso.

 

Avesti un nome, eco di un’eco, intriso

velo d’eternità, lieve elegia.

Avesti un volto, angelica armonia

nel cuore già rivolto al Paradiso.

 

Orma nell’aria, inutile dilemma,

sapesti che cos’è la vita vera

oscillante sulle ali dell’azzurro.

 

Gioia non fu, fu sibilo, sussurro,

non altro, fu perdono, fu preghiera

offerta, dolce dono, alla tua gemma.

 

 

Stamane parlavo con i miei studenti di Pia, chissà poi se veramente de’ Tolomei, e non ho resistito. Ho sentito in me il bisogno di scrivere qualche cosa, di ricordarla, come già aveva fatto il buon Dante, senza certamente aspirare di raggiungere, semmai solo emulare, il grande vate fiorentino. In quel «ricorditi di me che son la Pia» c’è un mondo, una sensibilità, un tratto distintivo difficilmente afferrabile se non con il cuore. Avrò letto mille volte questo scorcio del quinto canto del Purgatorio, eppure ogni volta scopro qualche cosa. È proprio vero che non ci si immerge due volte nello stesso fiume. Questa è l’arte, la vera arte: cambia il modo di vedere le cose e di vivere la vita. il resto sono solo chiacchiere o trito esercizio, nemmeno troppo di stile. Ma così ho l’impressione d’avere detto fin troppo…

 

 

© Federico Cinti

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