Auguri a Enza

 

Autunno. Un senso strano tra le cose.

Dolce ascoltare l’eco d’ogni giorno.

Eterna vanità, solo ritorno.

Null’altro, ombre di sogno neghittose.

 

Zitto ora il cuore tra giornate ugiose.

Autunno, foglie morte tutt’intorno.

Giunge la via sull’ultimo contorno.

Ricordi adesso le fiorite rose.

 

Adesso altre emozioni, altri colori.

Zampilli di freschezza in un sorriso.

Il tuo sorriso limpido tra i fiori.

 

Auguri, Enza. Di te tutto oggi è intriso.

Noi consoniamo, unisono di cuori.

Oggi, il tuo giorno, giunto all’improvviso.

 

 

Me lo aveva detto, Enza, non ricordo in che momento. Nemmeno a dirlo, ma mi era passato di mente. All’improvviso l’illuminazione. Non le potevo far mancare i miei auguri, anche perché ci tiene, giustamente, parecchio. Anch’io ci terrei, anche se pochi, molto pochi si prendono il tempo per scrivermi qualche cosa. Oggi il regalo è divenuto più che altro una formalità. A me non è mai interessato più che tanto. Preferisco il pensiero, come si dice, nel senso che è bello che ognuno faccia ciò che è capace di fare. Io non so fare nulla, a livello manuale intendo, e mi diletto di poesia. Questo posso donare.

Questo ho fatto pure oggi. Un pensiero a Enza. Un sonetto, come ogni tanto scrivo ai miei studenti e ai miei amici più cari. Ancora un’immagine, resa dal web, un fiore, come era d’uso presso gli emblematisti. Alla parola aggiungiamo una rappresentazione del reale. Forse è il testo che accompagna la figura. Ecco, pure questa potrebbe essere una chiave interpretativa. Un bigliettino di solito accompagna il presente. Ma dei due non so mai quale sia il più importante. Il tutto vale più d’ogni altra cosa. Il silenzio non è d’oro in questo caso.

Non so se sia emerso chiaramente, ma vorrei augurare un buon compleanno a Enza, esimia scrittrice.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

E tutto a un tratto è sabato

 

E tutto a un tratto è sabato

di nuovo. Un nulla il tempo, antico battito

di ciglia tra la fulgida

luce e il buio. Così la vita e l’attimo.

 

L’occhio scruta. L’immagine

sembra fermarsi, senza farsi cogliere

del tutto, senza remore,

pur sorpresa da tanta improntitudine.

 

Il velo lieve scivola

appena. S’intravvede uno spiraglio

sulla soglia, sul limite.

Vana è la corsa, non è vano attendere.

 

Ogni istante ha un suo proprio

senso. Scoprirlo, questo sì è difficile.

Sola illusione il ciclico

ritorno delle cose che ci sfuggono.

 

Ed è di nuovo sabato,

fine o inizio, chissà. Si scioglie l’ansia

di giungere nel brivido

d’eternità dove riposa l’anima.

 

 

Ecco, ritorna sabato. Eppure, anch’io, a poco a poco, mi sto convincendo che l’istoria – grande o piccola non fa tutta questa differenza – non sia veramente magistra di alcunché, con buona pace di Tucidide e del suo «possesso per sempre». I filosofi, certo, si sono scervellati per dare una risposta all’apparente ripetersi di ciò che accade, ma chi postula l’infinità del tempo contraddice la realtà che si vive. Ogni attimo è unico e irripetibile, stretto tra ciò che sarà e ciò che non è più. Quando ci si è sforzati di far rivivere le glorie di un passato glorioso, è subentrata la nostalgia, dolore di un ritorno ahimè senza ritorno. Il tanto vituperato Medio evo porta nel nome ancora lo stigma di chi si è volto indietro a vagheggiare chissà che, senza trovare nulla.

Ecco che torna sabato, inizio o fine della settimana. Non so dire. Ogni volta mi tornano alla memoria i malinconici versi di Giosuè Carducci, quando il poeta, in una disillusa chiusa struggente, canta: «M’asconda ella gl’inanimi / Fiori del giovin anno: / Essi ritorneranno, / Tu non ritorni piú» (Primavera classica, 21-24). Ma chi legge più i versi del «leone maremmano»? oggi si vive dimentichi del passato, incuranti del futuro, accorgendosi – quasi per momentanea illuminazione – che non si è ascoltata la voce di chi ce lo aveva predetto. Non ci specchiamo più nelle pagine dei vati. Cerchiamo nel virtuale la risposta alla nostra sete d’infinito. Qualcuno spegne l’arsura, spegnendo anche se stesso, in un anonimo annullamento.

Eppure, è ancora sabato. Non è quello del villaggio leopardiano, dell’attesa di qualche cosa che, anche se tarda a venire, non è un male. O forse sì: la vita intera, potrei azzardare, è un’attesa di ciò che si dovrà realizzare. Dove sta il ciclo e dove la condanna? Il tempo è veramente il bene più prezioso che ci è stato dato o che abbiamo a disposizione. Non lo aveva già sostenuto decisamente Seneca? Questo sabato non è uguale a tutti gli altri sabati. Cerco di capire dove si sia persa l’anima, dove sono i pensatori o i poeti che parlano per noi. Oggi la dotta scienza issa il suo vessillo oltre le colonne d’Ercole, fissate in noi «a ciò che l’uom più oltre non si metta». Ma la soglia è superata per sempre?

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

I baci d’amore

 

Uno dei mirabili Basia di Janus Secundus (1511-1536), notevolissimo poeta olandese del Cinquecento, perlopiù dimenticato o semplicemente ignorato, il quarto Basium per l’esattezza, nella mia traduzione, per altro nemmeno l’unica. Già, perché è parecchio tempo che mi sforzo di darne una resa che possa avvicinarsi in qualche modo alla bellezza dell’originale. Mi sforzo, certo; eppure, ogni volta noto dettagli che nelle precedenti mi erano sfuggiti o non avevo notato. La traduzione è così: il testo non muta, mutiamo noi che lo leggiamo e lo ritraduciamo, riflettendoci ogni volta nello specchio del nostro cuore.

 

 

Non dà baci, dà nettare Neera,

dà all’anima fragranze rugiadose,

nardo, timo, cannella e miele quale

colgono tra i rosai del monte Imetto

o tra quelli dell’Attica le api

e, circondato da virginee cere,

in un cestino celano del favo.

Se molti me ne dà da consumare,

in essi sarò subito immortale

e al banchetto starò degli dei grandi.

Ma risparmia, risparmia un tale dono,

o con me, Neera, Fa’ che tu sia dea:

non voglio mensa senza te di dei,

nemmeno se dee e dei, cacciato Giove,

mi fanno re dei rutilanti regni.

 

 

 

Penso sia utile riportare pure il testo originale, in faleci, come il modello, Catullo, cui ovviamente il nostro Janus Secundus si ispira.

 

 

Non dat basia, dat Neaera nectar,

dat rores animae suaveolentes,

dat nardumque, thymumque, cinnamumque,

et mel, quale iugis legunt Hymetti,

aut in Cecropiis apes rosetis,

atque hinc virgineis et inde ceris

saeptum vimineo tegunt quasillo.

Quae si multa mihi voranda dentur,

immortalis in iis repente fiam,

magnorumque epulis fruar deorum.

Sed tu munere parce, parce tali,

aut mecum dea fac, Neaera, fias:

non mensas sine te volo deorum:

non si me rutilis praeesse regnis,

excluso Iove, di deaeque cogant.

 

 

 

Conosco Janus Secundus ormai da anni, da quando cominciai a interessarmi alla letteratura neolatina europea oltre che italiana. Fui cooptato pure per un’antologia sul petrarchismo europeo del XVI secolo, i Lirici europei del Cinquecento (Milano 2004), e inserii anche alcune sue poesie da me tradotte. Non le rileggo più: non mi ci riconosco per nulla. E dire che, all’epoca, ne ero così soddisfatto. Eppure nel tempo siamo arrivati quasi a darci del tu, a chiamarci per nome: tra poeti e traduttori, come tra autori e lettori, spesso finisce così. Non è semplice studio: è ragione di vita. In tal senso ha ragione Orazio a cantare: non omnis moriar (Odi III 6). La poesia, ossia la letteratura, rende eterni.

Il senso del tutto l’ho capito tardi, l’ho capito da solo, non certo al liceo o all’università, quando non si studia per noi, come sostiene giustamente Seneca per cui non vitae, sed scholae discimus (Lettere morali a Lucilio CVI)12. E non è la solita excusatio non petita, no: è ragione di vita la poesia. Per questo carmina non dant panem, eppure la poesia è più essenziale dell’aria che respiriamo, di quel che mangiamo. Anche la traduzione ha la sua autonomia e non solo di significante, ma soprattutto di significato. Intendo dire che questi versi sono miei nella stessa misura degli altri. Altro che la versione esatta che si ricercava al ginnasio, che pure ricordo con disincantata nostalgia.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

 

Dialogo d’autunno

 

Pesano sopra l’anima le nuvole

di questi giorni pallidi. Per l’aria

un vuoto senza senso

apparente, nera uggia

 

d’autunno. Un nulla, noia malinconica

d’un tempo opaco, il nostro. Nell’inerzia

grevi pensieri stanchi

al di qua dell’ostacolo.

 

Suoni persi nel cielo, antica soglia

azzurra da varcare. Un soffio, un brivido

nel cuore. Vorrei dire,

vorrei parlare. Vacua

 

presenza, chissà dove, quel sorridere

ora eterno. So bene che il silenzio

vive in noi. Non finisce

il solito dialogo

 

d’allora. Il tempo è qui. Timido un raggio

s’apre un varco. Si sa. Oltre quel cumulo

grigio il sospiro lieve

del nostro desiderio.

 

 

Giorni pieni di nulla, questi d’inizio autunno. Il tetro dell’aria si stempera di malinconia. E tutto pesa addosso, anche il vacuo trascorrere del giorno. manca alla quotidianità quel dialogo in cui si trovava sempre la parola amica, il silenzio di comprensione, il sorriso sul filo dell’ironia. Alle volte mi chiedo se sia veramente cambiato qualche cosa, qualche cosa veramente intendo. È proprio in questi momenti che si rincorrono i pensieri fino a disperdersi. Mi ascolto e mi riascolto, quasi non fossi io. Il grigiore autunnale entra dentro, si sente pesare. Io, almeno, ne sento greve il peso.

Eppure amo l’autunno, quel senso lieve di struggimento che accompagna ogni istante. In questo grigio ci si vede finalmente allo specchio. Riflettere e riflettersi, nascondimento o riemersione? Non l’ho mai capito fino in fondo. Negli oggetti c’è sempre un po’ di noi. Ci si ritrova, quasi stupiti, senza accorgercene. Forse è questa la noia, che costringe ad agire nell’intimo del cuore, a scandagliare nel nero pozzo informe che ci appartiene. Parliamo con noi stessi, dialogo che manca nella frenesia della vita routinaria da cui siamo afflitti.

Un dialogo, allora, quello che manca, quello che cerchiamo. Lontano un’ombra, chi sapeva consigliarci. Un altro, certo, noi stessi, forse: chi lo sa? Nella nebbia grigia tutto si confonde in un mare senz’onda. Il tempo ci appartiene, non noi apparteniamo al tempo. Altrimenti, rischiamo di lasciarci vivere in uno stanco esistere.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Piccola guida esotica di Bologna

 

È uscita in questi giorni, a ridosso dell’inizio dell’autunno, la mia Piccola guida esotica di Bologna (Persiani Editore, Bologna 2020). Anche questo libro nasce in collaborazione con gli studenti della 4B (a.s. 2019-2020) del Liceo scientifico «Leonardo da Vinci» di Casalecchio di Reno e sotto l’attenta e rigorosa supervisione di Doriana Russo, mia collega. Non è mancato, pure in questo caso, il contributo di una persona speciale, Stefano Bicocchi, in arte Vito, che ci ha onorati di un suo prezioso elzeviro sulla città delle Due Torri. Io mi sono limitato a scrivere i testi, in poesia e in prosa, quasi a prendere per mano l’ignaro lettore; gli studenti, per parte loro, hanno avuto l’arduo compito di tradurre  in immagine il luogo delle mie parole, quasi a coglierne l’essenza più profonda. Poesia, prosa, immagini, didascalie: linguaggi che s’incontrano e s’incrociano, nella fusione e nell’ibridazione che ormai ci appartiene. A concludere il quadro alcuni ritratti di personalità cittadine, perché non si può parlare di Bologna senza raccontare quel suo modo di essere tutto suo.

Per l’occasione, per l’uscita della Guida intendo, una mia riflessione, rapide pennellate di un giorno che cambia aspetto e cambia colori ogni momento, come lo strano, malinconico umore di fine settembre.

 

 

Nomi, sbiadite immagini

di luoghi, chiusi in me, nella memoria,

vie diseguali, portici

popolati di volti, donne e uomini.

 

A ritroso, tra pagine

fuori del tempo. Un’altra vita, labili

scorci, cerchi concentrici

tra giardini nascosti dove perdersi.

 

È questa la mia Piccola

guida, seconda guida, adesso esotica

di Bologna, una storia,

la mia storia, da vivere e rivivere.

 

Itinerario insolito

per chi nella città cerca un rifugio

dall’andare frenetico,

la soglia aperta oltre l’eterno limite.

 

Su tutto il cielo pallido,

i colli in lontananza e il loro abbraccio.

Eco di un’eco l’anima

riascolta, una carezza nel silenzio.

 

 

Ci tengo a riportare il testo della quarta di copertina, anch’esso a firma mia. Il mio auspicio è che molti possano leggere questa nostra fatica.

 

 

Porte cittadine, parchi e giardini, angoli insoliti, personaggi tipici sono le tessere di questo mosaico esotico cui diamo il nome di Bologna. Tanti cerchi concentrici, percorsi e ripercorsi, scoperti e riscoperti, fino all’unicità delle personalità singole che animano un tessuto urbano in evoluzione continua. Itinerari che si ampliano e si restringono, s’intersecano e si dipanano, come i linguaggi che li illustrano: un canto poetico sostenuto da una trama di notizie e memorie in prosa, una fotografia che apre a squarci esotici colti nella quotidianità, una didascalia che condensa il senso profondo dell’essere e dell’esserci. Il turista troverà uno strumento utile per abbracciare la complessa semplicità della città dei portici, il bolognese rivedrà attraverso uno specchio levigato la nettezza di quello cui mai aveva fatto caso o che aveva dimenticato.

 

 

A chi si chiedesse il motivo dell’aggettivo, esotica, del titolo, non posso che consigliarne la lettura. La nostra prima fatica, anche se con un’altra classe dello stesso liceo, si chiamava programmaticamente Piccola guida eccentrica di Bologna. Questa seconda, invece, ha in sé i tratti dell’esotismo, per i giardini, per gli scorci inusitati, per i ricordi che si sovrappongono al presente, di una fuga all’interno di noi e degli scorci quasi dimenticati. Una Guida esotica, una via di fuga dal quotidiano e dallo scontato correre del nostro tempo.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

A Mecenate

 

Mecenate, da re nato antichissimi,

o mio presidio e dolce mia gloria!

C’è chi ama cogliere col cocchio polvere

d’Olimpia e scansare la meta con ruote

 

di fuoco e stringere la palma nobile

che lo porta agli dei signori del mondo;

questi se il popolo di Roma ondivago

gareggia a eleggerlo all’onore triplice;

 

quegli se il proprio granaio nasconde

quello che spazzano nelle aie libiche.

Chi gode a incidere campi col sarchio

paterno nemmeno coi beni d’Attalo

 

faresti fendere su un legno ciprio

da marinaio pavido il mar Mirtoo.

Temendo l’Africo tra i flutti icarii

in lotta elogia la città e l’ozio

 

dei suoi campi il mercante, ma arma subito

la nave: non sa vivere da povero.

C’è chi non spregia coppe di Massico

vecchio né togliere parte dall’integra

 

giornata, steso al verde d’un corbezzolo

o dove nascono sacre acque limpide.

Molti amano le armi e udire il lituo

misto alla tromba nelle guerre in odio

 

alle madri. Sta sotto un cielo livido

chi caccia immemore della dolce sposa,

se avvistano una cerva i fidi cuccioli

o è in trappola un cinghiale della Marsica.

 

L’edera, premio di dotte tempie,

mi congiunge ai celesti, il bosco gelido

e le danze agili di ninfe e satiri

m’isolano dal volgo, se le tibie

 

non mi proibisce Euterpe né Polimnia

nega di tendere il barbito lesbio.

Ché, se m’inserirai tra i vati lirici,

le stelle toccherò col capo in aria.

 

 

 

Mi chiese una collega, ormai non so più quanti anni fa, perché mi piacesse tanto la prima ode («Maecenas, atavis edite regibus») di Orazio. Mi pare d’averle risposto che la sua musicalità mi affascinava. Era vero, certo, assieme al fatto che è una vera e propria dichiarazione di poetica. No, non certo l’unica; anzi, la prima di tante. Anche per questo ha un rilievo particolare. Ma la musicalità, già, la musicalità dell’asclepiadeo minore è fuori di dubbio. A ogni modo, mi aveva chiamato lei a leggerla, per dir meglio a recitarla, ai suoi studenti. La letteratura, con buona pace dei militanti impegnati, è non solo significato, ma pure significante, il perfetto equilibrio tra forma e sostanza, perché la forma è sostanza.

A quest’ode mi lega pure il ricordo del primo esame di letteratura latina. La ragazza prima di me, cui era stata chiesta, non aveva brillato particolarmente; anzi, non aveva quasi proferito verbo. Mi presentai io e la esposi quasi a memoria. L’ho detto che era nelle mie corde, anche se non capivo allora il motivo. mi risuonava particolarmente. La leggevo secondo quella che si chiama, in modo aberrante, lettura metrica. Oggi non la sopporto molto, perché è falsa; ma all’epoca era motivo di vanto riuscire a leggere in modo naturale in quella maniera. Anche oggi, intendiamoci, lo so fare; ma la consapevolezza dell’età e dell’esperienza mi fanno sorridere a tanta dotta erudizione. Aveva proprio ragione Seneca: «non vitae, sed scholae discimus».

Eravamo in aula Pasoli, al dipartimento di filologia classica e medievale di Bologna. Tre finestre, una di fronte all’entrata, due sul muro di destra. Un’altra porta, sul muro dell’ingresso, portava in un altro locale in cui non ricordo che cosa ci fosse. Dettagli inutili, come certe descrizioni pedisseque. Ma la memoria si nutre soprattutto di dettagli. Quel che mi piaceva di quell’aula è che dava da un lato sul terrazzo del Teatro Comunale e dall’altro sulla famigerata piazza Verdi. Un tuffo al cuore mi dà pensarci adesso. Era un po’ casa mia. chissà, forse per questo mi piace tanto questa ode: mi piace perché ha il sapore delle cose che non tornano più. La poesia ha pure questa funzione. Anche Giancarlo Giardina, il professore che aveva tenuto il corso e di cui poi divenni amico, pur nel rigoroso rispetto dei ruoli, nel corso monografico aveva letto Orazio. nel primo esame le Epistulae, mi chiese la dodicesima, e nel secondo le Odi. Mi chiese la trentesima del terzo libro, altra sublime dichiarazione di poetica, sempre in asclepiadei minori. Mi rendo conto solo ora di tante coincidenze, se poi esistono veramente. Ecco, il mosaico si ricompone a poco a poco davanti ai miei poveri occhi smarriti.

Mi hanno dato filo da torcere, negli anni, questi benedetti asclepiadei minori. Già, non ne venivo a capo. Il verso latino mi era chiaro, anche troppo. Ma come renderlo? La tradizione italiana aveva adottato alcune soluzioni, ma più che rigorose mi parevano rigide. Da quelle, ovviamente, sono dovuto passare. Gabriello Chiabrera era riuscito in qualche modo a riprodurlo e Giosuè Carducci lo aveva seguito, con qualche piccola innovazione. Mi ci sono crogiolato parecchio in questi sistemi, ariosi, musicali, dalla vaga ascendenza classica. Vaga, insomma, pura ascendenza classica. Eppure, parevano restare lettera morta, reperti archeologici collocati in un museo polveroso. La poesia non è questo. E nemmeno la traduzione. La forma è sostanza: me lo sono ripetuto fin troppe volte.

 

 

 

Chissà, forse Euterpe e Polimnia mi hanno visitato e mi hanno mostrato la via alla soluzione del dilemma. Anche questa è forse solo una tappa del mio viaggio, ma mi sembra degna d’essere proposta alla lettura. Ecco, alla mia collega oggi potrei rispondere che quella musica non solo vive in me, ma continua a risuonare come quel primo giorno. potrei andarle a raccontare mille altri particolari, ma non le importerebbero, come non le importarono tanti anni fa. La poesia si vive, come la vita si scrive.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Oggi a Francesco

 

Linea d’ombra, l’esilio dell’estate

giunge al termine. Il tempo muto vola

tra il qui e l’altrove ignoto. Altre giornate

ci attendono compite ancora a scuola.

 

Io sono ancora qua. Lievi ventate

di libertà. Null’altro mi consola

se non l’inerzia delle cose andate

per sempre. In me risuona una parola,

 

un nome, il tuo, Francesco. Oggi so bene

che non è un giorno uguale agli altri. Riesco

solo a scriverti, come si conviene,

 

un augurio così. Fragile affresco

di questi strani giorni, ardue catene

di follia. Ma fa’ festa tu, Francesco.

 

 

Ci divide uno schermo, oggi che non riesco a essere in presenza. O ci dividerebbe, se l’assurdità burocratica non creasse vincoli senza senso. Ne prendiamo serenamente atto, per cercare uno spiraglio di razionalità in un sistema che mira solo ad autoreplicarsi. Perché, vedi, Francesco, io sarei pure venuto a scuola in questi giorni, ma pare non sia stato possibile a causa di quella condizione di fragilità che ci soffonde impercettibilmente. Così almeno ho capito tra le contraddizioni che si incontrano e scontrano. A ogni modo, lunedì sarò di nuovo in aula a recitare la mia parte. Ognuno di noi ha il proprio ruolo.

L’autunno già s’insinua ovunque, sulle cose, nelle persone. Eppure siamo ancora al di qua di quella linea che separa nettamente il giorno dalla notte. Il sole sembra fermarsi, in quel giorno, e forse lo fa davvero. Non importa il dettaglio meramente scientifico: tutto è forse come appare, metafora di sé o di qualcos’altro che ci trascende. È giusto godere appieno anche di questi momenti così particolari, che qualcuno chiamerebbe di passaggio, di transizione. Ogni istante, infondo, è così. Io almeno lo percepisco come tale.

Sarei stato con voi, Francesco, in questi giorni, se non altro per condividere le impressioni di un’epoca così alla deriva. Tra noi e voi è stata segnata una linea di demarcazione invalicabile quasi. Non avremmo potuto festeggiare se non a parole il tuo compleanno. Credo proprio ti sarebbe bastato un applauso, la solita  canzoncina e poco altro in più. Già, il resto sarebbe stato superfluo, perché il resto è sempre superfluo. L’essenziale è l’esserci. Nulla più. E io devo restarmene qui, da lungi, a farti gli auguri. Spero tu li possa accettare lo stesso.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Auguri, Francesca

 

Non mi scordo, lo sai, Francesca, il tuo

giorno, carezza fievole d’un tempo

che ci trascende, adesso come allora

e come sempre.

 

Un soffio gli anni, il volgere costante

di pagine già stanche. Il tuo sorriso,

però, mi resta dentro, sguardo lieto

di quel che siamo.

 

Il tuo giorno, una festa sul finire

dell’estate, Francesca, quando inizia

la scuola. Proprio lì ci conoscemmo,

quasi per caso.

 

Subito non compresi. Eppure solo

oggi capisco bene quell’azzurro,

i banchi verdi, i muri ormai ingialliti,

le ombre dei nomi.

 

Un augurio dovuto, il mio, ma vero.

Non mi scordo, lo sai, questo tuo giorno

così caro. Un augurio, un altro ancora,

dolce Francesca.

 

 

 

Dai tempi del Minghetti, Francesca, il tuo compleanno ha sempre segnato per me la fine dell’estate e l’inizio della scuola. Non che mi dispiacesse tornare tra i banchi polverosi del liceo, quei banchi verdi spesso ancora con il buco per il calamaio, ma ti confesso che preferivo di gran lunga starmene a casa. Anche adesso è così: il rientro a scuola per me non è mai indolore. Ma che te lo dico a fare? Per chi è rimasto, come me, in questa vetusta istituzione il tempo non cambia mai: i riti si perpetuano di generazione in generazione. Quando si è studenti è diverso, forse. Non so: non lo ricordo più e non è nemmeno così importante.

Prima di tornare in classe, a metà settembre, ricordo bene che pensavo al tuo compleanno. Una volta, mi pare in seconda liceo, ti regalai un quaderno con un grande cuore e con la scritta «Happy birthday». La scelta era caduta forse più sul cuore che sulle parole, ma tant’è: sono passati ormai troppi anni. So solo che lo apprezzasti parecchio. Una cosa semplice, nulla di più. Sedevamo acanto, ovviamente in ultima fila, nelle retroguardie, per poter seguire meglio le lezioni. Dietro era concessa una libertà che davanti non trovavamo. E dire che non si andava male, anzi: ci si distingueva pure.

Oggi ci tengo ancora a che il tuo compleanno sia un rito da onorare in qualche modo. Il tuo azzurro me lo porto dentro, come un dono che con grande fatica ho ritrovato dopo. Non so se io te lo abbia mai detto, ma era qualche cosa che toccava il cuore. Il mio, almeno, lo aveva toccato. Mi resta quello, assieme alla tua voce e a quel tuo parlare così particolare. Alla fine mi affascinava pure quello. Che vuoi mai? Qualche sprazzo di malinconia spero tu possa concedermela. Insomma, ancora auguri: non so se già te li ho fatti, in questo mio divagare senza una meta precisa. Auguri, sì, auguri di cuore, mia carissima Francesca.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Addio, Stefano

 

Battito d’ala il tuo ultimo

sorridere, la docile letizia

dell’abbandono: il fragile

nostro patire un vano soffio, Stefano.

 

Si annulla il tempo, un attimo

volgersi indietro, l’essere e il non essere,

riflesso d’ombra, immagine

lucida oltre la soglia, azzurra linea.

 

Perdonerai le lacrime

del distacco: tu sai che non è facile,

a nessuna età, perdere

un autentico amico. Ora il silenzio.

 

Continua il nostro dialogo

al di qua e al di là, trito esercizio

di chi a distanza viaggia

assieme lungo vie che si biforcano.

 

So che sei pronto a tendermi,

come sempre, la mano, a darmi il braccio

sulla salita impervia,

eppure così dolce in alto, al termine.

 

Tu sei già lì, sei libero

da quel giogo soave che è l’esistere:

sei nella vita, raggio,

Stefano, senza fine, nella grazia.

 

 

 

Ci dovevamo incontrare presto, Stefano: ce l’eravamo ripromessi al telefono non molto tempo fa. Con gli anni, per non dire con l’età, la frequentazione del dipartimento di Filologia classica, nostro luogo d’elezione, era fortemente calata. L’insegnamento ci aveva chiamati altrove, più per forza che per amore. Triste destino comune, che tuttavia posso gioire d’aver condiviso con te. Tra il 2006 e il 2007 fummo addirittura colleghi a Porretta. Eppure, lo ammettevi anche tu di tanto in tanto, là dispersi sullo «scabro Apennino», per dirla con Leopardi, non ci si era trovati poi così male. Capitava che facessimo il viaggio d’andata in treno insieme, di solito il sabato mattina, quando mi accoglievi sulla porta del primo vagone, secondo un copione ben collaudato, con queste parole scandite lentamente, come era tuo uso: «Friedrich, ti ho riservato il nostro salottino a tre posti».

Oggi, Stefano, mi è motivo di nostalgia pure quel piccolo treno regionale. Non avrei mai creduto potesse essere un momento di tanta aggregazione. Si finiva per parlare di tutto, spesso del sommo vate, di cui amavamo recitare canti interi. Di ritorno, quella volta, presi dal trasporto del XXXIII del Paradiso, non ci accorgemmo di averli zittiti tutti. Zittiti o addormentati? Adesso non ricordo più. Romagnoli s’addormentava comunque. Anche tu non sapevi spiegarti come facesse, due o tre minuti prima di Casalecchio, a svegliarsi e scendere. Era l’inerzia del rollio d’una vita, l’eterno viaggio che a ognuno di noi tocca. Non tutti se ne accorgono: io stesso ci ho messo tanti anni.

Non avevo compreso, lo ammetto candidamente, l’allegoria di quel nostro salire a piedi, Stefano, per sgranchirci un po’ le gambe, attraverso il parco di Porretta. Si camminava e si discettava, mentre le nostre parole diventavano bianche per il gelo che c’era. La soddisfazione di giungere al piccolo cancello con di fronte la scuola la capisco solo ora che ti scrivo, sicuro che annuisci compiaciuto all’evidenza di questa mia tardiva constatazione. Eppure lo si faceva: mi offrivi il braccio e, di tanto in tanto, mi indicavi qualche scorciatoia, soprattutto se eravamo in ritardo. Io sono ancora in via, però, e mi è affidato l’amaro compito della memoria.

Non ho mai assaggiato, Stefano, la pizza di Mariam. Estraevi non so da dove un cartoccio, lo aprivi con cura sacrale ed esordivi: «Sgranocchio qualche cosa». Poi, tacevi un attimo pensoso, e ripetevi: «Te ne posso offrire un po’, Friedrich?». Non avrei mai osato profanare quel momento: ti ringraziavo e sorridendo muovevo la mano destra per assicurarti che non ne volevo; poi, concludevo: «No, grazie: sono a posto così». Non mi sarei mai permesso di infrangere quel rito. Se era qualcos’altro, accettavo di buon grado; ma della pizza di tua moglie non mi azzardavo a togliertene nemmeno una briciola.

Quando ci fossimo visti, in questi giorni, avevo già in animo di chiederti, come altre mille volte ti avrò chiesto in questi anni: «Come vanno le Omelie festali?». Non era una battuta, anche se sai bene quanto io ami scherzare: era semplicemente l’opera della tua vita. Di solito ci lavoravi d’estate, quando gli impegni della professione si fanno meno pressanti. Le studiavi dai tempi del dottorato, quando eri stato pure a Gerusalemme sulle tracce di Esichio. Attendevi a quella fatica con somma devozione. Chissà, forse ora le avevi terminate. Don Paolino Serra Zanetti ti ha seguito finché ha potuto, come del resto tutti i poveri cristianisti reietti di Bologna. Ombre di nomi, ormai, memorie da conservare come un tesoro geloso.

Questo è, Stefano, il momento dell’addio. Uso questa parola solo perché tu sai bene il suo autentico valore etimologico. Io so che sei là, nella luce. Hai sopportato la malattia con pazienza e abbandono totale alla Provvidenza. Non era attitudine, era semplicemente riconoscersi bisognosi; insomma, era la fede dei semplici. In quel crogiuolo ti si è forse svelato il senso del tutto ed è per questo che ci hai salutati nella serenità, col tuo sorriso più autentico, il sorriso della pace. E allora addio, Stefano, amico mio.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Ricordo di sisi

 

Correva l’anno 1898: sul Lago di Ginevra era il 10 settembre, proprio come oggi. Nel primo pomeriggio due nobildonne s’affrettano a prendere il traghetto: una di esse ha un lunghissimo titolo nobiliare, anche se tutti la chiamano col nomignolo di Sisi, che nel Novecento sarebbe stato storpiato nel più aggraziato Sissi, l’altra è la sua dama di compagnia. La campanella è già suonata, ma le due dame riescono comunque a imbarcarsi. Causa del ritardo è un singolare incidente: un uomo, l’anarchico Luigi Lucheni, aveva spinto a terra l’imperatrice d’Austria per poi fuggirsene in mezzo alla folla. Nulla di male: il traghetto prende comunque il largo. Non passa molto tempo, però, che Sisi, ormai circonfusa d’un cereo pallore, avverte un malore e si accascia. Nell’aprirle il busto, salta all’occhio una piccola macchia di sangue: il miocardio le era stato perforato da un cacciavite appuntito che l’attentatore le aveva infilato nel petto senza alcuna pietà. Ogni sforzo di rianimarla è vano: dopo poco, infatti, quella donna vestita di nero spira nell’attonito silenzio di chi le stava intorno.

Forse non a tutti è noto che l’imperatrice, della cui leggendaria bellezza ancora si favoleggia, è anche poetessa di notevole caratura. Raccolse i suoi versi sotto il titolo di Das poetische Tagebuch, Il diario poetico. Per ricordare il triste evento, propongo la mia traduzione di uno dei suoi Nordsee Lieder, i Canti del Mare del Nord, il primo dei tre libri che compongono l’intera opera.

 

 

E quando è ineluttabile ch’io muoia,

adagiatemi allora sulla spiaggia,

perché io possa rivolgere il mio sguardo

l’ultima volta al mio diletto mare.

 

Il mugghiare delle onde fa sentire

l’ultima volta il proprio suono amato,

come pieno di dolce struggimento

lo sposo chiama a sé la propria sposa.

 

E nel punto in cui il mare è più profondo,

calatemi lì, dentro, nel suo cuore:

se in alto si scatena la tempesta,

regnerà nel suo abisso eterna pace.

 

Per i cultori, riporto di seguito il testo originale.

 

 

Und wenn ich einmal sterben muss,

Dann legt mich an den Strand,

Dass auch mein letzter Blick noch sei

Aufs teuere Meer gewandt.

 

Die Wogen rauschen mir dazu

Den letzten lieben Laut,

Als rief voll Sehnsucht schon zu sich

Der Bräutigam die Braut.

 

Und wo am tiefsten ist das Meer,

Dort senkt mich dann hinein;

Mag’s oben stürmen noch so sehr –

Da unt’ wird Ruhe sein. 

 

 

 

Anche Giosuè Carducci, in Rime e ritmi, dedica a questa tragedia un componimento in distici elegiaci di intenso coinvolgimento emotivo: Alle Valchirie. Per i funerali di Elisabetta imperatrice regina. Allo stesso modo, Giovanni Pascoli, in Odi e inni, ricorda l’accaduto nei versi di Nel carcere di Ginevra.

Oggi solo il ricordo, il silenzio, la consapevolezza della fine di un’epoca. Era un giorno chiaro e malinconico, proprio come quello di oggi. Era il 10 settembre, fine di una vita, di un sogno, di un mondo.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati