Prato di margherite

Un respiro, un sollievo: non so dire, né so se sia la gioia o la speranza ad aprire in me gli occhi a fantasie umbratili. ecco, sogni solamente già abbracciati, chissà, come carezza, una realtà dolcissima nel cuore rinata. Non so dire; anzi, non voglio. Il tempo va dimentico. Passare oltre, un obbligo, un segno che si vive.

Sogno o realtà? Non ti so dire. In questo

attendere è possibile ogni cosa.

Ridi? Già, ridi. Eterna fantasia

appesa al ramo d’oro che si cerca,

che si nasconde. Il viaggio ricomincia:

andiamo. Tutto il resto oggi non conta

più nulla. È questo il tempo di partire

ormai. Oltre ogni limite è segnata

la strada da percorrere. In noi vive

limpido il raggio che ci guida. È breve

il nostro incanto, eppure così dolce.

Poi sarà tutto come deve. Il giorno evapora nell’ansia dell’eterno. Rare nuvole al filo dell’azzurro lasciano dietro sé una via infinita. Andare, ecco la regola, seguire tra le ombre il sogno della primavera, uscire dalla gabbia che ci opprime ancora adesso. Ma non so, non ti so dire. Fragili foglie ai rami appena appena escono già alla vita. Nel profumo sublima il senso delle cose, fiore tenace cui, mi sento anch’io di nuovo aggrappato. resisto e m’abbandono.

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Sfogliava il mandorlo ali di farfalla

 

Tutto sembra e non è. Restiamo come appesi a un filo, a una notizia. Il giorno nuota in un sole gelido, speranza troppo lieve per essere reale. In quest’ora s’attende il caldo buono a dare il senso al giorno, attesa forse un po’ vana. Anche questo può servire. Già freme il desiderio oltre la soglia usuale del tempo. S’avvicina rapida l’ora, ciclico ritorno, in cui godremo della primavera.

 

 

Siamo qui, sulla soglia. Una carezza

ancora algida il vento sul sorriso

radente dell’inverno. Nulla intorno,

adesso, attesa languida d’azzurro,

magia senza ritorno. Eppure, l’ora

evanescente fugge, senza requie,

nell’ombra che s’allunga tra le case.

Giace l’ansia dell’attimo. Nel cuore

il caldo buono dell’attesa. siamo

sulla soglia, qui, adesso, respiriamo

tenui lampi di gioia. Oltre la linea

assorta, ci conforta questo nostro

bene, il sapere che non siamo invano.

 

 

Dovremo abituarci. Nulla, forse, in noi sarà più uguale a prima. Questo basta? Non so, tutto mi pare ancora uggia di un bimbo che, giocando a dadi, ostenta sicurezza. Eppure, proprio nulla è invano. Scoprire il senso nelle cose è il vero esercizio dei sapienti. Oggi tutto si compie, come dolce miracolo. Anche il mandorlo è ormai in fiore. Passa il vento tra i rami, passa appena l’anno che già s’invera il nuovo sogno eterno. Nell’attendere si coglie appieno il transeunte, ardua carezza nell’anima. è la festa, il giorno solo nostro. Così tutto acquisisce il senso offertoci dall’essere qui e ora.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Orfeo ed Euridice

 

Eri così. Solo un pensiero adesso.

Lo so che è troppo tardi, ora: è passato

il tempo. È stato un soffio, una carezza

sottile. Altro frastorna la memoria

ancora. Adesso volgermi sarebbe

forse inutile. All’anima dilegua

rapido il volto. Un guizzo di rossore

adagiato sul nulla. Una visione,

nulla di più. Nel tenderti la mano,

cade nel vuoto il senso. Dove sei?

Eppure, esisti, oltre il confine, eterno

sogno di un giorno che non ha tramonto,

che non ha fine. Ascolto la tua voce:

ho in cuore quella nenia, melodia

inalterata all’ombra di un ricordo.

Non so, non sai. Rimane oggi il segreto,

invisibile filo che ci lega.

 

 

non muore il canto. Mi distilla il senso, a distanza di un tempo che si fa vertigine nel ricordo. Ci separa una linea invalicabile. Non ti posso vedere. Lo sapevi? Anche se mi volgessi a tenderti la mano, tu resteresti muta nel tuo sguardo muto. Eppure, cerco quel che non so, che non capii allora. Non ne ero in grado: mi mancava la consapevolezza. Affacciarsi a quel mondo era cercarsi dentro, come il viaggio in cui cogliere il fiore che ci inebria e dà l’oblio. È così, sì, è così che per tanto tempo non ti ho più pensato, non ti ho più ricordato, ombra tra le ombre di una vita andata chissà come, chissà dove. A un tratto, tutto a un tratto tutto è riemerso, nello scavo interiore. Eri lì, tu eri lì ad attendere che tornassi. Eppure, non sai. nemmeno io so il motivo di questo volgermi indietro a fissarti. Non muore il canto. Tra la luce e il buio il ricordo di quel che non è stato e che mai più sarà. Abbiamo attraversato quel confine, ormai. Dentro lo specchio ci si smarrisce e ci si ritrova, al di qua e al di là, senza sapere, senza volere. Allungare la mano è un gesto improvvido.

Non dimentico, adesso. Forse sbaglio, non so. nemmeno tu immagini il rovello di restare e vagare. Era meglio l’oblio di quei pochi anni passati insieme. È questo che più d’ogni altra cosa mi sta a cuore. Dirtelo non servirebbe. Anche allora sarebbe stato inutile. Non muore il canto: questo solo resta di tante speranze che oggi ancora ci legano. Invisibile è il filo. Tu non sai, non puoi sapere. Parlo a me stesso, così, come chi narra una storia senza fine, senza confine. Mi volgo indietro, sai? mi volgo e non ti vedo. Il cancello si chiude tra le tenebre di un passato polveroso. Prima o poi capirai: ne sono certo. È il canto che ci salva. Per me è stato così, filo tenue di un giorno in cui fioriva l’azzurro tra le case e il rosso tra i capelli. Noi eravamo già Orfeo ed Euridice senza saperlo. Anche ora si fatica ad accettarlo. Me ne accorgo soltanto perché insisto in questo rovello senza pace. Ma tu certo non sai, non puoi sapere: è questo che ti salva dall’angoscia del vivere. Ed è giusto così.

Nulla è più come allora. Solo io tengo un capo di quel filo. Non importa. Forse scrivere ha il suo senso in questo andare senza meta apparente fino a incontrarsi di nuovo dove meno ci se lo aspetta. Non sarà stato vano questo attendere. Una stretta di mano svelerà quello che mai ci siamo detti. La luce allora vincerà quel buio. Anche tu capirai quel che ho capito io a costo di enormi fatiche. Adesso no, non è il tempo, non è l’ora. Il silenzio ci lega e ci separa.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

A Bologna – piazza San Martino

 

Bologna ha sempre il fascino che aveva un tempo. Forse io sono cambiato, oggi, cercando il tempo che si annida negli angoli nascosti, tra le antiche case. Non so, sono soltanto vaghe ombre di sogni, quelle in cui negli anni mi crogiolavo. Nulla ora mi pare più come allora, eco di un’eco al cuore labile. In piazza San Martino all’ombra eterea di un’idea ho rivisto gli anni ancora in cui passavo da bambino. Nulla sapevo, fantasia che vive nell’anima di un altro Federico ormai. Il più è accorgersene adesso.

 

 

Mi inoltrai tra i palazzi come in mezzo

ai miei ricordi. Un tempo senza fine

tra l’ebbrezza sinuosa di quel mondo

tanto vicino allora, adesso tanto

ignoto nel mio cuore. Camminavo

assorto in una vacua sospensione.

Piccoli passi, i miei, silenti, lievi,

incerti, nostalgia di giorni eterni,

ridenti. Il sole s’annidava immoto,

ombra di sogno, d’una primavera

negli angoli, riflesso di una vana

evanescenza in cerca di rifugio.

 

 

Che strano ritrovarsi. Mi sembrava ancora tutto come allora. In cuore rido di questa mia scoperta. Sotto il portico la vita brulicava sempre, senza fermarsi. Serpeggiava sottile lo stupore, lieve ebrezza in me di ciò che appena si svelava. Mi sono ritrovato un’altra volta, oggi simile a ieri, oltre ogni soglia.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Oltre la rete

Altre soglie. Nell’anima s’insinua un lieve senso di letizia. Il sole giallo, sottile filo di speranza unisce il cuore al cielo, alterno eterno rito che si perpetua. Nulla è dato invano. In quest’attendere il silente miracolo si scioglie e si raccoglie infinito nell’attimo. Echi, sogni, ombre ancora presenti in noi e per noi ci chiamano o richiamano alla festa ancora, senza sosta oltre il consueto recinto. Tutto sa d’un altro luogo o d’altra vita avuta tra le dita.

 

 

Felicità dell’attimo, nel cuore

il fil di sole che ci salva. Nuova

la vita, adesso, sa di un che d’antico

in noi. Brilla il riflesso, specchio eterno

per l’aria. È come immergersi nel tutto,

prima volta d’un giorno senza tempo

ormai. S’allaga l’anima di luce

buona, abbraccio che tempera il rigore

algido delle cose intorno. Appena

distilla il senso che si svela, il varco

invisibile. Sibila nel vento

il ricordo, ombra labile che segue

alle spalle. Mai volgersi a guardare

la via percorsa: un’altra volta ancora

il volto sorridente ci scompare.

 

 

Dov’è la soglia tu lo sai. Di certo il cuore s’impaura se non trova ciò che cerca o desidera. Il naufragio, un attimo insperato di sollievo offerto a chi s’adagia sopra le onde, resta forse un miraggio. Nulla è stato. Eppure, l’orma illumina di senso.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

L’azzurro tra le nuvole

 

Abitudine, forse è solo questo, unico senso al rito del ritorno, giorno per giorno. Timido il sospiro, uggia dell’ora, tenue a rivelarsi. Ridere non è lecito a scrutare il primo raggio tra le nubi rare d’inverno. Eppure, simile a una festa insperata, la lucida carezza che scalda appena. Nulla più si chiede, un po’ smarriti sulla via rimasta opaca intorno a noi. Tutto è mutato rapidamente o solo il nostro cuore, eternità che sa di primavera.

 

 

Luci nuove. Nell’anima un sussulto

oscilla. A un lieve fremito di vento

riaffiora il magma. Nulla si è smarrito.

Esiste un filo labile d’azzurro

nel cielo: dalla cupola silente

zampilla un raggio. È festa dentro il cuore,

oggi: la via ritrova il proprio senso.

Solo il tempo s’insinua tra le cose

appagato di sé. Volgersi indietro,

guardare appena increduli. Il confine

un velo impercettibile di sogno.

Adesso tutto ha un altro volto, adesso

tutto rivive. Il giorno non si perde

tra le tenebre scure della notte

impalpabile. L’ora non s’arresta.

 

 

Brevi lampi di gioia. Ardua visione, unico senso aperto all’infinito, oggi. Si coglie l’attimo vibrante nell’aria d’altri mondi, d’altre vite. Chissà, domani. Scivola lontano, ora, il pensiero, la speranza amica. Metamorfosi lucide di sole posano ovunque. L’anima sussulta: l’ansia si scioglie al vento che trapassa evanescente. Attendere non pesa, Adesso. Freme tra l’inerzia cupa, nel gelo che ci avvolge già il germoglio nuovo dell’anno. Il circolo si chiude, opera che ci innalza oltre le nubi.

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Fiore d’inverno

 

Era ieri, lo so: non me lo dire. La memoria, ogni tanto, si distrae; eppure, non dimentica. Lontane nebbie di sogni, ombre di giorni nati appena e quasi già dimenticati.

 

 

E s’illuminò l’anima. Dintorno

l’aria parve disciogliersi al sorriso

ebbro d’un giorno di dolcezza. Come

nulla sparì l’inverno. Blando il sole

accarezzava il cuore. Era uno strano

balbettio, voce eterea che sussurra

riso e pianto. Riaffiorano in quest’ora,

oggi, ricordi labili, ma il sogno

non si frange. È così. Di nuovo affiora,

zampilla una speranza, tenue luce

in attimi d’eterna nostalgia.

 

 

Brevi istanti sul filo che si sfrangia un po’ nell’inquietudine. S’avverte, oggi, Elena, la festa che continua. Non altro, sai, che questi pochi versi. Capita che la via smarrita a un tratto obblighi a qualche piccola inversione. Mi perdoni? Gli auguri te li scrivo, però. Non ieri, come avrei dovuto. Le convenzioni a volte sono piccoli espedienti per non dimenticare. Abbi cura di te, se in questi giorni nulla è più come prima, se ogni cosa non sarà più come era. Solo questo. Ora pazienta e tornerà il sorriso.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Auguri a Gabriele

 

Grevi le nuvole dintorno. Il cielo

azzurro un pallido ricordo. Il cuore

bussa a invisibili porte. Più nulla

resta di ciò che fu. La pioggia grigia

intride l’anima d’un senso a volte

evanescente. Attendere, il cammino

lungo la soglia. L’ora distilla

e fugge via dimentica. Che cosa

cerchiamo? L’impossibile si trova

a portata di mano? Un’illusione

misura il tempo. Instabile l’andare

avanti, ancora, sempre. eppure, adesso

si deve. Un piccolo sorriso aiuta

tutti. Oltre il limite la festa, il volto

amico di chi vive nel domani.

 

 

 

In questi giorni così cupi, così freddi, la pioggia impregna greve tutto quanto, anche l’anima. Da dietro i vetri nulla muta mai, persosi forse chissà dove. È dentro, nel caldo così tanto consolatore che si cerca un momento di pace. Non si dà per scontato il sogno dell’azzurro, lieve battito d’ala a un tepore inaspettato. Nella consuetudine ogni cosa si trasfigura e smarrisce il suo significato. Inutile cercarlo o surrogarlo. Si prova solo a resistere, come e quanto si può. La vicinanza fisica di coloro cui si vuole bene inverte il paradigma e scioglie gli enigmi.

Ecco, in questo nostro ricominciare una parvenza di normalità, sembra riaffiorare un grande sogno. Nei luoghi consueti tutto si rende possibile, anche quello che ormai ci pare lontano e irraggiungibile. Una festa, un giorno particolare, lo sappiamo, si fa motivo di un sorriso. Per questo ci tengo tanto a non dimenticare nessuno dei miei cari compagni di viaggio. Sarebbe stato il 22 gennaio, ma il tempo alle volte scivola inconsapevolmente. Gabriele mi perdonerà dei giorni di ritardo a cui mi affaccio con gli auguri al suo natale. Resta, comunque, la festa da compiere, magari il primo attimo disponibile.

Il resto può anche scorrere, secondo quanto diceva il più famoso efesino della storia; tanto, lo sappiamo, non ci si bagna mai nello stesso fiume due volte, anche se la guerra è madre di tutte le cose, «filosofando pure sui perché», tanto per citare pure Francesco Guccini. Strane alchimie, le citazioni, fusioni dalle affinità elettive. In un momento in cui tutto trascolora, anche questo distilla nel cuore, eco e ombra di un’epoca in cui ci si sentiva alle soglie della propria indipendenza. Io la vissi così, come ora la ricordo, lontana, eppure in me e con me. Strana dolcezza, adesso, ha la memoria, in cui tutto si fonde in un raggio di luce.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Inverno

 

Il tempo, una variabile. Nel cuore

nasce (o rinasce?) il senso delle cose

vere. La via s’inerpica, tramonto

e aurora, inizio e fine. Trasalendo

riprende ora la via. L’attesa, un’ansia

nell’anima alla luce, aura di un giorno

opaco, filo tenue di speranza.

 

 

 

Eppure, va così. Dopo il caffè di metà mattina, vorrei seguire il raggio del sole che si dipana lontano. Una speranza, tutto qui. Mi pare di intercettare qualche lontano segno. Un’illusione? Le cose cambiano a seconda di come siamo in grado di percepirle. A me capita così, anche se capisco di avere una sensibilità particolare. Durante il periodo invernale sento che qualche cosa in me si raggela nell’inerzia della stagione. Il cuore, però, anela a volare alto, oltre il grigio, oltre le nuvole. La chiamo speranza, ecco, quel filo ininterrotto che aiuta a superare questi giorni così pesanti, dentro e fuori di noi.

Si trova così il senso, quello vero, anche nel ciclo dell’anno. Cogliere il giorno, in fondo, significa questo. Anche Orazio si esprime in questi termini proprio durante una giornata invernale, non si sa dove, non si sa quando. Era il suo carpe diem (Odi, I, 11, 8). Nell’inazione si trova lo spunto per ripensare e recuperare quello che si era smarrito. L’attimo non passa invano se non per chi vive dimentico del l’ora che fugge. Per questo, oggi, seduto qui al mio tavolo, mi pongo davanti allo schermo che mi ripara e che mi riflette, specchio di un io che a volte mi pare non conoscere così perfettamente. La scrittura esiste per scandagliare nel nostro cuore. Tutto è poesia, anche un giorno di tristezza come oggi.

In inverno tutto si fa così particolare. Veramente sembra il volto di un vecchio adunco che sfida i secoli e ritorna eternamente giovane.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Nel giorno del mio compleanno

 

Il sedici gennaio compio gli anni.

Lo dico con l’intento che nessuno

si dimentichi: è un giorno di una certa

entità. Io festeggio come posso,

dove posso e se posso. Ecco, mi scrivo

il biglietto da solo, inusuale

capriccio di chi scrive sempre agli altri

i suoi auguri. Il resto non m’importa:

già è uno strappo alla regola. Oggi è festa

e conta questo. Di metà gennaio

non è scontato. Ho condiviso, un tempo,

negli angusti recessi della vita,

anche di più di quanto io faccia adesso.

Il tempo è una variabile e non altro:

oggi è così e non me ne faccio un cruccio.

Capita, tutto qui. Nel vento l’ora

oscilla, eterno pendolo mai domo,

mai sazio di percorrere il suo trito

percorso. In questo attendere sospeso

i miei occhi si perdono guardando

oltre, anzi altrove. Eppure, è festa,

gioia di un giorno di metà gennaio.

Lascio ogni cosa come sia e che sia.

In me c’è questo. Un alito di senso,

accenno di una luce che rischiara

nel buio delle tenebre, s’avverte.

Non so, questo mi basta per adesso:

il sedici gennaio compio gli anni.

 

 

Ecco, oggi tocca a me. Una volta all’anno direi che sia accettabile. Ogni cosa ha la propria misura e il proprio respiro. E poi anche compiere gli anni è divenuto impegnativo, non tanto per l’età, quanto perché si rischia sempre un eccesso. Non che mi dispiaccia questo giorno, no; il fatto è che per un momento i riflettori si accendono su di me e non amo troppo il protagonismo, almeno per queste cose. Mi piacerebbe più per la letteratura, ecco; allora sì che potrei avere qualche cosa da dire. Diversamente, spero semplicemente passi in fretta.

Di questo giorno così strano prediligo l’affetto che tutti dimostrano. In un’epoca così ossessionata dalla frenesia, regalare un po’ del proprio tempo agli altri è un grande balsamo: fa sentire che non siamo inutili. Almeno per un giorno. Non passare inosservati è un esercizio di non piccolo momento. Ogni tanto mi è riuscito, ma ormai con i social non è più così facile. Bisognerebbe non fornire alcun dato e allora si sarebbe completamente anonimi. Ma pure questo non è che sia giusto. Contemperare, diciamo così, sarebbe bene. L’amicizia, in fondo, si avverte quando è spontanea, sentita veramente nell’anima.

Insomma, spero che chi mi stima e mi vuole bene si ricordi in qualche modo di me. Questo sarebbe il più bel compleanno. Naturalmente, da alcune persone mi aspetto più di altre un gesto, una parola, una telefonata. So che non mancheranno, altrimenti mi farò vivo io per recuperare quello che l’incuria assieme alla sbadataggine si è dimenticata di donarmi. Questo è il regalo, quello vero, poter condividere con chi si ama il giorno del proprio compleanno. Quest’anno non ricordo più nemmeno quanti siano. Non è importante. Mi bastano gli auguri, tutto qui. Non starò nemmeno a ripetere che «il sedici gennaio compio gli anni»: l’ho già detto tre volte e mi pare basti, soprattutto a chi non si era ricordato.

A chi dico io, poi, regalerò una bella rosa rossa, come nella famosa novella di Oscar Wilde, L’usignolo e la rosa, ma con un lieto fine questa volta.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati