In te vidi la luce

 

Infine, ti trovai. Per sbaglio, forse.

Non so. Fu un grande dono inaspettato.

Ti trovai, di sfuggita, tra le corse

estenuanti del giorno, impreparato.

 

Vidi il sole. Un candore sussurrato

il senso delle cose già trascorse.

Distinsi nel futuro il mio passato

in quell’attimo. Il cuore mi rimorse.

 

L’immagine del vero, l’armonia

attesa, l’ala bianca di gabbiano

libera sulla soglia in fondo in fondo,

 

uscire, entrare. Eterno varco al mondo.

Chiara sentii la voce. Di lontano

era un’eco di un’eco di poesia.

 

 

nulla è invano, si sa. Lo si ripete forse con troppa sicumera a volte. Eppure, ci si deve credere sul serio, se è vero – come è vero – che le coincidenze non esistono. Nemmeno per assurdo nei trasporti, ambito in cui tutto è creato ad arte. Gestito non lo so. non mi pare per nulla, anzi; ma questa è un’altra storia. Un altro viaggio, davvero: «anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. / IL mio dura tuttora, né più mi occorrono / le coincidenze» (E. Montale, Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale, 3-5). O meglio mi servirebbero, per continuare il percorso già tracciato, la via intrapresa quello strano giorno in cui il sole fece capolino, quando In te vidi la luce. Sostanza e accidente, il kairòs nel chronos. Forse, è così che nasce la poesia, dalla parallela convergenza di vite che un giorno s’incontrano. Era il nero germe dell’aratore che «se pareba boves, / alba pratalia araba» (Indovinello veronese).

 

 

 

Era la soglia, tutto qui, attraverso cui esiste un’uscita e un’entrata. Invisibile, certo, come l’ombra che avvolge il senso delle cose e che, tutto a un tratto, all’improvviso, ci si svela davanti. È allora che ogni cosa si fa chiara. Si corre e si percorre infinite volte una strada, senza tuttavia vedere, senza tuttavia poter sentire. Ed ecco il raggio obliquo segnare la via giusta, non più smarrita «la diritta via» (Inf. I 3). E non se ne conoscono i motivi. Succede, nulla di più. Anzi no, il di più è l’accorgersi di quel tempo che si fa occasione, motivo e movente. Emozione e commozione, tra le pieghe dell’essere. Così nasce e rinasce la poesia, nella greve realtà in cui un rivolo azzurro d’inchiostro riga le pagine bianche. In quell’attimo ci si specchia. Ecco, è così che «M’affaccio alla finestra, e vedo il mare: / vanno le stelle, tremolano l’onde», è così che m’interrogo sull’infinito gettato tra il qui e l’altrove, mentre vedo un «ponte gettato sui laghi sereni» e anch’io mi chiedo «per chi dunque sei fatto e dove meni?» (G. Pascoli, Mare, 1-2 e 7-8). Ecco l’eco, era il senso della vita che mi si riaffacciava prepotentemente dinanzi.

In quella luce chiara è ritornato a splendere l’azzurro. È fuggito, è fuggito il temporale. l’occhio si è aperto e chiuso, «tra il nero un casolare: un’ala di gabbiano» (G. Pascoli, Temporale, 6-7), è tornato a vedere ciò che prima era impossibile anche solo immaginare. È forse questo l’atto creativo in sé, che tante volte ho creduto d’afferrare nell’attimo che scivola lontano, sempre più in là, dove l’artificio si fa arte, «che tutto fa, nulla si scopre» (T. Tasso, Gerusalemme liberata, XVI 9, 8). In quel guizzo luminoso ho cercato di fermarmi. Era il tempo in cui tutto sembra chiudersi all’orizzonte, in cui il libro si chiude dopo l’estasi della lettura. Un brano, un altro. E la voce continua a sussurrare nell’orecchio parole altrui divenute ormai nostre. Anche questo è creare e ricreare. Ecco, ancora, dove nasce l’atto creativo. È il mio rovello. Non so, non mi guardo indietro: mi fondo in questa tua luce chiara e comincio a volare, in alto, in alto, tra le scaglie rare di un cielo che si è fuso dentro il mare, che si è fatto mare, «lo gran mar de l’essere» (Par. I 115). E così si ritorna a essere io, si ritorna a essere tu in queste mani candide che formano un candido sole di poesia.

 

 

 

© Federico Cinti

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A me stesso – nel giorno del mio compleanno

 

Anch’io, certo. Chi sfugge a questo rito?

Fui già, lo so. Forse sarò. Vedremo.

Era l’esserci sempre, all’infinito,

dopo l’ultimo salto, il volo estremo.

 

Esce la nave mia: all’azzurro il remo

ritrova lo spettacolo del lito

in lontananza. Anch’io mi volgo, temo

cielo e mare: trasecolo stupito.

 

Oggi, il mio giorno. Luccica un gabbiano

candido, lieve. Tutto sa di sale.

Inutile sperare nel ritorno.

 

Nuova la via nell’anima. Dintorno

tace l’ansia dell’ora. A nulla vale

il tempo per procedere lontano.

 

 

oggi capita a me: una volta all’anno succede. Bene, se ne prende atto e si prosegue come nulla fosse. Perché, mi sono accorto, se mi fermo a pensarci troppo, non trovo più il bandolo della questione e la matassa s’ingarbuglia al punto di divenire un glomerulo inestricabile. Gadda, perlomeno, avrebbe usato un’espressione simile. Quando leggevo il Pasticciaccio restavo incantato anche dalle acrobazie verbali. Era un tuffo, un immergersi in un mare ignoto. Del resto, non è così ogni giorno? Non è perché si compiono gli anni che ci si ferma a riflettere. Credo io, intendiamoci. Qualcuno non lo fa mai, figuriamoci in questo benedetto giorno in cui in qualche modo ci si trova a fare i conti con il tempo che passa. E meno male che passa, altrimenti sarebbe pure peggio. Ieri e oggi, due facce di una stessa, inequivocabile medaglia. All’appello manca sempre l’oggi. Eppure, è un giorno speciale, per me, oggi. Fare festa è giusto: il giorno lo esige. Non mi si chieda perché, ma io lo sento così, anche se qualcuno, non molti giorni fa, mi ha detto che non sono nessuno. Già, vero: una goccia nell’abisso. Non che io pretendessi di essere chissà chi, ma un minimo di riconoscimento me lo sarei aspettato. Me lo do da solo e tanto basta.

Uno sproloquio, lo so; ma, quando si inizia, non si sa mai dove si vada a parare. Qualcuno lo chiama pomposamente flusso creativo. Potrebbe essere. Altrimenti, anche andare a ruota libera non mi pare del tutto lontano da quel che si fa di solito. Si segue un pensiero e si va, come spinti da una forza superiore. Alle volte pensiamo allo scrittore come a uno seduto a tavolino, che di tanto in tanto scruta nel vuoto a cercare chissà che parola. Potrebbe pure essere. Io mi vedo così, alle volte, ma poi so che non sono io, perché mi ritrovo a buttare giù qualche cosa alla boia d’un Giuda, seduto chissà dove, col computer sulle gambe oppure sdraiato sul divano. Certo, sempre ammesso si possa dire che io sia scrittore. Diciamo che scrivo, ecco, scrivo e tanto basta. Quando faccio vedere i miei libri, c’è sempre qualcuno che, con un sorrisetto, mi chiede quanti soldi io abbia guadagnato. Soldi? Ma la scrittura è un piacere che supera la viltà di ogni moneta. Ma come si fa a spiegare a chi non lo sa? Non dico di professione, perché ormai non conosco più persone che scrivono di professione. Mi piacerebbe, certo, potermi fregiare del titolo; ma sarebbe, e forse lo è proprio, anacronistico.

 

 

 

Potersi fare da solo gli auguri di compleanno è privilegio di pochi. i grandi sono serviti e riveriti, come si suol dire. Io, che volete mai, dal mio piccolo punto di vista, dalla mia aiuola, che pure non mi fa tanto feroce, mi ritaglio un momento per me. Ecco, questo è il regalo più bello che io possa ricevere. Anzi no, ce ne sarebbe un altro, ma è inconfessabile. O meglio sarebbe, se non mi fossi già incamminato per questo strano sentiero. Già, perché è qualcun altro che scrive per me, come afferma il vate delle donne angelicate: «I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando» (Purg. XXIV 52-54). Ecco, se potessi esprimere un desiderio, mi piacerebbe che una donna angelicata mi facesse i suoi auguri, con la sua voce melodiosa, quasi di nenia al dondolio infinito d’un attimo lontano. Le sarei grato: quella voce mi è entrata nel cuore, chiara, limpida com’è. Il resto è tutto come sempre, nella norma. Gli amici i parenti, la torta. Quest’anno capita pure di domenica. Se sono a scuola, infatti, di solito gli studenti mi portano in trionfo come i generali Romani. Non mancano nemmeno i «lazzi turpi e matti» (G. Carducci, Congedo, 5) di chi non è poeta e li pretende negli altri.

Già, si fa in fretta a dirsi poeta solo perché si scrivono versi. Io diciamo che ci provo. Per gli altri ho una discreta facilità. Per me, francamente, non so che dire. Parlare di me non è il mio forte. Mi vedo piuttosto come l’Ulisse navigatore sul suo piccolo legno alla ventura. È il mare che conduce, non certo il nocchiere. Le onde vanno solcate e abbracciate. Dico Ulisse, ma vorrei dire l’Ulisse vero, quello che Dante mi racconta nella Commedia, se stesso. Quello è il viaggio che vorrei compiere «per lo gran mar de l’essere» (Par. I 113). Ecco, il mio viaggio continua sulla via tracciata da altri. Mi auguro di esserne capace. Io mi ci metto, con umiltà. Il resto sta nel viaggio, nei libri che si leggono, nei porti cui si giunge, nelle persone che s’incontrano, anche in quella donna che vorrei stringere per sempre a me. Ecco, tutto è ignoto, nel senso che è quasi impossibile determinare il successo del viaggio, finché non lo si fa, non lo si porta a termine. Io procedo, e «prego anch’io nel suo porto quiete» (U. Foscolo, In morte del fratello Giovanni, 11). Il resto sono solo chiacchiere, cui piacevolmente so anche abbandonarmi.

 

 

 

© Federico Cinti

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Il«the» delle befane

 

Tutto è compiuto. Il tavolo imbandito

ha il velluto addobbato della festa:

era la fuga verso l’infinito

dopo l’antica nostalgia molesta;

 

era ciò che si perde (o ciò che resta?)

l’ultimo giorno fragile del rito,

languore lieve in cui si manifesta

eterno il nostro ridere stupito.

 

Breve il tempo. Urge l’ora, vola via

esule tra il respiro delle cose.

Fu già e non fu. Domani uguale a ieri.

 

Anche noi, vecchi amici, amici veri

nell’istante caduco delle rose

eravamo e saremo epifania.

 

 

Non lo nego, certo, il ritardo; ma l’Ingegnere quest’anno non è riuscito a organizzare l’evento solito del the nel giorno dell’Epifania. Una scusa, intendiamoci, per consumare quel poco rimasto dalle appena trascorse feste natalizie. Ci si ritrova con gli amici di una vita: il tavolo è sempre quello, ovale come nelle migliori tradizioni, con un bel velluto verde e soffice sopra. Perlomeno io lo ricordo così. E voglio ricordarlo così, nonostante il frastuono del tempo che fugge. Già, perché i ricordi, quelli veri, sono silenziosi, quasi fossero sotto cristallo. Li si guarda e riguarda con una certa nostalgia. Credo che il gusto del rito sia che lo si vorrebbe sempre identico a se stesso, anche quando ci accorgiamo che è sempre diverso. Tensione all’eternità, chiamiamola pure così.

Chi organizza veramente, ammettiamolo pure, è Elena, la moglie dell’Ingegnere. Si sa, non si può dire, ma il senso è tutto qui. Prima di disfare l’albero e il presepe occorre che tutto si compia, ma proprio tutto. Io e il the non è che si vada molto d’accordo. Sì, mi piace; ma, non so perché, l’associo sempre all’influenza. Chissà, me lo ritrovavo sempre tra le mani, quando ero piccolo, per bere qualche cosa di caldo. Mi faceva bene o così sostenevano. E sarà pure vero, ma non ci sarà mai nulla migliore del caffè. Ah, per me al caffè non si comanda, un po’ come alla poesia del resto. Altroché al cuore! Ci sforziamo di non ammetterlo, ma è così. Faccio buon viso e tanto basta.

Anche noi ci troviamo su quella strana barca che chiamiamo tempo. Ci conduce dove vuole e come vuole. Opporsi è inutile, anche se tanti ci provano. Il belletto, il trucco, le tinture per capelli danno una mano. ma serve veramente a qualche cosa? Forse solo a illudersi un po’ che tutto sia sempre uguale. Non fa piacere, è ovvio, trovarsi ogni giorno diverso, ma pare sia inevitabile. Sarà pure per questo che il genio dell’ingegnere ha finito, col passare degli anni, per deformare l’incontro da the della Befana a the delle befane. Penso proprio nessuno se la prenda. Una constatazione amichevole, tutto qui, soprattutto se consideriamo che tra gli amici ci siamo pure noi. Noi che ascoltiamo e scriviamo tutto, tra l’altro, con la protervia di chi cerca di fissare tutto per sempre sul candore innevato della pagina intatta. Stavo quasi per scrivere ferocia, ma poi mi sono fermato a riflettere, quasi davanti a me ci fossero due pagine. Se non si è abituati, è sconsigliato pensare. Oh, parafraso solo Francesco Guccini, tanto amato dagli amici di domani, che hanno una casetta in quel di Pavana.

 

 

 

Insomma, l’ho tirata anche troppo per le lunghe, come si fa alle volte al telefono con le persone che non si vogliono salutare. Qualcuno lo fa di professione, io non ne sarei capace, se non fosse che alle volte ci sono persone con cui vorrei parlare all’infinito. Certe donne, ecco, dalle voci così suadenti in cui, come nella conchiglia, si sente il mare eternamente echeggiare. Romanticismo, forse, e di bassa lega. Ma tant’è, mi ci accoccolo un po’, come quando il giorno trapassa lentamente nella sera e il crepuscolo pare una palpebra che si chiude.

 

 

 

© Federico Cinti

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Ridere in pianto

 

Riso o pianto, Democrito o Eraclito?

Illusione dell’essere sul bordo

dell’attimo tra il nulla e l’infinito,

enigmatico filo del ricordo.

 

Rimane un mormorio, nel cuore sordo,

esilio sulla via. Tutto è smarrito.

Impossibile, ormai, qualunque accordo

nell’ora, sogno fragile svanito.

 

Passò quel tempo, Nello specchio solo

il mutevole volto che non dice

altro se non parole senza suono.

 

Nell’anima arrendevole abbandono

tra il desiderio d’essere felice,

oggi e per sempre, tra l’azzurro un volo.

 

 

Tutto a un tratto s’avverte una frattura e il punto di frazione si manifesta in una risata liberatoria. Ma davvero è tutto così folle? La presa di coscienza passa inevitabilmente attraverso il distacco, dalla sublime compunzione di sé alla disincantata Allegria di naufragi. Sfuma così la nebbia e «il velo è ora ben tanto sottile / certo che ’l trapassar dentro è leggero» (Purg. VIII 20-21). Niente di nuovo, è ovvio, se tutto «fa ridere e commuove», come coglie acutamente Pirandello nel suo saggio sull’Umorismo a proposito di Cervantes. Ecco, allora, «Democrito che ’il mondo a caso pone» (Inf. IV 136) ed Eraclito, incapace d’immergersi due volte nello stesso fiume. Il riso dell’uno si specchia nel pianto dell’altro. Da soli non si danno: l’uno è il complemento dell’altro. O almeno a me così pare.

Sono considerazioni, queste mie, «degne d’un chiaro sol, degne d’un pieno / teatro» (T. Tasso, Gerusalemme liberata, XII 54, 1-2), se è vero che «è assai meglio, dentro questa tragedia, / ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia» (F. Guccini, Il matto). Vedersi da fuori, tutto qui: questo il segreto, in ogni ambito, in ogni dimensione, in ogni occasione. Chissà, forse è simile a quella «leggerezza» di cui parla Calvino nelle Lezioni americane, forse non è troppo diverso dal non prendersi troppo sul serio. Non so se io stia rispondendo a chi mi chiede perché, di persona, sono così simpatico, quasi dissacrante, e per iscritto tanto (troppo?) malinconico. Oscillo costantemente, diciamo pure così, tra Democrito ed Eraclito.

  

Eppure, ne sono pressoché certo, «verrà un giorno», come proferì il buon padre Cristoforo di manzoniana memoria, in cui tutto sarà scoperto, in cui il velo cadrà inesorabile. In me i due filosofi antichi o, meglio, quel che ci è stato tramandato di essi, un frustulo di nulla nella memoria infinita, si fonderanno in me o si separeranno. Attendo paziente quel giorno, quando potremo leggere veramente la realtà per come è e non per come ce la propongono gli improvvisati pittori del pensiero. Alle volte, il bisturi filologico non fa che scomporre arbitrariamente il mosaico perfetto che il genio degli autori ha saputo costruire. Figuriamoci se il sarto ci fa vedere le cuciture; eppure, qualcuno le va a cercare per dimostrare che l’opera di cucito è confezionata a regola d’arte. E così nei rapporti umani, professionali, d’amicizia. Io parlo di quel che so e conosco, naturalmente; altri, chissà, s’improvvisano esperti di saperi altrui. Ne ho incontrati, sì; ne ho incontrati sin troppi e chissà quanti ancora ne incontrerò.

Oggi vediamo tutto attraverso uno specchio, ammettiamolo una buona volta. Ci approssimiamo asintoticamente al vero, se siamo onesti. Io ci provo. Mando in scena i miei soliloqui, m’accontento di non pesare troppo su chi deve ascoltarmi e tanto basta. Nel mio piccolo regno al quarto piano e mezzo posso riflettere, proprio come allo specchio, sulle finzioni altrui. Anche «io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura» (G. Leopardi, L’infinito, 7-8), e venitemi a dire che non è così. Mi stringo nelle spalle e vi rispondo che va bene: c’è sempre qualcuno che ha letto una pagina più del libro. Io attingo molto agli scaffali della mia pur scarsa memoria, dove «si sono strette per la vicinanza fra questi libri amicizie oltre ogni dire speciose» (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal). Insomma, «miserere del mio non degno affanno» (Rvf LII 12). Non lo faccio apposta, è la mia fragile forza.

 

 

 

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Calipso e Ulisse

 

Cielo e mare, nell’anima l’oblio

antico in cui smarrire ogni contorno

lungo la via, impossibile il ritorno

in patria, eterna l’eco dell’addio.

 

Partire o rimanere, mormorio

sommesso tra le palpebre del giorno,

ombre concave in cuore, tutto intorno

esilio atroce, inerte logorio.

 

Ultima dea, nascosta, la speranza

langue inerme. Non vela, non sussurro

in vista, voce cava di conchiglia.

 

Solo l’amore, antica meraviglia,

stordisce i sensi. Un palpito d’azzurro

e l’occhio annega in quella lontananza.

 

 

Eternità di un tempo senza fine, non altro, mi è sempre parso il soggiorno di Ulisse nell’ombelico del mare, presso «Calipso, inclita ninfa», per usare uno dei tanti epiteti usati da Ippolito Pindemonte, nell’isola di Ogigia. Sette lunghi anni, come canta Omero, oppure uno solo, come sbrigativamente riporta Igino nelle sue Fabulae, o ancora nove, come ricorda Cesare Pavese nei Dialoghi con Leukò? Non importa: l’amore di «Calipso, inclita dea», non poté vincere lo struggimento dell’eroe di tornare in patria, al «debito amore, / lo qual dovea Penelopè far lieta» (Inf. XXVI 95-96) sul lido algoso l’eroe dal multiforme ingegno piangeva, sospirando l’azzurro oltre cui sarebbe tornato a vivere e a essere mortale.

In quella pausa ai confini del mondo il tempo si era fermato, in un’infinita primavera. nel nascondimento di Ogigia era racchiuso il senso della vita, «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 36). Forse è proprio Ogigia la conchiglia in cui si sente l’eco del mare, l’incessante fluire dell’essere. Nell’antro di Calipso, «illustre dea», si nascondeva il segreto attorno cui tutto ruota. Ulisse intravvede l’immortalità, attinge alla sapienza ignota agli uomini, ma deve andare, non può restare. Ha in sé la propria conchiglia, che pulsa diversamente, eppure all’unisono.

 

 

 

In un sogno ritorna a quelle sponde arse di sale, a quel non luogo e a quel non tempo, per la visione estrema del poeta, l’eroe navigatore: «lo riportava il mare, / alla sua dea: lo riportava morto / alla nasconditrice solitaria, / all’isola deserta che frondeggia / nell’ombelico dell’eterno mare» (G. Pascoli, Calipso, 40-44). Era il ritorno, il senso di quel pianto in cui si erano lasciati sulla sponda dell’«ultimo fiume Oceano senz’onda» (G. Pascoli, Alexandros, I 7). Partire o rimanere? Era la domanda, il «murmure di mare» della conchiglia che pulsava all’unisono, ma diversamente. In quel ponto, divenuto ponte, tutto è divenuto possibile. era l’amore e la morte, che «fratelli, a un tempo stesso», come cantava il Recanatese, «ingenerò la sorte» (G. Leopardi, Amore e Morte, 1-2).

Chissà, Calipso e Ulisse, la ciclicità che ruota attorno all’isola, spersa tra «l’ultimo fiume Oceano senz’onda», nell’eterno fluire del cuore, sistole e diastole che s’inseguono e s’allontanano. Ulisse «baciò la sua petrosa Itaca» (U. Foscolo, A Zacinto, 11), per poi tornare forse nel nascondimento solitario di Calipso, presso cui ogni essere creato ritorna e si rigenera. Anche Ulisse si vede da fuori, antico e nuovo Narciso che rifiorisce dalle acque. Nulla si è perso, nulla si è distrutto: la poesia è una mutevole palingenesi di senso, uno specchio oltre la cui soglia tutto si ritrova, come nell’antro di Calipso, come nella conchiglia che ha in sé sempre il «murmure di mare». Così, partire è come ritornare.

 

 

 

© Federico Cinti

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Confessione a un amico

 

Magmatico mosaico, ritrovarsi

a un tratto altrove, sulla via smarrita,

riscoperta per sbaglio tra gli sparsi

cocci senza più età di un’altra vita.

 

Era il fluttuare instabile del giorno

tra vane verità scritte nel vento

ubriaco di sole, era il ritorno

languido dopo l’ultimo tormento.

 

La pagina si fa di nuovo bianca

innanzi agli occhi increduli di neve:

ci si rivede, un altro ci si affianca,

immagine d’immagine più lieve.

 

Chi si è, chi non si è più? Nel nuovo il vecchio,

essere dentro l’essere lontano.

Rimane imperscrutabile lo specchio

oasi nel tempo, refrigerio vano.

 

 

tutto era pronto per andare in scena, oggi, 3 gennaio, a casa dell’Ingegnere. Anch’io ero pronto, da vecchio giullare, a rievocare il compleanno di Cicerone. Lo faccio non dico da sempre, ma dacché ci si conosce sì. Ed è trascorso ben più di un quarto di secolo. Me lo ha ricordato lui, l’Ingegnere intendo, la notte dell’anno. io inseguivo, come di consueto, le mie divagazioni letterarie. Quel ricordo mi ha fatto trasalire, simile all’incauto Morvàn che «un dì trasecolò nella boscaglia» (G. Pascoli, Breus, I 2). Il tempo si era annullato, d’un tratto, chissà. Oppure c’eravamo annullati noi nel tempo, capricciosa variabile come è. Iniziava il ventisettesimo anno, che è poi questo appena iniziato. Rimasi come sospeso, come Oreste i cui «occhi gli andavano lì, a quello strappo», quell’Oreste che «insomma, diventava Amleto» (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal). Fissavo pure io «quel buco nel cielo di carta», senza pretese amletiche ovviamente, quasi incredulo.

 

 

 

Ero pronto a sedermi nel mio posticino, sul lato corto del tavolo, all’ingresso della cucina quadrata. di sicuro l’avrei ascoltato nelle sue divagazioni storiche, quasi centenarie. Il tono oracolare gli si confà particolarmente, nulla da eccepire. Eppure, è figlio del mondo del pressappoco anch’egli, come me, più che dell’universo della precisione. Perché siamo consapevoli entrambi che l’oggettività non esiste, checché ne dicano. Mi siede di fianco, a volte parlandomi sottovoce, come dovesse rivelarmi un grande segreto. Lo ascolto con reverenza filiale, anche se è poi nato qualche mese dopo di me. Non importa. Da tempo ormai ho compreso che solo chi riesce a vedersi da fuori ha qualche speranza di carpire un pur minimo brandello di senso. Altre volte, invece, conciona ex cathedra, consapevole di affermare il principio su cui poggia il panta rhei. Su quell’immaginario palcoscenico rimugino, tra me, il famoso verso: «Soffri e sii grande: il tuo destino è questo» (A. Manzoni, Adelchi, III, I,). Recitiamo, tutto qui, e in quel mentre mi capita di astrarmi da me, «come quei che con lena affannata, / uscito fuor del pelago a la riva, / si volge a l’acqua perigliosa e guata» (Inf. I 22-24), mi capita insomma di vedermi.

tutto era pronto, certo. O meglio sarebbe stato, perché ogni volta si finisce a recitare a soggetto. Perché si cambia, è innegabile, di volta in volta, di anno in anno. E succede pure di vedere le cose in modo diverso e, dovremmo pure ammetterlo, in quelle cose ci siamo pure noi. Sì, proprio così: ci pare di non essere più noi, quelli di prima, come se un giorno ci fossimo guardati allo specchio senza riconoscerci. Se mai ci siamo conosciuti veramente, è ovvio. Secondo la profezia, per giungere a venerabili età, non bisognerebbe conoscersi. Non bisognerebbe, in ultima analisi, avere il privilegio di vedersi, lungo la linea di demarcazione che genera il distacco, per cui si passa dal riso alla commozione, da fuori. È così che, pur restando sempre noi, siamo sempre diversi. E mi sento diverso io in primis, senza che altri vengano a dirmelo. Oddio, se devo essere sincero, l’Ingegnere lo trovo sempre uguale: del resto, lo vedo da fuori e – credo – lo conosco bene. So che attendeva il mio affondo su Cicerone, il genio incontrastato della parola. Resta pur sempre il suo compleanno, oggi, da quel lontano 106 a.C., quando nacque ad Arpino. Su tutto il resto si ritornerà, ne sono sicuro.

 

 

 

© Federico Cinti

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Variazioni sul tema

 

Variazione sul tema, questo vano

antico, ineluttabile tornare:

languido il tempo scivola, lontano,

eterno andare.

 

Nulla si perde, nulla si ritrova

tra i frammenti del giorno. Ora l’oblio

inerte, linea d’ombra, luce nuova,

non altro. Addio.

 

Addio a ciò che non si è: la meraviglia

grida l’ansia dell’attimo, catene

al di là di quei cocci di bottiglia

rotti, altro bene,

 

unica via d’uscita. L’infinito

là, dove l’occhio attinge l’orizzonte,

limite invalicabile, smarrito,

inique impronte.

 

 

A saperlo, poi, che cosa sia questo benedetto tempo, potrei anche azzardare una risposta. Potrei, intendo, al di là di tutte le infinite elucubrazioni provate sul tema, da che mondo è mondo, arrischiarmi a formulare una mia piccola ipotesi, quasi fossi quel «passero solitario» che «tenta la sua tastiera, / come nel santuario / monaca prigioniera» (G. Pascoli, Il passero solitario, 2-4), se l’avessi. Eppure, continuo a ragionarci su, «come l’uomo che, segnato un gran cerchio per terra, comincia a camminare attorno ad esso dicendo: “Voglio vedere quando arrivo alla fine”» (G. Guareschi, Le lampade e la luce).

Variazioni sul tema, corsi e ricorsi, come nell’intuizione geniale di Vico di coniugare linearità e circolarità, insite in noi e nelle coordinate spazio-temporali in cui ci troviamo immersi, come in quel mare infinito che qualcuno ha scorto al di là della siepe e qualcun altro oltre «un rovente muro d’orto» nel suo «palpitare / lontano di scaglie» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 2 e 9-10). La compagnia mi pare anche buona, ma non mi so risolvere a comprendere questa «infinita vanità del tutto» (G. Leopardi, A se stesso, 16). Perché di questo, in fondo, si tratta: tendersi oltre le nostre umane possibilità, «qual è ’l geomètra che tutto s’affige / per misurar lo cerchio, e non ritrova, / pensando, quel principio ond’elli indige» (Par. XXXIII 133-135). Ma va bene, va bene così: viviamo pur sempre sulla soglia.

 

 

In questa liminalità sospesa occorre decidere da che parte stare. Al di qua dei «cocci innumeri di vetro / sulla cinta vetusta, alla difesa» (G. Gozzano, La signorina Felicita, I 17-18), in fondo, non mi pare si stia nemmeno troppo male. Ogni tanto si guarda oltre, per cogliere qualche sprazzo di luce, alla ricerca di frammenti perduti da ricomporre nel mosaico di cui ci sfugge, purtroppo, la figura intera. Ma è la sfida, questa, nient’altro. Mi lancerei anche io, nel caso, a gridare: «Miserere del mio non degno affanno» (Rvf LII 12), se il tempo me lo concedesse. Il tempo, certo, quello che non so definire in alcun modo e che pure va e ritorna, come in questo giorno, preludio alla fine e al principio. Anche l’anno ha i suoi riti, le sue pause e le sue accelerazioni, rotazione e rivoluzione di un vortice immoto. Ci si ritrova qui, anche ora, a scandagliare il prima e il poi, dimenticandoci dell’hic et nunc.

 

 

 

© Federico Cinti

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Interludio dopo Natale

 

Azzurro il cielo sopra le Moline

esala lento tra le luci accese,

un palpitare prima della fine

gocciola tra le tegole sospese.

 

Esile vacuità, trama d’attese

nascosta oltre le imposte tra le trine,

infinita città, dolce paese,

ansia di vita dentro le cucine.

 

L’anno va via, l’ennesimo ritorno

oscilla nell’asintoto perenne

del tempo inafferrabile alle mani.

 

In cammino, non ieri, non domani,

null’altro che il presente arduo, solenne,

incessante procedere del giorno.

 

 

Era a cena da un’amica, l’altra sera, l’Ingegnere: gli capita, ogni tanto, anzi spesso, di adire quel mondo senza età, senza contorni. Era quasi «l’ora che volge il disio / ai navicanti e’ntenerisce il core» (Purg. VIII 1-2), quando un guizzo di memoria mi ha sorpreso. Sulle Moline ci si era già soffermati, temporibus illis, a proposito di Gregorio, il libraio che non ti vendeva nulla se prima non l’aveva letto. Un miracolo, un genio, un intellettuale? Chissà, a Bologna si dà di tutto, nella sua fauna pittoresca e bizzarra. Si trova nella porzione cittadina tra Mascarella e Belle Arti, dove ha abitato cinquant’anni mia zia Pierina, il cuore della zona universitaria.

Gocciolava il cielo l’ultima azzurrità dalle tegole dei tetti spioventi, dai profili irregolari e lontani, in un ennesimo giorno di fine anno, quando per le strade fluttuava senza saperlo «il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente» (G. d’Annunzio, Il piacere). In quell’ansia di ricordi ho ripercorso il desiderio di ritorno, quella nostalgia che è forse tutta letteraria, ma che è l’unica cosa che resta al fondo dell’anima. Anche le parole hanno vita, brillano come fari accesi. La fatica maggiore pare sia riconoscerle nella loro nudità, senza che la retorica – per dirla con Pirandello – non muti la forma in imitazione.

 

 

 

Anch’io ero con l’Ingegnere, in qualche modo, oltre i portici, sui lastroni dissestati, eppure così familiari a chi trascorre tra quelle case quel po’ di vita che gli è dato di regalare al tempo. Dalle finestre emanava una luce, velata dalle trine e dai balconi, una luce interiore azzarderei quasi a scrivere, se non apparisse un che di antico e paludato nell’esprimersi così. Era pur sempre un interludio dopo Natale, quel giorno, nell’incantata sospensione di momenti che non tornano se non nella ciclicità in cui vive soltanto il presente. È per questo che non posso tacerne, non posso tacere di quella piccola serata bolognese in cui tutto resta sempre uguale a se stesso.

Prima o poi, come allora, prenderò un’altra volta quella via dal nome antico, Moline, sorta sui canali e sulle acque che oggi non si vedono più, sotterranee e intime, come i flussi vitali che sentiamo pulsare senza tregua. E in quelle acque sta lo specchio nascosto di ciò che siamo e di ciò che non possiamo, distacco e presa di coscienza nel medesimo punto. La superficie cela e svela ipso facto. Il più è accorgersene, distratti come si è dal transeunte, mentre «ciascuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera» (S. Quasimodo, Ed è subito sera). Oltre quel vetro, anch’io respiravo «non so che felicità nuova» (G. Pascoli, Il gelsomino notturno, 24).

 

 

 

© Federico Cinti

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Stefano, nel tuo giorno

 

Sussurra un viso, immagine sepolta

tra sogni irrealizzabili. Lontano

era il giorno. Null’altro, tutto è vano,

fantasia dentro l’anima. S’affolta

 

ancora il senso autentico. Una volta

naufragammo. Ricordo quella mano,

oggi perduta. Edulcora pian piano

ogni istante. Si ascolta e si riascolta.

 

Rauchi frammenti. Era la vita vera

la via seguita, l’ansia del ritorno

attorno al vuoto. Adesso l’ho imparato,

 

non prima, solo adesso che è passato

distrattamente, nel silenzio, un giorno

in cui cala impalpabile la sera.

 

 

Era il tuo giorno, ieri; lo so bene, Stefano. Un tarlo mi lavorava nel libro della memoria “e quel libro era antico. Eccolo: aperto / sembra che ascolti il tarlo che lavora» (G. Pascoli, Il libro, I 5-6). Eppure, non è più il tempo degli auguri. Credo te li aspettassi, anche se avresti giurato di no. E non certo per gli auguri in sé, bensì per il pensiero che ti era riservato, quasi tributato, come se poi in qualche modo non ti si pensasse comunque. Una volta mi chiamasti tu: eri in scommessa con tua figlia sulla pronuncia di una parola. Avresti preferito che io dessi ragione a te piuttosto che a lei. Ridesti come solo sapevi fare tu e quella risata l’ho ancora nelle orecchie.

Tante altre cose, naturalmente, avevamo in sospeso. Che vuoi mai? per vivere il presente occorre progettare il domani. Tu vivevi già il domani, come una sorta di veggente alla ricerca della quadratura: tu eri così, come il famoso Anselmo Paleari, che «dalle vette nuvolose delle sue astrazioni […] lasciava spesso precipitar così, come valanghe, i suoi pensieri. La ragione, il nesso, l’opportunità di essi rimanevano lassù, tra le nuvole, dimodoché difficilmente a chi lo ascoltava riusciva di capirci qualche cosa» (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal). Sarà per questo che tanti nostri sogni sono rimasti nel cassetto. Me li hai lasciati, tutto qui, una sorta di eredità d’affetti e di pensieri.

 

 

Era il tuo giorno, ieri, e molti si saranno ricordati di te. Ne ho la certezza, per non dire le prove. Dimenticarti è impossibile. Anche la mamma me lo ha ricordato e adesso che sono seduto sul divano, davanti alla televisione, proprio nel posto che ti piaceva tanto, ti confesso che mi fa un certo effetto. Ti scrivo, così, liberamente, come quando ti parlavo. Sembrava che tu non ascoltassi o facessi altro. Sembrava, appunto. Poi, te ne uscivi con la tessera mancante del mosaico e il sipario si chiudeva tra gli applausi. Anche tra i fischi, intendiamoci, qualche volta, perché non mancavano certo i detrattori. Non passavi inosservato, anche se qualcuno oggi fa finta di nulla. I compagni di viaggio, chiamiamoli pure così, non perdonano.

Eppure, la tua mano tesa resta. Io mi ci aggrappo ancora idealmente. Questo in fondo è quel che conta, per non perdere di nuovo o per sempre il senso delle cose. Conosciamo bene i versi che ti consacrano all’eternità, «sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 40-41). Mi fa strano pensarli riferiti a te, questo sì, perché tu sei ancora qui, nell’altra stanza, come si suole dire. Anche noi siamo in una stanza che non è la nostra, come tutti coloro che non si trovano a proprio agio in un mondo da rifare. Tu volevi rifarlo e, in qualche misura, ce l’hai fatta. Siamo qui sulle tue orme a compiere molti dei tuoi sogni, dei nostri sogni ormai. La tua mano resta tesa, te l’ho detto. Il resto non conta o conta veramente poco.

 

 

 

© Federico Cinti

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Nel giorno di Natale

 

Era un canto dolcissimo di culla,

silenzio e nulla per l’aria tutto intorno;

tenue contorno un volto di fanciulla

e poi fu giorno.

 

Riso e pianto, il germoglio della vita

stretto tra dita, tra le braccia al seno,

amore pieno, soavità infinita

tra paglia e fieno.

 

Un palpito di luce per la via,

rara armonia di pace, trascolora

nel cuore ancora quella gioia pia,

oggi, d’allora.

 

 

Non riesco a non fermarmi davanti al presepio, sacra rappresentazione certo, ma di un dramma, quello della vita. il tempo lineare, nella sua circolarità, ci permette di rispecchiarci, santo specchio dell’anima, in ciò che siamo e in ciò che dobbiamo essere. Tutto qui, forse. Altre questioni non mi pare di trovarne, così, come qualcuno avrebbe detto, «sedendo e mirando» (G. Leopardi, L’infinito, 4) davanti all’Ineffabile che si fa infans, letteralmente senza parola. Ecco, l’immensamente grande nell’immensamente piccolo. Appunto, come provavo a esprimere, non c’è poi altro da dire.

Di per sé la festa è questa, ritrovarsi, quasi per la prima volta, a pensare al Mistero. Negli abissi della scienza resta la «foresta di simboli» di baudelairiana memoria, per dare un accento poetico a ciò che non si può sapere. È l’abisso del consiglio di cui ci canta pure Dante, ma andatelo a ripetere a chi non trova senso nei segni. Anche noi lo siamo, simbolo e figura. Tutto è metafora; anzi, meglio: tutto è allegoria, soprattutto oggi che ogni dettaglio insignificante si trasforma in icona. Averne coscienza, ecco: mi accontenterei di questo.

In questo giorno celebriamo il Natale, festa delle feste, fine e principio. Il sole nascente, al termine di un anno e al principio del seguente. E tutto non è simbolo? È accorgersene la difficoltà maggiore. Io ci ho messo tanto, non lo nascondo; ma, alla fine, qualche cosa riesco a intravedere. Oh, non tanto: solo un barlume, forse nemmeno quello, ma l’idea di una luce che salva. E salva per davvero! Per questo ci tengo a soffermarmi anche solo un attimo, su quella soglia. Non è il giorno in cui si può rimanere indifferenti. E poi è il compleanno pure di tanti amici. Non posso ricordarli tutti, ovviamente: sarebbe un catalogo lungo e noioso. Già io mi sento così terribilmente noioso e il mio professore di lettere del liceo sarebbe pure d’accordo con me, su questo punto, lui che mai mi ha dato ragione, per partito preso. Ma lo scrivo, perché so che non mi leggerà. Tra noi c’è sempre stata quest’intesa: «Tu scrivi pure», mugugnava ridendo tra i denti, «e io non leggo». E così abbiamo continuato fino a oggi, fino a Natale.

Ecco, il giorno di Natale, il giorno della luce che sorge e ci rischiara. Mi basta questo. Non è un augurio: è una certezza. Si fa, intendiamoci, si fa l’augurio; ma c’è molto di più. O almeno mi pare. Lo dico anche a chi ogni tanto mi si accosta e mi chiede qualche cosa. Non ho risposte, ovviamente. Ho l’idea, questo sì, anche perché qualcuno ce l’ha rivelata. Qualcuno mi si accosta e chiede, come di recente una mia studentessa, Ester, che mi chiedeva il senso della letteratura. E che le potevo rispondere io? Mi sono stretto nelle spalle e ho abbozzato qualche cosa. Ecco, le mie certezze le ho, prima o poi gliele dirò, ma intanto mi accontento di farle gli auguri di questa festa, perché è la sua festa, il suo compleanno. Ecco, è la festa della luce, del sole nascente: davanti a questo sole mi fermo

 

 

 

© Federico Cinti

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