Omaggio a Dante – I posto sez. a3 “Nicola Rizzi” al XV Premio Letterario Internazionale “Voci – Città di Roma”

 

Ho appena appreso, con grande piacere misto a stupore, che è stato assegnato il primo posto, nella sezione a3 – Metrica “Nicola Rizzi”, al XV Premio Letterario Internazionale “Voci – Città di Roma”, alla mia lirica Omaggio a Dante. Il premio consiste in un contratto d’edizione per i tipi della Fuorilinea di Roma. Nell’anno in cui si celebra il settimo centenario della dipartita del sommo poeta, non posso negarlo, la notizia mi riempie di soddisfazione. Ringrazio la prestigiosa giuria per questo riconoscimento.

Di seguito riporto la lirica cui, come da verbale, è stato assegnato il premio.

 

 

Omaggio a Dante

 

I.

 

Addio, Firenze, antica nostalgia

sulla soglia del cuore! Tutto è vano,

se si smarrisce la diritta via.

 

L’ansia del giorno, un palpito lontano

d’eternità. L’azzurro trascolora

il nostro incerto incespicare umano.

 

Non sarò più chi fui. Vivo nell’ora

che volge al desiderio, nell’esilio

di questo viaggio per tornare ancora

 

a casa sulla scorta di Virgilio.

 

II.

 

Voragine del nulla, l’occhio fissa

il delirio dell’uomo e il suo destino

dentro l’oscurità che s’inabissa.

 

Adesso mi ritrovo pellegrino

fuori e dentro di me, dove discerno

ciò che non vede l’animo meschino.

 

Immensa solitudine, l’inferno

mi si scopre davanti, squarcia il velo

del suo tetro trascorrere in eterno.

 

Così si perde chi ha perduto il cielo.

 

III.

 

Sussulto d’infinito all’orizzonte

rivedere le stelle e in mezzo al mare

l’azzurra solitudine del monte!

 

In questa libertà tutto m’appare

veramente com’è, l’ardua salita,

la stanchezza, la gioia nell’andare.

 

In me sento rinascere la vita

tra gli amici di un’epoca felice,

si risveglia in me l’anima assopita

 

a scorgere il sorriso di Beatrice.

 

IV.

 

Corre acque inaccessibili il mio legno

per lo gran mar dell’essere in cui io

rendo reale il sogno del mio ingegno.

 

Tra le potenze angeliche m’avvio

a contemplare le sostanze sante

e il mistero ineffabile di Dio.

 

Maria prega per me, piccolo Dante,

perché io pregusti quelle cose belle,

mentre con moto sempre a sé costante

 

l’amore muove il sole e le altre stelle.

 

 

 

© Federico Cinti

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A Francesca

 

Allora e sempre. Un palpito d’azzurro.

Fu così, lo ricordo, fu un lucente

raggio quella mattina il tuo sussurro.

 

Adesso e allora, tra l’eterno e il nulla,

nel sole obliquo, in mezzo a ignota gente,

c’eri tu, dolce viso di fanciulla.

 

Eri così, lo sai. Tutto è immutato,

silente tra le immagini dintorno.

Chiamo il tuo nome, soffio d’un passato

ancora così lieve in questo giorno.

 

 

Eppure, fu così, non so nemmeno più quanti anni fa né, forse, è importante saperlo: il tempo è una variabile soggettiva tanto nei ricordi quanto nei sogni. Per questo, un giorno lontanissimo è come ieri, è come oggi. Infondo, è come se si vivessero e rivivessero emozioni, quasi dentro lo specchio di noi stessi, alla ricerca di quello che eravamo. In questo 16 settembre tutto si rifà presente, tutto acquisisce il senso che non si era mai pienamente percepito, che io non avevo mai veramente compreso. Un giorno come gli altri, certo; eppure, un giorno unico, come quello in cui un raggio di sole entrò nel buio di un’aula scolastica una mattina.

Nella mia memoria, dopo l’ingresso dalla parte di via Maggia, nel centro di Bologna, l’albero si trova ancora attaccato al muro della palestra piccola, il cortile ha ancora i due canestri e le righe bianche a segnare un campo un po’ dissestato. Era il Minghetti di allora, l’antico palazzo Lambertini vestito da scolaro indisciplinato. Era il primo giorno, tutto qui, in cui si dava avvio a una nuova stagione. Tutto era ancora da venire, nel fascino dell’ignoto. Non lo sapevo, non lo potevo sapere. Oggi il ricordo è proprio quel raggio di sole nella stanza buia al primo piano, dai muri scalcinati, con la cartina della Grecia classica tra la porta e la lavagna.

Un filo d’azzurro il cielo tra le case, gli occhi di una compagna così particolare, così speciale da ricordarla tuttora, in questo giorno in cui compie gli anni, in cui il ricordo si fa tutt’uno con lei. Oggi è il giorno di Francesca. Il tempo non sembra essere trascorso e forse non lo è nemmeno. Siamo ancora quelli di allora, sui banchi verdi, alcuni ancora con il buco per il calamaio. Che strano ripensarci adesso che mi sento un superstite dopo il naufragio. Eppure, questo giorno è una consolazione per me, un augurio per Francesca.

 

 

© Federico Cinti

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Le terzine smarrite di Dante a Guido

 

Guido, i’ vorrei che tutto fosse ancora

possibile, l’amore, la poesia,

l’incantamento, l’animo d’allora.

 

Fu soltanto un abbaglio, una follia

presumere d’andare, di sognare;

Virgilio mi raccolse per la via.

 

Rischiai dopo il naufragio d’annegare

in quel pelago; eppure, dalla riva,

con la morte negli occhi guardai il mare.

 

Riguardai, qualche cosa in me moriva

per sempre, qualche cosa sopravvisse:

spenta non era in me la fiamma viva.

 

Guido, lo so, tuo padre me lo disse

con le sue amare lacrime silenti

che era rinato in te l’antico Ulisse.

 

Compresi chi noi fossimo, gli eventi

vissuti insieme, il tuo intimo disdegno,

la sorte tua tra le perdute genti.

 

Ti condannò l’altezza dell’ingegno,

lanciato a precipizio oltre i riguardi

d’Ercole, estrema linea, ultimo segno.

 

Guido, lo sai, adesso è troppo tardi:

su di te il mare già si chiuse nero,

come altrui piacque; ora in eterno tu ardi.

 

Fu altro il cammino per vedere il vero,

per lo gran mar dell’essere: felice

mi mostrò il santo volto del Mistero

 

la donna mia, l’altissima Beatrice.

 

 

Chissà se Dante, quando esprimeva al «primo de li suoi amici» (Vita nuova, III), Guido Cavalcanti, il desiderio di essere «messi in un vasel, chad ogni vento / per mare andasse al voler vostro e mio» (Rime, LII, 3-4), immaginasse non solo che avrebbe tolto a «l’uno» e «a l’altro Guido / la gloria de la lingua» (Purg. XI 97-98), ma soprattutto che lo avrebbe perso in quel mare tanto vagheggiato nel plazer, dopo un naufragio in «acqua perigliosa» (Inf. I 24)? A quel tempo, negli anni della Vita nuova, quando verosimilmente compone il sopracitato sonetto, era tutto ancora possibile, «ragionar sempre d’amore» (Rime, LII 12), discettare della poesia in cui «il buono incantatore» (Rime, LII 11), mago Merlino secondo l’interpretazione di Gianfranco Contini, avesse «la formula che mondi potesse aprire» (per dirla con Eugenio Montale, Non chiederci la parola che squadri da ogni lato, 9), restare in compagnia degli amici e delle donne amate, come «monna Vanna e monna Lagia poi / con quella che è sul numer de le trenta» (Rime, LII, 9-10). Eppure, qualche cosa mancava: non era con loro Beatrice Portinari, «la donna de la salute» (Vita nuova, III). E Guido lo sapeva: sapeva benissimo che la sua «monna Giovanna» aveva il nome di «Primavera», perché doveva preparare l’arrivo di Beatrice (cfr. Vita nuova, XXIV), alla prima di molto superiore.

Era forse soltanto una follia «guardare oltre, sognare», perché non sempre «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II, 9-10, credere che tutto fosse razionalmente conoscibile, presumere in ultima analisi di non avere bisogno di Dio. Da quel sogno Dante si ridesta in «una selva oscura» (Inf. I 2), che altro non è se non l’oggettivazione del sonno della ragione in cui si è ritrovato senza nemmeno sapere come, senza comprendere che proprio Beatrice vegliava su di lui, sul suo lungo, tortuoso viaggio, anche dopo «la decenne sete» (Purg. XXXII 2). È l’inizio della salvezza, la presa di coscienza che deve uscire «fuor del pelago» (Inf. I 23) di Guido, aggrappandosi alla seconda tavola del pentimento, e abbandonarsi alla grazia. Proprio davanti a Virgilio, apparsogli «nel gran diserto», (Inf. I 64) grida «miserere di me… / qual che tu sii, od ombra od omo certo!» (Inf. I 65-66). Era stata la «Vergine Madre, figlia del suo Figlio» (Par. XXXIII 1) a chiedere l’intervento di «Lucia, nimica di ciascun crudele» (Inf. II 100), che a sua volta aveva chiamato «Beatrice, loda di Dio vera» (Inf. II 103) e questa era ricorsa a Virgilio, l’«anima cortese mantoana, / di cui la fama ancor nel mondo dura, / e durerà quanto ’l mondo lontana» (Inf. II 58-60). Dante, che aveva abbandonato «la verace via» (Inf. I 12), attraverso l’amore per «la donna de la salute», è toccato dalla luce della grazia.

In quella «selva oscura» (Inf. I 2) la luce era finalmente filtrata, da quel «pelago» (Inf. I 24) Dante era riuscito ad arrivare faticosamente «a la riva» ancora vivo: «nel mezzo del cammin de la sua vita» (Inf. I 1) cominciava il vero viaggio lungo «la diritta via» prima «smarrita» (Inf. I 3) per giungere alla verità da svelare e rivelare. Tra i vari specchi in cui Dante si riflette, nel suo percorso agli inferi, incontra pure quello di Cavalcante, padre di Guido, che si dispera di non conoscere nulla dell’attuale vita del figlio. Dovrebbe essere lì, con l’amico di sempre; ma forse «non fiere li occhi suoi lo dolce lume?» (Inf. X 69). Il padre è più che angosciato: il suo dolce nato potrebbe essere morto o, peggio ancora, non giovarsi più della vivida fiamma della ragione. Dante non gli risponde, nel fraintendimento paterno, quasi a conferma degli inevitabili sospetti: Cavalcante non sa che il pellegrino è stato distratto da un dubbio, perché non si capacita che l’ombra dinanzi a sé non conoscesse il presente, come del resto era successo in vita. Cavalcante annega nelle sue lacrime, altro mare inaccesso, come il più grande di tutti gli eroi navigatori: «supin ricade e più non pare fora» (Inf. X 72).

Dante ha compreso che è stato concesso di «correr miglior acque» alla «navicella del suo ingegno» (Purg. I 1-2) ha capito che è un altro il «pelago» (Par. II 5) per il suo «legno che cantando varca» (Par. II 3): sotto la guida di Beatrice, «quasi ammiraglio che in poppa e in prora / viene a veder la gente che ministra / per li altri legni, e a ben far l’incora» (Purg. XXX 58-60), può finalmente percorrere «l’alto sale» (Par. II 13) del Paradiso, della verità rivelata e conoscibile a intelletto umano, «com’altrui piacque» (Inf. XXVI 145 e Purg. I 133), se si resta all’ombra dell’Altissimo. Non ha attraversato il «varco / folle d’Ulisse» (Par. XXVII 82-83), i «riguardi» segnati da Ercole «acciò che l’uom più oltre non si metta» (Inf. XXVI 108-109). Dante ha potuto attraversare interamente «lo gran mar de l’essere» (Par. I 113), che altro non è se non l’infinita immensità di Dio, sotto la vigile guida della sua Beatrice finché ella, tornata al suo seggio, non lo ha affidato a san Bernardo di Chiaravalle, il «sene / vestito con le genti glorïose» (Par. XXXI 59-60), perché potesse contemplare ciò che nessun uomo ha visto ed è rimasto vivo.

Ecco, si potrebbe dire che il progetto di Dio su Dante, nel racconto di costui, si è realizzato in e per Beatrice, donna sì, ma pure tramite anagogico per giungere fin nell’intimo del mistero, a quell’incarnazione in cui il poeta si specchia definitivamente, anche se ammette che «mutandom’io, a me si travagliava» (Par. XXXIII 114). Così era stato fin dall’inizio, fin dal primo incontro, «Nove fiate appresso lo suo nascimento» (Vita nuova, II), a soli nove anni, quando anche «la gloriosa donna de la sua mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che sì chiamare» (Vita nuova, II). Il traviamento era iniziato con l’amico Guido. Eppure, si potrebbe dire, come in fondo già si è detto: Guido, io ti persi. E perdendo costui, Dante salva se stesso.

 

 

 

© Federico Cinti

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Omaggio a Sisi nel giorno del suo anniversario

 

In un giorno di sole obliquo come questo, esattamente sabato 10 settembre 1898, sul Lago di Ginevra, due donne corrono per prendere il battello, mentre già la campanella anuncia l’imminente partenza. Una è vestita di nero, a lutto, condizione in cui si è inconsolabilmente rinchiusa dal lontano 30 gennaio 1889, nefasto giorno in cui suo figliio Rodolfo era stato ritrovato morto assieme alla sua giovane amante, Maria Vetsera, in un casino di caccia presso Mayerling: è Elisabetta d’Austria, più nota come sisi, consorte dell’imperatore d’Austria-Ungheria, francesco Giuseppe. L’altra è la sua fedele dama di corte, la contessa ungherese Irma Sztàray.

Un anarchico italiano, Luigi Luccheni, come è noto, trafigge con una lima acuminata il cuore dell’infelice imperatrice Sisi, che viaggiava sotto il nome di contessa von Hohenem, durante il tragitto dall’albergo Beau Rivage, dove era alloggiata, all’imbarcadero. La gentildonna vestita di nero cade a terra; ma, come nulla fosse stato, si rialza e riprende la corsa. Poco dopo essersi imbarcata, si accascia per uno svenimento. Quando le viene aperto il corpetto per strofinarle il petto, si scopre una piccola macchia brunastra e un foro nella camicia di batista, ma lei è già passata a miglior vita nello stupore generale.

Con Sisi se ne va non solo l’imperatrice d’Austria, la regina d’Ungheria, ma anche un’eccezionale poetessa perlopiù sconosciuta o ignorata. Il suo corpus poetico è raccolto nel suo Poetische Tagebuch, il suo Diario poetico, suddiviso in tre libri. Dal primo di essi traggo una lirica molto toccante che Sisi dedica al cugino Ludwig II di Wittelsbach, re di Baviera, un biglietto in versi che ella, «il gabbiano del mare» (in tedesco rende bene, perché die Möve è femminile, non maschile come in italiano), lascia all’ «Aquila» (in tedesco der Adler è giustamente maschile), dopo una visita al Lago di Starnberg in cui non aveva trovato l’amato parente.

 

Saluto

 

Aquila, in alto là sulla montagna

il gabbiano del mare ti indirizza

un saluto dalle onde spumeggianti

fino alla cima delle nevi eterne.

 

Un giorno ci successe d’incontrarci

in un’eternità troppo remota

sullo specchio del lago prediletto,

nel tempo in cui fiorivano le rose.

 

In silenzio volammo a fianco a fianco

immersi nella quiete più profonda…

Solo un nero intonò per l’occasione

su una piccola barca i propri canti.

 

 

 

Per i cultori della lingua tedesca, riporto pure l’originale.

 

 

Gruss

 

Du Adler, dort hoch auf den Bergen,

Dir schickt die Möve der See

Einen Gruss von schäumenden Wogen

Hinauf zum ewigen Schnee.

 

Einst sind wir einander begegnet

Vor urgrauer Ewigkeit

Am Spiegel des lieblichsten Sees,

Zur blühenden Rosenzeit.

 

Stumm zogen wir nebeneinander

Versunken in tiefe Ruh’ …

Ein Schwarzer nur sang seine Lieder

Im kleinen Kahne dazu.

 

 

Qualche indicazione relativa alla composizione di questo saluto la leggiamo nel diario del 20 giugno 1883 di Maria Valeria, la figlia prediletta di sisi, secondo cui in quel giorno la madre era tornata una volta all’isola delle rose, ma non aveva incontrato il re: «Mamma scrisse una delle sue poesie, la sigillò indirizzandola al re, e la lasciò poi in una delle stanze. Che cosa dirà il re?». Il «nero» di cui si parla al v. 13 e i cui canti continuano a risuonare nella memoria «nel tempo in cui fiorivano le rose» era Rustimo, un giovanetto di colore che accompagnò per un certo periodo il seguito dell’imperatrice.

In questo ennesimo anniversario restano le silenziose parole dell’infelice Sisi, da un lago all’altro, da un silenzio all’altro, da un vuoto all’altro. Ricordarla significa riflettere, proprio sullo specchio delle ideali acque della storia, scoprirla quale autentica anima – suo malgrado, naturalmente – di un mondo che stava lentamente declinando e correndo verso la tragedia. Come ebbe a dire l’imperatore Francesco Giuseppe al conte Paar, nel momento in cui riceve la notizia dell’assassinio della moglie: «Lei non sa quanto ho amato questa donna». Ed è vero, nonostante le incomprensioni, le difficoltà dei ruoli e dell’ambiente. Su quel Lago di Ginevra si chiude non solo un’esistenza, ma anche un mondo che non sarebbe mai stato più simile a prima.

 

 

 

 

© Federico Cinti

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Inno al beato Olinto Marella

 

A te, beato Olinto,

si elevi il nostro canto:

la luce del tuo esempio

guidi la nostra vita.

 

presbitero, docente,

pietra d’inciampo viva,

splende ancora a Bologna

l’opera del tuo amore.

 

Nell’umile servizio

di Cristo sulle strade

hai dato una speranza

agli ultimi del mondo.

 

Nei poveri vedevi

il volto del Signore;

degli orfani eri il padre,

dei giovani il maestro.

 

Nella città degli uomini

hai seminato il seme

della città di Dio,

regno di pace in terra.

 

Per te va fatto il bene

finché si è ancora in vita:

è inutile lasciare

quanto non ci appartiene.

 

Con te possiamo, Olinto,

un giorno contemplare

la gloria di Dio Padre,

del figlio e dello Spirito.

Amen.

 

 

Il 4 ottobre 2020, giorno in cui a Bologna si celebra solennemente la festa di san Petronio, patrono della città, è stato proclamato beato Olinto Marella. Tutti a Bologna lo chiamavano semplicemente padre Marella, anche se non apparteneva a una famiglia religiosa, perché era un prete diocesano. Era in effetti il padre degli ultimi, dei poveri più poveri, degli orfani e dei giovani cui nessuno dava più speranze o credito. Per padre Marella, a anche se ora sarebbe più corretto dire beato Marella, in ogni persona umana è sempre integra la dignità originaria che lo rende a immagine e somiglianza del Creatore. Il resto erano solo chiacchiere ideologiche per chi aveva tempo da perdere. E il tempo è sempre poco per chi ha di mira il Cielo, il bene comune, ma il bene vero, non di parte. Per padre Marella tutti erano uguali, perché ognuno nella propria diversità sente lo stesso bisogno di dio, la stessa fame e sete di giustizia.

Aveva insegnato negli anni Trenta del Novecento pure al liceo ginnasio «Marco Minghetti». L’urgenza educativa lo animava, come tutti i veri formatori, anche se i più lo ricorderanno in rispettoso silenzio all’angolo di Orefici a chiedere l’elemosina per gli ultimi del mondo. Così ci è stato consegnato, come icona cittadina. Era e rimane l’emblema della carità, dell’amore vero, che viene solo da Cristo, ed è per gli uomini e per le donne di tutti i tempi e di tutti gli angoli del mondo. Quei soldi servivano, certo, per quella che era l’«Opera Marella», in via del fanciullo. Non era una semplice associazione assistenziale: padre Marella, svincolato da strette logiche politiche, cercava il bene delle persone, dei giovani in particolare, che altro non è se non la pace del Salvatore.

 

 

 

Per la proclamazione a beato anche io ho voluto scrivere un inno per il suo proprio, un inno che lo cantasse e lo celebrasse. Ora forse è troppo tardi, ora forse avranno già scelto altro per la liturgia che lo canta e lo onora. Eppure, il 6 settembre, giorno della sua memoria liturgica, mi dispiace non pubblicare questo mio testo per lui. In qualche modo ognuno di noi gli deve qualche cosa. I santi sono sempre modelli di vita cui ispirarsi, cui chiedere consiglio in tempo di difficoltà, da ringraziare nei momenti di gioia. Un inno ripercorre il grado di eroicità della vita di chi si è speso per la costruzione del Regno di Dio in terra, piantando il seme della Città di dio, della Gerusalemme celeste, nella città degli uomini. Bologna già ha le sue dodici porte, come l’antica città gerosolimitana. In questo perimetro ideale l’opera di Olinto Marella continua a generare buoni frutti nel giardino della Chiesa e non possiamo che essergliene grati.

 

 

© Federico Cinti

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Avresti la mia età

 

Inerte il cielo. Un brivido riscuote

la memoria assopita. All’improvviso

affiora, come allora, il tuo sorriso,

rarefatto tra immagini remote

 

in cui trovarsi e perdersi. Vie ignote,

adesso, un filo d’erba ormai reciso.

Chissà che pensi. Tutto quanto è intriso

ancora di quel tempo, delle vuote

 

miserie di quegli anni. Oggi è il tuo giorno.

Passerà, come gli altri, come il resto.

Avresti la mia età, non me lo scordo.

 

Già fosti, un soffio di tra il vento sordo.

Non dimentico, in questo giorno mesto:

avresti la mia età, né fai ritorno.

 

 

Pochi anni o molti che importa? Non ricordo nemmeno più quando fu l’ultima volta, forse subito dopo la fine del liceo. Ci ritrovammo a scuola insieme, per una strana fatalità. Prima si prendeva solo lo stesso autobus. Parlarne adesso mi fa un certo effetto. Veramente un altro mondo, un’altra vita, un’immersione in quel tetro fondo di ricordi. E ancora «cigola la carrucola del pozzo» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 1) a ricercare la luce in cui fondersi in questo giorno di settembre, il tuo giorno, anche se poi veramente non lo abbiamo mai festeggiato. Lo seppi anch’io per sbaglio, quando dicesti che compivi gli anni assieme ad Andrea, altro amico di cui ora non so più nulla.

Non mi parve vero venire quel giorno di gennaio a salutarti all’Abbazia di Zola. Lo imparai da Lucia, con le lacrime agli occhi. Forse non è vero nemmeno adesso: non ci hai salutati, non ti sei incamminata per l’oscuro «iter tenebricosum / illuc, unde negant redire quemquam» (Catullo, carm. III 11-12). Sei qui con noi, mentre ti ricordiamo, a distanza di tanti anni. Mi resta di Catullo anche l’immagine del fiore reciso, «cecidisti velut prati / ultimi flos, praetereunte postquam / tactus aratro est» (carm. XI 22-24).

 

 

 

Tengo anch’io in mano il filo dei ricordi «che s’addipana» (G. Montale, La casa dei doganieri, 11), di quel tempo così particolare che non si vede l’ora che passi e poi, una volta fuggito, si rimpiange ogni istante. Avresti la mia età, Ilaria: lo so bene. Tu non ritorni e anche questo so bene. Ma che importa ricordarlo adesso? Volgersi indietro alle volte è necessario, perché «trema un ricordo nel ricolmo secchio, / nel puro cerchio un’immagine ride» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 3-4). Narciso oppure Euridice non importa: quel tempo è chiuso chissà dove, emerge solo a improvvise illuminazioni, come la poesia del Porto sepolto, per cui «di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto» (G. Ungaretti, Il porto sepolto, 4-7). Così, Ilaria, è la poesia e così la vita.

 

 

© Federico Cinti

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Orma di sole

 

A poco a poco fu alito nel vento,

nell’anima crepuscolo di rosa,

orma di sole, lieve smarrimento.

 

Non più l’ansia del tempo. Tutto posa

nell’infinito placido del mare,

adesso, tenue essenza luminosa.

 

Esile vanità, trasumanare

lento nel cuore, l’ultimo sentiero,

eterno ritrovarsi, ritrovare

 

silente l’ineffabile Mistero.

 

 

avrei voluto esserci, avrei dovuto. Vicini in queste circostanze non si è mai abbastanza. Avrei dovuto essere, dico, accanto all’amico Ingegnere. Anche la presenza, magari silenziosa, ha il suo senso. All’ultimo saluto della nonna ci avrei anche tenuto. Erano anni, ormai, che non ci si vedeva. L’ultima volta è stato qualche anno fa, per Natale o al famoso the delle Befane. Liturgie particolari, queste, cui si sente di non doversi sottrarre per alcuna ragione al mondo. Eppure, a poco a poco, il lento inesorabile declino. Lo si avverte all’inizio come una sorta di strappo alla regola; poi, come sempre, come a tutto, ci si fa piano piano l’abitudine e anche questo torna a essere rito. La seggiola resta vuota, riempita maldestramente da qualcun altro. Infine, la notizia, il racconto, le braccia che s’allargano.

Avrei dovuto esserci. L’Ingegnere mi perdonerà. Ne avevamo parlato lungamente, nei giorni addietro. Parlarne serve pure a esorcizzare l’evento in sé, allontanarlo a data da destinarsi, quasi sine die. E poi, tutto a un tratto, ci si riscuote, come da un torpore. Lo si sapeva, sì, si conosceva la fine della storia e già ci se la raccontava. Eppure, finché non ci si arriva, si continua a navigare a vista prima di giungere al porto sicuro. È un fioco lume quello che si scorge di lontano, una blanda speranza che continua a brillare nel fondo dell’anima.

Ne avevamo parlato, ma l’ineluttabilità del momento era una linea ancora da varcare. Poi il silenzio, quello vero, quello freddo. Una presenza costante che per sempre si allontana. Fisicamente, certo; ma pur sempre un distacco forte. Si è ricevuto tanto, anche se alle volte non sembra abbastanza. Mi ha raccontato serenamente tutto, ma qualcosa non era più come prima. Una nota diversa s’avvertiva. Io almeno l’avvertivo. Per questo, ecco, non per altro forse, avrei dovuto esserci, anche senza proferire verbo di sorta.

Nulla di nuovo, convengo: ci si passa tutti. Ognuno a suo modo, però, nella propria solitudine. Esperienza comune, non si discute, ma mai esattamente identica. Ci si sforza di razionalizzare per sembrare forti, davanti agli altri innanzi tutto o forse solo davanti a se stessi. Chissà. Non ci si arriva mai del tutto preparati. È un’ansia che si scioglie, tutto qui. Sarebbe quasi inutile parlarne, se non fosse che è tanto, tanto consolatorio. E poi non si vuole fare torto a nessuno. So bene che è un modo per liberarsi da un peso, quasi un’angoscia.

Avrei dovuto, ecco, ma provo a esserci in qualche modo lo stesso, come posso, dal mio cantuccio. Il bene ricevuto non si scorda.

 

 

 

© Federico Cinti

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Sul finire d’agosto

 

Attesa vana il tempo che va via:

rosa un filo sull’ultimo orizzonte,

Bersaglio al cuore, antica nostalgia;

torna azzurro il sereno dietro il monte.

Lenti i ricordi affiorano, pensieri,

ombre d’ombre su fragili sentieri.

Narciso, eterna immagine che muore,

di nuovo si rigenera in un fiore.

 

 

Non s’attende passare il tempo: lo si vive o lo si uccide, lo si prende o lo si perde. Starsene sul confine dei mondi è come starsene su quello dei mesi: una vertigine difficile da reggere. O di qua o di là, appesi al filo della decisione. Una scelta è guardarsi indietro o procedere. Nulla è mai dato invano, anche nell’apparente casualità degli avvenimenti. Ci si ferma a riflettere, questo sì, come Narciso dinanzi alle acque del fiume che eternamente scorre, il fiume della vita, le cui acque non sono mai le stesse, come le immagini che troviamo per la prima volta e ritroviamo per sempre. Anche l’identità del fiume esiste solo nella nostra ansia di catalogare l’universalità dell’essere. Tutto scorre nell’infinito vortice del fiume.

 

 

 

Anche attendere è un passaggio, un trascorrere lento dell’ora. Lontano un filo rosa, «cirri di porpora e d’oro» (G. Pascoli, La mia sera, 20), mentre a poco a poco, quasi impercettibilmente, «torna azzurro il sereno» (G. Leopardi, Il sabato del villaggio, 16), una linea d’ombra che scivola tra il cupo in cui tutto si smarrisce. Nulla è più come prima, anche se tutto pare essere rimasto uguale. Ricomponiamo di volta in volta soltanto i pezzi di un mosaico che va in frammenti, ascoltando «in rime sparse il suono» (Rvf I 1) la voce della nostra antica coscienza.

Restano forse gli «esuli pensieri» (G. Carducci, San Martino, 15) su quel confine «tra le rossastre nubi» (G. Carducci, San Martino, 13) a consolarci dell’eterno trascorrere del tempo, dopo che il sole obliquo ha percorso nuovamente il suo tragitto. Transito, null’altro che un transito, all’esterno e all’interno di noi. Ricordi di ciò che fu, di ciò che forse sarà, come in un altro quadro Di fine agosto, tesoro senza fine dentro il cuore. Era un giorno così, come questo, eppure così malinconico già allora. Lo vissi e lo rivissi, fino a trattenerne il pulviscolo dorato dentro l’anima, come se eternamente scendesse «tra gli olmi il sole / in fasce polverose» (G. Pascoli, Patria, 7-8).

Narciso di nuovo e per sempre attende, nella fissità della nostra fantasia, sull’argine del fiume, di trasformarsi nuovamente in fiore, nella sua vera essenza di bellezza pura e algida. Di qua e di là dal quadro due verità si specchiano e si rispecchiano, l’una più autentica dell’altra. Il tempo non finisce e non comincia in questo ciclo di corsi e di ricorsi, dalla creazione al finale giudizio. Coglierne i progressi e i ritorni diventa esercizio di alta speculazione ermeneutica cui non ci si può sottrarre ingenuamente. Eppure, il tempo corre e noi con lui.

 

 

© Federico Cinti

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Lucio Quinzio Cincinnato

 

Ti rividi nel campo, Cincinnato,

intento come allora all’aratura:

avevi in cuore solo quella cura,

sulla fronte quel ciuffo scompigliato.

 

Poche parole, un cenno del senato,

e l’Urbe t’affidò la dittatura.

Tra le insidie, il sospetto, la paura

togliesti dal pericolo lo Stato.

 

Ogni insegna, ogni alloro tra le chiome

era per te un inutile ornamento;

lasciasti Campidoglio, gloria, vanto.

 

Indifferente fosti a tutto quanto,

sogno che sa di un tempo adesso spento,

antica ombra di un’ombra, eco di un nome.

 

 

Mi ha fatto uno strano effetto rileggere di Lucio Quinzio Cincinnato, mentre aiutavo il figlio di amici in una versione presa da Tito Livio, come fosse un’eco lontanissima che ritornasse da chissà dove. L’ho ritrovato sempre lì, mentre arava il suo campo di soli quattro iugeri, al di là del Tevere, in quelli che avevano preso il nome di prata Quintia. Era sempre lì, spes unica imperii populi romani (Ab urbe condita III 26), a salutare i legati del senato venuti per comunicargli che era stato creato dittatore per risolvere l’impasse in cui si trovava il console Minucio, assediato dagli Equi, dopo la morte del suo collega. Si asciuga la fronte sudata, ricambia il saluto e dopo il dispaccio chiede alla moglie Racilia di andare subito alla capanna a prendergli la pretesta per andare nell’Urbe. Machiavelli aveva forse riassunto meglio di me, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, l’episodio, ma spero ci si possa accontentare.

Tutto era ancora come allora, come sempre, con «Quinzio, che dal cirro / negletto fu nomato» (Par. VI 46-47), come quando lo lessi la prima volta, non ricordo nemmeno più quando, al ginnasio probabilmente. È lo stesso Dante a ricordare l’assoluta grandezza di quest’uomo – «Chi dirà di Quinzio Cincinnato, fatto dittatore e tolto dallo aratro, e dopo lo tempo dell’officio, spontaneamente quello rifiutando, allo arare essere ritornato?» (Conv. IV, V 15) – per cui nulla valeva se non il bene pubblico. Certo, forse già ai tempi del principato, di Livio intendo, questa figura doveva apparire leggendaria e ancora di più ai tempi di Dante o Machiavelli. Oggi mi sembra solo un’eco lontanissima, esempio di virtù quasi impossibile da realizzare, ancor più da raccontare.

Ha avuto su di me lo stesso effetto della «rosa della grammatica latina» (M. Moretti, Elogio di una rosa, 1), perché ha il sapore antico della scuola, di un tempo antico che ora sa di morto e per questo, per questo è ancora vivo, vivo per sempre nella mia memoria, la memoria di un giorno che non muore. E così è Cincinnato col suo aratro ad arare, a combattere, a tornare al «campo mezzo grigio e mezzo nero» in cui sta un aratro senza buoi che pare / dimenticato tra il vapor leggero» (G. Pascoli, Lavandare, 1-3).

Mi sono perso pure io in quel campo, «dove roggio nel filare / qualche pampano brilla, e dalle fratte / sembra la nebbia mattinal fumare» (G. Pascoli, Arano, 1-3), mentre «la lodola perduta nell’aurora / si spazia» e «qualche zolla nel campo umido e nero / luccica al sole, netta come specchio» (G. Pascoli, Di lassù, 1-2, 7-8). Era quel mondo, era lo stesso mondo quasi perduto, che si guarda di lontano, con un po’ di rimpianto dentro il cuore. In questo giorno così inerte, dopo una pioggia incolore, mi sento come l’amanuense che «se pareba boves, alba pratalia araba, albo versorio teneva, nigro semen seminaba» (Indovinello veronese). Chissà, forse sto parlando solo di una superba metafora dello scrivere, dello scrivere e del vivere, l’uno specchio dell’altro.

 

 

 

 

© Federico Cinti

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Placida nostalgia

 

Assorta l’ora pallida

giace, eco impercettibile nell’anima

inerte. Antiche immagini

udite oltre l’abbaglio, linea fragile

 

laggiù, oltre l’ombra vacua

in cui sognare. Ennesimo rifugio

appena conoscibile,

musica ignota, eppure così prossima,

 

eppure così vivida,

laggiù, nel quieto margine in cui perdersi:

come in un incantesimo,

hanno i pensieri il volto delle favole.

 

Inutile rivolgersi

ora indietro a cercare: in questa placida

nostalgia lento indugia

il desiderio ad ascoltare un palpito.

 

 

In questa fine d’agosto sembra sul punto di finire l’estate, anche se ancora un mese ci separa da quello che Orazio definiva malinconicamente pomifer autumnus (carm. IV 7, 11), nel ciclico avvicendarsi delle stagioni, la cui eco ritrovo in questi versi carducciani, «m’asconda ella gl’inanimi / fiori del giovin anno: / essi ritorneranno, / tu non ritorni più» (G. Carducci, Primavera classica, 21-24), seppur invertiti di segno. Nella contemplazione della natura che inesorabile procede si risolve ogni contraddizione, l’anticipo di quel che già sappiamo e che un poeta esprime con forza meglio di qualsiasi ulteriore riflessione: «Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto, / nelle piogge di settembre / torrenziali e piangenti / e un brivido percorse la terra» (V. Cardarelli, Autunno, 1-5).

In questo scorcio d’agosto tutto torna, anche il sole obliquo in attesa della sera. Così almeno mi pare, in giorni sempre più brevi e quasi lontani da quel giugno ristorato, diciamo pure così, «di luce e di calor» (G. Carducci, Pianto antico, 8), come il famoso «muto orto solingo» (Id., Ibid., 5). Senza stupore, certo, ritorna il pensiero di ciò che fu in ciò che sarà. Penso a me, alla linea che separa questi giorni dagli impegni professionali e mi risento nei versi pascoliani in cui si ricorda che «chioccola il merlo, fischia il beccaccino; / anch’io torno a cantare in mio latino» (G. Pascoli, O vano sogno, 11-12), che altro non è se non la citazione di uno dei più grandi fedeli d’amore di «cantin[n]e gli auselli / ciascun in suo latino» (G. Cavalcanti, Rime, I, 10-11). Eppure, anche questo ha un suo fascino ineludibile, il fascino della fuga verso lidi lontani, dove la fantasia apre a mondi senza limiti e confini.

In quest’ultima decade d’agosto ogni cosa pare ancora sospesa, tra il qui e l’altrove in cui tutto si fa possibile, come un’antica musica lontana, nell’anima, sentita e risentita «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 6). perché si vive, certo, si vive in questo punto dinamico sulla retta dell’infinito, con alle spalle ciò che non è più e innanzi agli occhi quel che non c’è ancora. È una sfida continua oltreché un tornare ritornare alla propria isola, in fuga da Calipso, dal nascondimento in cui alle volte ci si smarrisce. Il sole estivo può dare tali dolcezze dabbagli0.

In questo tornare e ritornare, è ovvio, qualche cosa può restare indietro. Ecco, non dico d’aver fatto apposta, ma, per riprendere il venusino più famoso degli ultimi duemila anni, Orazio, damna tamen celeres reparant caelestia lunae (carm. IV 7, 13). Ebbene, tutto resta poi al fondo di quella conchiglia che è il cuore umano a ripetere le emozioni già vissute e mai scordate. In questo non ci sono giorni uguali agli altri, ma un continuo fluire ininterrotto. E tornano a biondeggiare i campi prima che la falce mieta le messi così prospere, così vere, e torna quindi a rosseggiare, come nei dipinti bucolici dell’età dell’oro cantata da Virgilio, l’uva dalle siepi.

 

 

 

© Federico Cinti

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