Ad Angelica

 

Un mare di cicale. A lievi ondate

l’azzurro si riscuote, sogno vano

sospeso tra le nuvole. L’estate

galleggia dentro l’anima. Lontano

 

un ricordo, impalpabili giornate

sempre identiche. Eppure, nulla è invano:

un volto ride, il tuo, parole alate

a rincorrere il vento a mano a mano,

 

Angelica, nel giorno che ti sfiora

e ti fa festa. Ogni ansia, oggi, scompare

nella felicità che si colora

 

dei tuoi occhi stellanti. Naufragare,

forse, è il dolce prodigio dato ancora

a chi con te s’immerge in questo mare.

 

 

 

«Trema uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, III 8): così avrei preferito concludere, se non avessi alluso  ad altro. Potenza dell’evocazione poetica, ovviamente, tramutatasi in immagine e quindi in idea, secondo la ben nota etimologia. Sarà che, quando penso ad Angelica, penso al volteggiare aggraziato della farfalla. Il nome, certo, la caratura letteraria, l’essenza che si cela oltre il velo sonoro e si fa persona. È come se, nel silenzio degli uomini, si facesse assorta presenza il colore nel verde del prato, il frinire assordante nell’azzurro terso d’un giorno estivo, il calore del sole nel fresco refrigerio della stanza all’ombra.

Ad Angelica dovrei dire tante cose, ma non è questo il tempo, ma non è questo il luogo. A inizio agosto l’atmosfera rarefatta induce ad altre riflessioni. L’ora si dilata all’infinito e il pomeriggio sembra non terminare mai nei bagliori della sera. I vestimenti leggeri sono una libertà difficilmente raggiungibile nel resto dell’anno. Si rimane così, in attesa di non si sa che, in fondo, a cercare di ingannare ogni giornata identica a quella già passata, identica a quella a venire.

Ad Angelica mi limito a fare i miei auguri per la sua festa. Ecco, questo forse è importante, oggi. Il resto è solo un vuoto chiacchierare.

 

 

© Federico Cinti

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A metà estate

 

Lieve per l’aria l’alito

caldo del sole, un tocco appena, languida

tenerezza. L’anima

si ridesta allo specchio impercettibile.

 

Nulla è mutato, inerzia

d’un tempo che non passa. Si perpetua

assopita nei secoli

l’ansia del giorno in corsa lungo il margine.

 

Su questa linea lucida

il prima e il dopo. Tutto resta simile

nell’eterno riflettersi

di ciò che non si è più. Cadere, infrangersi,

 

sogno che sfrangia rapido

chissà dove al risveglio, alla memoria.

Vano ora quel sorridere,

malinconia sottile, assorto battito

 

ripercosso nell’intimo

e scordato. Lo so, non devo volgermi

indietro. Eterno scorrere,

quello che resta, fluido tra i ventricoli.

 

Ombra di un’ombra, immagine

quella che adesso vedo oltre la soglia.

Sono io? Non so. La pagina

termina, va girata, senza lacrime.

 

 

A metà estate, e ogni anno è così, s’avvertono già i segni dell’incombente malinconia autunnale. Impercettibile sensazione, quasi, nascosta nel fresco ombroso del mattino, nel sole che si fa obliquo e negli angoli più corti delle giornate. L’eco del tempo somiglia alla parola dei poeti, immagini che non muoiono, in fondo in fondo al cuore. Risento Vincenzo Cardarelli cantare: «Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto» (Autunno, 1-2). E ancora il mio Giovanni Pascoli, in quel verso di semplice, incredibile bellezza, dipinge un mondo, il suo mondo: «dentro il meridiano ozio dell’aie» (Romagna, 16). In quel meridiano ozio tutto è possibile, anche incontrare «qualche disturbata divinità» (E. Montale, I limoni, 36). E me li rivedo Severino Ferrari e Giovanni Pascoli rincorrersi e chiamarsi «di tra gli olmi».

Vaghezze estive, queste, di metà estate, quando tutto si fa possibile. Nel ricordo non vi è prima né poi: un volto, due occhi che ti guardano, un sorriso. Chi torna in questo specchio? Non è dato sapere. L’immagine si ferma, irriconoscibile, ignota ormai. Il sogno non ha contorni. Resto così, ad aspettare ciò che forse non accadrà mai più. Eco di un’eco, questa, voce che quasi più non riesco a ricordare. Eppure tutto è chiaro ancora, tutto è vivo. Anche Orfeo si volge indietro e perde Euridice, ma non può farne a meno: quell’ombra non apparteneva più a lui, era ormai fredda e vana. Un altro sogno, un’altra età. tutto evolve.

A metà estate il tempo pare sospendersi per una distrazione. Unico rimedio, forse, non pensarci troppo, forse soltanto premio di consolazione.

 

 

© Federico Cinti

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Carpe diem

 

Ogni tanto mi prendo il lusso di confrontarmi – potrei quasi azzardare di litigare – con Orazio, perché le volte in cui , per qualche arcano motivo, mi rimetto a dialogare con lui, mi imbatto sempre in qualcosa di nuovo. Tralascio il cimento della traduzione poetica, impossibile per definizione, eppure ineludibile. Mi riferisco in particolare all’Orazio lirico, non al pur mirabile «satiro», secondo la definizione dantesca (Inf. IV 89). E così mi ritrovo davanti a quel «monumento più perenne del bronzo» (carm. III 30, 1), quasi come si ritorna a visitare un luogo dell’anima.

Quest’oggi sono alle prese con il carmen I 11, solitamente noto come carpe diem, anche se non ha titolo. Ne ho tentato diverse rese, ma a rimeditarle non reggono il paragone con l’originale. Scoperta ovvia, si potrebbe pensare. Ne propongo un’altra che non mi pare disdicevole, frutto di quell’attimo che fugge, dell’hic et nunc, se si vuole del carpe diem.  

 

 

Non chiedere, sacrilego è sapere,

che fine a me, che fine a te gli dei

hanno dato, Leuconoe, e non tentare

i calcoli caldei. Oh come è meglio

sopportare ogni cosa del futuro!

Conceda Giove molti inverni o solo

quest’ultimo, che fiacca ora tra opposte

scogliere il mar Tirreno, tu sii saggia,

filtra il vino e recidi al breve spazio

una speranza lunga. Mentre noi

parliamo, il tempo sarà già fuggito

pieno d’invidia. Cogli il giorno, senza

dare il minimo credito al domani.

 

 

Il mio dialogo s’arricchisce d’altri due interlocutori, Eugenio Montale e Giacomo Leopardi. Chissà perché, ma non mi ero mai accorto che all’immagine della recisione fa eco l’imperativo negativo di Non recidere, forbice, quel volto. Contesti diversissimi, certo: non parlo di allusioni o citazioni. Quel che mi stupisce, tuttavia, è la strana coincidenza. Esortazione e negazione: «recidi» e «non recidere», modi solo apparentemente opposti di considerare il presente. La «cicala» vive il presente, come nella favola di Esopo: prende alla lettera il precetto di vivere completamente il giorno, ascrivendolo a guadagno, perché non dà credito al domani. Avevo alluso a qualche cosa di simile in Auguri in ritardo ad Alberto. Anche l’autore delle Occasioni così conclude il suo breve componimento: «e l’acacia ferita da sé scrolla / il guscio di cicala / nella prima belletta di novembre». Suggestioni, nulla di più. Leggere diventa un mosaico da decostruire e ricostruire, mentre si riaffaccia L’ombra di Narciso.

Riguardo a Giacomo Leopardi gli addentellati sarebbero più precisi, ma non vorrei svelare le mie carte: il testo mi pare già tanto eloquente. Ci sarebbe da chiedersi, forse, perché abbia legato quell’immagine alla «memoria». Noi coincidiamo, questo sì, con la nostra capacità di ricordare e di sperare: in questo senso si dispiega tutto il componimento e il gioco di specchi che lo attraversa. Il Recanatese è fin troppo intriso dei classici per non farmi buttare il cuore al di là dell’ostacolo. Prima o poi mi profonderò in qualche interpretazione più ardita.

 

 

© Federico Cinti

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Auguri in ritardo Ad Alberto

 

Un soffio, nulla più. Battito d’ala

il tempo senza posa. Tutto ormai

sfuma nel mito. Freme una cicala

chissà dove, dimentica dei guai,

 

dimentica di sé: d’estate sciala

la vita che l’è data. Alberto, sai,

non volermene. No, non è per mala

voglia: è la sospensione. Capirai.

 

Rovente il sole tremola. Lontano

tutto sfuma, ricordo che scompare

al tocco dell’azzurro, sogno vano.

 

Già fu. Lo so. Nell’anima riappare

il tuo giorno, il sorriso, a mano a mano,

conchiglia in cui s’annida eco di mare.

 

 

Mi è sfuggito, non so. Non avrebbe dovuto accadere, eppure è accaduto: in estate il tempo ha una sospensione senza prima né poi. Ogni giorno, qualsiasi giorno, si fa identico al precedente e al successivo. Insomma, mi è sfuggito il compleanno di Alberto e il rito ancestrale a esso legato. Chissà, forse Alberto se lo aspettava. Sì, certo: sicuramente il suo giorno, l’11 luglio, avrà festeggiato. Io ricordo solo che era un sabato. Un sabato di luglio, ecco, in cui avevo appena iniziato l’annuale «Giardino poetico» presso il Centro foscherara di Bologna. Quest’anno si leggevano i Dialoghi con Leukò, omaggio al LXX anniversario della dipartita di Cesare Pavese. In questo tempo senza spazio ogni cosa si fa possibile. È il senso del canto, del frinire della cicala dimentica di sé, dimentica di tutto, immagine della poesia che si dona gratuitamente, mentre la formica tesaurizza per un inverno che forse non giungerà: la vita va vissuta istante per istante, senza troppo pensare al domani, perché già l’oggi ha i suoi grattacapi. Eterno mito raccontato dal vento alle fronde degli alberi in religioso silenzio. Esopo non ha scritto certo invano.

 

 

© Federico Cinti

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L’ombra di Narciso

 

Alita il vento. Fra un fruscio di foglie

Si ridesta la mente, trasalita

lungo il lubrico margine, alle soglie

liquide. Lieve il tocco delle dita.

 

Un fremito l’afferra. A un tratto coglie,

come dal nulla adesso rifiorita,

un’immagine eterea, antiche voglie

dimenticate, al volto della vita.

 

Un tuffo nell’ignoto: nuovo il mare

s’apre all’occhio abbagliato in un sorriso

amico. Profondarsi, naufragare

 

fuori del tempo è un attimo. Ora il viso

si fonde e si confonde. Ricompare,

persa in un sogno, l’ombra di Narciso.

 

 

Non più un prima né un poi: dentro lo specchio un’immagine ride, sconosciuta. Il passo è breve. Confondersi al di là o al di qua della soglia? Dubbio che scivola sui cristalli liquidi, gioco di fascinazione o d’incantesimo. Senso vago d’appartenenza, quello che si prova, di fronte all’essere, in cui non si riflette che ciò che vogliamo. Al tocco delle dita tutto sembra animarsi e ricomincia il viaggio. Dov’è la meta, in noi o fuori di noi? Eppure non si è soli in questo mare. Lo definiscono social, ancoraggio di connessioni virtuali.

Narciso ricompare in questo gorgo muto: immagini su immagini, parole eco di parole a cercare un consenso. Si è già oltre lo specchio, invisibile soglia alle nostre mille solitudini. Il tempo s’annulla nell’attimo infinito. Questo è l’amore, questa è la vita e il niente: questo è vivere solo nell’immagine, nel gesto, nella parola lasciata a commento. Ogni giorno si muore un po’ senza saperlo, senza vederlo, senza capirlo. Galleggiano le ombre sul cristallo luminoso, eppure inerte. È l’essere e l’esserci nel cavo della mano, come il suono nascosto nella conchiglia di quello stesso mare.

Narciso è un’ombra che si perpetua sotto le nostre dita, adesso, mentre vediamo solo ciò che appare oltre lo specchio. In questo sta la radice del fare, della poesia. Sogno o ragione? Linea sottile, labirinto in cui si smarrisce la via, come nel palazzo di Atlante, nel castello di Armida. Tutto è già scritto: senza mito non c’è poesia. Il più è riconoscerlo, risalire e abbandonarcisi.

 

 

© Federico Cinti

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“Ti penso” e “In dissolvenza”, menzioni d’onore

 

Al concorso poetico «Lampi di poesia», indetto dall’associazione « Monginevro cultura» di Torino, non avevo partecipato inviando solo Nevicata, cui è stato assegnato il primo posto nella sezione A (testi brevi in lingua italiana), ma pure Ti penso e In dissolvenza. Preso dallo stupore per il risultato, avevo omesso di riportare gli altri due testi che, comunque, hanno ricevuto la menzione di merito, riconoscimento non meno importante e di cui ringrazio ancora il Presidente e poeta, Sergio Donna.

riporto di seguito i due testi con il relativo giudizio critico della giuria.

 

 

Ti penso

 

Ti penso. L’anima si perde all’ombra

d’antiche immagini, d’un sogno. Eppure,

vano per l’aria riappare il volto

noto in un sibilo lieve di vento,

sorriso pallido. Nel cuore vivi

di rosea grazia, vivi di luce

lontana, tenue speranza al cuore

che attende. Gioia di quest’istante

eterno: l’attimo sfuma pian piano

dove non limite c’è, dove il tempo

non ha principio né fine. Stringo

in un abbraccio ciò che mi è caro,

oltre la soglia dell’infinito.

 

Motivazione della giuria

Intensa poesia che palpita d’amore: i versi scorrono in un attimo breve, che sfuma pian piano, e si perde oltre la soglia dell’infinito.

 

 

Mentre il primo testo è in rolliani, la riproposizione italiana inventata da Paolo Rolli per rendere i faleci della poesia classica, il secondo è in dimetri giambici, resi con settenari sdruccioli. Questa piccola nota tecnica spero non disturbi troppo i miei lettori.

 

 

In dissolvenza

 

Nell’ora immota attendere

che s’apra il varco. L’anima

appesa all’inquietudine

veglia: nel suo rifugio

 

di sogni un viso tremola

dimenticato. Pallida

dissolvenza nell’ardua

tensione: dentro l’ultimo

 

raggio nuota una nuvola

smarritasi. Il crepuscolo

si chiude come palpebra

né tenta di resistere

 

al buio. Solitudine

giunta improvvisa, brivido

che percorre la concava

vacuità che ci abbraccia

 

ormai. L’ansia dell’attimo

non ha ragione d’essere

più. Già lontano è il palpito

di cui il cuore s’inebria.

 

Motivazione della giuria

Lirica evocativa, con sapiente uso della metrica.

 

 

Non voglio aggiungere altro: i testi poetici comunicano già di per sé.

 

 

© Federico Cinti

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Sulla tomba di Francesco Petrarca

 

Nel giorno in cui Petrarca compie gli anni, il 20 luglio, propongo – anzi, sarebbe meglio dire ripropongo – una mia traduzione di un epitaffio neolatino di George Buchanan, poeta scozzese del Cinquecento, che dedica versi struggenti all’amore di Francesco per Laura. Il testo originale sarebbe in distici elegiaci, ma mi è parso buono e giusto rendere con un sonetto. Credo che Petrarca avrebbe apprezzato lo sforzo e forse pure il risultato.

 

 

Sulla tomba di Francesco Petrarca

 

Se ha memoria di sé dopo la morte,

dotto Petrarca, l’animo nel cuore,

se oltre la tomba vive intatto amore,

morendo non patisti un tanto forte

 

tormento quanto il gaudio avuto in sorte

d’accompagnarti a Laura nel fulgore.

Lei i primi anni subì l’aspro livore

del fato, ti lasciò per vie contorte

 

nelle lacrime e in pianto. D’ora in poi

la folta folla dell’Eliso al Lete

vi vede passeggiare. Beati voi!

 

Né la morte né il rogo estremo ha sciolto

il vincolo d’affetti in cui vivrete,

per i secoli eterni, lieti in volto.

 

 

Di seguito sarà meglio che io riporti pure l’originale: non vorrei lasciare nulla, ma proprio nulla, al caso…

 

 

In tumulum Francisci Petrarchae

 

Si memor ipse sui est animus post funera, culte

Petrarcha, et cineri vivit inustus Amor,

certe non tantum cepisti morte dolorem,

quam gaudes Laurae nunc comes ier tuae.

Quae, fati invidia primis oppressa sub annis,

te summo in luctu liquerat, et lacrymis.

Nunc vos Letheae spaciantes margine ripae,

Elysii spectat plebs numerosa fori.

Felices animae, quarum dissolvere foedus

mors quoque et extremi non potuere rogi!

 

 

Confesso che non è l’unica volta, questa, che tento una resa di tale epigramma: la mia prima versione fu pubblicata nel 2004, settimo centenario della nascita del sommo vate. A Bologna si teneva un convegno internazionale sul petrarchismo Cinquecentesco, cui ebbi l’onore di partecipare, e in quell’occasione usciva l’antologia Lirici europei del Cinquecento. Ripensando la poesia del Petrarca, a cura di G.M. Anselmi, K. Elam, G. Forni e D. Monda, Rizzoli, Milano, 2004. Oggi la disconoscerei: non mi ci ritrovo più, perché appartiene ormai a un Federico che non esiste più. E dire che ne andavo molto fiero, e della traduzione e di quel Federico.

L’insoddisfazione mi ha costretto, nel tempo, a riprendere in mano questi distici per dare loro una veste e un respiro nuovi. Il lavoro di lima credo possa essere un inesauribile stillicidio e dare lo sfinimento. Anche quest’anno non ho potuto farne a meno: il testo è cambiato ancora. Quando traduco (e ritraduco), mi torna in mente il verso dantesco « mutandom’io, a me si travagliava» (Par. XXXIII 114). Non c’è che dire: ogni volta io muto e la traduzione muta con me. È un gioco di specchi: io mi rifletto nel testo e il testo si riflette in me. il rischio di perdersi per sempre è fin troppo reale. L’ombra di Narciso incombe su questo esercizio così suadente e mai finito. Una competizione: si può azzardare questo giudizio? Già, chi è migliore: il tradotto o il traduttore? Probabilmente non è solo un atto metamorfico, la traduzione, ma una manifestazione di narcisismo in divenire.

 

 

© Federico Cinti

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Ritratto matematico di donna

 

Rincorse senza fine. Fugge l’ora

nell’oblio. Il quadrante cartesiano

ha lancette impazzite. Nulla sfiora

la quiete matematica. Lontano

 

quello che dentro il cuore non si sfiora.

Tutto è compiuto: ogni discorso è vano

nella vita a teoremi. Trascolora

l’universo, scomparso a mano a mano,

 

sulla strada. Tra raggi e bisettrici,

circonferenze doppie sulla via,

il frusciare continuo di una bici.

 

Si alimenta così la fantasia

nell’anima: è così che si è felici.

Lo mostra inossidabile Maria.

 

 

Non mi dilungherò troppo sugli auguri a Maria, che oggi compie gli anni. Il suo ritratto l’ho preso da un mio libretto, scritto per la fine della mia quinta liceo scientifico di quest’anno, intitolato Saluti elementari. Ho poi aggiunto pure il consiglio di classe. Naturalmente insegna matematica e fisica, soprattutto matematica direi, ma ognuno ha i propri gusti e le proprie passioni. Insomma, che altro dirle? Auguri mi pareva poco, ma un ritratto è più che adeguato, il mio ritratto suo.

Mi pare d’aver detto tutto. Ecco, potrei aggiungere la bici. Sì, l’ho detto, ma va al di là di quel che si può credere. Se sarà il caso, amplificherò il concetto come mi è dato. Oggi è pur sempre poco più della metà di luglio. Naturalmente l’ironia fa sfondo a quel che scrivo: il più sta nel riconoscerla. 

Insomma, Maria, auguri.

 

 

© Federico Cinti

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Carlotta, auguri!

 

Un sollievo dell’anima, parola

che non muore nell’eco d’un sospiro

breve. Nell’ansia cupa della scuola

uno sguardo di pace, come giro

 

di un valzer che travolge, eterna mola

che macina ogni cosa nel respiro

del tempo, nell’oblio che non consola

la memoria. Tra il lucido zaffiro

 

del cielo a pezzi oltre le case intorno,

oltre i vetri, sui banchi un po’ in dissesto,

l’ora che porta via con sé ogni giorno,

 

il sorriso dell’essere, del gesto

inconsueto, ma dolce nel ritorno

fugace di un’idea. Carlotta è questo.

 

 

Di Carlotta tutto è stato scritto nel sonetto. Non mi profonderò in altri particolari, come forse ella avrebbe desiderato. Erano anni che mi chiedeva un ritratto. Ho ceduto, alla fine, solo perché terminava il liceo, perché dopo la maturità non avrei più sentito quella sua suadentissima voce. Anche perché, questo non lo si può tacere, parla a getto continuo. Non che sia spiacevole, intendiamoci; il fatto è che ogni tanto ci si chiede dove sia il tasto di spegnimento. Per il resto, nulla da aggiungere. Io almeno non aggiungo nulla; poi forse altri potrebbero dire di più e meglio di me, dato che io ne ho una conoscenza che risente del mio particolare angolo prospettico. La paragonavo alle acque della «fonte di Bandusia» di oraziana memoria: so che a lei fa piacere quando scantono per i laterali sentieri della letteratura latina. Certo, anche sulla letteratura tout-Court, ma per quella latina ha un debole. Insomma, quelle loquaces linpahe (carm. III, 13, 15-16) sono come gli zampilli che gorgogliano dalle sue labbra, «acque chiacchierine» come qualcuno ama tradurre.

Ormai ha finito il liceo: diventare centenari ha i suoi pro e i suoi contra. Mi pare che l’abbia presa bene, come una sorta di festa in perenne svolgimento. La vita in fondo va presa così, per quello che è. Il suo, di Carlotta naturalmente, è il modo giusto, serio, ma non serioso. Mancherà qualche cosa adesso al «Leonardo», che tutti si ostinano a chiamare barbaramente «da Vinci». Segno dei tempi, temo. Peccato che il nostro beneamato Comune non abbia una personalità di rilievo scientifico cui dedicare il liceo cittadino. Ovvieremmo almeno allo scempio del nome. Ecco, magari qualche mio studente o studentessa meritevole prima o poi si troverà. Peccato che Carlotta abbia tutt’altri progetti. Il più sarebbe capire quali, ma magari lo racconteremo poi, quando si saranno sciolte le riserve.

Per il momento mi accontenterei di un caffè: lei ne è una notevole estimatrice, soprattutto nelle mie ore. Mi auguro che non dipenda dal fatto che sia colpa mia, ma è sincera, molto sincera, e non me lo ha mai confessato apertamente. O forse non l’ho mai sentito io, tutto preso come sono di solito a seguire i miei autori. Mi sembra d’essere sempre in ottima compagnia, quando leggo poeti e romanzieri, ma non capisco se i miei studenti condividano questa mia insana passione. Carlotta mi ha dato raramente ragione e sono stati momenti di notevole ascesa lirica.

Oggi tuttavia è il suo compleanno e io mi sento l’obbligo di farle gli auguri. Non le ho scritto un testo ex novo, come faccio solitamente; piuttosto, ho preso quello che le avevo dedicato per la fine della scuola, in un mio libretto intitolato Saluti elementari, perché avevo associato a ogni studente un elemento della tavola periodica. A lei avevo associato il mercurio. Non me ne ha mai chiesto il motivo e io ne ho scordato le ragioni. Chissà, prima o poi mi tornerà in mente. Ora è il tempo degli auguri, non delle divagazioni da officina delle Muse, e allora auguri siano, Carlottina.

 

 

© Federico Cinti

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Auguri a Novello

 

Nel cielo aria di festa, ali sospese,

Ombre di sogno labili in cui il cuore

Veglia tra mille, indefinite attese,

E riscopre la vita, antico fiore

 

Lasciato lungo il ciglio, a metà mese,

La metà esatta, a luglio, in un chiarore

Opalescente, lievi voci arrese,

Buoni dolci propositi, sapore

 

Amico, tempo che oggi fa ritorno.

Lo sai, lo so, Novello, due parole,

Due o poco più, per fare da contorno,

 

Oggi che brilla limpido il tuo sole,

Novello, oggi ti faccio, nel tuo giorno,

I miei auguri, un po’ come Dio vuole.

 

 

Non ama Novello che io aggiunga la prosa a corredo della poesia, come già fece il buon Dante nella Vita Nuova: sostiene che è un di più, che guasta in qualche modo la limpida purezza della poesia. D’accordo con lui, come sempre; peccato, però, che i miei restanti ventiquattro lettori siano d’opinione totalmente opposta, se è vero che la trovano un degno complemento al ritmo dei versi e «alla mesta armonia che li governa», per citare uno dei suoi autori. Suoi di Novello, ovviamente, anche se il suo preferito resta sempre e solo il conte Leopardi. Anche a me stanno molto a cuore Foscolo e Leopardi, intendiamoci; ma Pascoli alle volte mi comunica di più.

Queste sue preferenze le ha sempre propalate coram populo , ex cathedra, già al liceo, al magnifico Minghetti di Bologna. Lo conobbi lì: era mio esimio professore di lettere. Forse esimio non gli piacerà molto, ma tanto so che non leggerà queste mie poche righe e godo quindi della più ampia parresia. E poi, come sempre ripeto, bisogna temere non quel che dico, bensì quel che non dico. Il resto sono chiacchiere da bar, così soavi e rilassanti. Si impara molto dal nulla altrui, come gli altri imparano dal nulla nostro. Reciprocità, forse, o semplice eterogenesi dei fini. Di solito, chi la spara più grossa ha il maggior credito: è una legge di natura.

In tal modo il rito degli auguri è stato espletato. A metà luglio non riesco a fare di meglio. E si badi che è proprio la metà esatta, perché il mese è di trentun giorni. Probabilmente Novello non ci ha mai fatto caso. Io sì, perché anche gennaio è messo allo stesso modo, con me  che compio gli anni il 16. Coincidenze, se esistono, trappole montaliane per i meno attenti in fondo all’aula. Succede, per l’amor di Dio: cadere nel punto morto dell’universo non fa piacere a nessuno. Domani ci si attrezzerà. Intanto, faccio ancora i miei migliori auguri a Novello.

 

 

© Federico Cinti

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