A metà estate

 

Lieve per l’aria l’alito

caldo del sole, un tocco appena, languida

tenerezza. L’anima

si ridesta allo specchio impercettibile.

 

Nulla è mutato, inerzia

d’un tempo che non passa. Si perpetua

assopita nei secoli

l’ansia del giorno in corsa lungo il margine.

 

Su questa linea lucida

il prima e il dopo. Tutto resta simile

nell’eterno riflettersi

di ciò che non si è più. Cadere, infrangersi,

 

sogno che sfrangia rapido

chissà dove al risveglio, alla memoria.

Vano ora quel sorridere,

malinconia sottile, assorto battito

 

ripercosso nell’intimo

e scordato. Lo so, non devo volgermi

indietro. Eterno scorrere,

quello che resta, fluido tra i ventricoli.

 

Ombra di un’ombra, immagine

quella che adesso vedo oltre la soglia.

Sono io? Non so. La pagina

termina, va girata, senza lacrime.

 

 

A metà estate, e ogni anno è così, s’avvertono già i segni dell’incombente malinconia autunnale. Impercettibile sensazione, quasi, nascosta nel fresco ombroso del mattino, nel sole che si fa obliquo e negli angoli più corti delle giornate. L’eco del tempo somiglia alla parola dei poeti, immagini che non muoiono, in fondo in fondo al cuore. Risento Vincenzo Cardarelli cantare: «Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto» (Autunno, 1-2). E ancora il mio Giovanni Pascoli, in quel verso di semplice, incredibile bellezza, dipinge un mondo, il suo mondo: «dentro il meridiano ozio dell’aie» (Romagna, 16). In quel meridiano ozio tutto è possibile, anche incontrare «qualche disturbata divinità» (E. Montale, I limoni, 36). E me li rivedo Severino Ferrari e Giovanni Pascoli rincorrersi e chiamarsi «di tra gli olmi».

Vaghezze estive, queste, di metà estate, quando tutto si fa possibile. Nel ricordo non vi è prima né poi: un volto, due occhi che ti guardano, un sorriso. Chi torna in questo specchio? Non è dato sapere. L’immagine si ferma, irriconoscibile, ignota ormai. Il sogno non ha contorni. Resto così, ad aspettare ciò che forse non accadrà mai più. Eco di un’eco, questa, voce che quasi più non riesco a ricordare. Eppure tutto è chiaro ancora, tutto è vivo. Anche Orfeo si volge indietro e perde Euridice, ma non può farne a meno: quell’ombra non apparteneva più a lui, era ormai fredda e vana. Un altro sogno, un’altra età. tutto evolve.

A metà estate il tempo pare sospendersi per una distrazione. Unico rimedio, forse, non pensarci troppo, forse soltanto premio di consolazione.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

6 commenti

  1. Yleniaely ha detto:

    Splendida poesia e pensiero, mi affascinano tantissimo le tue parole, complimenti!!! 😊

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    1. Federico Cinti ha detto:

      Grazie di cuore, carissima! Ne sono molto contento…

      Piace a 1 persona

  2. Enza Graziano ha detto:

    Magnifica poesia e ogni verso, ogni citazione, ogni riferimento sono pura letteratura.
    Grazie Federico!

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  3. Federico Cinti ha detto:

    Dio mio, Enza, se volevi farmi arrossire, direi che tu ci sia riuscita! che vuoi mai, in queste giornate così strane, quasi infinite, dai repentini camni d’umore, la memoria corre ai poeti, la mia memoria almeno. Me li sento scritti dentro più che sui libri. Il resto è fantasia, il resto ce lo metto io.
    Grazie davvero di cuore, carissima: le tue parole mi allietano molto!

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    1. Enza Graziano ha detto:

      Se I giorni strani sono così proficui… che ben vengano!
      Grazie a te, professore nell’anima! (non fai il professore; tu Sei professore!)

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  4. Federico Cinti ha detto:

    Grazie ancora, grazie sempre! In estate tutti fuggono, ma da chi? Tutti vanno, ma dove? A me pare un tempo senza confini, uno spazio eterno. Mi pare invece sia il momento del risalimento, del ritorno, della riflessione. Le parole provano, se possono e come possono, a descrivere questo stato di cose, un po’ come il Recanatese esclamava: «lingua mortal non dice / quel ch’io sentiva in seno». Che sia questa la stranezza dei giorni estivi, almeno per me?
    Per il resto, ripeto che mi fai arrossire; non mi capita quasi mai, ma il rossore lo sento avvampare. Altra sensazione particolare, questa; ma tant’è…

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