IN MEMORIA DI…
Deborah, Laura, Sara, Laura, Tiziana, Antonella, Alessandra, Dario, Elisabetta, Elena, Carmen, Alessandra
Una mattina. Pallido
l’azzurro sulle case, sull’inerzia
del giorno. L’impossibile
accadde. Dalla terra s’alzò un gemito.
E s’annullò in un attimo
il tempo. Crollò il cielo. Una voragine
nel cuore. Poi il silenzio
soltanto: inizio e fine si toccarono.
Tutto si scosse. Inutile
tentare di capire. Vana immagine
rivedervi sorridere
ancora. Eppure, sì, vi vedo vivere.
E non fu il freddo il brivido,
quel giovedì, che mi percorse l’anima,
bensì la solitudine
di chi resta al di qua di quella soglia.
Trent’anni e la memoria,
oggi, cui ci condanna la giustizia
ingiusta, anniversario
senza perché, silente cerimonia.
Si fermò l’orologio
incredulo. Era il tempo di recidere
quel fiore ancora fragile.
Tutto era intatto. Attonito
mi ritrovai a fissare il cupo limite.
Avevo pure io quindici
anni, soltanto quindici. Comprendere
non m’era dato. Dodici
amici cui tendevo vuote braccia.
Trent’anni e in me lo strazio
è ancora come allora. Non dimentico,
amici. Mute lacrime
il mio saluto, l’ultimo, in perpetuo.
Hanno già raccontato questa storia, anche meglio di me. Ero soltanto un ragazzo a quell’epoca. Capivo e non capivo. In me c’era lo strazio per un disastro inutile, evitabile. Ricordo bene che era un giovedì mattina, un chiaro giovedì autunnale. Andavo a scuola anch’io: ero al Minghetti, a Bologna, e finivo a mezzogiorno. Il ritorno era rapido, di solito. Eppure, c’era un traffico desueto, che stentavo a spiegarmi. Il tempo allora mi sembrava infinito. Nel silenzio attonito dell’autobus correvano mille immagini assieme alle sirene delle ambulanze, per le vie dintorno. Qualche cosa di grave era successo. Ma che cosa? Non c’erano in quegli anni i cellulari ad aggiornarci in tempo reale su ogni singola vicenda, anche fosse un’inezia. Certo, quella era una strage, era un disastro immane.
Il tempo s’annullò. Non era vero: un aereo caduto su una scuola di Casalecchio, dove abitavo io. Una scuola, il Salvemini. Ci andavano tanti amici, i compagni dell’infanzia. Tanti, troppi i feriti. Non poteva essere vero. Nuvole di fumo, ombre di morte, il gelo per le strade. Dodici i morti, dodici compagni: avevano anche loro la mia età, quindici anni soltanto. Solo quindici ne avevo anch’io, rimasto sulla soglia a non capire il senso dello strazio che provavo nell’anima. Compagni di scuola. Sara Baroncini stava alla Croce, abitava in via Zampieri. Era graziosa, sempre sorridente: la ricordo così. Eravamo stati a scuola insieme, nella stessa classe, per i cinque anni delle elementari. Aveva la mia età. Io non capivo, non potevo capire né capisco adesso se c’è un senso. È capitato. Rimane un vuoto, un buco dentro l’anima.
Il cuore ebbe un sussulto. Elisabetta Patrizi, un’altra delle mie compagne di classe delle medie. La ricordo sempre solare, sempre innamorata della vita. Era bionda, molto bella, anche se aveva addosso quel grembiule nero. Non s’usa più, lo so; ma allora copriva le ragazze nel momento eterno in cui fiorivano. Era sempre in compagnia di Elisa, una ragazza dai bei capelli rossi e le lentiggini. Sembravano sorelle. Sempre insieme. Principio e fine si erano toccati: era là Elisabetta, oltre gli sguardi attoniti del mondo. In quel sorriso c’era tutta la gioia della vita. Aveva la mia età. Faccio fatica ancora adesso a dire con certezza chi andasse e chi restasse in quell’abisso.
E gli altri? Gli altri, sì, li conoscevo, anche solo di vista, anche di nome. Amava il calcio, Dario. Mi faceva sorridere il codino che portava. Era l’unico, forse, che poteva difendere le undici compagne di classe in quell’inferno, ma fu vano. E Tiziana. Tiziana la ricordo bene, anche se ero timido e le avevo parlato solamente qualche volta. Alle esequie, non so, dissi il suo nome e mi fecero entrare dalla parte sinistra in San Giovanni. Mi prendeva, forse, per mano in quell’oscuro giorno, in quel giorno di pianto e sofferenza. Anche i grandi, gli adulti, quella volta, avevano mostrato l’impotenza di chi aveva perduto la consueta sicurezza. Fu inutile ogni cosa. Trent’anni dopo, il triste anniversario, la muta cerimonia che riapre sempre di più nel cuore la ferita.
Trent’anni. Il tempo si fermò in quell’attimo. Non si può, non si può dimenticare: noi siamo condannati alla memoria. Trent’anni, oggi, domenica: la lampada del ricordo rimane sempre accesa, nel silenzio, a vegliare e ad ammonire. Amici, a nulla vale il sacrificio, se non diviene seme che fa frutto. Non siete morti invano né possiamo annullarvi di nuovo con l’oblio che tutto azzera, tutto rende polvere. Voi siete vivi in noi, tra queste case, tra queste strade in cui siete passati, in cui avete giocato, avete amato. Non vi scorderò mai, pietre d’inciampo a ricordarmi il senso della vita.
domenica, 6 dicembre 2020
© Federico Cinti
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Che strazio… mi sono venuti i brividi. Un forte abbraccio
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Fu una sciagura immane, Enza, ma non possiamo dimenticare: non deve essere un passato che passa! Sì, ogni volta vengono i brividi pure a me e un senso di infinita tristezza e impotenza.
Grazie di esserti fermata anche tu su quella soglia.
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Parlarne è il giusto modo per non dimenticare. Nelle tue parole e nei tuoi versi, poi, è racchiuso un mondo intero di disperazione, tristezza, emozione.
Grazie a te.
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Vero, carissima Enza: parlarne significa non relegare nell’oblio il senso di quella sciagura. Un’amica mi ha detto che, ogni volta, sono fiumi di lacrime. Anche questo è mantenere in vita.
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Per quanto doloroso, è giusto ricordare.
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Ricordo questo tragico avvenimento.
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Complimenti per tutto. Mi soffermo solo sul finale. Hai usato, non a caso, l’espressione “pietre di inciampo” tratta dalla Prima Lettera di San Pietro con riferimento a Cristo. Una lettura profonda, la tua. Questi avvenimenti sono scandalo per chi non crede, ma per chi crede e ha il cuore aperto, rimandano al vero senso di questa vita, che è solo un passaggio per arrivare alla vita vera.
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Grazie di cuore, carissima Rosanna, dell’acume nella tua risposta. Sì, sono pietre d’inciampo, perché non si può dimenticare. La memoria è una lampada che va alimentata perché non si spenga mai. Il cuore si è fermato a quel giovedì di trent’anni fa, come l’orologio che segnava le 10:38. Un disastro: il tempo si annullava in quell’istante. Eppure, come dici tu, non ci si deve fermare alla superficie, ma scrutare al di là. Ciò che non riusciamo a capire ha una spiegazione.
I miei amici di allora, come quelli di oggi, restano ancora profondamente scossi da quell’evento, perché il passato non passa e non deve passare. Le Muse, come dicevano i Greci, sono figlie di Mnemosyne: la poesia, fuor di metafora, è custode della memoria. Nel mio piccolo, come sai, ci provo.
Grazie ancora delle tue parole.
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Dicevo che ricordo, perfettamente l’episodio, ho ancora in mente le immagini televisive.Una vera tragedia.
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Sì, carissimo, fu un disastro terribile. Per questo trentesimo anniversario si è dato il massimo risalto, anche se qui la memoria è sempre vigile e presente.
Scusa ancora se la mia sbadataggine ha cancellato il tuo precedente commento.
Grazie sempre di tutto.
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Grazie a te
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Anche se vagamente ricordo qualcosa…
Davvero triste, grazie per averli ricordati.
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Quello della memoria è per me un dovere. Grazie a te di esserti fermata e di aver ricordato quel
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Meraviglioso ricordo, davvero bravissimo!
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Grazie di cuore! È una ferita che ancora non si rimargina…
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