Ombra di vita

 

A un fil di sole gelido il pensiero

della malinconia. Senza ritorno

da allora il viaggio. Inutile sentiero

in questo giorno.

 

Oltrepassata è l’ombra, arduo confine

sul tempo inarrestabile. Sussurro

tenue al di là del margine, oltre il fine

eterno, azzurro.

 

Fu ciò che non è più. Dilegua l’ora

attardatasi adesso, impallidita

non si sa dove. Tutto trascolora,

ombra di vita.

 

 

sembra passata ormai un’eternità; eppure, ieri era solo il 22 di settembre, mercoledì. Qualcuno mi ci ha fatto pensare, da lungi, come voce nel cuore simile a conchiglia in cui è racchiuso tutto il mare dell’universo. Il 22 del mese, come quel giorno d’aprile, per giunta mercoledì. No, non era una ricorrenza, bensì solo un giorno che ne richiamava un altro, occorso inaspettatamente. Avrei voluto dirtelo, senza problemi, ma è andata così, quasi in sordina. Un tempo senza età, lo sapevamo bene. Nulla lasciava presagire il silenzioso vuoto della panchina su cui attendere l’ora che passa. Mi ci sono ritrovato, come allora, come sempre.

Nulla di più, sai? è andata così, senza che lo volessimo o potessimo immaginare. È arrivato l’autunno, quello vero, quello non atteso. Un brivido ha gelato la terra, antico specchio in cui si rifletteva l’infinità dell’attimo, già detto, già sentito, «come d’autunno si levan le foglie / l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie» (Inf. III 112-114). Adesso resta l’ultima eco ungarettiana, passata attraverso il Dante infero, il Virgilio epico (Aen. VI 305 e 309-312), l’Omero iliadico (Il. VI 145-149), «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie» (G. Ungaretti, soldati), ad ammonirci.

Ed ecco il vento tra le piante e «di foglie un cader fragile» (G. Pascoli, Novembre 11), anticipo e compimento, almeno in un pensiero di malinconia. In fondo, dove sai e sapevi prima di me, il Reno scorre placido, acqua lenta sotto il ponte inamovibile della memoria a suggello di quel che sappiamo. Era il solito quieta non movere assieme al mota quietare. Tutto è sempre metafora di tutto: avrei dovuto imparare la lezione, ma ogni volta mi stupisco quasi fosse la prima. Perdonerai la mia ingenuità. Ti attendo qui, tra la panchina e il ponte, senza proferire verbo, in un silenzio meditabondo. Non era il tuo giorno, no, Stefano; eppure, sei stato qui presente.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

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