L’estremo cielo

 

Espia il tempo l’oblio. Sordo cascame

le foglie in mezzo agli alberi. Si frange

il sole occiduo tra le tetre trame

sopra la linea d’ombra. Il cuore piange

 

al soffio della notte, ardua falange

tetra sul petto dell’antico stame.

Obliqua vanità. L’ora rimpiange

rifugi d’altri giorni, d’altre brame.

 

Nulla è più come allora. Lieve il velo

adagiato sull’anima assopita

dentro le cose. Sibila un sussurro

 

acerbo, l’occhio vaga per l’azzurro

muto di nostalgia. Sulla salita

estrema un filo limpido di cielo.

 

 

Oggi ho freddo, chissà. Non lo sopporto. Il chiarore dell’aria che qualcuno (di nome Giosue Carducci?) avrebbe definito «adamantino», anzi meglio «adamàntino», ha un che d’incantato, quasi uscito da un quadro d’altri tempi. Tutto adesso è ormai d’altri tempi, nell’oblio in cui siamo immersi perennemente, espiazione di un’ora immobile all’apparenza in fuga, eppure fissa eternamente. In questo costante crepuscolo tutto appare così, all’improvviso cascare delle foglie, è così, tra «i brevi dì che sembrano tramonti / infiniti» (G. Pascoli, I gattici, 12-13), tutto resta sospeso e indicibile.

Si chiude il giorno come palpebra al soffiare della notte, simile all’eburnea falange «dell’indomita Parca» che recide, per l’ennesima volta, lo «stame» (G. Leopardi, Ultimo canto di Saffo, 43-44) arrugginito delle ore. Davvero, sempre di più, nulla è più come prima, anche se nulla poi lo è mai sul serio. Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, secondo la sentenza dell’Efesio, nell’immoto fluire del tempo, sempre antico, sempre nuovo. Nella vanità delle vanità si risolve ogni giorno e ogni notte. Eppure, questo è noto solo a chi riesce a oltrepassare l’impalpabile linea d’ombra dell’orizzonte.

 

 

 

C’è un velo sottile su ogni cosa, azzurro come l’ombra prima del buio che tutto copre. Io lo sento così, sopra ogni cosa, me lo sento addosso, dentro il cuore. Il segno dell’autunno che fa suonare i suoi violini, ghirigori sonori nel muto vuoto dintorno. impressione che torna e che rifugge, chissà come, chissà dove. Nulla è più come prima, nulla lo sarà mai più. Ci attacchiamo all’ultimo raggio di luce, perché «ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera» (S. Quasimodo, Ed è subito sera). Verità nelle cose, verità dentro di noi, questo l’estremo cielo del mio canto.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

5 commenti

  1. nancyzedda ha detto:

    Le immagini ricercate rafforzano i testi delle poesie.
    Fantastico!

    Piace a 1 persona

    1. Federico Cinti ha detto:

      Ti ringrazio infinitamente di queste tue parole! Secondo me la poesia deve sapere di vita, altrimenti non è poesia: nelle immagini si condensa ogni emozione, ogni sentimento.

      "Mi piace"

      1. nancyzedda ha detto:

        Magari un giorno online si avertirnno anche i profumi tanto è una tecnologia già in studio allora la poesia avrà anche un suo profumo! Se tu scrivessi una poesia sui sensi io te li convertirei in olii essenziali ogni emozione cela un olio 😊😊👋

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      2. Federico Cinti ha detto:

        Ma sarebbe davvero bellissimo: una perfetta sinestesia di parole, suoni e odori! Attendiamo presto che la tecnologia compia l’ennesimo miracolo… Ciao e buona giornata!

        Piace a 1 persona

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