Variazione sul tema dell’autunno

 

Fruga l’ansia del tempo. L’infinito

rampolla dentro l’anima, alle soglie

ancestrali dell’essere. Assopito

nulla si coglie,

 

cascame in mezzo agli alberi. La via

espia l’ora al crepuscolo. Dintorno

silenzi d’ineffabile armonia

chiudono il giorno.

 

Obliquano i pensieri. Un guizzo estremo

tra un migrare di rondini lontano,

ultimo sguardo a quello che saremo

già stati, invano.

 

Naufrago il cuore nuota oltre il confine

ondoso. Là la meta, il senso appare

limpido, senza veli, inizio e fine,

immenso mare.

 

 

Variazione sul tema dell’autunno, anche oggi, mentre ripenso a quel mio Estremo cielo, dove il «raggio di sole» di Quasimodo (Ed è subito sera, 2), risuonava in me nella versione prosastica – si fa per dire, ma qui tutto è fatto per dire – della Premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa al Fu Mattia Pascal di Pirandello: «Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po’ più di caldo, ora un po’ più di freddo, e per farci morire – spesso con la coscienza d’aver commesso una sequela di piccole sciocchezze – dopo cinquanta o sessanta giri?».

Non sto nemmeno a ricordare che, nella stessa Premessa, anche se si tende a non accorgersene, il nostro geniale Pirandello aveva alluso pure a Leopardi, sì, al Leopardi della Ginestra, quando scrive: «Storie di vermucci ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d’impazienza, e ha sbuffato un po’ di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più?». Mi pare proprio che le parole del Recanatese, «non pur quest’orbe, promettendo in terra / a popoli che un’onda / di mar commosso un fiato / d’aura maligna, un sotterraneo crollo / distrugge sì che avanza / a gran pena di lor la rimembranza» (G. Leopardi, La ginestra, o il fiore del deserto, 105-11) siano riecheggiate con grande perizia e umorismo.

Quei «vermucci», del resto, in Leopardi assumono la sembianza, come è noto, delle formiche: «Come d’arbor cadendo un picciol pomo, / cui là nel tardo autunno / maturità senz’altra forza atterra, / d’un popol di formiche i dolci alberghi, / cavati in molle gleba / con gran lavoro, e l’opre / e le ricchezze che adunate a prova / con lungo affaticar l’assidua gente / avea provvidamente al tempo estivo, / schiaccia, diserta e copre / in un punto; così d’alto piombando, / dall’utero tonante / scagliata al ciel profondo, / di ceneri e di pomici e di sassi / notte e ruina, infusa / di bollenti ruscelli, / o pel montano fianco / furiosa tra l’erba / di liquefatti massi / e di metalli e d’infocata arena / scendendo immensa piena, / le cittadi che il mar là sull’estremo / lido aspergea, confuse / e infranse e ricoperse / in pochi istanti: onde su quelle or pasce / la capra, e città nove / sorgon dall’altra banda, a cui sgabello / son le sepolte, e le prostrate mura / l’arduo monte al suo piè quasi calpesta» (G. Leopardi, La ginestra, o il fiore del deserto, 202-230).

Non parlerò dell’allusione pascoliana a questo capolavoro leopardiano, nel Ciocco dei Canti di Castelvecchio. Lo faccio così, di traverso, senza nulla a pretendere. Eppure, Leopardi un po’ c’entra, nella mia divagazione sull’infinito e sul naufragio, sul mare come simbolo eterno dell’immensità e dell’assoluto in cui tutto si compie e a cui tutto tende. Così pure si chiudono le Myricae, «udivasi un fruscìo / sottile, assiduo, quasi di cipressi; // quasi d’un fiume che cercasse il mare / inesistente, in un immenso piano: / io ne seguiva il vano sussurrare, / sempre lo stesso, sempre più lontano» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 11-16).

 

 

 

Volevo solo scrivere un biglietto per il compleanno di un mio studente, francesco. I compagni volevano fargli una festa a sorpresa durante la festa che egli stesso aveva organizzato. Quel giorno, tuttavia, avevo parlato di Leopardi, anche se l’autunno si mostrava in tutto la sua prepotente malinconia. Così è nato questo testo, questo piccolo omaggio. Nulla di più. Questa l’occasione, perché ogni testo ha un’occasione, un kairos, inserito nel chronos del fluire della vita. spero resti il pensiero, non altro.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

10 commenti

  1. Sarei stato volentieri un tuo alunno

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    1. Federico Cinti ha detto:

      Uno studente intelligente e arguto come te avrebbe certamente arricchito le mie lezioni!

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  2. Paola Pioletti ha detto:

    ….credo che avrei preso 10

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    1. Federico Cinti ha detto:

      Ah, ne sono assolutamente convinto!

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  3. Alidada ha detto:

    Che ricchezza in questo post. Da assaporare lentamente, parola per parola, senza fretta, come sorseggiare un prosecchino sul far della sera in riva al mare in una tiepida serata autunnale 🙂
    Buon inizio settimana amico mio 🙂

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    1. Federico Cinti ha detto:

      Sempre troppo buona,amica Alidada! Non so, l’autunno mi aiuta a riflettere, come fossi allo specchio, a cercare e a ritrovare quel che forse non so più. Un senso di torpore, ecco, come davanti a uno spettacolo, come bere «al calice dell’infinito» di Werther, mentre «pigra ancor la nebbia mattutina / sfuma dorata intorno ogni sarmento» (G. Pascoli, «I attici»), 3-4).
      Grazie sempre di tutto!

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      1. Alidada ha detto:

        ecco Pascoli…dritto al cuore :-)*

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      2. Federico Cinti ha detto:

        Lo sai che è più forte di me!

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  4. almerighi ha detto:

    bellissima, te la rubo per il Domenicale del 21 novembre

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    1. Federico Cinti ha detto:

      Grazie di cuore: ne sono molto onorato!

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