In te vidi la luce

 

Infine, ti trovai. Per sbaglio, forse.

Non so. Fu un grande dono inaspettato.

Ti trovai, di sfuggita, tra le corse

estenuanti del giorno, impreparato.

 

Vidi il sole. Un candore sussurrato

il senso delle cose già trascorse.

Distinsi nel futuro il mio passato

in quell’attimo. Il cuore mi rimorse.

 

L’immagine del vero, l’armonia

attesa, l’ala bianca di gabbiano

libera sulla soglia in fondo in fondo,

 

uscire, entrare. Eterno varco al mondo.

Chiara sentii la voce. Di lontano

era un’eco di un’eco di poesia.

 

 

nulla è invano, si sa. Lo si ripete forse con troppa sicumera a volte. Eppure, ci si deve credere sul serio, se è vero – come è vero – che le coincidenze non esistono. Nemmeno per assurdo nei trasporti, ambito in cui tutto è creato ad arte. Gestito non lo so. non mi pare per nulla, anzi; ma questa è un’altra storia. Un altro viaggio, davvero: «anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. / IL mio dura tuttora, né più mi occorrono / le coincidenze» (E. Montale, Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale, 3-5). O meglio mi servirebbero, per continuare il percorso già tracciato, la via intrapresa quello strano giorno in cui il sole fece capolino, quando In te vidi la luce. Sostanza e accidente, il kairòs nel chronos. Forse, è così che nasce la poesia, dalla parallela convergenza di vite che un giorno s’incontrano. Era il nero germe dell’aratore che «se pareba boves, / alba pratalia araba» (Indovinello veronese).

 

 

 

Era la soglia, tutto qui, attraverso cui esiste un’uscita e un’entrata. Invisibile, certo, come l’ombra che avvolge il senso delle cose e che, tutto a un tratto, all’improvviso, ci si svela davanti. È allora che ogni cosa si fa chiara. Si corre e si percorre infinite volte una strada, senza tuttavia vedere, senza tuttavia poter sentire. Ed ecco il raggio obliquo segnare la via giusta, non più smarrita «la diritta via» (Inf. I 3). E non se ne conoscono i motivi. Succede, nulla di più. Anzi no, il di più è l’accorgersi di quel tempo che si fa occasione, motivo e movente. Emozione e commozione, tra le pieghe dell’essere. Così nasce e rinasce la poesia, nella greve realtà in cui un rivolo azzurro d’inchiostro riga le pagine bianche. In quell’attimo ci si specchia. Ecco, è così che «M’affaccio alla finestra, e vedo il mare: / vanno le stelle, tremolano l’onde», è così che m’interrogo sull’infinito gettato tra il qui e l’altrove, mentre vedo un «ponte gettato sui laghi sereni» e anch’io mi chiedo «per chi dunque sei fatto e dove meni?» (G. Pascoli, Mare, 1-2 e 7-8). Ecco l’eco, era il senso della vita che mi si riaffacciava prepotentemente dinanzi.

In quella luce chiara è ritornato a splendere l’azzurro. È fuggito, è fuggito il temporale. l’occhio si è aperto e chiuso, «tra il nero un casolare: un’ala di gabbiano» (G. Pascoli, Temporale, 6-7), è tornato a vedere ciò che prima era impossibile anche solo immaginare. È forse questo l’atto creativo in sé, che tante volte ho creduto d’afferrare nell’attimo che scivola lontano, sempre più in là, dove l’artificio si fa arte, «che tutto fa, nulla si scopre» (T. Tasso, Gerusalemme liberata, XVI 9, 8). In quel guizzo luminoso ho cercato di fermarmi. Era il tempo in cui tutto sembra chiudersi all’orizzonte, in cui il libro si chiude dopo l’estasi della lettura. Un brano, un altro. E la voce continua a sussurrare nell’orecchio parole altrui divenute ormai nostre. Anche questo è creare e ricreare. Ecco, ancora, dove nasce l’atto creativo. È il mio rovello. Non so, non mi guardo indietro: mi fondo in questa tua luce chiara e comincio a volare, in alto, in alto, tra le scaglie rare di un cielo che si è fuso dentro il mare, che si è fatto mare, «lo gran mar de l’essere» (Par. I 115). E così si ritorna a essere io, si ritorna a essere tu in queste mani candide che formano un candido sole di poesia.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

14 commenti

  1. wwayne ha detto:

    Ennesimo post – capolavoro. Sono sempre più orgoglioso di essere da anni un tuo regolare lettore e commentatore.

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    1. Federico Cinti ha detto:

      Carissimo, mi fai arrossire! a ogni modo, ti ringrazio di cuore. Va da sé che dialogo con una donna bellissima e dolcissima. Prima o poi dovrò dichiararmile…

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      1. wwayne ha detto:

        Ti auguro di conquistarla. Grazie a te per la risposta! 🙂

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      2. Federico Cinti ha detto:

        Me lo auguro anch’io, sebbene di fronte a tanta bellezza io mi senta molto timido. Non mancherò di raccontarlo, nel caso, ovviamente sempre in una trasfigurazione poetica…

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    2. elisafalciori rg. ha detto:

      Bellissimi, poesia, post e disegni!

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      1. Federico Cinti ha detto:

        Ti ringrazio di cuore, carissima Elisa! Un incrocio tra poesia emblematica in stile alciato e «adagia» all’Erasmo da Rotterdam. Insomma, dai, ci si prova!

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    1. Federico Cinti ha detto:

      Grazie di cuore! Il tuo giudizio mi è molto gradito…

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  2. desire760 ha detto:

    Ciao… la poesia è dolce , armonica e con dispendio di tenerezza e molte sfumature che non sfuggono ad uno sguardo attento; credo che “un eco “va scritto senza apostrofo… e tu l’hai reiterato 2 volte apostrofato, scusa lamia pignoleria … Penso sia così… !

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    1. Federico Cinti ha detto:

      Carissima, ti ringrazio di cuore del tuo giudizio così lusinghiero!
      Per quel che ne so io, la parola “eco” è femminile: viene dal nome della ninfa innamorata di Narciso. Poi, forse, si usa anche al maschile, obbligatoriamente al maschile.
      Ciao e a presto!

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      1. desire760 ha detto:

        Beh… se ci si riferisce all’Eco è maschile, se è il nome di una persona di genere femminile… Forse non fa differenza e non andrebbe apostrofato… Comunque tu sarai molto più aggiornato e acculturato di me… Scusami se mi sono permessa… Purtroppo sono pignola … Ciao !

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  3. desire760 ha detto:

    Ho riletto… Non va apostrofato , poi fai come vuoi, sarà una licenza poetica 😉👍

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