Voce di voci

 

Voce di voci, sibilo infinito

oltre il blu della notte, un fil di lama

rade l’anima, subito sopito;

resta l’impronta in noi di chi ci chiama.

 

Eterno labirinto, esile trama

in cui si cerca il bandolo smarrito,

plumbea malinconia, il «m’ama non m’ama»,

antico gioco divenuto rito.

 

Risveglia nel silenzio, oltre le porte,

l’ombra silente. Tutto intorno è vano,

Ancora e sempre, al sibilo di vento.

 

Rimbombano i ventricoli, sgomento

tra l’estasi dell’attimo lontano,

in cui intravidi chiara la mia sorte.

 

 

Improvviso quel suono, «nella notte nera come il nulla» (G. Pascoli, Il tuono, 1). Mi svegliai, richiamato da una voce di voci, quella «del rovaio che a notte urta le porte» (G. Pascoli, I gattici, 11), di un vento che sembrava chiamarmi a chissà che misteri. Rimasi incerto in quel silenzio oscuro a decifrare quel groviglio confuso di parole. A tratti solo i sibili invisibili, simili ai miei pensieri. Eppure, mi parve di conoscere l’antico richiamo, fattosi quasi rito nell’eterno trascorrere del tempo. Non più io, «docile fibra / dell’universo» (G. Ungaretti, I fiumi, 30-31), sospeso in quell’istante infinito. E poi «il languore / / di un circo / prima o dopo lo spettacolo» (G. Ungaretti, I fiumi, 3-5) di cui mi parlasti quel giorno, il primo giorno.

 

 

 

Davanti agli occhi muti una lama di luce chiara, un abbaglio nella notte. E di nuovo quella voce di voci, come gli antichi «fili di metallo» che «a quando a quando / squillano, immensa arpa sonora, al vento» (G. Pascoli, La via ferrata, 9-10). Ed era il vento, credo, era ciò che nel vento dileguava, ciò che forse speravo di sentire in lontananza, fuori e dentro di me, al rito eterno della margherita. E mi ritorna in mente quel contare, «Trenta quaranta, / tutto il mondo canta canta lo gallo / risponde la gallina» (G. Gozzano, La via del rifugio, 1-4). Il rito eterno, eterno tra le dita di quella margherita per cui «m’ama non m’ama». Non so, quasi te l’avrei chiesto in quello spazio in cui si impara che esiste il buio solo perché si è vista la luce, se è vero, per dirla con Pirandello, «che il bujo era immaginario» (Il fu Mattia Pascal).

 

 

 

In questo nostro dialogo, se si poteva chiamare così, tutto mi si rese possibile. non ci crederai. Eppure, in quel vento c’era anche la mia voce. La tua l’avevo già sentita risuonare nei miei precordi, al ritmo di sistole e diastole, tra i ventricoli dell’anima. Perché, vedi, tutto sarebbe più facile se mi fosse dato un momento in cui mettere in scena le mie parole. Ascoltavo quelle altrui, nel momento in cui «e cielo e terra si mostrò qual era» (G. Pascoli, Il lampo, 1). Nella lama chiara di luce, spalancata sul mondo, tutto si rivelò, voce e immagine, tempo e spazio. e in quell’attimo infinito c’eravamo tu e io, voce di voci appunto che si rincorrevano nel labirinto dei nostri corridoi. Nessuna paura, però. Solo la consapevolezza di un essere e di un esserci. In lontananza il fruscio sonnolento degli alberi che raccontavano antiche nenie, miti di miti in cui smarrirsi e ritrovarsi insieme.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

3 commenti

    1. Federico Cinti ha detto:

      Ma grazie di cuore sempre a te, carissimo Juan!

      "Mi piace"

      1. j re crivello ha detto:

        Un abrazo para ti Federico

        Piace a 1 persona

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