A Mauro in memoriam

 

Mi aspettavi, lo so. Non me ne accorsi.

Aspettavi di spalle. Lo imparai

un po’ per volta, dopo, tra i rimorsi,

ruggine ormai.

 

Osservavi la vita. Sulla via

vecchie maschere intrise di ricordi.

Era così che andava, l’ironia

nei tuoi precordi.

 

Tutto già fu, Nel portico l’azzurro

umbratile del giorno, fioco lume.

Rare le voci, timido sussurro

adesso il fiume.

 

 

entrai per sbaglio, sempre ammesso – è ovvio – che lo sbaglio esista, lo sbaglio di natura intendo. Eri di spalle, nel primo tavolino di sinistra. Tenevi circolo assieme agli avventori di una vita. chissà perché, poi, prima di allora non ci ero mai entrato al Caffè Margherita, all’incrocio tra la Porrettana nuova e la Porrettana vera. Era il 2009 o giù di lì. Ora che sei al di fuori del tempo non importa, ma a noi esseri cronici un po’ sì. In verità, credo non t’interessasse nemmeno allora, quando eri dei nostri. Dei nostri, insomma: eravamo noi piuttosto a essere dei tuoi. Io, almeno, mi sentivo così. Mi sentivo di conoscerti da sempre. anzi, no: eri tu che mi conoscevi da sempre, anche se la soglia la varcai per sbaglio quando ero grande. Già, ma grande rispetto a che? Forse, e tu lo sapevi bene, non sono mai cresciuto del tutto. Tu mi aspettavi per cominciare il dialogo che si è interrotto solo quando hai deciso, strano gioco del capocomico, di uscire di scena. sì, perché è tutto «una grande pupazzata», per dirla con Pirandello. E tu di maschere te ne intendevi, perché avevi la capacità di vedere al di sotto e al di là dei personaggi che entravano al bar. Chissà, il sommo capocomico eri tu, da dietro al bancone, in cui ti muovevi furtivo come un gatto sornione.

Mi dicesti qualcosa, ma non chiedermi che cosa. Il dialogo non è fatto sempre di cose che si dicono. Più spesso mi accorgo che è ciò che non si dice l’autentica corrispondenza di sensi. qualcuno scomoderebbe la visione del mondo, ma vedere o non vedere è solo una condizione estemporanea. Ti piaceva dissacrare, esercizio in cui del resto mi ritrovo benissimo pure io. Da dietro le ciglia si vede ciò che è invisibile agli occhi. Tu lo sapevi. Per questo, credo, mi aspettavi. Non potevamo non incontrarci. E infatti il varco era proprio lì, sotto il portico, luogo pubblico in spazio privato. Era la dimensione in cui si può scorgere ciò che si vuole celare. Perché, non neghiamocelo, anche inconsapevolmente molti celano ciò che non sanno. La tua ironia era un bisturi. Non faceva male; anzi, guariva, medicina dalle ansie, dalle corse, dallo sconforto. Insomma, non ci si poteva non fermare. Col tempo ho compreso che alcuni se la davano come una posa sedersi al tuo cospetto. Erano i tuoi bersagli preferiti, come lo sono i miei.

Ci fu un periodo in cui avevo preso l’abitudine di venire a prendere il caffè la domenica mattina presto, con Davide Monda, il mio amico virtuoso della viola. Ne parlaste a lungo: anche di quello sapevi tutto. Perché, quando entravamo, trovavi sempre il modo di sederti assieme a noi. Non ho divinato se lo facessi con tutti, anche se oggi sono persuaso di sì. Il tempo c’era, nel querulo brusio di tanti altri caduti dal letto come noi. Già, perché ogni orario aveva i suoi avventori e per ogni avventore tu avevi una parola. Non che cambiassi in funzione di chi entrasse, piuttosto era la tua capacità introspettiva a mutare l’angolo di prospettiva con cui scrutavi l’oggetto o il soggetto. Il resto erano dettagli del momento e della circostanza. Tant’è vero che pretendesti che venisse anche lui, anche Davide, il bel pomeriggio di maggio in cui presentammo il mio Bestiario. Ritratti veri di persone false. Correva l’anno 2013. Non ho fatto in tempo a chiederti perché tu abbia chiuso il libretto sul Caffè Margherita proprio con la foto di quel pomeriggio, un paio d’anni dopo. Ero molto soddisfatto di quella scelta e mi bastava. Tutto qui. Pensa che ho ancora cinque o sei copie del testo, in qualche parte della mia libreria dalle amicizie speciose.

Amavi tanto le foto: il Margherita ne è pieno. Sono presenze mute di un passaggio lontano. E pensare che ci sono pure io. E adesso ci sei pure tu, anima silente di quel luogo della memoria. Già, perché, anche quando ci si veniva con Stefano Orlandi, mi pareva di entrare in un’altra dimensione. Non so se anche per lui fosse così, ma non mi chiedeva dove andare: si veniva direttamente da te. Magari tu eri a casa, per riposare, e non ti si salutava nemmeno. Oppure, a un certo punto, uscivi non si sa da dove e così cominciava il siparietto. Ed era così pure con Gabriele Mignardi, il famoso giornalista, cui ogni tanto chiedo pure qualche fotografia del mondo circostante. Me ne manda tante e poi mi suggerisce di buttare qua e là l’occhio, un po’ come facevi tu quando mi dicevi che non ti capacitavi del fatto che io non avessi visto il tavolino che era lì anche prima. Ma ci sta, che vuoi che sia? C’è stato un giorno in cui l’ombra è diventata luce e allora ho cominciato a vederci davvero. Penso sia successo così anche a te, soprattutto adesso che ridendo mi starai guardando scrivere un ricordo di te, come se ce ne fosse veramente bisogno.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

11 commenti

  1. vittynablog ha detto:

    Che bel ricordo Federico, hai dedicato al tuo amico del bar Margherita! Doveva essere davvero speciale con le persone che lo frequentavano! D’altronde, i gestori dei bar devono avere dell’empatia per poter stare a contatto con tante persone! Devono saper ascoltare, saper fare ironia per sdrammatizzare i momenti bui che tutti attraversiamo. Un po’ medico dell’anima. E Lui questo lo era davvero, insieme al caffè, donava parte del suo cuore.

    Per questo persone come lui non verranno mai dimenticate ma vivranno sempre nel ricordo delle persone sensibili e brave come te. Posso lasciarti un abbraccio? 🙂

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    1. Federico Cinti ha detto:

      Hai proprio ragione, Mauro era medico dell’anima e assieme alla moglie, Leda, anche del corpo, perché lei continua a cucinare con eccezionale maestria emiliana.
      Del resto, che vuoi mai? Ci si trova o ci si ri-trova, a un certo punto della vita, come nel «Castello dei destini incrociati» di Calvino, come nel Palazzo di atlante di Ariosto. E lì si capisce tutto e, se non si capisce, non si capisce niente!
      In quel luogo mirabile di memorie ora restano appunto i figli e la moglie a perpetuare la tradizione.
      Ogni tanto, non lo nego, mi metto a posto di Mauro, nel primo tavolino di sinistra, di spalle. Insomma, gli provo a rendere memoria, come posso, pure io.
      Il tuo abbraccio lo accetto volentieri e lo ricambio di cuore!

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  2. vittynablog ha detto:

    Fai bene Federico a rendere omaggio al tuo amico Mauro. E’ una forma di rispetto e affetto ammirevole, sarà molto apprezzata anche dalla moglie Leda e i figli, nel vedere ricordare il proprio marito e padre, in maniera tanto affettuosa. Chi viene ricordato così, non ha vissuto invano!!!!

    Grazie dell’abbraccio ricambiato!!!! 🙂

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    1. Federico Cinti ha detto:

      Appena riesco ad andare al Caffè Margherita, magari porto una stampa e la do a Leda, Cinzia e Michele.
      Hai ragione: Mauro non è vissuto invano.
      Grazie, grazie di cuore.

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      1. vittynablog ha detto:

        Le farai felici!!!! Che splendida idea!!!! Bravo Federico, dimostri così che l’amicizia, quella vera, va oltre la vita. E questo dice molto di te . Per me, sei un Grande!!! 🙂

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      2. Federico Cinti ha detto:

        Sei sempre troppo generosa con me, ma grazie di cuore!
        Ti farò sapere che cosa dicono!
        Ciao, un abbraccione e a presto…

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      3. vittynablog ha detto:

        Mi farà davvero piacere saperlo, grazie Federico. Un abbraccio, col cuore spaventato per quanto sta’ accadendo!!!

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      4. Federico Cinti ha detto:

        Siamo sull’orlo del baratro. Anch’io sono molto spaventato.
        Ciao e un Abbraccio…

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  3. Molto ma molto bello. Grande omaggio al tuo amico.

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    1. Federico Cinti ha detto:

      Ieri cadevano proprio i cinque anni da quel giorno e non sono riuscito a trattenermi. Non è che io lo abbia sentito come un bisogno, piuttosto direi come una necessità. chissà, forse è questo il senso stesso del flusso, del «flow», del flusso.
      Grazie di cuore.

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      1. Federico Cinti ha detto:

        Grazie sempre a te: è un piacere dialogare con te!

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