Il the delle befane

Io fui. So che sarò. Non so se sono.

La retta si sdipana. Il punto oscilla

tra l’essere e il non essere. Un frastuono

ho dintorno. Un silenzio di tranquilla

eternità si scopre a mano a mano

davanti e dietro. Scocca una scintilla.

Eco di giorni, il limite lontano

l’ombra del tempo. Il vertice divide

l’incidenza prospettica pian piano.

Esile il filo tra le trame stride,

breve brivido all’attimo improvviso:

esterrefatto l’occhio più non vide.

Fu e più non fu, nulla di tutto intriso

ancora, sempre. Il circolo si chiude

nello specchio. L’immagine d’un viso

era ciò che m’illuse, che m’illude.

«Mi sa proprio che se ne siano accorti, quando è arrivato», m’accennò distratto l’Ingegnere, forse per saggiare la mia reazione. Ogni tanto lo fa, quasi per gioco, di cogliermi all’improvviso nel bel mezzo di un’amena chiacchierata, in una di quelle intercapedini in cui l’argomento ha tutta l’apparenza di essere sul punto di finire.

«E quindi farà parte dell’inclita accolita pure lui?», sussurrai tutto d’un fiato, come quando ci si deve togliere un peso di dosso e si cerca di fare il più velocemente possibile.

«È ovvio», s’affrettò a rassicurarmi in un sorriso. «Sai che non può mancare». E, dopo un attimo di calcolata pausa, soggiunse: «E nemmeno tu».

«Eh già, nemmeno io», gli feci eco. «Ma perché», tentai di continuare, «tutte le volte mi si pone a fianco? Il tavolone ovale col velluto verde è molto grande. Proprio lì deve fare il suo nido?».

«Illogiche dinamiche spaziali», sentenziò, «una sorta di contrappeso cosmico, in modo da riequilibrare le concave convessità siderali».

Non faceva una piega, naturalmente, il suo ragionamento, anche se non ho mai capito perché al rituale the delle befane io non dovessi mancare. E non manco, va da sé: ci tengo a non fare torto a chicchessia. Per chiudere le feste, come si sa, per consumare le briciole ancora rimaste dai fasti gastronomici della fine e del principio.

«Il fatto è che è un fiume in piena», provai a spiegargli, «e, quando poi inizia a bere un po’, è pure peggio». Guardai nel mio bicchiere: lo tenevo gelosamente in mano, temendo me lo potesse chiedere indietro.

«Ma tu non devi fare nulla: ti accomodi lì, ascolti, abbozzi, ogni tanto un piccolo colpo di fioretto. Suvvia, non devo insegnarti il mestiere», mi suggerì sornione, alzandosi in piedi e cominciando a camminare e a mimare con le mani un’arte consumata.

Poi, voltandosi di scatto, mi fissò e intravide un’espressione umbratile sul mio viso: «Quel posto è tuo, lo hai ricevuto dalla storia».

«Quel posto è mio», ripetei meccanicamente.

«Per chiudere l’anno vecchio e iniziare quello nuovo un piccolo sacrificio è d’uopo: è sempre stato così», mi ricordò, appoggiandosi alla sedia di fianco alla mia. «Assecondalo, che t’importa? Ci penserai poi l’anno prossimo».

Già, anche l’anno prossimo mi ritroverò su quello scranno storico. Il mio riscatto sembra proprio impossibile. Tra tante persone il fato s’accanisce contro il povero derelitto solito. E pensare che viene addirittura da non so dove, dalle nebbie oltramontane, per incontrare parenti e amici, per trascorrere qualche giorno a Bologna. io mi ci ritrovai per caso, forse quasi per sbaglio, quando appunto un invito sibillino recitò pressappoco così: “Facciamo il the della befana: la tua presenza è molto gradita”. Accettai, vellicato nell’intimo, ma poi il messaggio fu rettificato subito così: “Ah, scusa, è poi il the delle befane”. E quella specie d’intruglio felino finì per acciambellarsi sulla sedia accanto alla mia per ore e ore.

«Il tempo è dalla nostra, Tranquillo», rettificò a voce l’Ingegnere, «è per un’opera di bene: Dio perdona tante cose…». Sospese studiatamente l’allusione.

«Lasciamo stare Manzoni, dai», lo implorai. Eppure, penso che sia vero. Penso, intendo, che la provvida sventura in qualche modo aiuti i più intrepidi. Per questo me lo sobbarcherò pure quest’anno, mentre la seggiola scricchiolerà e il bicchiere continuerà a svuotarsi e a riempirsi. Mi mangerò un po’ di cioccolato, fondente ça va sans dire, per dare l’impressione di fare qualche cosa.

So che, quando uscirà di casa, tutti tireranno un sospiro di sollievo. No, non è cattivo: è semplicemente ingombrante, come certi pensieri che non ti lasciano mai. chissà, forse altro non è se non il tempo che passa, che incombe. Ce lo si sente addosso, di fianco, ma non lo si afferra mai. a me pare non esistere, il tempo dico, eppure si materializza così, nei riti e nella ciclicità del tempo: una casa, una tavola, un dolce d’occasione, un ospite che non si incontra se non lì, in quell’interstizio.

L’Ingegnere lo sa, lo sa benissimo: sa sempre tutto, lui. Per questo me lo mette accanto, perché è lui che lo fa, scientemente. Crede io non lo abbia capito, ma è il gioco delle parti: ognuno interpreta il suo ruolo finché, come oggi, non mi metto a scriverne, senza capo né coda. Ma il cerchio non ha né inizio né fine, come le cose che facciamo da sempre, come le feste natalizie che aspettiamo per poi farci rattristare tutte le volte. La mia mamma passa sempre Natale in lacrime, ricordando la sua mamma, poi suo marito, poi sua sorella. Insomma, sono più presenti le assenze che altro.

E va bene, anche quest’anno mi siederò vicino a… a… a pensarci bene non ne so neppure il nome. Mi siederò accanto a lui, il cui soprannome è meglio io taccia per verecondia, e attenderò che s’aprano le danze, mentre l’Ingegnere locupleterà doviziosamente il mio piattino sempre in lacrime per i minuti edaci della compagnia. Penso sia questo il senso del the delle befane cui davvero, non posso non ammetterlo, non posso mancare.

E va bene, anche quest’anno mi siederò vicino a… a… a pensarci bene non ne so neppure il nome. Mi siederò accanto a lui, il cui soprannome è meglio io taccia per verecondia, e attenderò che s’aprano le danze, mentre l’Ingegnere locupleterà doviziosamente il mio piattino sempre in lacrime per i minuti edaci della compagnia. Penso sia questo il senso del the delle befane cui davvero, non posso non ammetterlo, non posso mancare.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

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7 commenti

  1. sherazade ha detto:

    Hallo Federico
    Grazie di essere passato a trovarmi mi hai dato lo spunto per venire qui e farti tanti cari auguri per un anno migliore per te e migliore per tutti noi❣️A presto

    Piace a 1 persona

    1. Federico Cinti ha detto:

      Ciao, carissima! Sono lieto di sentirti! Purtroppo, non riesco sempre a gestire come vorrei, a causa dei troppi impegni, questo spazio di condivisione! Le tue parole, tuttavia, mi spingono a essere più presente!
      Anch’io ti auguro un ottimo anno nuovo, pieno di soddisfazioni!
      Ciao e a presto e naturalmente grazie di cuore!

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      1. sherazade ha detto:

        L’importante è incontrarsi con piacere di tanto in tanto non deve essere un dovere tante cose premono e richiedono la nostra presenza💕

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      2. Federico Cinti ha detto:

        Sono perfettamente d’accordo! Nel momento in cui diventasse un obbligo, forse abbandonerei la nave…
        Ciao e a prestissimo!

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      3. Federico Cinti ha detto:

        💗💗💗

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      4. sherazade ha detto:

        Piu uno❤️

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