A Giulia

Declina agosto obliquo. Altre parole
canta il vento. Nell’anima il torpore
vestito già d’autunno. Indugia il sole
pallido in mezzo agli alberi, chiarore

tinto di nostalgia. Nulla più vuole
volgersi indietro ormai. Fuggono le ore
in un vuoto silenzio, aride, sole,
incalzando ogni battito del cuore.

Eppure una carezza, Giulia, il giorno,
il tuo, lieve per l’aria, refrigerio
così consolatore nel ritorno

dell’anno. Ecco, un augurio poco serio
si scioglie, la tua festa tutt’intorno:
si realizza così il tuo desiderio.

A fine agosto tutto trascolora impercettibile e sa già d’altro. Ce lo si sente addosso. Nascere in questo tempo, come Giulia, cui dedico questi miei pochi versi, è ritrovarsi, quasi senza volerlo, in attesa di qualche cosa cui non si riesce a dare un nome. Incombe già il ritorno, chissà, del lavoro, della scuola, di un tempo che si fa sempre più breve. In lontananza le cicale ancora spandono il loro canto, epicedio per una stagione che sta volgendo al termine. Eppure nulla sembra mutare agli occhi distratti di chi vive ogni giorno in modo identico al precedente e al seguente.
Non è un giorno già vissuto, però: Giulia lo sa. Simile, forse, eppure mai uguale, mai identico ad altri. In questa ciclicità sempre diversa s’attua il nostro vivere. Altrimenti, sarebbe semplicemente esistere, senza contezza di sé e di tutto quello che ci circonda. Nell’intuizione diretta del presente ogni cosa si fa possibile, guizzo d’eternità nel limite dell’oggi. Bisogna andare, allora, condanna e redenzione del fluire in cui siamo immersi. Festeggiare un compleanno significa, forse, soffermarsi anche su questo.
Nella gioia del presente la malinconia del transeunte fa capolino. Non è se non il sentimento del tempo, del passare inesorabile del tempo, come sapeva bene Ungaretti, che proprio così definisce l’intera sua opera poetica. Soffermarsi, allora, non è vano esercizio di pensiero: ogni volta è scoprire qualcosa di nuovo o di antico, come nelle favole, come nei miti. Nulla infatti è mai dato a caso. Almeno per me.

© Federico Cinti
Tutti i diritti riservati

A Vienna

 

Altro tempo. Un sorriso la memoria

labile di quei giorni, filo tenue

tra l’antica cortina della nebbia

in cui di nuovo perdersi.

 

Vienna era lì per noi. Ci corse il brivido

di ciò che non è più. Nulla è la storia.

Noi lì per Vienna. Il cuore non dimentica

quello che lo fa vivere.

 

Ci fermammo un istante, in Santo Stefano,

a scaldarci le dita. Dentro l’anima

un sussulto. Nell’ombra di quegli attimi

l’eco dell’indicibile.

 

Quante scale salimmo oltre la polvere

dei secoli. Davanti a noi il fastigio

d’un muto simulacro, volto pallido

tra il vuoto del silenzio.

 

Forse anche noi eravamo solo immagine

nello scorrere fragile dei secoli,

vani passi nel vento, assorto battito

d’ala lieve per l’aria.

 

Ci rivedemmo in loro, troppo simili

in quella vacuità per non accorgerci

di nulla. Era un sorriso la memoria

in quello specchio concavo.

 

Wien - Stephansdom (1).JPG

 

Nel giorno in cui ricorre il genetliaco di Francesco Giuseppe, nato il 18 agosto 1830, il ricordo di un viaggio a Vienna, non so più quanti secoli fa. Non importa: la memoria non ha dimensione, simile a un vecchio film che si ripete sempre uguale. Splendida città Vienna, nel cuore dell’Europa. Splendida ancor più adesso, se mi ci posso rivedere tra la penombra assorta di una nebbiosa lontananza. Nulla da eccepire, se occorre dare ragione a Guido Gozzano, quando disilluso canta: «Non amo che le rose / che non colsi» (Cocotte, IV, 26-27).

A Vienna tornerei, oggi come allora, anche solo per questa ricorrenza, per incontrare di nuovo le ombre di Franz e Sisi. La storia, raccontataci con troppa retorica risorgimentale, ci ha sempre mostrato un Franz Joseph mai esistito. Nella sua lunga vita, ottantasei anni, ha sempre predominato in lui l’austero senso del dovere, pure a scapito degli affetti familiari: si sentiva e si dichiarava il primo funzionario dell’impero. Ed è verissimo. La fantasia ha fatto il resto, giustamente. Il suo mondo era in bilico sull’abisso. Dopo la sua morte inizia il Novecento, secolo per fortuna breve, come è stato definito.

A Vienna tornerei per rivivere le emozioni di un Federico che non esiste più, nella mutevole metamorfosi di ogni istante, il cui nome comune è vita. nulla si perde davvero: diviene oggetto di poesia e di memoria. Siamo in fondo anche noi immagini di immagini.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

La fonte di Bandusia

 

Vaghezza estiva, forse, quella di far risuonare i versi immortali dell’Orazio lirico in questi miei; ma al richiamo delle «acque chiacchierine» della «fonte di Bandusia» (Odi III, 13, 15), lo ammetto candidamente, non ho resistito. Eco di altri «rivi canori» (cfr. G. Pascoli, La mia sera, 18), di altri «rivi strozzati» (cfr. E. Montale, Spesso il male di vivere ho incontrato, 2). Chissà. La memoria poetica segue contorte vie. Nulla di nuovo, certo; solo voci di voci che si incontrano, incrociano e intrecciano.

 

 

O fonte di Bandusia, vetro liquido,

degna di dolce vino, fiori, petali,

ti donerò domani

un capro cui già spuntano

 

le corna per amare e per combattere.

Invano: tingerà il tuo fresco scorrere

il figlio del lascivo

gregge di sangue porpora.

 

Non sa toccarti l’arida canicola,

ora atroce; tu doni un fresco amabile

ai buoi stanchi del giogo

e alle pascenti pecore.

 

diverrai pure tu una fonte nobile,

se canto un’elce nata dove scendono

le tue acque chiacchierine

in mezzo a pietre concave.

 

 

Eppure, per me, la «fonte di Bandusia», con buona pace di chi l’ha cercata e – credo – ancora la cerca, non esiste. Non esiste realmente, intendo, perché luogo dell’anima. In tal senso è anche più vera di un luogo fisico, correlativo oggettivo di una dimensione esistenziale indefinibile. Vogliamo chiamarlo aulicamente locus amoenus? Nulla in contrario. Ma c’è di più. Bandusia è la poesia stessa, alle cui acque attingere eternamente, segno visibile della mitica fonte Castalia, che sgorga non all’esterno, ma all’interno di noi.

di nuovo la fascinazione estiva agisce sulla mia fantasia, incantesimo che si realizza anche in un semplice tentativo di traduzione. Già, perché tutto è traduzione, sbiadita copia di un mondo in perpetuo divenire, mutevole come chi lo guarda, come chi vuole afferrarlo senza riuscirci mai. La «fonte di Bandusia» è quell’acqua in cui, secondo la sentenza eraclitea, non ci si bagna due volte. La poesia non è mai uguale a se stessa. l’apatia dell’estate aiuta il distacco dalle piccole realtà che ci circondano, apre il volo all’immaginazione, alla mia di sicuro.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Sogno di una notte di mezza estate

 

Ho appreso con molta soddisfazione dalla dott.ssa Valeria Di Felice che una mia poesia ha ottenuto il terzo posto nella sezione B, poesia in metrica, al XII Premio letterario Internazionale “Città di Martinsicuro” 2020. Questa la comunicazione ufficiale:

«Gentil.mo autore Federico Cinti,

la Di Felice Edizioni è lieta di comunicarLe che, per la sezione POESIA IN METRICA della XII edizione del Premio Letterario Internazionale “Città di Martinsicuro” 2020, la giuria ha deciso di assegnare il Terzo Premio all’opera: Sogno d’una notte di mezza estate».

 

 

S’intravide la luna: in un pallore

di perla sgranò lieve il suo rosario

di stelle e fiorì lieve lo stupore.

 

Un canto lontanava solitario

lungo la via, per gli orti inargentati,

tra noi sciogliendo l’ultimo divario.

 

Indugiammo nell’ombra trasognati

un tempo indefinito: in quell’istante

fummo come perduti e ritrovati.

 

Si fondeva in noi il mondo circostante

annullandosi: l’ora ci sorprese

simile al volto di un’ignota amante.

 

Le anime nostre incredule, sospese,

rincorsero il fluire della vita

oltre gli eterni secoli protese.

 

Il cuore mareggiò. Dita tra dita

fissammo nella volta ardua del cielo

la sommità dell’essere infinita.

 

Tutto fu un’eco già sentita: il velo

notturno ci coperse, quell’estate

incipiente, col suo sussurro anelo.

 

Un sogno ci rapì, parole alate,

languida ebrezza, etereo stordimento,

antico sortilegio delle fate.

 

Stormivano le fronde agili al vento

spinto verso l’asintoto e tra noi

la vertigine solo e il suo spavento.

 

Non esistette più il prima né il poi.

Tra le palpebre un dolce lacrimare

tu dentro gli occhi miei, io dentro i tuoi.

 

Chissà dove, laggiù, sentimmo il mare,

ombra di un’ombra, immagine del vero,

e quasi ci sembrò di naufragare.

 

Era l’ansia del vivere, pensiero

che ci fondeva indissolubilmente,

e attingemmo alla fonte del mistero.

 

La luna procedette indifferente

nel suo peregrinare senza fine,

oltre i monti, perdendosi silente.

 

Poi l’aurora, in un abito di trine

dal fulgore di rosa, annunciò il giorno

nascente, fino all’ultimo confine

 

della terra, in un ciclico ritorno.

 

 

Riporto di seguito il giudizio della giuria:

 

Motivazione a cura di Vittorio Verducci

 

Sogni e magie in una notte d’estate. Sotto lo sguardo compiaciuto della luna e il ridere delle stelle si fondono gli occhi degli amanti, in una percezione panica della natura che li porta a naufragare nell’oscurità della notte, tra lo stormire delle foglie e i palpiti del mare, in un tempo che si dilata all’infinito. In questa cornice di mistero che avvolge le cose e in cui batte il cuore segreto dell’universo, si snodano le terzine dantesche del poeta, perfette sul piano formale e stilistico, cui egli affida i moti più reconditi dell’anima.

 

 

All’incantesimo del solstizio estivo fa eco la pièce di Shakespeare, di cui ho mutuato il titolo: dimensione onirica e finzione reale s’incontrano e si fondono dentro la notte fulgida del cielo. Splendida metafora, forse, dell’amore, per cui tutto è possibile. Si alza il sipario al tremulo  raggio della luna, che passa nel vento assieme alle stelle. Palpita il mondo tra le case e tra gli alberi. Vicende che s’annodano e si snodano, speciosi intrecci dal sorriso ironico. È il regno delle fate, di Titania e di Oberon, che si rincorrono in un eterno gioco delle parti.

Nel Sogno di una notte di mezza estate un’altra Titania, presenza inquieta in terra europea, non trovò pace, Elisabetta, infelice imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria. Anch’io l’inseguita in quel suo viaggio senza meta, fantasia che ancora non ha raggiunto il suo compimento. Volava di sponda in sponda, simile a gabbiano senza patria. Anche questa è una storia che prima o poi racconterò. Poesia, solo poesia, specchi ad angoli deformi che si riflettono l’uno nell’altro a costruire ciò che è e che non è, metamorfosi d’irrequietudine.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Il sonnellino

 

Eco di un’inquietudine, precario

senso di vuoto. Perso nel silenzio

della penombra, volo

tra sconosciute immagini.

 

Sibila qualche macchina, lontanano

voci nel cuore torpido. M’appisolo

in quest’attimo eterno

vagando senza accorgermi.

 

Altri tempi, altri luoghi. Volti immobili

si confondono ormai nella memoria

o dentro un sogno. Vedo

ciò che all’occhio è invisibile.

 

Riverbera nell’anima una musica

dimenticata. Appena mi ci accoccolo

felice e mi riscuoto

dalla mia grave inerzia.

 

Pallida vanità. Nel pomeriggio

si dilata ogni istante. In mezzo agli alberi

rovente fruscia il vento

che narra un’altra storia.

 

 

 

Il sonnellino, momento di sospesa rarefazione di cui ormai non posso più fare a meno. Segno forse dei tempi o dell’età. non so. È così e ne prendo atto. Cogliere il trapasso dalla veglia all’incoscienza è arduo, mentre ogni cosa si confonde intorno, suoni luci parole. Ci si ritrova altrove, lungo l’ala dei secoli. Il cortile nel pomeriggio echeggia di antiche favole raccontate dal vento. Fuggono le macchine lungo le strade deserte e lontanano come i miei pensieri. Libertà, certo, in cui tutto si fa possibile. Scrivo versi e romanzi, incontro chi non vedo da tempo, canto ignote melodie. È il pisolo postprandiale, così dolce nell’attimo in cui ci si avvia come in un viaggio: prende vita la penombra, ridona emozioni non più percepite e comunica un benessere senza fine.

Il sonnellino, come canta Pascoli, è un risalimento alla ricerca di sé: «Guardai, di tra l’ombra, già nera, / del sonno, smarrendo qualcosa / lì dentro: nell’aria non era / che un cirro di rosa» (G. Pascoli, Il sonnellino, 1-4). No, non è forse ricerca di sé: in quel momento di sospensione s’insegue ciò che non si è, che non si è più o non si sarà mai. Dimensione incantata, questa, in cui potersi sentire senza vincoli o legami. Ecco, forse è questo che mi affascina e mi culla. Anche mio padre era così, ma non lo riuscivo a capire appieno. Solo ora riesco a intravedere quel che prima di me ha intravisto lui.

Mi abbandono allora al sonnellino, in cui si riscopre sempre qualche cosa, preludio a un non si sa che cosa, ma che si desidera inspiegabilmente.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Ad Angelica

 

Un mare di cicale. A lievi ondate

l’azzurro si riscuote, sogno vano

sospeso tra le nuvole. L’estate

galleggia dentro l’anima. Lontano

 

un ricordo, impalpabili giornate

sempre identiche. Eppure, nulla è invano:

un volto ride, il tuo, parole alate

a rincorrere il vento a mano a mano,

 

Angelica, nel giorno che ti sfiora

e ti fa festa. Ogni ansia, oggi, scompare

nella felicità che si colora

 

dei tuoi occhi stellanti. Naufragare,

forse, è il dolce prodigio dato ancora

a chi con te s’immerge in questo mare.

 

 

 

«Trema uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, III 8): così avrei preferito concludere, se non avessi alluso  ad altro. Potenza dell’evocazione poetica, ovviamente, tramutatasi in immagine e quindi in idea, secondo la ben nota etimologia. Sarà che, quando penso ad Angelica, penso al volteggiare aggraziato della farfalla. Il nome, certo, la caratura letteraria, l’essenza che si cela oltre il velo sonoro e si fa persona. È come se, nel silenzio degli uomini, si facesse assorta presenza il colore nel verde del prato, il frinire assordante nell’azzurro terso d’un giorno estivo, il calore del sole nel fresco refrigerio della stanza all’ombra.

Ad Angelica dovrei dire tante cose, ma non è questo il tempo, ma non è questo il luogo. A inizio agosto l’atmosfera rarefatta induce ad altre riflessioni. L’ora si dilata all’infinito e il pomeriggio sembra non terminare mai nei bagliori della sera. I vestimenti leggeri sono una libertà difficilmente raggiungibile nel resto dell’anno. Si rimane così, in attesa di non si sa che, in fondo, a cercare di ingannare ogni giornata identica a quella già passata, identica a quella a venire.

Ad Angelica mi limito a fare i miei auguri per la sua festa. Ecco, questo forse è importante, oggi. Il resto è solo un vuoto chiacchierare.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

A metà estate

 

Lieve per l’aria l’alito

caldo del sole, un tocco appena, languida

tenerezza. L’anima

si ridesta allo specchio impercettibile.

 

Nulla è mutato, inerzia

d’un tempo che non passa. Si perpetua

assopita nei secoli

l’ansia del giorno in corsa lungo il margine.

 

Su questa linea lucida

il prima e il dopo. Tutto resta simile

nell’eterno riflettersi

di ciò che non si è più. Cadere, infrangersi,

 

sogno che sfrangia rapido

chissà dove al risveglio, alla memoria.

Vano ora quel sorridere,

malinconia sottile, assorto battito

 

ripercosso nell’intimo

e scordato. Lo so, non devo volgermi

indietro. Eterno scorrere,

quello che resta, fluido tra i ventricoli.

 

Ombra di un’ombra, immagine

quella che adesso vedo oltre la soglia.

Sono io? Non so. La pagina

termina, va girata, senza lacrime.

 

 

A metà estate, e ogni anno è così, s’avvertono già i segni dell’incombente malinconia autunnale. Impercettibile sensazione, quasi, nascosta nel fresco ombroso del mattino, nel sole che si fa obliquo e negli angoli più corti delle giornate. L’eco del tempo somiglia alla parola dei poeti, immagini che non muoiono, in fondo in fondo al cuore. Risento Vincenzo Cardarelli cantare: «Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto» (Autunno, 1-2). E ancora il mio Giovanni Pascoli, in quel verso di semplice, incredibile bellezza, dipinge un mondo, il suo mondo: «dentro il meridiano ozio dell’aie» (Romagna, 16). In quel meridiano ozio tutto è possibile, anche incontrare «qualche disturbata divinità» (E. Montale, I limoni, 36). E me li rivedo Severino Ferrari e Giovanni Pascoli rincorrersi e chiamarsi «di tra gli olmi».

Vaghezze estive, queste, di metà estate, quando tutto si fa possibile. Nel ricordo non vi è prima né poi: un volto, due occhi che ti guardano, un sorriso. Chi torna in questo specchio? Non è dato sapere. L’immagine si ferma, irriconoscibile, ignota ormai. Il sogno non ha contorni. Resto così, ad aspettare ciò che forse non accadrà mai più. Eco di un’eco, questa, voce che quasi più non riesco a ricordare. Eppure tutto è chiaro ancora, tutto è vivo. Anche Orfeo si volge indietro e perde Euridice, ma non può farne a meno: quell’ombra non apparteneva più a lui, era ormai fredda e vana. Un altro sogno, un’altra età. tutto evolve.

A metà estate il tempo pare sospendersi per una distrazione. Unico rimedio, forse, non pensarci troppo, forse soltanto premio di consolazione.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Carpe diem

 

Ogni tanto mi prendo il lusso di confrontarmi – potrei quasi azzardare di litigare – con Orazio, perché le volte in cui , per qualche arcano motivo, mi rimetto a dialogare con lui, mi imbatto sempre in qualcosa di nuovo. Tralascio il cimento della traduzione poetica, impossibile per definizione, eppure ineludibile. Mi riferisco in particolare all’Orazio lirico, non al pur mirabile «satiro», secondo la definizione dantesca (Inf. IV 89). E così mi ritrovo davanti a quel «monumento più perenne del bronzo» (carm. III 30, 1), quasi come si ritorna a visitare un luogo dell’anima.

Quest’oggi sono alle prese con il carmen I 11, solitamente noto come carpe diem, anche se non ha titolo. Ne ho tentato diverse rese, ma a rimeditarle non reggono il paragone con l’originale. Scoperta ovvia, si potrebbe pensare. Ne propongo un’altra che non mi pare disdicevole, frutto di quell’attimo che fugge, dell’hic et nunc, se si vuole del carpe diem.  

 

 

Non chiedere, sacrilego è sapere,

che fine a me, che fine a te gli dei

hanno dato, Leuconoe, e non tentare

i calcoli caldei. Oh come è meglio

sopportare ogni cosa del futuro!

Conceda Giove molti inverni o solo

quest’ultimo, che fiacca ora tra opposte

scogliere il mar Tirreno, tu sii saggia,

filtra il vino e recidi al breve spazio

una speranza lunga. Mentre noi

parliamo, il tempo sarà già fuggito

pieno d’invidia. Cogli il giorno, senza

dare il minimo credito al domani.

 

 

Il mio dialogo s’arricchisce d’altri due interlocutori, Eugenio Montale e Giacomo Leopardi. Chissà perché, ma non mi ero mai accorto che all’immagine della recisione fa eco l’imperativo negativo di Non recidere, forbice, quel volto. Contesti diversissimi, certo: non parlo di allusioni o citazioni. Quel che mi stupisce, tuttavia, è la strana coincidenza. Esortazione e negazione: «recidi» e «non recidere», modi solo apparentemente opposti di considerare il presente. La «cicala» vive il presente, come nella favola di Esopo: prende alla lettera il precetto di vivere completamente il giorno, ascrivendolo a guadagno, perché non dà credito al domani. Avevo alluso a qualche cosa di simile in Auguri in ritardo ad Alberto. Anche l’autore delle Occasioni così conclude il suo breve componimento: «e l’acacia ferita da sé scrolla / il guscio di cicala / nella prima belletta di novembre». Suggestioni, nulla di più. Leggere diventa un mosaico da decostruire e ricostruire, mentre si riaffaccia L’ombra di Narciso.

Riguardo a Giacomo Leopardi gli addentellati sarebbero più precisi, ma non vorrei svelare le mie carte: il testo mi pare già tanto eloquente. Ci sarebbe da chiedersi, forse, perché abbia legato quell’immagine alla «memoria». Noi coincidiamo, questo sì, con la nostra capacità di ricordare e di sperare: in questo senso si dispiega tutto il componimento e il gioco di specchi che lo attraversa. Il Recanatese è fin troppo intriso dei classici per non farmi buttare il cuore al di là dell’ostacolo. Prima o poi mi profonderò in qualche interpretazione più ardita.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Auguri in ritardo Ad Alberto

 

Un soffio, nulla più. Battito d’ala

il tempo senza posa. Tutto ormai

sfuma nel mito. Freme una cicala

chissà dove, dimentica dei guai,

 

dimentica di sé: d’estate sciala

la vita che l’è data. Alberto, sai,

non volermene. No, non è per mala

voglia: è la sospensione. Capirai.

 

Rovente il sole tremola. Lontano

tutto sfuma, ricordo che scompare

al tocco dell’azzurro, sogno vano.

 

Già fu. Lo so. Nell’anima riappare

il tuo giorno, il sorriso, a mano a mano,

conchiglia in cui s’annida eco di mare.

 

 

Mi è sfuggito, non so. Non avrebbe dovuto accadere, eppure è accaduto: in estate il tempo ha una sospensione senza prima né poi. Ogni giorno, qualsiasi giorno, si fa identico al precedente e al successivo. Insomma, mi è sfuggito il compleanno di Alberto e il rito ancestrale a esso legato. Chissà, forse Alberto se lo aspettava. Sì, certo: sicuramente il suo giorno, l’11 luglio, avrà festeggiato. Io ricordo solo che era un sabato. Un sabato di luglio, ecco, in cui avevo appena iniziato l’annuale «Giardino poetico» presso il Centro foscherara di Bologna. Quest’anno si leggevano i Dialoghi con Leukò, omaggio al LXX anniversario della dipartita di Cesare Pavese. In questo tempo senza spazio ogni cosa si fa possibile. È il senso del canto, del frinire della cicala dimentica di sé, dimentica di tutto, immagine della poesia che si dona gratuitamente, mentre la formica tesaurizza per un inverno che forse non giungerà: la vita va vissuta istante per istante, senza troppo pensare al domani, perché già l’oggi ha i suoi grattacapi. Eterno mito raccontato dal vento alle fronde degli alberi in religioso silenzio. Esopo non ha scritto certo invano.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

L’ombra di Narciso

 

Alita il vento. Fra un fruscio di foglie

Si ridesta la mente, trasalita

lungo il lubrico margine, alle soglie

liquide. Lieve il tocco delle dita.

 

Un fremito l’afferra. A un tratto coglie,

come dal nulla adesso rifiorita,

un’immagine eterea, antiche voglie

dimenticate, al volto della vita.

 

Un tuffo nell’ignoto: nuovo il mare

s’apre all’occhio abbagliato in un sorriso

amico. Profondarsi, naufragare

 

fuori del tempo è un attimo. Ora il viso

si fonde e si confonde. Ricompare,

persa in un sogno, l’ombra di Narciso.

 

 

Non più un prima né un poi: dentro lo specchio un’immagine ride, sconosciuta. Il passo è breve. Confondersi al di là o al di qua della soglia? Dubbio che scivola sui cristalli liquidi, gioco di fascinazione o d’incantesimo. Senso vago d’appartenenza, quello che si prova, di fronte all’essere, in cui non si riflette che ciò che vogliamo. Al tocco delle dita tutto sembra animarsi e ricomincia il viaggio. Dov’è la meta, in noi o fuori di noi? Eppure non si è soli in questo mare. Lo definiscono social, ancoraggio di connessioni virtuali.

Narciso ricompare in questo gorgo muto: immagini su immagini, parole eco di parole a cercare un consenso. Si è già oltre lo specchio, invisibile soglia alle nostre mille solitudini. Il tempo s’annulla nell’attimo infinito. Questo è l’amore, questa è la vita e il niente: questo è vivere solo nell’immagine, nel gesto, nella parola lasciata a commento. Ogni giorno si muore un po’ senza saperlo, senza vederlo, senza capirlo. Galleggiano le ombre sul cristallo luminoso, eppure inerte. È l’essere e l’esserci nel cavo della mano, come il suono nascosto nella conchiglia di quello stesso mare.

Narciso è un’ombra che si perpetua sotto le nostre dita, adesso, mentre vediamo solo ciò che appare oltre lo specchio. In questo sta la radice del fare, della poesia. Sogno o ragione? Linea sottile, labirinto in cui si smarrisce la via, come nel palazzo di Atlante, nel castello di Armida. Tutto è già scritto: senza mito non c’è poesia. Il più è riconoscerlo, risalire e abbandonarcisi.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati