Auguri a Novello

 

Nel cielo aria di festa, ali sospese,

Ombre di sogno labili in cui il cuore

Veglia tra mille, indefinite attese,

E riscopre la vita, antico fiore

 

Lasciato lungo il ciglio, a metà mese,

La metà esatta, a luglio, in un chiarore

Opalescente, lievi voci arrese,

Buoni dolci propositi, sapore

 

Amico, tempo che oggi fa ritorno.

Lo sai, lo so, Novello, due parole,

Due o poco più, per fare da contorno,

 

Oggi che brilla limpido il tuo sole,

Novello, oggi ti faccio, nel tuo giorno,

I miei auguri, un po’ come Dio vuole.

 

 

Non ama Novello che io aggiunga la prosa a corredo della poesia, come già fece il buon Dante nella Vita Nuova: sostiene che è un di più, che guasta in qualche modo la limpida purezza della poesia. D’accordo con lui, come sempre; peccato, però, che i miei restanti ventiquattro lettori siano d’opinione totalmente opposta, se è vero che la trovano un degno complemento al ritmo dei versi e «alla mesta armonia che li governa», per citare uno dei suoi autori. Suoi di Novello, ovviamente, anche se il suo preferito resta sempre e solo il conte Leopardi. Anche a me stanno molto a cuore Foscolo e Leopardi, intendiamoci; ma Pascoli alle volte mi comunica di più.

Queste sue preferenze le ha sempre propalate coram populo , ex cathedra, già al liceo, al magnifico Minghetti di Bologna. Lo conobbi lì: era mio esimio professore di lettere. Forse esimio non gli piacerà molto, ma tanto so che non leggerà queste mie poche righe e godo quindi della più ampia parresia. E poi, come sempre ripeto, bisogna temere non quel che dico, bensì quel che non dico. Il resto sono chiacchiere da bar, così soavi e rilassanti. Si impara molto dal nulla altrui, come gli altri imparano dal nulla nostro. Reciprocità, forse, o semplice eterogenesi dei fini. Di solito, chi la spara più grossa ha il maggior credito: è una legge di natura.

In tal modo il rito degli auguri è stato espletato. A metà luglio non riesco a fare di meglio. E si badi che è proprio la metà esatta, perché il mese è di trentun giorni. Probabilmente Novello non ci ha mai fatto caso. Io sì, perché anche gennaio è messo allo stesso modo, con me  che compio gli anni il 16. Coincidenze, se esistono, trappole montaliane per i meno attenti in fondo all’aula. Succede, per l’amor di Dio: cadere nel punto morto dell’universo non fa piacere a nessuno. Domani ci si attrezzerà. Intanto, faccio ancora i miei migliori auguri a Novello.

 

 

© Federico Cinti

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Arco temporale

 

Cade una freccia: calendario mio,

Il giorno è giunto. L’arco temporale

Annulla ogni distanza. In questo invio

Odierno tutto torna a essere uguale.

 

Mi sa che non la penso solo io

In questo modo. Certo, poco male.

Rido di questo lento logorio

In atto: compleanno o funerale?

 

Arcana corsa verso il tutto o il niente,

Miraggio d’infinito. Nel bersaglio

Mi ritrovo. La Musa mi consente

 

Un poco d’ironia. Gli auguri a raglio

Si confanno a un poeta a luci spente.

Auguri. Adesso incocco, se non sbaglio.

 

 

Me lo ha chiesto lei, Miriam, non sapendo forse a che cosa andasse incontro, di scriverle qualche cosa per questa ricorrenza. O forse sì. Gli auguri di compleanno ormai stanno diventando una faccenda tremendamente seria. Oppure faceta, a seconda dei casi. Ecco, un genere letterario molto duttile che permette di dire in modo simpatico uno scorcio di verità. Come amo ripetere, occorre temere non ciò che dico, bensì ciò che non dico. L’ironia è davvero un’arma per intelligenze raffinate: affidiamo il compito di ultimare il ragionamento al destinatario del discorso. E non sempre ne è all’altezza. Ma tant’è: si deve fare e si fa.

Per quel che ne so, Miriam è persona molto ironica e, dote ancor più rara, auto-ironica. Io mi sono preso qualche libertà, lo ammetto, soprattutto riguardo alla sua passione per l’arco. Non dico tanto per le frecce, quando per l’arco, oggetto quasi – sottolineerei quasi – proibito o proibitivo. So che ha iniziato quasi per gioco, quasi per sfida. Poi la passione l’ha travolta e non parla d’altro. Ci sta: ognuno finalizza le proprie energie su quel che l’appaga. Con l’arco non ho mai avuto nulla a che fare e, adesso che so come va a finire, gli sto alla larga.

Le rinnovo gli auguri. Fare centro non è così scontato. Il bersaglio è il premio di pochi, dei più affinati in quest’arte antica. Ma ci possiamo lavorare.

 

 

© Federico Cinti

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Indovinello

 

Di vestire i panni del redattore della “Settimana enigmistica”, no, non mi era ancora capitato. Eppure, sono pronto a tutto nella multiforme metamorfosi poetica in cui le storte sillabe si combinano e ricombinano. Dimensione surrealista, non c’è che dire, andata ben oltre il sensibile. Potrei dire anzi ultra sensibile, quasi metafisica, sempre ammesso lo Stagirita non abbia nulla da ribattere sotto i portici della nostra dotta Bologna peripatetico com’era e come resterà usque in aeternum.

Mi inerpico al centro dell’intuizione, se non ho deviato troppo, e lascio la parola finalmente a me stesso, l’unico che ne abbia veramente diritto.

 

 

Siedo muto sul tavolo. M’accendo,

obbediente al pur minimo comando.

Non dico nulla. Con rispetto attendo

operoso al mio capo, non forzando

 

in alcun caso ciò che sto facendo.

Le distrazioni, ahimè, di quando in quando,

capitano. Io, zitto, non m’offendo.

Ogni volta riprendo e non domando.

 

Macino mille calcoli. Il binario

per me è il migliore. Almeno così credo.

Uso a obbedir tacendo, solitario,

 

temo gli incompetenti, a cui non cedo.

Eseguo, come posso, in modo vario.

Rido. Muto sul tavolo io siedo.

 

 

Se mi è consentito dare il famoso aiutino, direi che nel testo è contenuto quanto è necessario alla soluzione dell’enigma ben oltre il consentito. Intendiamoci, non che occorra un grande genio; però, se sono stato bravo, dovrei aver fornito tutti gli elementi utili perché all’ipotesi segua la giusta tesi. Eh, matematico in pectore. La distinzione disciplinare pare utile solo alle menti limitate. Mi auguro di aver preso strade diverse da quelle trite sino a questo momento. Il tempo mi dirà se ho fatto bene.

 

 

© @ Federico Cinti

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Tanti auguri a Giacomo

Giugno termina. In limpide cascate
Il sogno impercettibile distilla
A goccia a goccia. Pallide giornate
Chiamano all’ombra placida. Tranquilla

Ogni vicenda scivola. Ventate
Miti sul cuore, fantasia che brilla
O tremula: s’affaccia in noi l’estate
Vacua. Immagine immobile, favilla

Eterna d’un abbraccio. Vaga il cuore
Nel cielo senza limiti. Lontano
Tra le nuvole bianche lo stupore.

Una festa, un augurio. Piano piano
Ritorna anche per Giacomo il sapore
antico di quel giorno adesso vano.
Di Giacomo potrei elencare una serie interminabile di doti: simpatia, acutezza, erudizione, perfetta forma fisica. Avrei finito? Ovviamente no, ma continuare risulterebbe solo una stucchevole accumulazione retorica. Mi limiterò, allora, a riportare quella che io ritengo la sua più sublime qualità, perché il resto è solo accessorio o almeno a me così pare, che è l’amicizia.
Certo, Giacomo ha l’innato aplomb del professorino, è indubbio; ma che ci si può fare? Un po’ di vezzo non disturba: è come il neo sul volto dell’eterna bellezza sotto la parrucca incipriata. Oh, naturalmente, non ne faccio una questione estetica: è una divagazione sull’uomo e sulle proprie peculiarità. Chi lo conosce può darmi ragione.
O, meglio, potrebbe, se non fosse che ultimamente ci si è visti sempre meno. Male dei nostri giorni, questo, non c’è che dire, e lo chiamano distanziamento. Ci si sarebbe potuti spingere fino a definirlo segregazione, ma poi si vestono gli scomodi panni del complottista. Anche le biblioteche hanno chiuso i loro fragorosi battenti. La polvere la fa da padrona addirittura sui rapporti umani, non diciamo sociali.
Ecco, una cosa che potrei forse azzardare su Giacomo è che nascere il 29 giugno e chiamarsi come Leopardi non deve essere così casuale. Io almeno non la percepisco una casualità. come m’insegnerebbe il nostro professorino, nomina sunt omina. Ed effettivamente per lui è stato buon presagio. Intendiamoci, non per la duplice gobba, avanti e dietro, no, che mi sembra non abbia. dicevo che nel nome si nasconde una parte cospicua di lui. Giacomo, già… ma non sarebbe il caso di fargli gli auguri e basta? E facciamoglieli, allora, questi benedetti auguri di buon compleanno. 

 

 

© Federico Cinti

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Omaggio a Martin Mesnart

 

Lo ammetto: per me ha un fascino tutto particolare l’acrostico, quel nascondimento misterioso che impreziosisce taluni componimenti poetici. Per qualcuno altro non sono che esercizi di stile; io, per me, credo sia l’espressione di una complessità che si svela solo ai lettori più acuti, una sorta di dialogo segreto tra poeta ed esegeta. È un tocco di raffinatezza artistica o parte della personalità.

Conoscendo questa mia passione, un amico, Francesco Pieri, mi ha segnalato il prologo – vogliamo chiamarlo così? – dell’edizione parigina, risalente al 1545, di Tertulliano a cura di Martin Mesnart. Un nome noto, questo, non c’è che dire. campeggiava latinizzato, mi suggeriva l’amico, sul frontespizio, come se io non fossi in grado di accorgermene da solo.

Mesnart lo avevo incontrato parecchie volte durante gli anni di dottorato, quando mi occupavo dell’Adversus Marcionem di Tertulliano. Ed ecco che un giorno proprio Mesnart mi è venuto a cercare, mi ha tirato per il braccio e mi ha detto: «E adesso che facciamo?».

Chissà, voleva che io lo traducessi, quasi io dovessi riportarlo in vita. Il testo è in trimetri giambici puri: lo dico per i puntigliosi, ma significa poco o nulla per i più. Mi sono sentito in obbligo di abbozzarne una versione, un po’ come riuscivo. In qualche modo, pensavo, glielo dovevo.

 

 

Molto oggi ti è di pro, lettore candido,

Ardente mio lettore, e mi pare utile

Ridirtelo: è di pro senza alcun dubbio.

Tertulliano ti ho offerto in un libro unico,

Io, senza errori, senza alcuna macchia:

Non dico, sai, l’autore, ma la sua opera,

Voluta e avuta dai più dotti in pregio,

Sempre in mano a Cipriano per lo studio,

Misconosciuta e in grande parte persasi

E per te viva adesso oltre ogni lapide.

Se leggi, ti stupisci. Tra le pagine

Notare puoi quanto gli altri teologi

Anteceda in sentenze e in fiori e in varia

Raffinatezza nello stile nobile.

Tu godine: è il mio dono. Stammi al meglio.

 

 

A proposito, sarà meglio che io riporti pure l’originale: questi studiosi sanno essere alle volte alquanto permalosi. Io almeno lo sarei parecchio se qualcuno citasse un mio testo senza poi riportarlo.

 

 

Multum dies haec ipsa (lector candide

Ardensque lector) commodi tibi attulit

Rursusque dico commodi multum attulit.

Tertullianum tandem tibi habes integrum

Ipsumque cunctis expiatum sordibus:

Non dico ego authorem sed authoris opera

Viris disertis habita summo in pondere

Subtili ad unguem Cypriano cognita,

Magnoque magna ex parte lapsa tempore

Et consepulta nunc reviviscunt tibi.

Si legeris, mirabere. poteris interim

Notasse quantum caeteris theographis

Antestet et sententiis et floribus

Rerumque varietate quam gratissima:

Tu fruere lector munere, et faustus vale

 

 

Qualcuno, ovviamente lo stesso amico che mi ha segnalato l’acrostico, ha detto che la mia resa ha superato l’originale. Può darsi, ma non oso nemmeno ripeterlo. Ne prendo atto con un certo compiacimento. Mesnart si è dileguato, come i sogni della mattina, vividi eppure evanescenti. Il lettore, ogni lettore, ha spesso più responsabilità dell’autore. Io mi limito a fare il mio lavoro. Sono in fondo un mero esecutore.

 

 

© Federico Cinti

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“Nevicata”, I premio al concorso “Lampi di poesia”

 

Non so come, ma una mia poesia si è classificata prima alla 5^ Edizione (2020) del Premio Letterario Nazionale “LAMPI DI POESIA | SLUSSI ‘D POESÌA”,nella sezione A.1 | Poesie brevi in Lingua italiana, indetto dall’Associazione “Monginevro cultura” di Torino.
Ne ripropongo il testo, non perché sia stato premiato, bensì perché mi suscita ancora tante emozioni a rileggerlo.

 

 

NEVICATA

 

Grigio il giorno. Per l’aria un tetro gelo.
Inizia a nevicare senza fine.
Non un suono. Su tutto un bianco velo,
equilibrio di mille antiche trine.

 

Vaga un’ombra di pace per il cielo.
Ride il cuore. Sull’ultimo confine
abita una speranza, come in stelo
fiore sbocciato appena tra le spine.

 

Aria di festa. Tutto trascolora
rapido allo spettacolo. La neve
oggi è visione che stupisce ancora.

 

La sospensione scende lieve lieve
fra di noi, ci sostiene, ci rincuora,
in questo tempo che si è fatto breve.

 

 

Di seguito il giudizio della giuria, che ha decretato Nevicata come miglior sonetto in competizione:

Sonetto metricamente perfetto, tra il pascoliano e il crepuscolare, i cui versi trasmettono speranza, come un fiore appena sbocciato tra le spine.

 

L’unico giorno in cui ha nevicato, l’anno scorso. Un’atmosfera incantata ha cominciato ad ammantare ogni cosa. Lungo la via un silenzio senza fine, come se tutto si fosse fermato. Era venerdì, il 13 dicembre, il giorno di Santa Lucia. A un tratto mi pareva d’essere tornato bambino: il sogno s’avverava di nuovo. Bologna vestiva un abito di trine per la festa.
Ne ho fatto versi per i miei studenti: la mattina a scuola avevamo parlato di sonetti e di acrostici. Piacque molto, un dono inaspettato per tutti, in primis per me. La madreperla del cielo riluceva nel lieve candore dei fiocchi in una sospensione fuori del tempo.
Anche agli amici piacque molto. Un giorno come gli altri, ma diverso. Non allegria, ma un vago senso di nostalgia per la purezza che andava ricostituendosi, come se i frammenti del mosaico ritrovassero la loro primordiale collocazione. Eppure, tutto era così semplice.
Il premio dovrebbe essere dato allo spettacolo che la neve è riuscita a suscitare in noi. Ogni volta è così, una nenia che si riascolta e che commuove una parte di noi forse dimenticata. Dico forse, se riaffiora con placida meraviglia. Lo specchio appannato a un certo punto restituisce il suo tesoro di sospensione e così è possibile smarrirsi nella fantasia e nella poesia che permea il reale.

 

 

© Federico Cinti
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