Eco di voce limpida

 

Aura d’incanto, in quel sorriso un volo

leggero di farfalla. Sogno lieve,

antica nostalgia d’un tempo breve,

un estatico canto d’usignolo

 

rade l’azzurro. Nell’eterno assolo,

al diafano pallore della neve,

si scioglie il cuore. Oltre il sipario greve

preme la soglia in un istante solo.

 

Inquieta sospensione, orma d’un raggio,

muta lo spazio nel silenzio assorto,

potenza inafferrabile. Le mani

 

ondeggiano in assenza del domani.

L’aura trascende, vanità e conforto,

ombra infinita, ennesimo miraggio.

 

 

Mi è sempre parso che parlare d’altro equivalesse, in fondo, a parlare d’oltre. Poi capita che un giorno, a occhi socchiusi, una voce squarci il buio e ridoni il senso a ogni singolo dettaglio, a ogni più piccola «cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata» (G. Ungaretti, Natale, 10-14), in un desiderio di senso infinito, in attesa, appunto con «socchiusi gli occhi», mentre me ne «sto / supino nel trifoglio, / e vedo un quadrifoglio / che non raccoglierò» (G. Gozzano, La via del rifugio, 5-8). Ecco un prato in rigoglio, in cui a un tratto «trema uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, 24), ecco un sorriso lieve che colora quel tetro vuoto. Fantasia o realtà? Siamo al di qua o al di là del vero (o del velo)?

Quel sorriso di luce si fa voce, liquido cristallo: è un canto nell’azzurro, simile a un sogno avveratosi nella poesia in cui tutto vale di per sé e allude a una dimensione d’alterità. Serve a vedersi, finalmente, come siamo visti, perché «chi vive, quando vive, non si vede: vive» (L. Pirandello, La carriola). Vita e forma s’attraggono e respingono, si trovano e si perdono, come l’occhio che, per vedere, si deve chiudere. Davanti a noi si mostra la realtà, come quando in teatro si scioglie la palpebra del sipario e si è sospesi ora qua e ora là, nel proprio ruolo prima sconosciuto. Il teatro stesso è un occhio che guarda ed è guardato, luogo fuori dello spazio, momento fuori del tempo. Tutto si fa metafora, poesia canto parola: una vertigine fa trascendere l’attimo.

 

 

 

Tutto è metafora, certo, a partire dal più famoso senhal, «l’aura», imparato forse a scuola e poi dimenticato, quando ancora «erano i capei d’oro a l’aura sparsi» (Rvf XC 1), in cui l’aura si fa lauro e si fa l’oro. Era un mondo racchiuso in un nome, anch’esso fuori del tempo e dello spazio. dativo di possesso, certo, che si trasformava in immagine di Venere in sembianza di Camilla, quindi di Laura, come nei versi virgiliani in cui dederat comam diffundere ventis, / nuda genu, nodoque sinus collecta fluentis (Virgilio, Aeneis, I 319-320). Era un gioco di maschere e di simboli, perché guardare oltre è vedere altro. al di fuori di noi vediamo tocchiamo sentiamo: un’ebrezza sottile ci pervade. La vita stessa è un teatro in cui ci si mostra il nostro complemento, in cui ci specchiamo e riflettiamo.

 

 

Ecco la voce che ti entra nel cuore e non se ne va più: parla la tua lingua, vellica il tuo orecchio, sa ciò che tu non sai più e ridà al tutto il senso che sempre hai cercato. La soglia è varcata: la fantasia è realtà, come nel gioco del doppio, nel perturbante freudiano in cui si confondono i piani, in cui s’impara a non accontentarsi mai del trito e del consueto. In questo sta lo scavo continuo, la voglia di guardarsi dentro. Diversamente tutto sarebbe vano, sarebbe solo un gioco delle parti in cui ognuno ripete sempre e solo se stesso.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Orma di cielo

 

Velo inquieto di nuvole, lontana

orma di cielo. Un senso d’abbandono

resta tra i fili e i panni stesi, vana

rimembranza d’un giorno. Ombra di suono,

 

eco di ciò che adesso più non sono.

Indicibile ascesa la profana

beatitudine, vero, eterno dono

atteso in cui ora il senso si risana.

 

Caducità dell’attimo, nel vuoto

il tempo sa di un’ansia mai sopita.

Anche volgersi è inutile: la via

 

ritorta è solo vacua fantasia.

Tu splendi, chiara immagine infinita,

in me, tu etereo volto dell’ignoto.

 

 

non c’è nulla da fare: ce lo si sente addosso. Sì, proprio così, come se cadesse a un certo punto un’orma di cielo. Tra le nuvole uno squarcio d’azzurro. È come il senso delle cose: lo si cerca ogni istante e poi lo si trova nel dettaglio, nell’angolo più remoto, quasi senza volerlo. A me, almeno, capita così. Ritrovai per caso un’immagine simile tra le carte altrui, e vidi «in cielo bianchi lastricati / con macchie azzurre tra le lastre rare» (G. Pascoli, Il miracolo, 2-3). Ecco, il cielo che si fa specchio della terra, connubio senza fine sulla linea dell’orizzonte. Ed è così che ci si ritrova a contemplare la via trascorsa e quella ancora da compiere. Il velo si apre a un tratto ed emerge la verità.

Si capisce di non essere più quelli di prima. Euridice già lo sa che Orfeo non resisterà. Ma volgersi indietro è un atto necessario. Vedere o non vedere non importa: l’acqua resta sempre trasparente, specchio o non specchio che sia. Occorre prenderne coscienza il prima possibile. e aprile è così, il mese forse dedicato ad afrodite, alla ripresa del tutto, perché «diffugere nives, redeunt iam gramina campis / arboribusque comae» (Orazio, carm. IV 1-2): non vi sono più nevi tutt’intorno, rinverdiscono ormai le erbe nei campi e sugli alberi le chiome. Nulla più che la ciclicità del tempo che ci riporta a ciò che eravamo: volgersi indietro diventa inutile. Le lenzuola appese ad asciugare sembrano adesso tanti fili su cui scrivere ciò che non siamo più.

 

 

in quest’epifania di luce chiara, ecco, un volto a dare senso al tutto. Un volto e un nome, certo, un’immagine fuori del tempo in un’epoca senza tempo, in cui l’hic e il nunc coincidono. Gli antichi a priori kantiani s’annullano sulla retta dell’eternità. Nulla è più come prima, nulla sarà più come adesso. Il labirinto procede e si sdipana e di quel filo, «viluppo di memorie» (E. Montale, In limine, 4), sono io che «ne tengo ancora un capo» (E. Montale, La casa dei doganieri, 12). Forse basta così ad attingere alla «carrucola del pozzo» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 1). Narciso ritrova se stesso, mentre Euridice non si perde più. Un’eco antichissima richiama il desiderio di fondersi completamente nell’altro, appunto in quel viso di luce chiara tanto amato (o tanto amata?). ancora s’avverte il bisogno e si ripete, come allora e come sempre, «da mi basia mille, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, deinde centum» (Catullo, carm. V 7-9). È forse tutto qui il senso di questo scrivere, per dirti solo che vorrei baciarti.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Ultimo viaggio (omaggio a Giovanni Pascoli)

 

E tutto a un tratto un ultimo sussurro,

poi il nulla. Un velo anticipò la sera,

oltre l’oro e la porpora, d’azzurro.

 

Voli inquieti. Una rondine leggera

brillò nell’aria languida. Dintorno

solo silenzio sulla linea nera.

 

L’occhio sognò. Una lacrima al ritorno

del viaggio. In lontananza una fanciulla

presso il cancello, simile a quel giorno.

 

Fu un infinito palpito. Alla culla

un cantare antichissimo d’oblio.

S’allagò il petto al fremito. Poi il nulla.

 

S’udì di nuovo il lieve mormorio

dei cipressi, l’arcana meraviglia

d’esserci e di non esserci. L’addio

 

ebbe il suono di concava conchiglia.

Tutto fu. Fu poi il nulla. Era vanito

l’azzurro in un muovere di ciglia.

 

Si sciolse l’ansia all’attimo infinito

sulla soglia invisibile, non grido,

non dolore, non pianto. Era sparito

 

il morbo atroce della vita. Il nido

si schiudeva di nuovo in lontananza.

Tutto già fu. Poi il nulla. Lungo il lido

 

del cuore un’indicibile esultanza.

 

 

Era il 6 aprile 1912. In via dell’Osservanza 2, a Bologna, subito fuori Porta san Mamolo, Giovanni Pascoli lasciava la scena di questo mondo. Chissà quante volte l’aveva desiderato, ma forse non avvenne come l’immaginava. Un giorno d’aprile, come questo, così particolare, così silenzioso. La primavera era già iniziata; eppure, piombò a un tratto l’inverno. Nulla è mai come ce lo si aspetta, come ce lo si sogna. Le parole aprono mondi ignoti. Nei versi si sente l’eco lontana di quel travaglio dell’imperfezione. intanto, nel cielo, una rondine nuova si librava nell’azzurro alla ricerca del suo nido. Un segno, forse non altro. la fantasia aiuta a ricostruire quegli attimi indicibili.

 

 

 

Era il sogno, sì, che tante volte esce prepotente dai suoi versi: «Mia madre era al cancello. / Che pianto fu! Quante ore! / Lì, sotto il verde ombrello / della mimosa in fiore!» (G. Pascoli, Casa mia, 1-4). Ritrovarsi, per sempre, di nuovo insieme. Non importa se al di qua o al di là del cancello: tutto si fa possibile in poesia, anche ricostruire quel nido distrutto dalla malvagità umana. Lo avevo imparato già in terza elementare che «ma da quel nido, rondini tardive, / tutti tutti migrammo un giorno nero: / io, la mia patria or è dove si vive: / gli altri son poco lungi; in cimitero» (G. Pascoli, Romagna, 49-52). Ecco che cosa resta, una tensione all’infinito, al ritorno, al greppo solitario, dove un nido attende chi lo cerca.

 

 

Eppure, avrei voglia di chiederglielo se quel «sempre un villaggio» (G. Pascoli, Romagna, 1) non fosse un omaggio a Leopardi. Forse sorriderebbe. Un sorriso amaro, certo, di quelli che sapeva regalare lui. Già, perché non ho mai compreso fino in fondo il motivo per cui lo senta tanto vicino alla mia sensibilità. Lo sento mio, ecco, come vorrei scrivere io e non sono capace, in quel mondo di nostalgia e malinconia. Vorrei chiedergli perché risuona in me quel verso così immensamente, «dentro il meridïano ozio dell’aie» (G. Pascoli, Romagna, 16). Non so, mi ci perdo ogni volta che lo rileggo, che lo ripeto. Ha un che di infinitamente grandioso, che dilaga. Non l’ho mai detto a nessuno, sempre che a qualcuno interessi.

  Pascoli è il poeta della soglia, è l’occhio che guarda, l’orecchio che ascolta. Germoglia in lui l’idea dell’assoluto. Me lo immagino per i nostri portici silenzioso, sempre alla ricerca di un’ombra che gli si svela innanzi. E chissà quel 6 aprile che cosa deve essere stato varcarla, quella soglia, quella linea d’ombra presente, eppure impercettibile ai più. Fa un certo effetto anche solo parlarne. Fu certo, quello, l’ultimo viaggio, simile al suo Ulisse che tornava da Calipso: «e il mare azzurro che l’amò, più oltre / spinse Odisseo, per nove giorni e notti, e lo sospinse all’isola lontana» (G. Pascoli, Calypso, 1-3). Chissà, calipso altro non era, in questo poema conviviale, se non la madre tante volte vista in qualche immagine nebbiosa. E quell’isola, l’isola di Ogigia, altro non era che il nascondimento della conchiglia, fattosi al fondo utero materno in cui tornare ciò che prima non era, nel punto morto dell’Oceano, punto morto del mondo dove tutto si fa possibile, anche la felicità lontana. Fu così che «vide la sua madre al capezzale» e «la guardava senza meraviglia» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 7-8). Poi il nulla: «sentivo mia madre… poi nulla… / sul far della sera» (G. Pascoli, La mia sera, 39-40).

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Un volo di farfalla

 

Vertigine indicibile il tuo volto

onnipresente. Lungo il mio sentiero

ride il tuo riso, voce di mistero

ritrovata nell’anima. L’ascolto,

 

ebbro di un non so che, porto sepolto

in me. Vidi, non vidi, ombra di un nero

silente. Apparve, sparve, orma del vero,

palpebra aperta, chiusa, occhio dissolto.

 

Ottunde i sensi l’ardua linea gialla

su cui corre l’ignoto. Luce chiara,

avara tra le nuvole. Poesia

 

rinata tra le dita, fantasia

tutta nuova. Più nulla ci separa.

In lontananza un volo di farfalla.

 

 

a un tratto mi profondai in quella luce così intensa «che dietro la memoria non può ire» (Par. I 9), quella stessa luce «che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo» (Par. XXXIII 96), in cui la soverchiante luminosità si trasforma in incapacità di vedere, come «andando nel sole che abbaglia» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 13). E come nell’altissima luce tutto diventa buio, per prodigio ineffabile, l’ombra divenne sorprendente illuminazione. Si aprì il mondo nel suo lato più recondito, in quel lago del cuore in cui si tuffa «il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti» (G. Ungaretti, Il porto sepolto, 1-2). Eppure, non era poesia: era la vita, quella vera. Sanguinava il «cuor della terra / trafitto da un raggio di sole» (S. Quasimodo, Ed è subito sera, 1-2), simile a quello «che menò cristo a dire ‘Elì’ / quando ne liberò con la sua vena» (Purg. XXIII 74-75).

Fu un lampo, come un fulmine nel nero della notte. Tutto «apparì sparì d’un tratto» (G. Pascoli, il lampo, 5), davanti all’occhio aperto ad attingere il senso ultimo dell’essere. Nulla più fu come prima: mi sentivo passato al di là della linea che separa il reale dalla visione, il tangibile dall’immagine che se ne ha, chissà come, chissà dove. era gialla, la linea, come l’oro che usciva dal crogiuolo. S’aprì il sipario e mi ritrovai sulla scena, contemporaneamente io e chi un altro aveva pensato. Era la soglia tra l’essere e la sua narrazione. Poesia, certo, e vita, in un continuo scambio. Fu nostalgia, fu tornare a quel cupo ritrovato finalmente e mai più abbandonato. Ed eri lì a parlarmi, circonfusa della tua grazia naturale. Eri voce e profumo, eri volto e luce chiara.

 

 

 

Non potei più essere più quello di prima. Riecheggiò in me l’antica domanda radicale: «Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola a la giustizia sanza schermi?» (Purg. X 124-126). Ecco, mi liberasti da quel vuoto simulacro che ero nel labirinto senza alcuna via d’uscita in cui vaghiamo, talvolta, senza nemmeno accorgercene. Fu una rivelazione, un nuovo inizio. Forse non te ne sei nemmeno accorta, luce entrata in me quella mattina e mai più uscita. Fu come se «e terra e cielo si mostrò qual era» (G. Pascoli, Il lampo, 1), in un eterno connubio, in una fusione indescrivibile per verba. Rinacqui al mondo, anima mia, mio tutto e «tremò uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, III 24). Non t’abbandonerò mai più, ora che ti ho trovata e ti ho conosciuta.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Piccarda, una donna nel Dantedì

 

Prorompe il giorno. Un alito di vita

illumina il tepore nell’immenso

cielo di vetro. Tra le ceree dita

concava un’armonia ridona un senso

 

al tutto. Un filo pallido d’incenso

riga l’intatta azzurrità infinita:

dove nulla appariva, ride intenso,

adesso, un volto d’anima stupita.

 

Dono caduco docile d’ancella,

offerta di se stessa sotto il velo

nel cuore, sulla via di santa Chiara,

 

attesta in un’eterea voce rara

tutto ciò che fu in lei, che sarà in cielo:

«I’ fui nel mondo vergine sorella».

 

 

Tra le tante «facce a parlar pronte» (Par. III 16), apparse al sommo pellegrino «per vetri trasparenti e tersi / o ver per l’acque nitide e tranquille» (Par. III 11-12), una gli s’impone per vaghezza di desiderio. Nel diafano pallore del Paradiso tutto si fa possibile, anche credere di trovarsi davanti allo specchio al punto di cadere «dentro a l’error contrario […] / a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte» (Par. III 17-18). Un Narciso, intendiamoci, molto particolare, sui generis. Già gli era successo, nel momento in cui non era riuscito a reggere lo sguardo di Beatrice e «li occhi li cadder giù nel chiaro fonte; / ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, / tanta vergogna li gravò la fronte» (Purg. XXX 76-78), e ancora gli sarebbe accaduto, davanti alla seconda persona della Trinità, quando ammette che «mutandom’io, a me si travagliava» (Par. XXXIII 114). Quell’anima è Piccarda Donati, sorella di quel «Bicci vocato Forese» (Dante, Chi udisse tossir la malfatata, 1), contro cui aveva lanciato gli strali del primo sonetto della tenzone più famosa di fine Duecento in Firenze.

una clarissa, la luminosa Piccarda, che «uomini poi, a mal più ch’a bene usi , / fuor la rapiron de la dolce chiostra» (Par. III 106-107). Ella è il primo personaggio che Dante incontra, nel cielo della Luna, nel pallido splendore della sua beatitudine. Ci prende quasi per mano, ci racconta le sue vicissitudini, un fatto ormai lontano, ora che ella si trova a faccia a faccia col Mistero. Già ha perdonato quegli uomini, come la Pia del Purgatorio, che contempla ancora e solo «la sua gemma» (Purg. V 136) nella dissolvenza che la contraddistingue per sempre. nulla a che fare con Francesca, bella e dannata, innamorata e perduta, pronta anche a maledire: «Caina attende chi a vita ci spense» (Inf. V 108). Sarebbe quasi un Dante al femminile, se non fossero storie sublimi e tragiche. Ma Piccarda è con santa Chiara, che «perfetta vita e alto merto inciela» (Par. III 97).

 

 

Chissà poi perché il buon Pascoli, nel rappresentare le sorelle di Alexandros, attinge proprio alla luuminosa trascendenza di questo personaggio. Il grande condottiero, conquistatore del mondo, era giunto al «Fine. O sacro araldo, squilla!» (G. Pascoli, Alexandros, I 1), mentre «nell’Epiro aspra e montana, / filano le sue vergini sorelle» (Alexandros, VI 51-52). In quella casa, in quel nido perduto, la ripetizione ossessiva del gesto virginale, come tante Parche intente a filare il destino, rende quelle presenze dalle «ceree dita» (Alexandros, VI 55) il sogno cui non si appartiene più. L’oscillazione tra impossibilità d’un futuro e certezza di un presente senza fine segna la distanza tra il vate dei vati e l’ultimo figlio di Virgilio. Dante giunge all’autentica meta, «quale colui che, forse di croazia, / viene a veder la veronica nostra, / che per l’antica fame non sen sazia» (Par. XXXI 103-105). Vede Dio, il «fine di tutt’i disii» (46). Ora resta solo la scelta, se rimanere al di qua o al di là del vetro.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Equinozio

 

Nell’anima lo specchio dell’azzurro,

lieve sussurro d’aria, eterea brezza,

dolce carezza eterna nel ritorno

nuovo nel giorno.

 

S’allaga il giorno a un tratto d’esultanza,

luce di danza chiara tra le foglie,

limpide soglie oltre le rosee dita,

sogno di vita.

 

Sogno, realtà di vita, meraviglia,

aurea conchiglia in cui risuona il mondo

nel più profondo, in cui rinasce il fiore

vago d’amore.

 

Senso ultimo, l’amore, occhio di cielo,

dissolve il gelo dell’inverno immoto,

ricolma il vuoto, inanità dolente

di cuore e mente.

 

Mente e cuore, fusione d’infinito,

antico mito, per cui Orfeo felice

vede Euridice al soffio d’un sussurro

tenue d’azzurro.

 

 

Eppure, il vecchio Orazio, lo stesso che diceva al suo amico albio Tibullo che, quando avesse voluto ridere, avrebbe semplicemente dovuto andare a trovarlo, lui che era un ben pasciuto porco dalla pelle assai lucida e curata del gregge di Epicuro (Epistulae, I, 4, 15-16), amava i paesaggi invernali, algidi, rappresi dal gelido cristallo della neve. Anch’io non disdegno l’inverno, anche se il sorriso della primavera riaccende a speranze del tutto mai sopite. Se lo chiede anche il pastore errante o, meglio, lo chiede alla luna, silente pellegrina, «a qual suo dolce amore / rida la primavera» (G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, 73-74), perché in effetti è così, ci si sente meglio, rigenerati, la stessa rigenerazione dell’«Aeneadum Genetrix, hominum divomque voluptas» (T. Lucrezio Caro, De rerum natura, I 1).

insomma, «giunt’è la primavera, e festosetti / la salutan gli augei con lieto canto» (A. Vivaldi, La primavera, 1-2) e ci si sente rinascere. Io almeno mi sento rinascere, nell’aria chiara e tiepida. È come uno zampillo di luce e di gioia fuse insieme e «finite in un rivo canoro» (G. Pascoli, La mia sera, 18). Non so, la primavera ce la si sente addosso e nel cuore. Tutto cambia, come se si fosse varcata un’impercettibile soglia. Psicologico, certo, il senso che se ne ha e se ne trae, ma così dolce e lieto. È come se la poesia si facesse colore, odore, sapore. Si tocca, si sente, si ascolta in modo nuovo, diverso, come quando ci s’innamora e tutto assume un abito rinnovato. Un flusso vitale, ecco. E l’inverno è solo un ricordo, algido sì, ma soltanto un ricordo.

 

 

In qualche modo si era pure festeggiato, stamane, per un compleanno. Una torta verde, al pistacchio, anche se di pistacchio sembrava esserci solo il colore. Chissà, quel verde presagiva già la primavera, oggi che è il compleanno della musica, oggi che è il compleanno di J.S. Bach. Mi adagio a quel suono, racchiuso in conchiglia, dentro i nostri ventricoli del cuore. Pulsa come linfa vitale una musica arcana, lontana. In tal senso, in questo giorno così denso di significato, mi pare di scorgere Orfeo che esce dall’Ade assieme alla sua Euridice, finalmente felice. Era sceso nelle viscere della terra, nell’intimo del suo cuore. Euridice era lì ad attenderlo, in un diafano candore d’asfodelo. Lo attendeva, forse senza saperlo, e la sua poesia l’ha salvata dalla perdizione eterna. Il mito che ritrova vita in una luce nuova, perché tutto riprenda a essere come già è stato, in un ciclico ritorno. Anche Proserpina si commuove all’amore che salva e rigenera. Ecco perché mi sento anch’io Orfeo e salverò la mia Euridice.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Fiore d’inverno

 

Fiore d’inverno, il tempo troppo breve

indugia tra la luce cristallina,

ora e sempre, al pallore della neve,

riso azzurro di pace, algida trina.

 

Eri e sarai nell’anima bambina

il senso d’un istante lieve lieve,

nel cuore ciò che fu di una mattina

vaga in cui nulla risultò più greve.

 

Eri il sogno avveratosi, eri il vento

rauco tra i rami verdi, eri la vita

nata di nuovo nella luce chiara.

 

Adesso sei l’antica gioia rara,

l’unica forse sulla via infinita,

eternità d’un volto, d’un momento.

 

 

Segno d’elezione nascere in inverno: dall’inerte bruma spuntano i più bei fiori. Non ci avevo mai pensato. E dire che pure io sono nato in un freddo giovedì iemale. Ne posso andare fiero, a questo punto: condivido uno stato di grazia, uno stato che non si può descrivere compiutamente. ecco, lo accenno qui, come per caso. Tutto forse succede per caso, un caso calcolato certo, che gli antichi chiamavano fatum. Ciò che era detto, decretato: capita e quindi accade. Ed è accaduto. E me ne accorgo solo ora, al finire di questa stagione così densa d’avvenimenti da lasciare senza fiato. Prima o poi ne parlerò più compiutamente. adesso chiedo solo un atto di fiducia. Di fiducia, ovviamente, in ciò che accenno e non propalo come dovrei. Non tutto può essere posto sotto la luce chiara.

Ecco, un fiore d’inverno. Qualche persona forse sarebbe lusingata a sentirsi chiamare così. Prima o poi lo farò: ne stia pur certa. Mi sento, davanti a questo spettacolo incantato, come colui che in sogno si stupisce di sentire e vedere avverarsi un miracolo: «Ecco, ella viene: incedit per lilia et super nivem. È avvolta nell’ermellino; porta i capelli constretti e nascosti in una fascia; il suo passo è più leggero della sua ombra; la luna e la neve sono men pallide di lei. Ave» (G. d’Annunzio, Il piacere). Anche questo è il riverbero di un’alta capacità di trasfigurare quel che si è in ciò che si vuole essere, anche se qualcuno è naturalmente ciò che è e ciò che rappresenta.

 

 

Trine nivali, sogno senza fine. non amo il freddo, anche se il tempo sembra fermarsi nella stretta del gelo, come gli alberi e i fiumi nell’ode in cui il sommo Orazio parla al giovane Taliarco dei piaceri del vino e dell’amore. Siamo qui e altrove, nella pagina e oltre la pagina, a indagarci dentro e a vederci da fuori. Dall’inverno si passa immediatamente a una dimensione primaverile, in cui si cerca nascosto all’angolo della ragazza che vuole tradirsi. Eterno gioco, questo, delle parti. Non so, l’inverno è tempo di riflessione, di letture, di desiderio. Una voce di madreperla apre lo scrigno incantato e racconta quello che siamo, quello che vogliamo.

Il fiore spunta e rispunta, continuamente. Saperlo cogliere è la sfida. Il suo profumo soave chiama e richiama alla realtà. Nulla è invano, si sa. La letteratura parla di noi, come noi parliamo della letteratura, parola che crea e ricrea instancabilmente. E il tempo si fa breve, troppo breve per non essere avvinti dal sapore dolcissimo dell’ora lieve lieve tra gli ansanti ventricoli del cuore. Tra l’uno e l’altro battito la vita che prosegue e ci avvince, che ci spinge tra l’infinito e il nulla. Parole al vento e vento di parole per le strade deserte, ma tra cui tutto si fa possibile, quasi per caso, per volontà che scende in noi dalle stelle, de sideribus. Ecco, dunque, che «il fiore ha come un miele / che inebria l’aria; un suo vapor che bagna / l’anima d’un oblìo dolce e crudele» (G. Pascoli, Digitale purpurea, I 19-21).

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Acquerello per Sara

 

Pennellate di sole. Ride l’aria

ebbra d’azzurro. Palpiti di vita

riempiono il cuore. Sulla via smarrita

sogna l’anima fragile, precaria.

 

Al cuore una dolcezza immaginaria

rampolla, ardua vertigine infinita

adesso e sempre. Labile salita,

caducità dell’ora che non varia.

 

Antica novità di primavera,

presaga del trascorrere dei giorni,

oggi vestita d’una luce chiara.

 

L’ora trascorre, adesso, forse ignara,

lungo i mille sentieri dei ritorni,

in cui tutto sarà come già era.

 

 

Come nasce una poesia? qualcuno di recente me lo ha chiesto. Me lo sono domandato sempre pure io. Spesso mi sono visto da fuori, seduto al mio tavolo, digitare sequenze arcane di lettere. Al mio tavolo, certo, oppure sulla sedia, sul divano, in autobus. Una posa, ovvio: si è sempre fatto così. Eppure, credo che una poesia non nasca: la poesia esiste già, tra le pieghe nascoste delle cose, nell’aria che si respira, nel senso che si scopre a poco a poco, come un miracolo, come una rivelazione. È come se qualcuno ce la dettasse. Il vate ebbe a spiegare che «i’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando» (Purg. XXIV 52-54). Un’ipostasi bella e buona, questo suo «Amor», l’entità che per gli scolastici era «voluntas animi», la forza che eleva dal moto discensivo del desiderare (de sideribus) a quello elativo del considerare (cum sideribus).

Nella realtà, non altrove o chissà dove, è insita la poesia, perché «c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico» (G. Pascoli, L’aquilone, 1-2). Straordinaria dichiarazione, questa, di quell’inesprimibile «qualcosa» – altri avrebbe detto «non so che» – «di nuovo» e «d’antico» inscindibilmente insieme. Un unico afflato, un unico senso permea e trascorre gli infiniti piani in cui ci si muove e ci si trova. Ecco dunque che in una pennellata di sole, in un po’ di colore oltre le case si coglie ciò che tutti abbiamo dentro da sempre. in questo la parola crea e ricrea ogni istante, invisibile sibilo del cuore, perché sono sempre «parole più nuove / che parlano gocciole e foglie / lontane» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 5-7).

Va colta, tutto qui e non altro, la poesia, fiore dolcissimo di campo. Perché la poesia si può donare, come omaggio fuori del tempo e dello spazio, come momento di condivisione immateriale. Non a caso l’occasione, il kairòs, è ciò che muove lo svelamento dalla misteriosa unità al momento particolare in cui si plasma, si dà forma e sostanza allo sciame dei nostri pensieri o emozioni. Non è mai indifferenza o atto cortese, bensì sempre una necessità ineludibile. Non il poeta, quindi, canta e fa versi, bensì il sentimento di cui si fa strumento. anche un compleanno a fine febbraio può essere motivo poetico da onorare, principio e fine di un ciclico ritorno.

 

 

 

Non altro, almeno mi pare, sulla questione. I più faranno finta di capire che cosa significhi questo travaglio interiore. Eppure, l’arte è anche mestiere e non ci si improvvisa nemmeno ad «accordare le sillabe dei versi / sul ritmo eguale dell’acciottolio» (G. Gozzano, La signorina felicita, III 47-48). Anch’io ci ho impiegato tanto a oltrepassare la linea d’ombra che permette di comprendere, seppur velatamente e in modo impreciso, questo groviglio inestricabile. tanti si limitano a fare a pezzi la fragile struttura di cristallo di una poesia, come se il bello di un fiore fosse la sequela ordinata dei petali o la corolla vivisezionata sotto il vetrino del microscopio. La profonda unità tra sostanza significante e significata non può essere oggetto di analisi, pena la scomposizione artificiale di un mistero che continua, nonostante tutto, a restare tale. Chissà, la critica letteraria origina in qualcuno non dallo scambio di idee, bensì dall’impossibilità di averne di proprie e dalla voluttà di distruggere le altrui. La primavera esiste nonostante l’occhio di chi pretende di spiegarla scientificamente. Ma la retorica serve pure a questo, a velare di falsa epistème la dòxa più vera.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Euridice e Orfeo

 

Eco di un’eco. Per le scale il vento,

urlo azzurro di nuvole lontane.

Restai solo. Nel tacito sgomento

invisibili addii, immagini vane.

 

Dov’eri? dove sei? Parole insane

in un sussurro al lume quasi spento.

Cantai struggenti melodie profane,

esilio di dolcezza e smarrimento.

 

Eri in me, sei nell’anima. Il tuo volto,

ombra di luce, chiara sinfonia,

rampolla al tempo sempre troppo breve.

 

Fummo e saremo, candidi di neve,

estasi eterea, limpida poesia,

oggi e in eterno. In me ti sento e ascolto.

 

 

Tu davvero così sparisti a un tratto, Euridice, o almeno mi sembrò che tu sparissi. Il tuo nome era un sospiro nell’aria azzurra del mattino. Una soglia invisibile, un sussurro. Non so se fu un addio. Fu il desiderio di rivederti presto, al di là dei frammenti di vita che si ricercano tra la ghiaia del cortile, simili ai mille pezzi di vetro dopo la sostituzione della veranda. A un tratto anch’io mi sentii «contento che questo fosse un lavoro di quelli che non possono mai essere finiti, perché, veramente, credo che sarebbe molto triste finirlo, e trovarsi con un’anima che possa stare tutta in una mano. Ho pensato che ogni parte dell’anima sia tutta l’anima intera, e che l’anima intera sia composta di una quantità infinita di parti, come i frantumi dei vetri, la ghiaia, la superficie del muro» (G. Mozzi, Vetri.). e così eri tu, Euridice, oltre la scala al margine del giorno. Eri lì, ti trovai, ti ritrovai. poi quasi il nulla, «nella notte nera» (G. Pascoli, Il lampo,).

Scesi in quel gorgo rapido che inghiottiva ogni cosa, per quella scala d’infiniti passi. M’accompagnava il canto che sgorgava come zampillo lucido fuori e dentro di me. Nulla più fu come prima, nulla più poteva esserlo. Eri tu il canto, Euridice, chiara luce nel pozzo senza fine in cui «cigola la carrucola del pozzo», in cui «l’acqua sale alla luce e vi si fonde» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 1-2). Non era un sogno ritrovarti ancora, ma una necessità. Da te, dolce driade fuori del tempo, attinsi l’interminato flusso di parole, di pensieri, di passioni. Tutto fu luce, tutto fu risveglio, al suono melodioso della cetra. Anche il tuo volto riapparì come un miracolo tra le ombre. Non potei più essere quello che ero prima né lo potrò mai. sei tu la mia poesia, perché in quel porto di quiete «vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti» (G. Ungaretti, Il porto sepolto, 1-2).

 

 

Tu e non altri, tu prima e io secondo, nell’infinita corsa delle ore. L’aria limpida, l’azzurro oltre le case, il senso d’ogni istante che oscilla tra l’essere stato e il non essere ancora: questo sarà in noi, questo intorno a noi. È il senso dello specchio, immagine riflessa e conosciuta, tra quei vetri infranti in mezzo alla ghiaia sulla metamorfica liquidità del tutto. È questa, forse, l’unica certezza nell’eterno «panta rhei». Euridice, chiara gioia è il tuo vivere oltre i secoli, nel canto che perpetua senza fine. e allora anch’io ripeterò senza stancarmi: «Che farò senz’Euridice? / Che farò senza il mio ben?» (R. de’ Calzabigi, Orfeo ed Euridice) sulle note dell’immortale Christoph Willibald Gluck. Non sei tra le ombre gelide, perché sei la vita stessa che continua per sempre, non come vorrebbe l’ombra ingannatrice di Pavese che, nel suo racconto, impassibile confessa: «Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. […] S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela» (L’inconsolabile) in Dialoghi con Leukò,. Tu, Euridice, sei la vita, non la morte.

È l’attesa di «riuscire a riveder le stelle» (In. XXXIV 139), insieme, noi, senza più il gravame che ci opprime. Anche questa è poesia, il ritmo delle pulsazioni che creano e ricreano costantemente ciò che siamo e che vogliamo essere. Attendo, sì, attendo quel giorno in cui al sommo di quella scala potremo andarcene liberi dai vincoli, dalle costrizioni, da colpe che non ci appartengono. In questo s’apre e chiude l’eco del vento, voce di madreperla nella conchiglia dell’anima. L’inverno termina ormai in una sottile primavera di colori. Il più bello sei tu, mia euridice, finissima dolcezza tra le nuvole, dove il cuore «’nverso ’l ciel più alto si dislaga» (Purg. III 15). In te la luce chiara è un sogno che diviene felicità reale.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Enea e Didone

 

Allo specchio dell’anima il tuo volto

era di una bellezza senza fine:

nel cuore le macerie, le rovine

esuli di uno spirito irrisolto.

 

All’inatteso naufrago il tuo ascolto

eternò il tempo all’ultimo confine

e mareggiò quell’essere tuo affine

tanto al mio nell’immagine sepolto.

 

Dialogo senza termine di giorni

infiniti, infinita nostalgia

dove tutto si può, tutto s’impara.

 

Ora tu sei, mia dolce luce chiara,

nell’ansia dileguata sulla via,

il senso di partenze e di ritorni.

 

 

eppure, come racconta il «divin poeta», andò proprio così, andò che Enea e Didone si amarono al di fuori del tempo e dello spazio. naufrago e profugo il primo, fuggitiva e perseguitata l’altra. Così, si ritrovarono (o ritrovarono se stessi?) l’uno di fronte all’altra, come l’Italia all’Africa. Due universi, due destini, irrimediabilmente uniti e divisi dal mare. s’incontrarono sulla soglia dei mondi, ai margini del tempo. S’incontrarono e s’amarono. Due metà che si fusero insieme e confusero, completandosi a vicenda come frammenti di simboli ritrovatisi a un tratto e per sempre. ella «ruppe fede al cener di Sicheo» (Inf. V 62), bevendo nello specchio degli occhi riflessi nei suoi, egli «che pria da Troia, per destino, ai liti / d’Italia e di Lavinio errando venne» (A. Caro, Dell’Eneide, I 2-3) fu raccolto dopo i l naufragio e naufragò di nuovo in altre acque.

 

 

 

Viaggio di viaggi, racconto di racconti, partenze e ritorni sull’infinita via ondosa, liquido amniotico perpetuamente in moto in cui nascere e rinascere. In Didone, non c’è proprio dubbio, Enea s’imbatte nella sua Calipso, nel suo nascondimento. In lei l’eroe vide il possibile sogno della felicità, quel sogno di vanità, sogno d’oblio in cui avrebbe potuto smarrirsi un’altra volta non solo invano, bensì per sempre. non avrebbe ripreso mai più l’immenso piano azzurro, il «marin suolo» (Inf. XXVI 129) d’Ulisse. Didone è pronta ad accoglierlo senza riserve. La città che tanto cerca è davanti ai suoi occhi, è nella sua regina. Enea non vuole riprendere il pelago, ma fermarsi e contemplare a destra il sole sorgere e nel suo corso occiduo a sinistra cadere «non molto lunge al percuoter de l’onde» (Par. XII 49): «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20)

Aeneae et Didoni et nobis loquor. Questo, forse, avrebbe dovuto essere il vero titolo, l’autentico senso del riflesso in cui ci si vede da fuori. Nulla vale il sorriso di scoprire che tutto già fu scritto e che si può riscrivere. Nell’oltracotanza di sostituirsi al genio si dà il continuo progresso, eterno volgersi e rivolgersi indietro. S’attua il ciclo, anche se non lo si scorge all’istante, anche se i più fingono non esista. Il cerchio, in fondo, altro non è se non l’espansione del punto nello spazio, su cui è possibile sollevare con Archimede l’intero universo. Il ciclo in cui inizio e fine non esistono è il tempo che rende possibile il fiorire e lo sfiorire. Nulla di più. Ecco Enea e Didone, ecco il nostro ritrovarsi in loro. Non fu un caso, allora, sentire nella voce di una donna l’eco della conchiglia che ripeteva la nostra storia, il nostro amore.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati