Nel cuore del poeta

 

Frulla l’idea. Nel cuore del poeta

ride il genio. L’immagine scintilla

alchemica del sogno. Un po’ di creta

nelle mani, nell’occhio la favilla

 

celeste di Prometeo: a stilla a stilla

ecco a un tratto l’essenza più segreta

spira di vita nella sua pupilla

chiara. L’anima ancora si fa lieta.

 

Antica vanità, la fantasia

blandisce il tempo. Nell’eterna urgenza

assorto sembra il volto nel miraggio.

 

La via procede, ricomincia il viaggio

di chi vede e non sa. L’indifferenza

impedisce alla vista ogni poesia.

 

 

ogni tanto penso di non essere io a scrivere. Altri già l’hanno detto, certo, e molto meglio di me; eppure, mi stupisco ancora di come un pensiero, un mio pensiero, possa diventare poesia. chissà, forse «possa» è troppo pretenzioso e sarebbe meglio sostituirlo con «ardisca». Non è il singolo a essere poeta, questo è ovvio, bensì i suoi lettori a riconoscerlo tale, anche se oggi pare piuttosto il contrario. A ogni modo, «frulla a un tratto l’idea» (G. Pascoli, Il cacciatore, 1) e la si deve cogliere, cui fa eco «il frullo che tu senti non è un volo, / ma il commuoversi dell’eterno grembo» (E. Montale, In limine, 5-6).

Ecco, avevo chiesto ai miei studenti di scrivere un sonetto. Pretesa troppo alta? Forse. Ma chi decide del limite altrui? Ci si deve pure inoltrare oltre la soglia, «vaghi già di cercar dentro e dintorno / la divina foresta spessa e viva» (Purg. XXVIII 1-2). La poesia si coglie dalla viva foresta di simboli, per parafrasare il buon Baudelaire, da quel tempio già neoplatonico che è la natura, fuori e dentro di noi. «Frulla» appunto «l’idea» «sulle soglie / del bosco» in cui non «odo / parole che dici / umane» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 1-4), sia essa o non sia «in su’l lito di Chiassi» (Purg. XXVIII 20), come il Paradiso terrestre.

Era solo la richiesta di un sonetto, come faccio con tutti i miei studenti delle classi nuove, nulla di più. La poesia è anche mestiere, non neghiamocelo. Leggerla non basta. A me non basta, almeno, per entrare nella fucina del poeta e non solo perché egli sia «un grande artiere, / che al mestiere / fece i muscoli d’acciaio» (G. Carducci, congedo, 19-21), bensì perché è inaccettabile che tutti si dedichino alla composizione di versi senza averne coscienza e contezza. Perché fruttifichi, il campo va arato, come suggeriva l’anonimo autore dell’Indovinello veronese, per cui «se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba». In fondo, «quando / amor ci spira, notiamo, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro andiam significando» (Purg. XXIV 52-54), ma solo se abbiamo l’umiltà di chiedere al «buon Appollo» di «farci del suo valor sì fatto vaso» (Par. I 13-14), perché veramente l’autore è un altro, è quel dio presente nella parola «entusiasmo», come sottolineava pure l’ovidiano est deus in nobis (Fasti VI 5), ripreso ancora da Berchet nella Lettera semiseria. A chi scrive l’obbligo del labor limae, usando gli strumenti dell’arte, cosicché «le nove Muse ci dimostrin l’Orse» (Par. II 9).

Anch’io ho fatto il mio compitino: ho scritto il mio sonetto sulle gioie e le pene del poeta. I miei studenti lo hanno apprezzato, quando l’ho proposto alla lettura. Ora attendo i miei piccoli poeti: attendo che anch’essi siano presi dallo stesso entusiasmo che ritrasformi l’otium in vero tempo libero da dedicare a se stessi, come Titiro confessa a Melibeo: deus nobis haec otia fecit (Virgilio, Eclogae I 6). Non resta che appassionarsi, riappropriarsi dell’ardore che investe da sempre lo studium. Io ci provo, tutto qui. Ci provo a non lasciarmi fagocitare. Il più è riuscirci.

 

 

 

© Federico Cinti

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Sulla tomba di Dante

 

Eri lì, a un soffio. L’anima mi tacque,

tenue nel turbamento. Nulla intorno,

solo il cristallo attonito delle acque.

 

Profondai dentro i secoli. Il contorno

una pietra scavata, assorto gelo

di vanità. Impossibile il ritorno.

 

Apparve e sparve nella nebbia un velo

d’inconsistenza, assorta nostalgia

scritta nel cuore, anelito di cielo.

 

Riposava il sospiro. La poesia

risuonava, eco antica, onda di mare

nella conchiglia tremula. Per via

 

il senso del perenne limitare.

su quella soglia meditai. Ti vidi

e non ti vidi più. Dolce sognare

 

quel tempo, quell’età. Pallidi gridi

oltre l’ultimo segno. Un’ombra vana

aleggiava insensibile tra i lidi.

 

L’ora fuggiva. A un tocco di campana

trasalii. Tu eri lì, ermo miraggio

d’inciampo: eri l’immagine lontana

 

dell’incessante fremere del viaggio.

Ero lì, dove adesso è il tuo tesoro

più autentico. Fu un raggio dentro un raggio,

 

fu l’immortale gloria dell’alloro.

 

 

Tutto è ancora così, com’era allora, tra l’azzurro di quel cielo e di quel mare, perché «Ravenna sta come stata è molt’anni», e così resterà in Aeternum, anche se «l’aguglia da Polenta» più non «la si cova» e «Cervia» più non «cuopre co’ suoi vanni» (Inf. XXVII 40-42). Tutto è ancora così, come tra il 13 e il 14 settembre 1321, quando il divin poeta, di ritorno da una missione in quel di Venezia, infermava di malaria e passava a miglior vita, anche se già allora era leggenda la fine tragica di Francesca la cui «bella persona / le fu tolta» con tanta ferocia e «il modo» per sempre «l’offende» (Inf. V 101-102). Tutto è ancora così, come nelle parole del cesare Giustiniano, nel cui ricordo l’azione folgorante dell’aquila imperiale, «il sacrosanto segno» (Par. VI 32), «poi ch’elli uscì di Ravenna / e saltò Rubicon, fu di tal volo, / che nol seguiteria lingua né penna» (Par. VI 61-63), anche se oggi non è più così in rigoglio «la pineta in su ’l lito di Chiassi» (Purg. XXVIII 20) da assomigliare al Paradiso terrestre di Matelda.

Eppure, la tomba del «ghibellin fuggiasco» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 174), su cui mai fu inciso l’epitaffio di Giovanni del Virgilio, «Theologus Dantes nullius dogmatis expers» etc., oggi, oltre all’abbraccio dei secoli, aggiunge quello dell’acqua dell’Adriatico e in esso «si profonda tanto, / che dietro la memoria non può ire» (Par. I 8-9). Su quella soglia mi fermai a contemplare il sogno dell’immortalità, quel Non omnis moriar (Orazio, carm. III 30 6) che riecheggia «nel cor, presente / come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, alexandros, 35-36). Nell’acqua, l’elemento primordiale, sta l’arca del padre della lingua, il vate dell’eternità. Un silenzio sovrumano attinge l’orecchio in quell’attimo assoluto. Davvero nulla è invano, nemmeno la morte. Nel procedere querulo del giorno non pensai ad altro. dante era lì, a un soffio da me, in quella rarefatta «corrispondenza d’amorosi sensi» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 30). Tutto mi fu più chiaro, all’apparire del vero. Indugiai, certo, forse come mai più e in alcun altro luogo.

Era, credo, la gloria dei poeti, come la rivide il buon Guido nel solaio di Villa Amarena, quasi verso il tramonto d’un memorabile giorno autunnale, così, «tre ceste, un canterano dell’impero, / la brutta effigie incorniciata in nero / e sotto il nome di Torquato Tasso» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, IV 34-36). Era, credo, lo stesso grido di disperato orgoglio di chi mai, pur meritandolo più di mille altri, avrebbe meritato l’alloro, per cui «sì rade volte, Padre, se ne coglie / per trîunfare o cesare o poeta, / colpa e vergogna de l’umane voglie, // che parturir letizia in su la lieta / delfica deîtà dovria la fronda / peneia, quando alcun di sé asseta» (Par. I 28-33). Non l’amato alloro, non l’epitaffio d’un amico, bensì solo l’ombra d’un nome nell’infinita azzurrità del mare, a un passo da dove «il ponte di legno / mette a Porto Corsini sul mare alto / e rari uomini, quasi immoti, affondano / o salvano le reti» (E. Montale, Dora Markus, 1-4). Fui lì, certo, a un soffio, con in testa l’alloro di Dante.

 

 

 

© Federico Cinti

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A Luigi Pirandello il narcisista

 

Assidua vanità, tra il tutto e il nulla

langue meditabondo il lanternino:

urge il pensiero, il cuore si trastulla.

 

Inizia allo spettacolo il cammino:

grida l’ansia del vivere, frammenti

in un inesorabile declino.

 

Pulviscolo di sogni era Girgenti,

il cielo, il mare: immersa in uno specchio

rideva nei suoi frusti monumenti.

 

Attesa d’un ritorno, il nuovo e il vecchio

nuotavano tra le onde. Un’altra via

diceva il senso, luna dentro il secchio.

 

Evanescente immagine, armonia

labile nella forma, nelle vesti

lacere apparve il volto di Mattia.

 

Ombra d’un nome, nulla più, modesti

indizi d’una voce, d’una vita

lasciata oltre le palpebre ai pretesti.

 

Nell’acqua, al vento, soglia indefinita

alla vista su cui scivola il piede

radente, ardue macerie tra le dita.

 

Chi vive, quando vive, non si vede,

invito d’una maschera dissolta

senza un perché credibile. Procede

 

in silenzio, cercando, a volta a volta,

sotto un cielo strappato sul più bello:

tra il tutto e il nulla tacito ci ascolta,

 

ardua montagna, in dubbio, Pirandello.

 

 

Me lo immagino entrare e uscire «ciabattando», come era uso apparire e sparire Anselmo Paleari nel Fu Mattia Pascal, Luigi Pirandello, magari «scuotendo la cenere del suo sigaro» in chissà che frammento d’acquasantiera. Dissacrazione, tutto qui, sui frantumi di qualche desueto oggetto sacro oppure ghiribizzo d’una mente inquieta al di là dello sfacelo. L’inizio del secolo non era giunto invano: aveva fatto irruzione, fischiando e ululando, simile al treno in corsa di tante sue novelle. Entrava e usciva di scena, anch’egli sotto le mentite spoglie d’una maschera, quasi che l’autore avesse bisogno d’un artificio per irrompere nella vicenda narrata e dileguarsene. E bravo, Luigi: ora che hai preso il nome di Anselmo, credimi, tutto appare nella sua luce. Anche la «lanterninosofia», con i suoi rigurgiti di coscienza, m’appare meno inquietante. Una questione di specchi, come per Narciso, una vicenda di riflessi e riflessioni. Forse anche Bonn, dove si era laureato, non era poi tanto diversa, forse solo un po’ più fredda e cristallina.

 

 

 

Girgenti era là, ma sarebbe diventata quello che era stata, potenza evocativa dei nomi e delle loro corruzioni, Agrigento. Nel 1927, certo, quando Pirandello era già uno scrittore di successo, poeta romanziere drammaturgo. Eppure, i resti degli antichi templi non sembravano molto differenti dalla Roma postunitaria, umbertina. Ai suoi occhi era ciò che non poteva più essere, destrutturazione di un mondo senza epoche, se non nei libri di scuola. Ecco, l’eterno contrasto tra vita e forma o, per meglio dire, forma e vita. i luoghi non ne sono esenti, come affermava pure un’altra maschera dal naso storto di Pirandello, Gengè Moscarda, in Uno, nessuno e centomila.

Eppure, l’acqua, solo l’acqua rende possibile la prima immagine speculare. Anche a Miragno era stato così. lo aveva compreso subito Mattia che, tuttavia, era già un altro, aveva già deposto se stesso per prendere il nome, solo il nome, di tale Adriano, adriano Meis. In treno, naturalmente, sempre in treno. Lo specchio, questa volta, lo specchio inganna: nel guardare se stesso, Mattia vede Adriano o, più precisamente, Adriano non può che vedere Mattia. Anche quell’acquasantiera va in frantumi inesorabilmente. Anselmo Paleari non lo sa, Luigi Pirandello sì, confusione e diffrazione. Tutto non è come sembra, pur pretendendo di essere ciò che sembra. Lo sapeva, certo, lo sapeva che tutto quanto in vento et rapida scribere oportet aqua (Catullo, carm. LXX 4).

 

 

 

© Federico Cinti

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Giorno d’agosto

 

Assorto il giorno a un soffio di velluto

galleggia. Tutto è immobile: il cammino

in faccia al sole sembra ormai perduto.

 

Ubriaco di luce aurea, il giardino

languisce a un tratto. Voci sulla via

insistono su un vuoto sibillino.

 

Antiche vanità di nostalgia

medita il cuore stanco. In qualche sbaglio

esiste una possibile armonia.

 

Laggiù, solo al di là del vitreo abbaglio

cade il velo invisibile: il segreto

ha senso, si spalanca lo spiraglio

 

impalpabile. Un dolce riso lieto

offre alla vista ciò che sta sepolto

nell’anima. Ovunque si fa inquieto

 

il raggio senza limiti, in ascolto.

 

 

Un soffio obliquo «il sole / in fasce polverose» (G. Pascoli, Patria, 7-8) già di fine agosto, in quel sogno infinito – o indefinito? – che è l’estate. Un incantato stupore, ecco, non molto altro, in questo mare di luce dorata. Inesorabile è il tempo che ci trascorre e trascolora. Non so, ogni volta me ne sorprendo, perché scopro qualche cosa di sempre nuovo in ciò che è sempre uguale. Evocazione e unicità in una fusione che si dà, nonostante la nostra pur misera presenza. Una sorta di eco di un’eco, come ritrovo nelle poesie in cui mi capita d’inciampare ogni volta che le leggo. In quel «sempre un villaggio» (G. Pascoli, Romagna, 1), incipit di una delle prime liriche che ho imparato a memoria, in terza elementare, non posso che risentire due luoghi leopardiani, l’abbrivio dell’Infinito, «sempre caro mi fu quest’ermo colle», e Il sabato del villaggio. Per non parlare dell’«azzurra visïon di San Marino» (Romagna, 4), debitrice chiaramente delle sfumature celesti delle Ricordanze.

Era così l’estate, in un silente guizzo di luce, «dentro il meridïano ozio dell’aie» (Romagna, 16), quella sospesa intercapedine che altri avrebbe definito «meriggiare pallido e assorto» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 1), davanti al miracolo avveratosi, mentre «la mente mia, tutta sospesa, / mirava fissa, immobile e attenta / e sempre di mirar faceasi accesa» (Par. XXXIII 97-99). Solo in questo stato di grazia eccezionale, «a mezzo il giorno, che de le grandi querce a l’ombra stan / ammusando i cavalli e intorno intorno / tutto è silenzio ne l’ardente pian» (G. Carducci, Davanti san guido, 52-56), può cadere il velo di Maya, si può attraversare la linea che separa il fenomeno dal noumeno e accorgersi che «nel suo profondo», proprio lì, «s’interna, / legato con amore, in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87). Così si può ammettere l’epifania in cui «non bava / di vento intorno / alita» (G. d’Annunzio, Meriggio, 6-8).

 

 

 

Ascolto, tutto qui, quel che succede intorno, nel giardino che circonda casa in un verde che già desidera biondeggiare. È uno stato di grazia, un sollievo dell’anima, come un fiore che spunta inconsapevole. Ogni cosa si dà in questo momento così leggero, in questo evanescente pomario in cui «tolgo e mordo il frutto avventurato / e mi pare di suggere dal frutto / un’infinita pace, un bene, un tutto / tutto l’oblio del tedio e del passato» (G. Gozzano, Il frutteto, 65-68). È l’estate che va, che va e declina a poco a poco impercettibilmente. E io con lei, non dubito. È soltanto il sogno di un’eco che si ripete infinite volte, «nella cava ombra infinita» (G. Pascoli, Alexandros, 59). Ascolto, tutto qui, senza null’altro fare, nell’ora che s’approssima al crepuscolo e che beve le voci lontane in un azzurro siderale.

 

 

 

© Federico Cinti

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Ecco il solstizio anche quest’anno

 

E il sole si fermò di nuovo un poco,

come ogni volta. Aeree le cicale

cantarono all’unisono per gioco,

eternità d’un atto rituale.

 

Sostò il sole, sigillo siderale,

orma di un’orma impressa a vivo fuoco:

le vie, le case, gli alberi, il crinale

sibilarono a un soffio aureo di croco.

 

Tutto fu già come già fu. Nel giorno

infinito danzarono le fate

tra loro in un’onirica distanza.

 

Interstizio d’azzurra lontananza,

urgente soglia all’incipiente estate,

mutò il tempo nel ciclico ritorno.

 

 

Tutto si fa possibile nel giorno del solstizio d’estate. Si ferma il sole, non c’è dubbio, sul filo azzurro del cielo, mentre in coro antichi poeti trasformatisi, ora e per sempre, secondo il mito platonico, in cicale annunziano l’incantesimo. Le fate popolano, come nella nostra fantasia di bambini, questa sospensione nel tempo e nello spazio. ci si accoccola allo spettacolo, mentre i «fratelli ulivi» (G. d’Annunzio, La sera fiesolana, 29) attendono la sera e la sua pace. uno dei momenti più belli dell’anno, del ciclo cui ci è dato assistere nella piena gratuità della natura. E le cicale continuano a frinire, figlie dell’aria sulla via corrente.

 

 

 

Nella distesa siderale il sole si fa sigillo, emblema di un tempo fuori del tempo, di uno spazio immoto e immobile. Resta nel suo splendore a ricordarci il passaggio a un altrove, a una costante e inesorabile metamorfosi. questo è il senso del tutto, sempre diseguale nella sua similarità. Non si ritorna indietro né si procede: siamo nel punto morto dell’universo, abbiamo trovato il varco attraverso cui attingere al volto ultimo delle cose, «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 46), perché «nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87).

 

 

 

Eppure, di nuovo e sempre, le fate di Titania tornano a colorare i sogni di chi non si rassegna a credere che la realtà sia quella che si vede. Un sogno, certo, un volto che rimane dentro l’anima e ascolta i nostri pensieri, che scruta i nostri desideri, perché siamo veramente un pulviscolo di stelle coagulato in un cuore pulsante. Questo è il tempo dell’estate, della sospensione, della vacanza. Nulla più che questo. Da bambini era l’attesa di un respiro lungo mesi, alla fine della scuola. Ora è il sogno che dà sostanza alla nostra vita nel tepore di lunghe giornate in cui il sole ci accarezza.

 

 

 

© Federico Cinti

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Eco di voce limpida

 

Aura d’incanto, in quel sorriso un volo

leggero di farfalla. Sogno lieve,

antica nostalgia d’un tempo breve,

un estatico canto d’usignolo

 

rade l’azzurro. Nell’eterno assolo,

al diafano pallore della neve,

si scioglie il cuore. Oltre il sipario greve

preme la soglia in un istante solo.

 

Inquieta sospensione, orma d’un raggio,

muta lo spazio nel silenzio assorto,

potenza inafferrabile. Le mani

 

ondeggiano in assenza del domani.

L’aura trascende, vanità e conforto,

ombra infinita, ennesimo miraggio.

 

 

Mi è sempre parso che parlare d’altro equivalesse, in fondo, a parlare d’oltre. Poi capita che un giorno, a occhi socchiusi, una voce squarci il buio e ridoni il senso a ogni singolo dettaglio, a ogni più piccola «cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata» (G. Ungaretti, Natale, 10-14), in un desiderio di senso infinito, in attesa, appunto con «socchiusi gli occhi», mentre me ne «sto / supino nel trifoglio, / e vedo un quadrifoglio / che non raccoglierò» (G. Gozzano, La via del rifugio, 5-8). Ecco un prato in rigoglio, in cui a un tratto «trema uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, 24), ecco un sorriso lieve che colora quel tetro vuoto. Fantasia o realtà? Siamo al di qua o al di là del vero (o del velo)?

Quel sorriso di luce si fa voce, liquido cristallo: è un canto nell’azzurro, simile a un sogno avveratosi nella poesia in cui tutto vale di per sé e allude a una dimensione d’alterità. Serve a vedersi, finalmente, come siamo visti, perché «chi vive, quando vive, non si vede: vive» (L. Pirandello, La carriola). Vita e forma s’attraggono e respingono, si trovano e si perdono, come l’occhio che, per vedere, si deve chiudere. Davanti a noi si mostra la realtà, come quando in teatro si scioglie la palpebra del sipario e si è sospesi ora qua e ora là, nel proprio ruolo prima sconosciuto. Il teatro stesso è un occhio che guarda ed è guardato, luogo fuori dello spazio, momento fuori del tempo. Tutto si fa metafora, poesia canto parola: una vertigine fa trascendere l’attimo.

 

 

 

Tutto è metafora, certo, a partire dal più famoso senhal, «l’aura», imparato forse a scuola e poi dimenticato, quando ancora «erano i capei d’oro a l’aura sparsi» (Rvf XC 1), in cui l’aura si fa lauro e si fa l’oro. Era un mondo racchiuso in un nome, anch’esso fuori del tempo e dello spazio. dativo di possesso, certo, che si trasformava in immagine di Venere in sembianza di Camilla, quindi di Laura, come nei versi virgiliani in cui dederat comam diffundere ventis, / nuda genu, nodoque sinus collecta fluentis (Virgilio, Aeneis, I 319-320). Era un gioco di maschere e di simboli, perché guardare oltre è vedere altro. al di fuori di noi vediamo tocchiamo sentiamo: un’ebrezza sottile ci pervade. La vita stessa è un teatro in cui ci si mostra il nostro complemento, in cui ci specchiamo e riflettiamo.

 

 

Ecco la voce che ti entra nel cuore e non se ne va più: parla la tua lingua, vellica il tuo orecchio, sa ciò che tu non sai più e ridà al tutto il senso che sempre hai cercato. La soglia è varcata: la fantasia è realtà, come nel gioco del doppio, nel perturbante freudiano in cui si confondono i piani, in cui s’impara a non accontentarsi mai del trito e del consueto. In questo sta lo scavo continuo, la voglia di guardarsi dentro. Diversamente tutto sarebbe vano, sarebbe solo un gioco delle parti in cui ognuno ripete sempre e solo se stesso.

 

 

© Federico Cinti

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Orma di cielo

 

Velo inquieto di nuvole, lontana

orma di cielo. Un senso d’abbandono

resta tra i fili e i panni stesi, vana

rimembranza d’un giorno. Ombra di suono,

 

eco di ciò che adesso più non sono.

Indicibile ascesa la profana

beatitudine, vero, eterno dono

atteso in cui ora il senso si risana.

 

Caducità dell’attimo, nel vuoto

il tempo sa di un’ansia mai sopita.

Anche volgersi è inutile: la via

 

ritorta è solo vacua fantasia.

Tu splendi, chiara immagine infinita,

in me, tu etereo volto dell’ignoto.

 

 

non c’è nulla da fare: ce lo si sente addosso. Sì, proprio così, come se cadesse a un certo punto un’orma di cielo. Tra le nuvole uno squarcio d’azzurro. È come il senso delle cose: lo si cerca ogni istante e poi lo si trova nel dettaglio, nell’angolo più remoto, quasi senza volerlo. A me, almeno, capita così. Ritrovai per caso un’immagine simile tra le carte altrui, e vidi «in cielo bianchi lastricati / con macchie azzurre tra le lastre rare» (G. Pascoli, Il miracolo, 2-3). Ecco, il cielo che si fa specchio della terra, connubio senza fine sulla linea dell’orizzonte. Ed è così che ci si ritrova a contemplare la via trascorsa e quella ancora da compiere. Il velo si apre a un tratto ed emerge la verità.

Si capisce di non essere più quelli di prima. Euridice già lo sa che Orfeo non resisterà. Ma volgersi indietro è un atto necessario. Vedere o non vedere non importa: l’acqua resta sempre trasparente, specchio o non specchio che sia. Occorre prenderne coscienza il prima possibile. e aprile è così, il mese forse dedicato ad afrodite, alla ripresa del tutto, perché «diffugere nives, redeunt iam gramina campis / arboribusque comae» (Orazio, carm. IV 1-2): non vi sono più nevi tutt’intorno, rinverdiscono ormai le erbe nei campi e sugli alberi le chiome. Nulla più che la ciclicità del tempo che ci riporta a ciò che eravamo: volgersi indietro diventa inutile. Le lenzuola appese ad asciugare sembrano adesso tanti fili su cui scrivere ciò che non siamo più.

 

 

in quest’epifania di luce chiara, ecco, un volto a dare senso al tutto. Un volto e un nome, certo, un’immagine fuori del tempo in un’epoca senza tempo, in cui l’hic e il nunc coincidono. Gli antichi a priori kantiani s’annullano sulla retta dell’eternità. Nulla è più come prima, nulla sarà più come adesso. Il labirinto procede e si sdipana e di quel filo, «viluppo di memorie» (E. Montale, In limine, 4), sono io che «ne tengo ancora un capo» (E. Montale, La casa dei doganieri, 12). Forse basta così ad attingere alla «carrucola del pozzo» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 1). Narciso ritrova se stesso, mentre Euridice non si perde più. Un’eco antichissima richiama il desiderio di fondersi completamente nell’altro, appunto in quel viso di luce chiara tanto amato (o tanto amata?). ancora s’avverte il bisogno e si ripete, come allora e come sempre, «da mi basia mille, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, deinde centum» (Catullo, carm. V 7-9). È forse tutto qui il senso di questo scrivere, per dirti solo che vorrei baciarti.

 

 

 

© Federico Cinti

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Ultimo viaggio (omaggio a Giovanni Pascoli)

 

E tutto a un tratto un ultimo sussurro,

poi il nulla. Un velo anticipò la sera,

oltre l’oro e la porpora, d’azzurro.

 

Voli inquieti. Una rondine leggera

brillò nell’aria languida. Dintorno

solo silenzio sulla linea nera.

 

L’occhio sognò. Una lacrima al ritorno

del viaggio. In lontananza una fanciulla

presso il cancello, simile a quel giorno.

 

Fu un infinito palpito. Alla culla

un cantare antichissimo d’oblio.

S’allagò il petto al fremito. Poi il nulla.

 

S’udì di nuovo il lieve mormorio

dei cipressi, l’arcana meraviglia

d’esserci e di non esserci. L’addio

 

ebbe il suono di concava conchiglia.

Tutto fu. Fu poi il nulla. Era vanito

l’azzurro in un muovere di ciglia.

 

Si sciolse l’ansia all’attimo infinito

sulla soglia invisibile, non grido,

non dolore, non pianto. Era sparito

 

il morbo atroce della vita. Il nido

si schiudeva di nuovo in lontananza.

Tutto già fu. Poi il nulla. Lungo il lido

 

del cuore un’indicibile esultanza.

 

 

Era il 6 aprile 1912. In via dell’Osservanza 2, a Bologna, subito fuori Porta san Mamolo, Giovanni Pascoli lasciava la scena di questo mondo. Chissà quante volte l’aveva desiderato, ma forse non avvenne come l’immaginava. Un giorno d’aprile, come questo, così particolare, così silenzioso. La primavera era già iniziata; eppure, piombò a un tratto l’inverno. Nulla è mai come ce lo si aspetta, come ce lo si sogna. Le parole aprono mondi ignoti. Nei versi si sente l’eco lontana di quel travaglio dell’imperfezione. intanto, nel cielo, una rondine nuova si librava nell’azzurro alla ricerca del suo nido. Un segno, forse non altro. la fantasia aiuta a ricostruire quegli attimi indicibili.

 

 

 

Era il sogno, sì, che tante volte esce prepotente dai suoi versi: «Mia madre era al cancello. / Che pianto fu! Quante ore! / Lì, sotto il verde ombrello / della mimosa in fiore!» (G. Pascoli, Casa mia, 1-4). Ritrovarsi, per sempre, di nuovo insieme. Non importa se al di qua o al di là del cancello: tutto si fa possibile in poesia, anche ricostruire quel nido distrutto dalla malvagità umana. Lo avevo imparato già in terza elementare che «ma da quel nido, rondini tardive, / tutti tutti migrammo un giorno nero: / io, la mia patria or è dove si vive: / gli altri son poco lungi; in cimitero» (G. Pascoli, Romagna, 49-52). Ecco che cosa resta, una tensione all’infinito, al ritorno, al greppo solitario, dove un nido attende chi lo cerca.

 

 

Eppure, avrei voglia di chiederglielo se quel «sempre un villaggio» (G. Pascoli, Romagna, 1) non fosse un omaggio a Leopardi. Forse sorriderebbe. Un sorriso amaro, certo, di quelli che sapeva regalare lui. Già, perché non ho mai compreso fino in fondo il motivo per cui lo senta tanto vicino alla mia sensibilità. Lo sento mio, ecco, come vorrei scrivere io e non sono capace, in quel mondo di nostalgia e malinconia. Vorrei chiedergli perché risuona in me quel verso così immensamente, «dentro il meridïano ozio dell’aie» (G. Pascoli, Romagna, 16). Non so, mi ci perdo ogni volta che lo rileggo, che lo ripeto. Ha un che di infinitamente grandioso, che dilaga. Non l’ho mai detto a nessuno, sempre che a qualcuno interessi.

  Pascoli è il poeta della soglia, è l’occhio che guarda, l’orecchio che ascolta. Germoglia in lui l’idea dell’assoluto. Me lo immagino per i nostri portici silenzioso, sempre alla ricerca di un’ombra che gli si svela innanzi. E chissà quel 6 aprile che cosa deve essere stato varcarla, quella soglia, quella linea d’ombra presente, eppure impercettibile ai più. Fa un certo effetto anche solo parlarne. Fu certo, quello, l’ultimo viaggio, simile al suo Ulisse che tornava da Calipso: «e il mare azzurro che l’amò, più oltre / spinse Odisseo, per nove giorni e notti, e lo sospinse all’isola lontana» (G. Pascoli, Calypso, 1-3). Chissà, calipso altro non era, in questo poema conviviale, se non la madre tante volte vista in qualche immagine nebbiosa. E quell’isola, l’isola di Ogigia, altro non era che il nascondimento della conchiglia, fattosi al fondo utero materno in cui tornare ciò che prima non era, nel punto morto dell’Oceano, punto morto del mondo dove tutto si fa possibile, anche la felicità lontana. Fu così che «vide la sua madre al capezzale» e «la guardava senza meraviglia» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 7-8). Poi il nulla: «sentivo mia madre… poi nulla… / sul far della sera» (G. Pascoli, La mia sera, 39-40).

 

 

 

© Federico Cinti

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Un volo di farfalla

 

Vertigine indicibile il tuo volto

onnipresente. Lungo il mio sentiero

ride il tuo riso, voce di mistero

ritrovata nell’anima. L’ascolto,

 

ebbro di un non so che, porto sepolto

in me. Vidi, non vidi, ombra di un nero

silente. Apparve, sparve, orma del vero,

palpebra aperta, chiusa, occhio dissolto.

 

Ottunde i sensi l’ardua linea gialla

su cui corre l’ignoto. Luce chiara,

avara tra le nuvole. Poesia

 

rinata tra le dita, fantasia

tutta nuova. Più nulla ci separa.

In lontananza un volo di farfalla.

 

 

a un tratto mi profondai in quella luce così intensa «che dietro la memoria non può ire» (Par. I 9), quella stessa luce «che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo» (Par. XXXIII 96), in cui la soverchiante luminosità si trasforma in incapacità di vedere, come «andando nel sole che abbaglia» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 13). E come nell’altissima luce tutto diventa buio, per prodigio ineffabile, l’ombra divenne sorprendente illuminazione. Si aprì il mondo nel suo lato più recondito, in quel lago del cuore in cui si tuffa «il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti» (G. Ungaretti, Il porto sepolto, 1-2). Eppure, non era poesia: era la vita, quella vera. Sanguinava il «cuor della terra / trafitto da un raggio di sole» (S. Quasimodo, Ed è subito sera, 1-2), simile a quello «che menò cristo a dire ‘Elì’ / quando ne liberò con la sua vena» (Purg. XXIII 74-75).

Fu un lampo, come un fulmine nel nero della notte. Tutto «apparì sparì d’un tratto» (G. Pascoli, il lampo, 5), davanti all’occhio aperto ad attingere il senso ultimo dell’essere. Nulla più fu come prima: mi sentivo passato al di là della linea che separa il reale dalla visione, il tangibile dall’immagine che se ne ha, chissà come, chissà dove. era gialla, la linea, come l’oro che usciva dal crogiuolo. S’aprì il sipario e mi ritrovai sulla scena, contemporaneamente io e chi un altro aveva pensato. Era la soglia tra l’essere e la sua narrazione. Poesia, certo, e vita, in un continuo scambio. Fu nostalgia, fu tornare a quel cupo ritrovato finalmente e mai più abbandonato. Ed eri lì a parlarmi, circonfusa della tua grazia naturale. Eri voce e profumo, eri volto e luce chiara.

 

 

 

Non potei più essere più quello di prima. Riecheggiò in me l’antica domanda radicale: «Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola a la giustizia sanza schermi?» (Purg. X 124-126). Ecco, mi liberasti da quel vuoto simulacro che ero nel labirinto senza alcuna via d’uscita in cui vaghiamo, talvolta, senza nemmeno accorgercene. Fu una rivelazione, un nuovo inizio. Forse non te ne sei nemmeno accorta, luce entrata in me quella mattina e mai più uscita. Fu come se «e terra e cielo si mostrò qual era» (G. Pascoli, Il lampo, 1), in un eterno connubio, in una fusione indescrivibile per verba. Rinacqui al mondo, anima mia, mio tutto e «tremò uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, III 24). Non t’abbandonerò mai più, ora che ti ho trovata e ti ho conosciuta.

 

 

 

© Federico Cinti

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Piccarda, una donna nel Dantedì

 

Prorompe il giorno. Un alito di vita

illumina il tepore nell’immenso

cielo di vetro. Tra le ceree dita

concava un’armonia ridona un senso

 

al tutto. Un filo pallido d’incenso

riga l’intatta azzurrità infinita:

dove nulla appariva, ride intenso,

adesso, un volto d’anima stupita.

 

Dono caduco docile d’ancella,

offerta di se stessa sotto il velo

nel cuore, sulla via di santa Chiara,

 

attesta in un’eterea voce rara

tutto ciò che fu in lei, che sarà in cielo:

«I’ fui nel mondo vergine sorella».

 

 

Tra le tante «facce a parlar pronte» (Par. III 16), apparse al sommo pellegrino «per vetri trasparenti e tersi / o ver per l’acque nitide e tranquille» (Par. III 11-12), una gli s’impone per vaghezza di desiderio. Nel diafano pallore del Paradiso tutto si fa possibile, anche credere di trovarsi davanti allo specchio al punto di cadere «dentro a l’error contrario […] / a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte» (Par. III 17-18). Un Narciso, intendiamoci, molto particolare, sui generis. Già gli era successo, nel momento in cui non era riuscito a reggere lo sguardo di Beatrice e «li occhi li cadder giù nel chiaro fonte; / ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, / tanta vergogna li gravò la fronte» (Purg. XXX 76-78), e ancora gli sarebbe accaduto, davanti alla seconda persona della Trinità, quando ammette che «mutandom’io, a me si travagliava» (Par. XXXIII 114). Quell’anima è Piccarda Donati, sorella di quel «Bicci vocato Forese» (Dante, Chi udisse tossir la malfatata, 1), contro cui aveva lanciato gli strali del primo sonetto della tenzone più famosa di fine Duecento in Firenze.

una clarissa, la luminosa Piccarda, che «uomini poi, a mal più ch’a bene usi , / fuor la rapiron de la dolce chiostra» (Par. III 106-107). Ella è il primo personaggio che Dante incontra, nel cielo della Luna, nel pallido splendore della sua beatitudine. Ci prende quasi per mano, ci racconta le sue vicissitudini, un fatto ormai lontano, ora che ella si trova a faccia a faccia col Mistero. Già ha perdonato quegli uomini, come la Pia del Purgatorio, che contempla ancora e solo «la sua gemma» (Purg. V 136) nella dissolvenza che la contraddistingue per sempre. nulla a che fare con Francesca, bella e dannata, innamorata e perduta, pronta anche a maledire: «Caina attende chi a vita ci spense» (Inf. V 108). Sarebbe quasi un Dante al femminile, se non fossero storie sublimi e tragiche. Ma Piccarda è con santa Chiara, che «perfetta vita e alto merto inciela» (Par. III 97).

 

 

Chissà poi perché il buon Pascoli, nel rappresentare le sorelle di Alexandros, attinge proprio alla luuminosa trascendenza di questo personaggio. Il grande condottiero, conquistatore del mondo, era giunto al «Fine. O sacro araldo, squilla!» (G. Pascoli, Alexandros, I 1), mentre «nell’Epiro aspra e montana, / filano le sue vergini sorelle» (Alexandros, VI 51-52). In quella casa, in quel nido perduto, la ripetizione ossessiva del gesto virginale, come tante Parche intente a filare il destino, rende quelle presenze dalle «ceree dita» (Alexandros, VI 55) il sogno cui non si appartiene più. L’oscillazione tra impossibilità d’un futuro e certezza di un presente senza fine segna la distanza tra il vate dei vati e l’ultimo figlio di Virgilio. Dante giunge all’autentica meta, «quale colui che, forse di croazia, / viene a veder la veronica nostra, / che per l’antica fame non sen sazia» (Par. XXXI 103-105). Vede Dio, il «fine di tutt’i disii» (46). Ora resta solo la scelta, se rimanere al di qua o al di là del vetro.

 

 

 

© Federico Cinti

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