Chiara e io al Paffè di Casalecchio

 

Come non so. Di questo giugno diafano

ho avvertito in me il tacito trascorrere.

Infinito il sollievo

a tante nostre chiacchiere.

 

Ricordi, nulla più, l’inesprimibile

attesa che si sfa nell’indicibile.

Viso azzurro, sorriso,

nel cuore l’insondabile.

 

 

Vuoti i corridoi, le aule, anche il cortile: forse la scuola è pure questo, un vacuo simulacro in cui ricercare ciò che siamo stati, se mai lo siamo stati. Fa un certo effetto, lo confesso. A me stamane lo ha fatto, almeno. A fine primavera è così, quando il famoso «giugno ci ristora / di luce e di calor» (G. Carducci, Pianto antico, 7-8). Qualche cosa aleggia, «resta / quel nulla / d’inesauribile segreto» (G. Ungaretti, >Il porto sepolto, 5-7). È la poesia, null’altro, pure se non la si cerca né la si vuole. È nell’aria, nelle cose, in noi.

Anche un caffè può essere poesia. stamattina è successo. Ogni tanto ci si concede una pausa da tutto e si ritorna in quell’oasi in cui il tempo si ferma e distilla a goccia a goccia. Non è in sé, ovviamente, la bevanda, bensì il rito. Lo sappiamo: da anni si celebra. Non se ne può fare a meno. Io almeno non posso farne a meno. A quanto pare non solo io. Chiara mi viene a salutare, nonostante i molteplici impegni, oggi più di allora. Anche quella scuola fu sua. Chissà com’è rientrarci dopo tanti anni. Un pezzo di vita non si scorda facilmente. Diciamo che si elabora, si sublima, un po’ come il caffè che si gusta in bocca a lungo, come un piacere che si sfa a poco a poco, simile al profumo dei fiori nell’aria.

Si parla, tutto qui, di quel che si fa e di quel che non si fa, delle contingenze e delle urgenze. Alla fine, si cade sempre sull’atto puro della scrittura. Non siamo ancora riusciti a determinare in modo credibile che cosa generi la creazione attraverso le parole. Anche quello, in fondo, è un cambio di stato, è un «trasumanar […] per verba» (Par. I 70). Stamane sostenevo la possibilità di pensare per scrivere, ma di scrivere senza pensare, quasi che di per sé la creazione poetica sia il pensiero in azione. Non so, la visceralità che crea, senza ovviamente generare. Anche Chiara ha convenuto, pur riconoscendo la necessità di approfondire il discorso. Già, come se fosse facile. Ma è pure necessario porsi la domanda.

Noi ce la siamo posti, come tante altre volte, come tante altre domande. Anche noi forse eravamo come i fiori che profumavano il tempo di idee, sempre ammesso il tempo esista veramente anche al di fuori di noi. No, di questo non si è parlato. In verità non mi è venuto in mente, ma fa lo stesso. Non possiamo racchiudere in un caffè lo scibile e l’inconoscibile. Qualche argomento di riserva è bene tenerlo da qui all’eternità, quando forse potremo parlare con più cognizione di causa del trascorrere rapido dei giorni che, poi, forse non trascorreranno più. E i fiori profumeranno per sempre delle nostre parole così vane, ma così necessarie al caffè che ci ospita nel suo mondo.  

 

 

 

© Federico Cinti

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Saluti giocondi e giocondi saluti

 

Siamo ai saluti. Non sembrava vero

allora. Adesso è solo nostalgia.

Le cose sanno sempre di mistero.

Urge il tempo, dimentico per via.

 

Tutto già fu. Pure io sarò sincero,

io – intendo – che so bene come sia

gramo andare e restare, un giorno nero,

infinita eco di malinconia.

 

Ormai ci si conosce troppo bene.

Come non so, ciascuno nel suo ruolo;

ormai, però, lo so, ci s’appartiene.

 

Non vi scordate mai, prendendo il volo,

di me, ancorato a queste mie catene:

io resto qui, ma resto qui da solo.

 

 

Non sopporto la fine, qualunque essa sia, nemmeno la fine della scuola. Intendiamoci, la prospettiva di potersi finalmente riposare è molto allettante, ma dover superare la soglia che divide il prima e il poi, l’invisibile linea d’ombra che separa, il margine oscuro che lacera, mi lascia attonito, con l’amaro in bocca. Figuriamoci poi quando si ha la consapevolezza che il viaggio finisce per davvero, quando gli studenti di quinta liceo li rivedrai ancora per poco tempo, sì e no il tempo dell’esame di Stato, che una volta si chiamava pomposamente esame di maturità, e poi più nulla, per riecheggiare il poeta, «poi nulla… / sul far della sera» (G. Pascoli, La mia sera, 39-40). Si vive eternamente nell’attesa leopardiana del giorno del riposo, nella speranza che non arrivi mai o che passi in fretta, quasi senza accorgersene. Per me almeno è così, perché «la mia festa, / ch’anco tardi a venir, non mi sia grave» (G. Leopardi, Il sabato del villaggio, 50-51).

La fine non l’ho mai sopportata, è vero, ma mi ci preparo a poco a poco, nella consapevolezza che «sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna» (U. Foscolo, Carme dei sepolcri, 40-41), perché la fine ha il sapore di qualche cosa di irreversibile, quasi fosse il punto di non ritorno. E così, per rendere il distacco meno evidente, scrivo un ritratto a ogni mio studente che termina il liceo, perché di questo si sta parlando, degli ultimi giorni di liceo. Sono i miei personali saluti, come li so fare e come li voglio fare io. Ogni volta m’ingegno a trovare un titolo diverso. Quest’anno, visto che il nostro liceo di Casalecchio è dedicato a Leonardo da Vinci, ho pensato a Saluti giocondi, perché in quarta di copertina ho messo il ritratto di Monna Lisa con indosso i miei occhiali rossi. Un tocco d’ironia non guasta prima dell’ultima campanella. Che, intendiamoci, non è l’ultima in assoluto, nel senso che ho consegnato il libretto qualche giorno prima proprio per stemperare il peso del saluto finale.

Questi Saluti giocondi sono diventati pure Giocondi saluti, una sorta di bel fulmen in clausula

 

 

Già fummo insieme. Un ultimo saluto,

il vostro, il mio. La soglia ci separa,

oggi. Qualcosa ho dato, ho ricevuto

ciò che si dona, ciò che non s’impara.

 

Ora si è quasi all’ultimo minuto,

non altro che una dolce luce chiara

davanti a noi, tra noi. Non si è perduto

il tempo: è l’ora che si è fatta avara.

 

Siamo qui, siamo noi. Tutto si è detto,

anche troppo, chissà, presente assenza

lontana, eterno sogno nel cassetto.

 

Un giorno si vedrà la differenza:

tutto già fu, dolce dolore al petto

in questa troppo breve adolescenza.

 

 

Ne abbiamo dato lettura pubblica, ieri mattina, a inizio giugno, in classe: ognuno leggeva il proprio. Qualcuno aveva la voce rotta dall’emozione, qualcuno ha pianto. Insomma, non era mia intenzione, ma così è stato. Il tempo non passa invano e nemmeno noi passiamo tanto per caso. Ci se ne accorge sempre dopo, non dico quando sia troppo tardi, bensì quando si ha la consapevolezza che non siamo più quelli di prima. Forse è giusto così. A me questa parte della professione un po’ pesa, ma non ci si può fare nulla. Il liceo scientifico di Casalecchio, il Leonardo, ha questa particolarità, di avere uno intendo come me che si lascia prendere dal sentimentalismo. Oh, ci sta: meglio che essere abulici o insensibili. Di tutto ciò resta il sorriso enigmatico della Gioconda con gi occhiali di Federico.

 

 

 

© Federico Cinti

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Alla mia mamma

 

A maggio ride l’anima. Si librano

libere per l’azzurro aureo le rondini.

Lampi di sogno il sole,

ali d’una vertigine,

 

musica senza età. Nell’incantesimo

ignoto ogni germoglio si rigenera.

Assorto il cuore ascolta

muta la nenia solita.

 

A maggio tutto sa d’eterei palpiti,

malinconie in cui perdersi nell’attimo

mistico di una festa

antica sempre vivida.

 

 

 

Nel mese in cui fioriscono le rose tutto sa di buono, tutto sa di vero. Più che altro, più di tutto, è una condizione dell’anima, un nascere e un rinascere continuamente nell’eterna ciclicità del tempo. Un azzurro permea ogni singolo angolo del mondo, in un’infinita festa, la festa della vita. anche il sole si riversa sul mondo a liquide cascate, un profumo dolce di sogno. Ci si sente come presi per mano, come quando si era bimbi. È un tepore antico, eppure sempre nuovo. Se ne ha bisogno, come se qualcuno voltasse le pagine della nostra memoria a cercare ciò che già fummo e che quindi saremo. In fondo, guardare avanti è un modo diverso di specchiarsi nel passato.

Nel mese in cui profumano le rose, sul finire dei giorni, tra una fine e un inizio, compie gli anni la mia mamma. È festa di colori, come se tutto fosse reso da un’ebrezza incontenibile. Siamo qui e siamo altrove, sulla retta che ci ha condotto a questo punto. Ogni volta si sfoglia un vecchio album di fotografie, immagini sbiadite di chi vorremmo ancora essere. Ma è la festa della mamma, della mia mamma. Per questo il sole brilla tra le case, sulle cose. I giardini brulicano di colori odorosi, aperti alla luce, alla vitale energia di cui sono intrisi. Me ne stupisco e mi stupisco di stupirmene ogni volta.

 

 

 

Nel mese della festa della mia mamma le rondini hanno già fatto ritorno, brillano in alto, punti luminosi di una libertà che forse non avremo mai o non avremo mai così. Lassù, in alto, dove tutto è possibile, sulle ali del vento e della musica. È tutto un germogliare di verde, di speranza senza fine. forse è questa la festa che tanto mi alberga nel core e che tanto aspetto ogni anno, tutto l’anno. Domani sarà già un’altra cosa, sarà già un altro mese. Attenderemo di percorrere di nuovo il cerchio che ci separa da questo giorno, in attesa di cantare di un nuovo germoglio di vita.

 

 

 

© Federico Cinti

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A Stefano – Nel secondo anniversario

 

Sono due anni, Stefano.

Tutto adesso è indicibile memoria,

epifania d’un attimo

fattosi eterno. Amare queste lacrime,

 

avaro il tempo, fragile

nel trovarsi di nuovo lungo il margine

opaco del nostro essere

annichilito. Inutile ogni calcolo.

 

Due anni, soffio rapido

di vita, d’insondabile vertigine.

In questa solitudine,

oggi, il ricordo della tua amicizia.

 

 

Un filo, Stefano, l’amicizia che ancora ci lega, sottile nel silenzio della memoria. Strano, vero, ricordarcelo proprio due anni dopo che ci hai salutati. Era una tiepida mattina di aprile. Dovevamo vederci per un’incombenza burocratica. Eppure, nulla. Mi chiamò Roberto con le lacrime agli occhi e la voce strozzata. Nemmeno io sapevo che cosa dire. Ma che cosa avrei potuto dire? Mi restava la tua voce nelle orecchie: avevamo appena parlato del saggio di Massimo Cacciari sull’umanesimo. Era la nostra ultima scusa per prendere il caffè assieme. Già, il caffè. Mi raccontavi che eri arrivato a prenderne tre alla volta. E pensare che io mi ero ridotto a prendere l’orzo per evitare l’acidità di stomaco. Ci ripenso, sai? ripenso ai nostri caffè letterari in giro per Bologna. quel filo di cui ti parlo sa ancora di quei momenti così preziosi, rubati alla quotidianità. Tutto era sempre accompagnato dal tuo sorriso. Il sorriso dell’amicizia, chiamiamolo pure così.

 

 

In questi giorni esplodeva la primavera, la tua stagione. Amavi i fiori: simboleggiavano la vita, la fine dell’inverno e del freddo. Anch’io non sopporto la brutta stagione. A Savigno era uno spettacolo: davanti a casa tua rinasceva il mondo negli odori, nei colori, nel verso delle starne. Un giorno me ne parlasti entusiasta. All’inizio pensavo tu scherzassi. Le starne? Già, che strano ripensarci oggi, nel giorno del tuo anniversario. Sa di qualche cosa di antico. No, anzi: di perenne. Nella ciclicità del tempo s’annida l’eternità, si manifesta il nostro piccolo io in relazione al divenire nel ciclico ritorno. Tu lo sapevi. Io ho cominciato ad accorgermene a poco a poco e nonostante i miei autori. Dico nonostante, perché la letteratura prende vita dopo che noi abbiamo vissuto e ci siamo riconosciuti in quello specchio. Allora, solo allora prendiamo coscienza di ciò che siamo e di ciò che non siamo più. So che mi stai ascoltando con la sigaretta in mano: nulla è cambiato. Sei al di là del velo che apparentemente ci separa. Ma il nostro dialogo è rimasto inalterato. Parlo solo un po’ più io, ma tu ci sei, ti fai riconoscere. Te lo confesso, perché so bene che cosa succeda nell’altra stanza, al di là del sipario che divide lo spettacolo dalla visione. E di questo ti ringrazio, amico mio.

 

 

 

© Federico Cinti

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Un volo di farfalla

 

Vertigine indicibile il tuo volto

onnipresente. Lungo il mio sentiero

ride il tuo riso, voce di mistero

ritrovata nell’anima. L’ascolto,

 

ebbro di un non so che, porto sepolto

in me. Vidi, non vidi, ombra di un nero

silente. Apparve, sparve, orma del vero,

palpebra aperta, chiusa, occhio dissolto.

 

Ottunde i sensi l’ardua linea gialla

su cui corre l’ignoto. Luce chiara,

avara tra le nuvole. Poesia

 

rinata tra le dita, fantasia

tutta nuova. Più nulla ci separa.

In lontananza un volo di farfalla.

 

 

a un tratto mi profondai in quella luce così intensa «che dietro la memoria non può ire» (Par. I 9), quella stessa luce «che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo» (Par. XXXIII 96), in cui la soverchiante luminosità si trasforma in incapacità di vedere, come «andando nel sole che abbaglia» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 13). E come nell’altissima luce tutto diventa buio, per prodigio ineffabile, l’ombra divenne sorprendente illuminazione. Si aprì il mondo nel suo lato più recondito, in quel lago del cuore in cui si tuffa «il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti» (G. Ungaretti, Il porto sepolto, 1-2). Eppure, non era poesia: era la vita, quella vera. Sanguinava il «cuor della terra / trafitto da un raggio di sole» (S. Quasimodo, Ed è subito sera, 1-2), simile a quello «che menò cristo a dire ‘Elì’ / quando ne liberò con la sua vena» (Purg. XXIII 74-75).

Fu un lampo, come un fulmine nel nero della notte. Tutto «apparì sparì d’un tratto» (G. Pascoli, il lampo, 5), davanti all’occhio aperto ad attingere il senso ultimo dell’essere. Nulla più fu come prima: mi sentivo passato al di là della linea che separa il reale dalla visione, il tangibile dall’immagine che se ne ha, chissà come, chissà dove. era gialla, la linea, come l’oro che usciva dal crogiuolo. S’aprì il sipario e mi ritrovai sulla scena, contemporaneamente io e chi un altro aveva pensato. Era la soglia tra l’essere e la sua narrazione. Poesia, certo, e vita, in un continuo scambio. Fu nostalgia, fu tornare a quel cupo ritrovato finalmente e mai più abbandonato. Ed eri lì a parlarmi, circonfusa della tua grazia naturale. Eri voce e profumo, eri volto e luce chiara.

 

 

 

Non potei più essere più quello di prima. Riecheggiò in me l’antica domanda radicale: «Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola a la giustizia sanza schermi?» (Purg. X 124-126). Ecco, mi liberasti da quel vuoto simulacro che ero nel labirinto senza alcuna via d’uscita in cui vaghiamo, talvolta, senza nemmeno accorgercene. Fu una rivelazione, un nuovo inizio. Forse non te ne sei nemmeno accorta, luce entrata in me quella mattina e mai più uscita. Fu come se «e terra e cielo si mostrò qual era» (G. Pascoli, Il lampo, 1), in un eterno connubio, in una fusione indescrivibile per verba. Rinacqui al mondo, anima mia, mio tutto e «tremò uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, III 24). Non t’abbandonerò mai più, ora che ti ho trovata e ti ho conosciuta.

 

 

 

© Federico Cinti

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A Stefano Orlandi

 

Sogno di sogni, immagine lontana

tra le ombre. Tengo il filo di un ricordo,

ennesimo saluto. S’addipana

fra le dita. Rimasto qui, sul bordo,

 

attendo un segno. Nel silenzio sordo

nulla pare. La via diventa vana,

orma dopo orma. Eppure, non demordo:

odo un sibilo. Il tuo? L’ansia risana.

 

Ride il tuo riso il giorno. Esile un raggio

lambisce il vento fresco del mattino.

Apre l’occhio ceruleo all’infinito

 

nel prato il cielo. Nulla si è smarrito.

Dall’anima un singulto. Quel cammino

insieme non finì, prosegue il viaggio.

 

 

Tu rideresti, lo so. anzi, ti sento proprio prendermi in giro. Queste derive romantiche – così le definivi – non ti erano molto congeniali. Almeno a parole. Sì, perché in fondo ti facevano piacere: vellicavano il tuo amor proprio. Non che tu fossi un narcisista; anzi, tutt’altro. dico solo che sentirsi apprezzati è bello, anche se mette un po’ a disagio. Ma vuoi che non lo sappia? Anche a me succede, quando qualcuno per mia somma delizia e profondissima disgrazia mi fa qualche complimento. Non amavi esternare troppo. Non era un delitto. Chissà, forse era addirittura un pregio: dimostrare ciò che si prova non semplicemente a parole, ma con la vita, credimi, non è da tutti.

Anche avere la fortuna di averti come amico non è da tutti. Lo ammetto con umile orgoglio, soprattutto oggi che è il tuo giorno. Molte volte mi rispecchio in te, nel senso che mi ritrovo non solo in quel che mi dicevi, bensì soprattutto in quel che facevi. Ci sono arrivato dopo, da solo. Questo mi resta più di tante altre cose che pure, nei due anni dacché ci hai lasciato, ho tentato di non dimenticare. Non siamo in ciò che diciamo, bensì in quel che non diciamo, perché le parole hanno un’ombra. Solo chi riesce a vedere l’invisibile possiede il significato ultimo delle cose. Tu ci riuscivi benissimo. Io non lo so, ma mi avresti senza dubbio consigliato di svestire i panni cattedratici. Sai che mi dava fastidio e così affondavi il dito nella piaga. Ma tant’è: qualcuno lo doveva pur fare: era uno dei tuoi tanti sproni.

 

 

 

Adesso anch’io ripeto che «avevamo studiato per l’aldilà / un fischio, un segno di riconoscimento» (E. Montale, Avevamo studiato per l’aldilà, 1-2). Ti ho sempre detto che i poeti parlano non solo di noi, ma per noi. Era un motto che avevi fatto tuo. Forse per rispetto a me, che tante volte provavo a dedicarti qualche poesia, come oggi, che è il tuo giorno. So che l’aspettavi. Ah, certo, non da te: amici me lo hanno detto. Alle volte strapparti una parola era arduo, soprattutto se si aveva bisogno di una risposta a un dubbio inestricabile. Lì per lì non capivo quasi mai il tuo ragionamento. Era come se rivelassi un segmento del tuo pensiero, senza il prima né il poi. Occorreva ricostruire la via tortuosa che portava, se portava, alla soluzione. Già, perché – e anche questo ci ho messo un po’ a comprenderlo – le risposte che cercavo le avevo già e tu mi aiutavi solo a farle riemergere.

Adesso è un po’ più faticoso, adesso intendo che sono io a tenere in mano il «filo» che «s’addipana» (E. Montale, La casa dei doganieri, 11). Siamo tutti in un labirinto: questa è la verità e la memoria non è sempre un filo attendibile. Saperti qui in alcuni momenti mi basta. O mi basterebbe, se ti sapessi ancora a Savigno, col gatto sulla poltrona e le starne che ripetono quel verso che tanto ti faceva trasalire, soprattutto quando la primavera era in rigoglio. Nel tuo giorno appunto, nel tuo mese, quando tutto ricomincia o mostra che non era finito nulla. Ecco, adesso è così, nella ciclicità del ricordo, dei tempi, delle stagioni. Il viaggio non finisce, finché qualcuno continua a ricordare. E, bada bene, non voglio sembrarti patetico: non lo sopporteresti.  

 

 

 

© Federico Cinti

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Confessione

 

Tutto era nulla. A un tratto azzurro un grido:

il senso, ora svelato all’improvviso,

aveva la tua voce, il tuo sorriso.

Mi ritrovai. Dolcissima, sul lido,

 

oasi di pace chiara, antico nido

la tua presenza eterea. Nel tuo viso

ombre di sogno, eterno paradiso,

sapevano di gioia. A te m’affido.

 

A te si schiuse l’anima, rinacque

il cuore. Tra le tenebre il respiro

breve del tempo diventò infinito.

 

Eri lì. Toccai il cielo con un dito.

Non ti lascerò più, lieve sospiro,

estasi d’un naufragio in auree acque.

 

 

il tutto e il nulla, fusione d’inizio e fine, mi stringono e costringono nella loro circolarità. Intorno tutto ruota sull’inconsistenza immateriale del punto sull’infinito spazio del piano. È lo stesso che pieno e vuoto. L’illusione si veste d’azzurra lontananza, grido che squarcia il silenzio in cui talvolta si rischia di cadere. Eppure, a un tratto, ci si ritrova, ci si trova di nuovo, anche noi «per una selva oscura» (Inf. I 2). Ritrovarsi così, nel buio, non nella luce chiara, miracoli e contraddizioni di ciò che ci circonda, appunto, in una ciclicità che è la cifra del nostro essere nel tempo. Forse anche nello spazio, in quel piano determinato dal punto in cui ci si trova e ci si ritrova. Veramente le parole sono nere, buie. E poi quel buio e quel nero divengono luce d’incredibile bellezza. Si fanno voce, si fanno riso, si fanno realtà tangibile e appassionante.

In quell’azzurro, «interminato / spazio» dove «il naufragar m’è dolce» in quanto «mare» (G. Leopardi, L’infinito, 4-5 e 15), ritrovai le «chiare, fresche et dolci acque» (Rvf CXXVI 1) su cui «scintilla, / in testo di scaglia / come l’antica / lorica» (G. d’Annunzio, L’onda, 2-5) il lampo d’una vertigine. Nulla più fu come prima. Tutto trasfigurò se stesso in una soavità chiara, limpida, quasi fuori del tempo. Era possibile, allora, incontrare l’assoluto? Dentro e fuori di me, certo, come vedendomi dall’esterno, con occhi altrui. Fu una gioia immensa, una grazia cercata e insperata. Era un porto tranquillo, voce di madreperla che mi chiamava a un altrove, tuttavia presente e immanente, perché «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20). Era sogno e realtà insieme, dolcezza che distilla, profezia di Sibilla che s’avverava su quell’onda.

 

 

 

Fu così che tutto mutò in me, che io mutai nel tutto. In alto, in alto, in un lontano cielo, mi sentivo librare e liberare. Il mio dito toccò l’immensa cupola celeste. Già Orazio mi aveva preceduto colassù, cantando «sublimi feriam sidera vertice» (carm. I 1, 36), nella più vasta felicità possibile, tra la poesia dei numi e delle Muse. E così cominciò la rincorsa per ritrovare quel primo istante, quella leggerezza senza fine del volo verso le stelle. «Mi ritrovai per una selva» chiara, ti ritrovai nel vortice delle ore, punto fermo dell’eterno fluire. Anch’io rimasi «col trasognato viso di chi sogna» (G. Gozzano, Un’altra risorta, 16) davanti a quel miracolo d’eterea leggerezza. E fu così che il tutto che era nulla divenne una pienezza senza fine.

 

 

 

© Federico Cinti

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A mio padre

 

Addio. Fu il giorno, questo, del saluto.

Mi sentii solo, per la prima volta,

in un silenzio gelido, assoluto.

 

Oggi è ancora così. Pallido il sole

preme tra i vetri. L’anima sepolta

attende tra le primule e le viole.

 

Dopo l’addio, papà, non ci scordare.

Restiamo qui ad attendere, a guardare,

esuli in terra, azzurri il cielo, il mare.

 

 

Noi siamo ancora in via, da quella domenica di ventiquattro anni fa. Non mi pare nemmeno vero, resistere tanti anni con questa spina nell’anima. È il ricordo di te, spina e redenzione. Appunto, noi restiamo qui a continuare il dialogo interrotto quella mattina, nel bianco di un ospedale. Stava per scoppiare la primavera, un po’ come oggi, immersi in questo aulire di fiori freschi. Il prorompere della vita s’affaccia alla finestra nel sole a tratti pallido, a tratti insistente. Ci perdonerai se siamo nella tristezza. Chissà, forse non dovremmo.

La tua seggiola è sempre lì, che ti aspetta da quel giorno. Nulla o quasi, per il resto, è mutato. Perché, vedi, nulla può cambiare. Siamo sempre noi, come in quella fine inverno così gelida. Avremmo voglia di raccontare ancora tutto quello che ci resta nel cuore. Un azzurro intenso ci travalica. Ti sappiamo in quella lontananza senza fine, grande come il mare, dove s’allaga ogni nostro sentire. Qualcuno avrebbe parlato di naufragio. Ecco, noi ci si sente un po’ così, come naufraghi in quel mare dove attendiamo una mano che ci salvi. È l’esilio, nell’al di qua.

 

 

Ti vorrei parlare di tante cose, di ciò che ho nel cuore. Tu l’avresti fatto, senz’altro. Una confidenza in questa luce chiara. Fu così anche per te, credo, all’epoca. Ogni tanto la mamma lo racconta. Una storia che si ripete, che deve ripetersi. Non mancherò di aggiornarti. Il viaggio, lo sai, continua. Tu sei nella stanza a fianco, come già ci ricorda sant’Agostino. È solo un difetto, mio intendiamoci, di percezione. Qualche cosa mi tocca il cuore. Appunto, è quel nostro intenderci nonostante tutto e sempre. mi perdonerai se ogni tanto ti sembro distratto.

Il resto già lo sai. non credo ci sia bisogno che io mi dilunghi troppo. Occorrerebbe divertirsi un po’, come all’epoca. Io continuo, la sera, a mangiare un pezzetto di cioccolata: ho mantenuto quell’insana abitudine che avevamo davanti al divano. Mi rimane quel gusto intenso, forte. Non è tanto, lo so, ma è già qualche cosa. Il viaggio, già te l’ho detto, deve pur continuare in qualche modo. Sul tuo esempio penso di potercela fare. Sappi che prima o poi ti disturberò ancora. Forse non vedi l’ora, ma qui, nel tempo e nello spazio, tutto è tirannico. Eppure, la tua mano tesa la sento. Non voglio lasciarla.

 

 

© Federico Cinti

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Favola di Amore e Psiche

 

Di quel momento fragile mi resta

il tuo sorriso. Il tempo si è fermato

a quel giorno indicibile. Fu festa,

miracolo nell’anima insperato.

 

Ora è in me la vertigine. Il passato

restava muta immagine molesta.

Emozione d’un attimo provato

Eternamente. In me fu la tempesta.

 

Poi il cuore rifiorì di gioia rara

sulla soglia dell’essere. Oltre il velo

invisibile un palpito d’azzurro.

 

Chiuso nella conchiglia il tuo sussurro

ha il vero senso limpido del cielo,

esilio in terra, dolce luce chiara.

 

 

In uno specchio mi ritrovo ancora a comprendere chi sono e chi non sono. È la bella fabella (Apuleio, Metam. VI 25) in cui si racconta il viaggio iniziatico di un’anima. Ha nome, certo, è figlia e sposa. Si chiama Psiche. Anima, appunto. A un certo punto trova sulla via ciò che più di tutto le corrisponde. Trova in sostanza la sua completezza, parte di un tutto scisso per invidia degli dèi. Anche a me è capitato così, non c’è che dire: è successo come a tutti, prima o poi, nella vita. niente di nuovo; eppure, eternamente unico. Tutto mutò in un attimo senza fine. tempo e spazio s’annullarono nella dolce luce chiara.

Una vertigine mi prese, ecco tutto. Avvertii in me la levità del fanciullo che fluttuando confessava a tutti coloro che incontrava: «Oh! Voi non siete il bosco, che s’afferra / con le radici, e non si getta in aria / se d’altrettanto non va su, sotterra!» (G. Pascoli, La vertigine, I 7-9). Uno stato di grazia singolare iniziò a mostrarmi le cose sotto una diversa luce, cambiando in me il modo s’ascoltare e percepire l’universo fuori e dentro di me. Anche i miei piccoli versi presero vita, vera vita in quella tenerezza che completa l’essere fino a trasfigurarlo. Era un candore, lungo quella soglia su cui mi muovevo ormai spinto dalla ricerca di non sapevo bene che cosa. In quel «non so che» trovai la giustificazione al mio travaglio interiore. Era questo, forse, come nel mito, il desiderio d’Amore che la bella Psiche vagheggiava ogni giorno, ogni notte, ogni istante.

 

 

 

Rinacque in me, come un fiore dalla roccia, il senso delle cose, il senso vero, quello che o si prova o non esiste. Molti vagano alla ricerca di ciò che non hanno, senza sapere che tutto è già scritto in loro, nelle eterne pagine di chi ci ha preceduto. È la voce della poesia a guidarci sul sentiero che porta all’assoluto, all’infinito. Un volto luminoso, certo, una voce dolcissima ci attrae. La s’incontra, presto o tardi, e non la s’abbandona più, «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 36). Così rivissi il mito, rivisse in me la bella fabella che narrava di un tempo fuori del tempo. Nulla fu invano. Attendo ancora sulla soglia immota il giorno in cui quest’anima, l’antica Psiche, potrà congiungersi per sempre con Amore. Sarà un giorno di festa senza fine. la mano è tesa, aperta a ricevere quella così amata. La poesia, come una corona, cingerà il capo della principessa. Una corona è pronta già nelle mie mani, dono estremo di questo altissimo sentire che mi ridonò la vita.

 

 

 

© Federico Cinti

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Dal primo giorno

 

Sorrisi. Il giorno naufragò all’incanto,

eternità dell’attimo sepolto

in quella sospensione. M’eri accanto:

tutto vanì alla luce del tuo volto.

 

Ultima linea, l’ansia dell’ascolto,

lontananza dell’anima in un pianto

antico di un piacere mai risolto.

Mareggiò il cuore, schianto dopo schianto.

 

Infinità dell’essere sul ciglio

ancestrale del tempo e dello spazio

la voce chiara tesa all’assoluto.

 

Urgenza d’una soglia, d’un saluto,

chiamò, mi richiamò, di te mai sazio.

Eri lì, rosa rossa, bianco giglio.

 

 

Non so, mi capitò proprio così, senza volerlo certo, senza cercarlo. Nelle situazioni ci si trova, tutto qui. Penso lo sappia bene pure tu. Non si è sempre nello stesso stato d’animo; eppure, a un tratto il velo si squarciò nel mezzo e m’apparve il tesoro prima nascosto. Impossibile prevederlo. Nemmeno tu, credo, lo immaginavi. Un tuffo in un mare inaccesso, immensità non più così lontana. Voci e colori si fusero insieme, inscindibile realtà ormai nel ricordo di quell’attimo. Eternità dell’attimo, «punto / a cui tutti li tempi son presenti» (Par. XVII 17-18). Trovarti fu un dono insperato, l’improvviso sbocciare di una rosa.

 

Il cuore poi «rimareggiò rinfranto» (G. Pascoli, Il tuono, 5), scosso da un turbamento luminoso. Era la voce chiara, la tua voce chiara, di madreperla. La visualizzai così, tra il tumulto dell’anima. Di qualche cosa si parlò, forse di quella «felicità nuova», data dall’indistinto «non so che» (G. Pascoli, Il gelsomino notturno, 24) che mi s’agitava dentro. Non te ne accorgesti nemmeno. O forse sì? Prima o poi cercherò di scoprire l’arcano tra le pieghe di quell’indecifrabile mistero. E fu come la commozione, allora come adesso, immaginarti «sì che par tu pianga, / ma di piacere» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 98-99).

Dal primo giorno, vedi, sei la mia luce. La poesia crea e ricrea incessantemente ciò che la logica tende a distruggere o a ottundere. Sia qui o altrove, come eravamo quel giorno fuori del tempo, «chi sa dove, chi sa dove!» (G. d’annunzio, La pioggia nel pineto, 94), resta il fragile stupore di qualcosa che ci sopravanza e ci trascende. Tu lo sai, io lo so. una gioia leggera permea ancora ogni istante. Non si fugge dall’essere. Purezza incalcolabile è il tuo volto di una rara bellezza. In quel candore diafano tutto risplende, la stella diana, «nunzio del giorno» (G. Leopardi, Ultimo canto di Saffo, 4), e la purezza limpida del giglio.

 

 

 

 

© Federico Cinti

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