Giorno d’agosto

 

Assorto il giorno a un soffio di velluto

galleggia. Tutto è immobile: il cammino

in faccia al sole sembra ormai perduto.

 

Ubriaco di luce aurea, il giardino

languisce a un tratto. Voci sulla via

insistono su un vuoto sibillino.

 

Antiche vanità di nostalgia

medita il cuore stanco. In qualche sbaglio

esiste una possibile armonia.

 

Laggiù, solo al di là del vitreo abbaglio

cade il velo invisibile: il segreto

ha senso, si spalanca lo spiraglio

 

impalpabile. Un dolce riso lieto

offre alla vista ciò che sta sepolto

nell’anima. Ovunque si fa inquieto

 

il raggio senza limiti, in ascolto.

 

 

Un soffio obliquo «il sole / in fasce polverose» (G. Pascoli, Patria, 7-8) già di fine agosto, in quel sogno infinito – o indefinito? – che è l’estate. Un incantato stupore, ecco, non molto altro, in questo mare di luce dorata. Inesorabile è il tempo che ci trascorre e trascolora. Non so, ogni volta me ne sorprendo, perché scopro qualche cosa di sempre nuovo in ciò che è sempre uguale. Evocazione e unicità in una fusione che si dà, nonostante la nostra pur misera presenza. Una sorta di eco di un’eco, come ritrovo nelle poesie in cui mi capita d’inciampare ogni volta che le leggo. In quel «sempre un villaggio» (G. Pascoli, Romagna, 1), incipit di una delle prime liriche che ho imparato a memoria, in terza elementare, non posso che risentire due luoghi leopardiani, l’abbrivio dell’Infinito, «sempre caro mi fu quest’ermo colle», e Il sabato del villaggio. Per non parlare dell’«azzurra visïon di San Marino» (Romagna, 4), debitrice chiaramente delle sfumature celesti delle Ricordanze.

Era così l’estate, in un silente guizzo di luce, «dentro il meridïano ozio dell’aie» (Romagna, 16), quella sospesa intercapedine che altri avrebbe definito «meriggiare pallido e assorto» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 1), davanti al miracolo avveratosi, mentre «la mente mia, tutta sospesa, / mirava fissa, immobile e attenta / e sempre di mirar faceasi accesa» (Par. XXXIII 97-99). Solo in questo stato di grazia eccezionale, «a mezzo il giorno, che de le grandi querce a l’ombra stan / ammusando i cavalli e intorno intorno / tutto è silenzio ne l’ardente pian» (G. Carducci, Davanti san guido, 52-56), può cadere il velo di Maya, si può attraversare la linea che separa il fenomeno dal noumeno e accorgersi che «nel suo profondo», proprio lì, «s’interna, / legato con amore, in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87). Così si può ammettere l’epifania in cui «non bava / di vento intorno / alita» (G. d’Annunzio, Meriggio, 6-8).

 

 

 

Ascolto, tutto qui, quel che succede intorno, nel giardino che circonda casa in un verde che già desidera biondeggiare. È uno stato di grazia, un sollievo dell’anima, come un fiore che spunta inconsapevole. Ogni cosa si dà in questo momento così leggero, in questo evanescente pomario in cui «tolgo e mordo il frutto avventurato / e mi pare di suggere dal frutto / un’infinita pace, un bene, un tutto / tutto l’oblio del tedio e del passato» (G. Gozzano, Il frutteto, 65-68). È l’estate che va, che va e declina a poco a poco impercettibilmente. E io con lei, non dubito. È soltanto il sogno di un’eco che si ripete infinite volte, «nella cava ombra infinita» (G. Pascoli, Alexandros, 59). Ascolto, tutto qui, senza null’altro fare, nell’ora che s’approssima al crepuscolo e che beve le voci lontane in un azzurro siderale.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

La leggenda dell’Almsee («Legende von Almsee») – «Nordseelieder»

 

Strapiombo di dirupi, cime brulle,

e la profondità verde dell’acqua,

su cui la fuga nera delle nubi

trova nel suo riflettersi uno specchio.

 

Un gabbiano vi giunge ad ali tese,

dalle nordiche estreme lontananze;

la lunga strada non ha alcun valore:

lo conduce la forza dell’amore.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Si vuole riposare nel canneto

e spiare in tralice il proprio amato;

da lì deve calarsi volteggiando

alto sopra le cime degli abeti.

 

E ripensa, ripensa ai lunghi anni,

in cui tutto, in cui tutto gli donava,

in cui visse e soffrì solo per lui,

sempre pronto a qualsiasi sacrificio.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Guarda, ora giunge il piccolo sparviero,

e il cuore batte rapido al gabbiano;

ma il gabbiano indispone lo sparviero

e quest’oggi ne ostacola ogni volo.

 

E la furia sfrenata del suo becco

colpisce dritto il cuore innamorato,

finché, ferito a morte per lo strazio,

non diventa di fredda, dura pietra.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Caldo sangue del cuore, rossi cerchi

nella profondità verde dell’acqua,

e l’eco manda un gemito sommesso:

«Una volta che è lì, è lì per sempre!».

 

 

Erano ormai lontani i giorni del «divino soggiorno a Ischl», come ebbe a definirlo Franzi, nell’agosto del 1853, il «divino soggiorno» dell’incontro e del fidanzamento, quando Sisi compose questi versi. Dopo più di trent’anni – siamo nell’agosto del 1885 a Ischl – di matrimonio nulla o quasi era più intatto, se non forse il trasognato ricordo del ventitreesimo compleanno dell’imperatore, il 18 agosto, e la benedizione con acqua santa del parroco della piccola cittadina termale, alle 11 del 19 agosto, presso cui si erano recati per scambiarsi le reciproche promesse di matrimonio. Da allora in poi la villa imperiale avrebbe avuto la forma di una «E», in onore di Elisabeth, nome di cui Sisi era diminutivo.

 

 

 

Sisi non era più la ragazzina intimorita di quei giorni estivi. Il gesto della zia Sofia, futura suocera, di cederle il passo all’ingresso della chiesa, ligio al cerimoniale di corte spagnolo, unica legge della famiglia imperiale, non l’avrebbe lasciata indifferente come quel giorno luminoso. Ormai, Sisi era il gabbiano in continua fuga dal mondo e da se stesso. Era sì imperatrice d’Austria, apostolica regina d’Ungheria etc., come iniziava il suo lungo titolo nobiliare, ma era soprattutto una donna infelice contro cui il destino non aveva ancora smesso d’accanirsi. Era finita per sempre «la favola bella / che ieri / t’illuse, che oggi m’illude» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 29-31), l’amore che era stato promesso eternamente.

Il gabbiano, die Möve, ritorna dal Mare del Nord al lago incantato di Alm, dove l’attende der klein Sperber, il piccolo sparviero, per straziarle il cuore innamorato. Di nuovo, senza pietà, Caesar […] accipiter velut (Orazio, carm. I 37, 16-17) macchia le acque limpide di puro sangue. Eppure, il gabbiano fugge, fugge ancora e per sempre da quell’animale così piccolo e così molesto. Resta lo strazio di un cuore infranto che, per sopravvivere alla contingenza e alla storia, si deve fare freddo come il metallo e duro come la pietra.

 

 

 

Restano le acque del lago austriaco di Almsee a narrare gli eventi. Questa lirica è la prima di quattro, disposte in successione, nello scrigno segreto dei Nordseelieder (Canti del Mare del Nord), primo dei tre libri del Diario poeticoDas poetische Tagebuch – di Sisi. Anche se non è letterale, credo la mia traduzione colga il profondo senso poetico di questa confessione così amara e distaccata, una vera e propria leggenda che respira ancora tra quei monti incantati, in cui la verde profondità dell’acqua si fa specchio al nero delle nubi.

 

 

 

Di seguito l’originale tedesco:

 

 

Steile Wände, kahle Zacken

Und ein Wasser, tief und grün,

Wo sich schwarze Wolken spiegeln,

Wie sie ernst darüber zieh’n.

 

Eine Möve kommt geflogen

Von dem fernen Norden her,

Achtend nicht des weiten Weges;

Denn die Liebe führt sie her.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch nur bitt’res Weh!».

 

In dem Schilfe will sie rasten

Und nach dem Geliebten späh’n,

Dorten muss er niederkreisen

Über jenen Tannenhöh’n.

 

Und sie denkt der langen Jahre,

Wo sie alles ihm geweiht,

Nur für ihn gelebt, gelitten,

Jedes Opfers froh bereit.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch nur bitt’res Weh!».

 

Sieh’, da kommt der kleine Sperber,

Und ihr Herz schlägt höher auf;

Doch sie ist ihm ungelegen,

Hindert heute seinen Lauf.

 

Und den Schnabel unbarmherzig

Stösst er in ihr liebend Herz,

Dass es, bis zum Tod getroffen,

Fest erstarrt zu kaltem Erz.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch das schwerste Weh!».

 

Warmes Herzblut, rote Kreise

In dem Wasser, tief und grün –

Und das Echo wimmert leise:

«Einmal hin, ist ewig hin! ».

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Auguri ad Anna

 

Attesi sulla via. Di nuovo il giorno,

nulla dintorno, proprio come ieri.

Nel sogno c’eri, ma smarrii il ritorno.

 

Aureo contorno, pallidi sentieri,

ricordi veri, pure tu lo sai,

opachi ormai, indicibili pensieri.

 

Canti sinceri quelli che cantai,

che conservai nel tempo che divora.

Ho in mente ancora ciò che ti donai.

 

Io lo imparai: era l’alito dell’ora.

 

 

 

Un tuffo nei ricordi, nulla più, nelle parvenze – me lo si conceda– di «colüi che sognando vede, / che dopo ’l sogno la passione impressa / rimane, e l’altro a la mente non riede» (Par. XXXIII 58-60), in un giorno così particolare. Un viaggio all’indietro, eppure senza ritorno, simile a quello di Orfeo per la sua Euridice. All’interno di sé, nel proprio petto, come nel cuore della terra. Ma mai volgersi indietro: questo lo s’impara un po’ per volta a proprie spese. A me almeno è capitato così. Echi di echi, in cui s’ «ascolta nella cava ombra infinita / le grandi querce bisbigliar sul monte» (G. Pascoli, Alexandros, VI 59-60).

Nel tempo che scorre inesorabile ci si sente, «dopo il naufragio» – leopardiano? – «un superstite / lupo di mare» (G. Ungaretti, Allegria di naufragi, 4-6). Ripensare a quella piazzetta che obloquitur numeris septem discrimina vocum (Virgilio, Aeneis VI 646), oggi, fa un certo effetto. Eppure, piazza San Michele, nei pressi di Casa Rossini, dove abitava il grande pesarese, beh… fa un certo effetto. Non so più nemmeno quante volte ci sono passato e quante volte, ancora, ci passerei, se me ne fosse data la possibilità. Un luogo incantato, perché luogo della memoria, della mia memoria. Le lancette dell’orologio, del mio vecchio orologio, si sono fermate allora. Lo ammetto così, con un moto di triste meraviglia, ma forse nemmeno troppo triste.

 

 

 

Va bene così. Si tratta solo di non perdere il passo nella corsa. L’impressione che ho, adesso, è di vedere tutto come di lontano, nel film in cui l’attore è un altro. registro, non c’he che dire. Mi rivedo da fuori, in quei luoghi, immerso in quei pensieri. Ogni età ha i propri riti, i propri luoghi. Ora ne sorrido, certo. Il resto non conta più, anche se sono qui a parlarne, come mi capita dopo l’ultimo libro che ho letto. L’impressione è vivissima, tanto che ce lo si sente addosso. Ma va bene, va bene così. Altri forse ne parlerà meglio di me, anche se i nomi non saranno quelli che ho in mente io. Perché in fondo, in una ricorrenza come questa, nulla si può dare per scontato. Lo ripeteva spesso il nostro professore di latino, Novello Baldoni, che qui evoco perché tanto so che non legge, che ognuno ha ciò che si merita. Oggi lo posso affermare con una certa tranquillità pure io: homo faber fortunae suae. Ma ci sta, perché il nostro dialogo non termina qui, come non termina la mia corsa. E questo giorno pure passerà, come gli infiniti altri in cui ci sarà dato ritrovarci, anche solo per poco, come alla fine di una pagina.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Nel giorno del mio onomastico

 

Fragile la vertigine, sul viso

eterno il tempo assorto sul sentiero

dell’attimo fuggente in un sorriso.

 

Eco lontana, l’ansia del mistero

rade lo spazio, sibilo di vento

invisibile all’alito leggero.

 

Caducità impalpabile, il momento

ora tenue si compie sulla via

carsica, orma dopo orma, a lume spento.

 

In bilico un’azzurra nostalgia

nell’anima, ricordo di quel giorno,

tu aulente sospirare d’armonia,

 

io in attesa dell’ultimo ritorno.

 

 

 

Ha ragione il mio amico Paolo. Stamattina gli ho suggerito che era il mio onomastico e, stupito come solo lui sa essere, mi ha chiesto: «Ah, è san Cinti?». Non ho potuto che convenire con lui. Anche perché ormai si è fatto appuntamento topico questo famoso 18 luglio. Ho iniziato quasi per gioco, qualche anno fa, a ricordarlo agli amici. Poi, a poco a poco, adesso sono gli altri a fermarmi e a farmi gli auguri. Fa piacere, intendiamoci. Fa piacere che si ricordino di te anche nel periodo torrido della «Canicola» che «stampa sopra uno scalcinato muro» la loro ombra scura (E. Montale, Non chiederci la parola, 7-8). Mi pare una sorta di epifanica rivelazione nel cuore dell’estate.

Tutto è poesia, non è certo necessario ripeterlo ogni volta. Si coglie nell’aria, negli occhi delle persone che ci circondano, ignari compagni di viaggio. E chi non la coglie, beh… pazienza: vive lo stesso nell’incoscienza dei giorni e delle occasioni. La linea di demarcazione è sottile, impercettibile. Chissà, forse è proprio quella la quint’essenza di cui parlavano prima di scoprire che gli elementi erano ben più di quattro. Qualcuno ci crede ancora, ma è giusto così. Ho conosciuto pure chi, ridendo, sosteneva che gliela raccontavano che la Terra è sferica, al pari della signorina più famosa della letteratura cui «han detto che la terra è tonda, / ma lei non crede» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, V 21-22).

Nel giorno del mio onomastico non ho poi fatto cose straordinarie, come avrei voluto. In un lucido lunedì di metà luglio tutto si compie, come in un rito atavico, come in un ennesimo, ultimo ritorno. Credo sia normale non pretendere altro che avvenga quanto deve avvenire. Agli altri li lasciamo gli sbagli di natura. Che, lo sappiamo, rendono il tutto così particolare, ma solo perché inattesi, inaspettati. La ricerca del veggente che cerca in ogni modo la sregolatezza di tutti i sensi mi pare fuori luogo, se «l’impresa eccezionale / è essere normale» (L. Dalla, disperato erotico stomp). Anch’io ne sono convinto. Così è andato il mio onomastico. O, meglio, dovrei dire che sta andando: «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20).

Qualcuno manca sempre all’appello di chi vorresti ti facesse gli auguri, ti pensasse un po’, e non lo fa mai. va bene: ne prendiamo serenamente atto. In fondo, il senso finisce per trascenderci. Mi farò vivo io, in qualche modo. Comunicare è anche questo, mettere appunto in comune quel che si ha con chi si desidera. Il mio santo ha testimoniato la verità. Niente di più. La vita stessa significa attestare la volontà d’esistere, ma non come l’intendeva il famoso Arturo che qui non dico. Si va al di là, perché nella fusione del tutto sta l’unità, perché «nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87). Altroché divagazioni filosofiche sull’inconoscibile: «la parola che squadri da ogni lato» esiste eccome, se volessimo ascoltarla. I poeti, in fondo, sono pure un po’ questo, come i santi. Ecco, aveva ragione stamattina Paolo e lo ripeto col sorriso: oggi è san Cinti.  

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Ecco il solstizio anche quest’anno

 

E il sole si fermò di nuovo un poco,

come ogni volta. Aeree le cicale

cantarono all’unisono per gioco,

eternità d’un atto rituale.

 

Sostò il sole, sigillo siderale,

orma di un’orma impressa a vivo fuoco:

le vie, le case, gli alberi, il crinale

sibilarono a un soffio aureo di croco.

 

Tutto fu già come già fu. Nel giorno

infinito danzarono le fate

tra loro in un’onirica distanza.

 

Interstizio d’azzurra lontananza,

urgente soglia all’incipiente estate,

mutò il tempo nel ciclico ritorno.

 

 

Tutto si fa possibile nel giorno del solstizio d’estate. Si ferma il sole, non c’è dubbio, sul filo azzurro del cielo, mentre in coro antichi poeti trasformatisi, ora e per sempre, secondo il mito platonico, in cicale annunziano l’incantesimo. Le fate popolano, come nella nostra fantasia di bambini, questa sospensione nel tempo e nello spazio. ci si accoccola allo spettacolo, mentre i «fratelli ulivi» (G. d’Annunzio, La sera fiesolana, 29) attendono la sera e la sua pace. uno dei momenti più belli dell’anno, del ciclo cui ci è dato assistere nella piena gratuità della natura. E le cicale continuano a frinire, figlie dell’aria sulla via corrente.

 

 

 

Nella distesa siderale il sole si fa sigillo, emblema di un tempo fuori del tempo, di uno spazio immoto e immobile. Resta nel suo splendore a ricordarci il passaggio a un altrove, a una costante e inesorabile metamorfosi. questo è il senso del tutto, sempre diseguale nella sua similarità. Non si ritorna indietro né si procede: siamo nel punto morto dell’universo, abbiamo trovato il varco attraverso cui attingere al volto ultimo delle cose, «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 46), perché «nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87).

 

 

 

Eppure, di nuovo e sempre, le fate di Titania tornano a colorare i sogni di chi non si rassegna a credere che la realtà sia quella che si vede. Un sogno, certo, un volto che rimane dentro l’anima e ascolta i nostri pensieri, che scruta i nostri desideri, perché siamo veramente un pulviscolo di stelle coagulato in un cuore pulsante. Questo è il tempo dell’estate, della sospensione, della vacanza. Nulla più che questo. Da bambini era l’attesa di un respiro lungo mesi, alla fine della scuola. Ora è il sogno che dà sostanza alla nostra vita nel tepore di lunghe giornate in cui il sole ci accarezza.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Saluti giocondi e giocondi saluti

 

Siamo ai saluti. Non sembrava vero

allora. Adesso è solo nostalgia.

Le cose sanno sempre di mistero.

Urge il tempo, dimentico per via.

 

Tutto già fu. Pure io sarò sincero,

io – intendo – che so bene come sia

gramo andare e restare, un giorno nero,

infinita eco di malinconia.

 

Ormai ci si conosce troppo bene.

Come non so, ciascuno nel suo ruolo;

ormai, però, lo so, ci s’appartiene.

 

Non vi scordate mai, prendendo il volo,

di me, ancorato a queste mie catene:

io resto qui, ma resto qui da solo.

 

 

Non sopporto la fine, qualunque essa sia, nemmeno la fine della scuola. Intendiamoci, la prospettiva di potersi finalmente riposare è molto allettante, ma dover superare la soglia che divide il prima e il poi, l’invisibile linea d’ombra che separa, il margine oscuro che lacera, mi lascia attonito, con l’amaro in bocca. Figuriamoci poi quando si ha la consapevolezza che il viaggio finisce per davvero, quando gli studenti di quinta liceo li rivedrai ancora per poco tempo, sì e no il tempo dell’esame di Stato, che una volta si chiamava pomposamente esame di maturità, e poi più nulla, per riecheggiare il poeta, «poi nulla… / sul far della sera» (G. Pascoli, La mia sera, 39-40). Si vive eternamente nell’attesa leopardiana del giorno del riposo, nella speranza che non arrivi mai o che passi in fretta, quasi senza accorgersene. Per me almeno è così, perché «la mia festa, / ch’anco tardi a venir, non mi sia grave» (G. Leopardi, Il sabato del villaggio, 50-51).

La fine non l’ho mai sopportata, è vero, ma mi ci preparo a poco a poco, nella consapevolezza che «sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna» (U. Foscolo, Carme dei sepolcri, 40-41), perché la fine ha il sapore di qualche cosa di irreversibile, quasi fosse il punto di non ritorno. E così, per rendere il distacco meno evidente, scrivo un ritratto a ogni mio studente che termina il liceo, perché di questo si sta parlando, degli ultimi giorni di liceo. Sono i miei personali saluti, come li so fare e come li voglio fare io. Ogni volta m’ingegno a trovare un titolo diverso. Quest’anno, visto che il nostro liceo di Casalecchio è dedicato a Leonardo da Vinci, ho pensato a Saluti giocondi, perché in quarta di copertina ho messo il ritratto di Monna Lisa con indosso i miei occhiali rossi. Un tocco d’ironia non guasta prima dell’ultima campanella. Che, intendiamoci, non è l’ultima in assoluto, nel senso che ho consegnato il libretto qualche giorno prima proprio per stemperare il peso del saluto finale.

Questi Saluti giocondi sono diventati pure Giocondi saluti, una sorta di bel fulmen in clausula

 

 

Già fummo insieme. Un ultimo saluto,

il vostro, il mio. La soglia ci separa,

oggi. Qualcosa ho dato, ho ricevuto

ciò che si dona, ciò che non s’impara.

 

Ora si è quasi all’ultimo minuto,

non altro che una dolce luce chiara

davanti a noi, tra noi. Non si è perduto

il tempo: è l’ora che si è fatta avara.

 

Siamo qui, siamo noi. Tutto si è detto,

anche troppo, chissà, presente assenza

lontana, eterno sogno nel cassetto.

 

Un giorno si vedrà la differenza:

tutto già fu, dolce dolore al petto

in questa troppo breve adolescenza.

 

 

Ne abbiamo dato lettura pubblica, ieri mattina, a inizio giugno, in classe: ognuno leggeva il proprio. Qualcuno aveva la voce rotta dall’emozione, qualcuno ha pianto. Insomma, non era mia intenzione, ma così è stato. Il tempo non passa invano e nemmeno noi passiamo tanto per caso. Ci se ne accorge sempre dopo, non dico quando sia troppo tardi, bensì quando si ha la consapevolezza che non siamo più quelli di prima. Forse è giusto così. A me questa parte della professione un po’ pesa, ma non ci si può fare nulla. Il liceo scientifico di Casalecchio, il Leonardo, ha questa particolarità, di avere uno intendo come me che si lascia prendere dal sentimentalismo. Oh, ci sta: meglio che essere abulici o insensibili. Di tutto ciò resta il sorriso enigmatico della Gioconda con gi occhiali di Federico.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Alla mia mamma

 

A maggio ride l’anima. Si librano

libere per l’azzurro aureo le rondini.

Lampi di sogno il sole,

ali d’una vertigine,

 

musica senza età. Nell’incantesimo

ignoto ogni germoglio si rigenera.

Assorto il cuore ascolta

muta la nenia solita.

 

A maggio tutto sa d’eterei palpiti,

malinconie in cui perdersi nell’attimo

mistico di una festa

antica sempre vivida.

 

 

 

Nel mese in cui fioriscono le rose tutto sa di buono, tutto sa di vero. Più che altro, più di tutto, è una condizione dell’anima, un nascere e un rinascere continuamente nell’eterna ciclicità del tempo. Un azzurro permea ogni singolo angolo del mondo, in un’infinita festa, la festa della vita. anche il sole si riversa sul mondo a liquide cascate, un profumo dolce di sogno. Ci si sente come presi per mano, come quando si era bimbi. È un tepore antico, eppure sempre nuovo. Se ne ha bisogno, come se qualcuno voltasse le pagine della nostra memoria a cercare ciò che già fummo e che quindi saremo. In fondo, guardare avanti è un modo diverso di specchiarsi nel passato.

Nel mese in cui profumano le rose, sul finire dei giorni, tra una fine e un inizio, compie gli anni la mia mamma. È festa di colori, come se tutto fosse reso da un’ebrezza incontenibile. Siamo qui e siamo altrove, sulla retta che ci ha condotto a questo punto. Ogni volta si sfoglia un vecchio album di fotografie, immagini sbiadite di chi vorremmo ancora essere. Ma è la festa della mamma, della mia mamma. Per questo il sole brilla tra le case, sulle cose. I giardini brulicano di colori odorosi, aperti alla luce, alla vitale energia di cui sono intrisi. Me ne stupisco e mi stupisco di stupirmene ogni volta.

 

 

 

Nel mese della festa della mia mamma le rondini hanno già fatto ritorno, brillano in alto, punti luminosi di una libertà che forse non avremo mai o non avremo mai così. Lassù, in alto, dove tutto è possibile, sulle ali del vento e della musica. È tutto un germogliare di verde, di speranza senza fine. forse è questa la festa che tanto mi alberga nel core e che tanto aspetto ogni anno, tutto l’anno. Domani sarà già un’altra cosa, sarà già un altro mese. Attenderemo di percorrere di nuovo il cerchio che ci separa da questo giorno, in attesa di cantare di un nuovo germoglio di vita.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

A Stefano – Nel secondo anniversario

 

Sono due anni, Stefano.

Tutto adesso è indicibile memoria,

epifania d’un attimo

fattosi eterno. Amare queste lacrime,

 

avaro il tempo, fragile

nel trovarsi di nuovo lungo il margine

opaco del nostro essere

annichilito. Inutile ogni calcolo.

 

Due anni, soffio rapido

di vita, d’insondabile vertigine.

In questa solitudine,

oggi, il ricordo della tua amicizia.

 

 

Un filo, Stefano, l’amicizia che ancora ci lega, sottile nel silenzio della memoria. Strano, vero, ricordarcelo proprio due anni dopo che ci hai salutati. Era una tiepida mattina di aprile. Dovevamo vederci per un’incombenza burocratica. Eppure, nulla. Mi chiamò Roberto con le lacrime agli occhi e la voce strozzata. Nemmeno io sapevo che cosa dire. Ma che cosa avrei potuto dire? Mi restava la tua voce nelle orecchie: avevamo appena parlato del saggio di Massimo Cacciari sull’umanesimo. Era la nostra ultima scusa per prendere il caffè assieme. Già, il caffè. Mi raccontavi che eri arrivato a prenderne tre alla volta. E pensare che io mi ero ridotto a prendere l’orzo per evitare l’acidità di stomaco. Ci ripenso, sai? ripenso ai nostri caffè letterari in giro per Bologna. quel filo di cui ti parlo sa ancora di quei momenti così preziosi, rubati alla quotidianità. Tutto era sempre accompagnato dal tuo sorriso. Il sorriso dell’amicizia, chiamiamolo pure così.

 

 

In questi giorni esplodeva la primavera, la tua stagione. Amavi i fiori: simboleggiavano la vita, la fine dell’inverno e del freddo. Anch’io non sopporto la brutta stagione. A Savigno era uno spettacolo: davanti a casa tua rinasceva il mondo negli odori, nei colori, nel verso delle starne. Un giorno me ne parlasti entusiasta. All’inizio pensavo tu scherzassi. Le starne? Già, che strano ripensarci oggi, nel giorno del tuo anniversario. Sa di qualche cosa di antico. No, anzi: di perenne. Nella ciclicità del tempo s’annida l’eternità, si manifesta il nostro piccolo io in relazione al divenire nel ciclico ritorno. Tu lo sapevi. Io ho cominciato ad accorgermene a poco a poco e nonostante i miei autori. Dico nonostante, perché la letteratura prende vita dopo che noi abbiamo vissuto e ci siamo riconosciuti in quello specchio. Allora, solo allora prendiamo coscienza di ciò che siamo e di ciò che non siamo più. So che mi stai ascoltando con la sigaretta in mano: nulla è cambiato. Sei al di là del velo che apparentemente ci separa. Ma il nostro dialogo è rimasto inalterato. Parlo solo un po’ più io, ma tu ci sei, ti fai riconoscere. Te lo confesso, perché so bene che cosa succeda nell’altra stanza, al di là del sipario che divide lo spettacolo dalla visione. E di questo ti ringrazio, amico mio.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Vir est qui adest

 

Voragine i ventricoli, tra il nero

infinito dell’essere una lama

rutilante. Le tenebre, il mistero

esalano d’ebrezza. Un grido chiama

 

senza sosta. Non ansia più, non brama

tra gli occhi e il cielo. Lucido il sentiero,

quasi trina di pietre, antica trama:

una certezza, ora, abita il pensiero.

 

In alto i cuori corrono lontano,

al senso della vita. Albeggia appena

dopo il gelo dell’anima. La via

 

era smarrita. Fragile follia

sognare il senso della vita piena

tra il buio opaco. Eppure, non è invano.

 

 

Una bava di luce oltre il silenzio. S’era fermata l’ora, implodendo nel cuore della terra. Poi la brezza leggera, il cielo, il mare a ripercorrere il cammino usato. Da parte a parte il transito tra i ventricoli dimidiati. Fu solo un sogno o un brivido di vita? il senso è dentro e fuori di noi, nello specchio in cui a forza ci ritroviamo dopo lo schianto del dolore. Ed ecco il nulla e poi il nulla del nulla. Non fu invano quel gesto senza tempo, già nell’eterno. Così nel ciclico ritorno tutto si rifà sempre presente alla nostra memoria incredula.

Fu una ricerca di senso dove tutto pareva essere finito, dove il lume della ragione oscillava inquieto tra sé e l’infinito. Nulla è impossibile a chi sa vedere oltre l’abbaglio della propria presunzione. Ipotesi, certo, non da scartare, se non ci si accontenta del mero dato empirico. In questo un viaggio di trasumanazione. Era l’attesa che cercava il compimento e tutto a un tratto scoprì la propria realtà davanti a sé. Non era specchio, non era riflesso, ma si poteva direttamente attingere alle fonti del mistero. Troppo, forse, per essere vero. Eppure, nulla fu più come prima né poteva pretendere di esserlo. Era un filo di luce che tagliava le tenebre.

 

 

 

Ora è l’azzurro intenso della vertigine. Di quella luce resta lo stupore nell’anima. Un palpito tra le palpebre ed «era spirato il nembo del mio male / in un alito. Un muovere di ciglia» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 5-6). E ci si sente all’improvviso «una docile fibra / dell’universo» (G. Ungaretti, I fiumi, 30-31), in un’armonia che travalica il mero dato sensibile. Tutti i pezzi del mosaico ritrovano il loro posto, senza fatica alcuna, e nulla risulta più oscuro. La gelida paura della notte sa adesso del balsamo ebbro della vita.

Una certezza anima la storia: nulla è invano. Vedere o non vedere non importa. È come la poesia, nata in un’occasione per l’universalità del tutto. Preoccuparsi è inutile: ciò che deve essere sarà comunque sia. Volgersi indietro è effimera incertezza. Si è già dove ogni cosa esiste, perché riflette quella luce oltre le tenebre. Siamo specchi a immagine di ciò che ci determina. Diversamente, non possiamo né vogliamo. Tutto si stempera in questa sovrumana realtà, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par. XXXIII 145).

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Quid est veritas?

 

Quasi spina nell’anima, quel volto

un’ombra oscura prona alla sua sorte.

In un attimo il tempo fu dissolto,

duello della vita con la morte.

 

Erano solitudini contorte

sul silenzio degli occhi ormai sepolto

tra l’inerzia del buio. Oltre le porte

vane del cuore un battito irrisolto.

 

Eternità dell’essere, un sussurro

resta sospeso, l’ultimo sorriso

in cui si svelò il senso. Nel supplizio

 

tremendo un nuovo mondo, un nuovo inizio:

al di là del suo legno, un grumo intriso,

sudore e sangue, un alito d’azzurro.

 

 

Devozione popolare, certo, quella del pettirosso con la macchia di sangue sul petto candido, ricordo e dimensione di un’epoca in cui tutto era simbolo, rappresentava se stesso e contemporaneamente altro. era così, «il pettirosso: dalle siepi s’ode / il suo sottil tintinno come d’oro» (G. Pascoli, Arano, 9-10), capace di un gesto eroico, togliere la spina più grossa dalla fronte incoronata di Cristo per farne sgorgare un flusso di sangue liberatorio. Ecco, allora, il rosso sul niveo candore del petto a perpetua memoria di quell’atto, simile all’usignolo di Oscar Wilde che dà la vita per l’amore vero, l’amore puro, trafiggendosi il cuore con la spina della rosa più bella.

Una trafittura, certo, simile a quella nella carne di Paolo, cui datus est stimulus carnis eius (cfr. 2 Cor 12,7), una spina che fa sanguinare l’anima di dolore. È ciò che si prova dinanzi alla verità senza veli e senza infingimenti, il bisturi che ferendo guarisce. È la domanda delle domande, soprattutto in un tempo di relativismo esasperato come è il nostro: che cos’è la verità? L’incredulo Pilato la rivolge a un re senza scettro e senza dominio, al re dei Giudei. Di lì a poco quel cuore sarebbe stato trapassato nel suo intimo, il velo del tempio si sarebbe squarciato nel mezzo a rivelare il sancta sanctorum, la terra si sarebbe aperta in un tremore a preparare il cuore a una dimensione metafisica, superiore, ultima.

 

 

 

Era la precarietà dell’essere il vero vulnus, la vera colpa, il vero peccato. Ritrovarsi davanti a sé, come in uno specchio, visti come dall’esterno, come veramente si è e non più come ci si rappresenta. Ecco la verità, quella che sconvolge. Il re era nudo sul serio. Su un colle brullo un’esecuzione: tre uomini e il loro supplizio in un silenzio di condanna. Poi il buio, la notte senza limite, il nulla, finché dalla profondità della terra tutto mutò di segno. Alla domanda radicale, quid est veritas?, la risposta, altrettanto, radicale, vir est qui adest, l’uomo che ci sta davanti e la sua croce.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati