A Sisi nel giorno del suo compleanno

 

Figlia del sole, nacqui nel suo giorno;

strali dorati, trama del mio trono,

la mia corona, intreccio di splendore,

la mia dimora, luce nella luce,

al cui tramonto anch’io cadrò nel buio.

 

 

 

Poesia liberamente tratta, ma poi nemmeno troppo, dai Winterlieder, i Canti d’inverno, di un’eccezionale autrice, l’imperatrice più famosa – e meno conosciuta – d’Austria, Sisi. Ha quasi cinquant’anni (siamo infatti nell’ottobre del 1887) quando, ironizzando sul giorno in cui è nata, il giorno del sole, in tedesco Sonntag, vede dall’esterno la sua sorte e il suo destino. Ricorda quel lontano e felice 24 dicembre 1837, quella domenica in cui l’astro più lucente, nel suo giorno, aveva rivolto i suoi strali d’oro sul suo trono, quando lo splendore le aveva intrecciato una corona inestricabile sul capo, quando la luce era divenuta dimora eterna della sua vita. e dire che in Baviera nascere la domenica, e per di più con un dente già spuntato, come era successo a lei, era considerato segno d’elezione. Nulla era per lei la fama, nulla la gloria dell’ostro e del manto: tutto era attesa del tramonto di quel fulgore in cui anch’ella si sarebbe eclissata per sempre dalla scena di questo mondo, senza far rumore.

Questo l’originale, questi i versi di Sisi:

 

 

Ich bin ein Sonntagskind, ein Kind der Sonne;

Die goldnen Strahlen wand sie mir zum Throne,

Mit ihrem Glanze flocht sie meine Krone,

In ihrem Lichte ist es, dass ich wohne,

Doch wenn sie je mir schwindet, muss ich sterben.

 

 

Nel suo Poetische Tagebuch, il suo Diario poetico, Sisi riflette, quasi si mettesse allo specchio, la vera essenza di quella luce, di quel sole di cui ella è figlia. Era soltanto un sogno la leggenda della sua vita che con scrupolo aveva contribuito a costruire, l’incomparabile bellezza regale di cui era circonfusa per grazia naturale, le trecce dorate di lunghissimi capelli che le incorniciavano il capo e l’esile figura, la gabbia d’oro della corte austriaca in cui era stata rinchiusa per amore e per forza fin da quella lontana domenica 19 agosto 1853, quando si era fidanzata con l’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo Lorena e aveva cominciato a ripetersi: «Se solo non fosse imperatore».

Poesia, solo poesia. nulla le resta se non il rimpianto di quella vita, se non il desiderio di liberarsi e librarsi, simile a Titania, la regina shakespeariana delle fate da lei tanto amata, simile al gabbiano che non ha patria, che non ha confini. In alto, lontano, oltre le convenzioni di un mondo che non le appartiene, che non le è mai appartenuto. Questo sarebbe stato essere vera figlia della domenica, di un giorno senza tramonto, perché tutto del sole. Di lei lascia immagini e ritratti, di lei lascia versi e parole di un diario fuori del tempo, come un cuore allagato d’infinito. E così vola ancora quel gabbiano, senza che alcuno possa raggiungerlo, senza che alcuno possa ingabbiarlo, nemmeno il sole.

 

 

 

© Federico Cinti

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Fuoco perpetuo d’amore – Amoris ignis perpetuus (Sambucus XL)

 

Guarda la torcia: di qua lenta consuma al suo fuoco,

di là in una fiammata rapida si dissolve.

Vede l’amante l’amata dolcissima e triste si strugge;

è colto, pure assente, da piaga insanabile.

 

 

Niente di eccezionale, convengo; ma, davanti agli emblemata, io non riesco a non fermarmi, almeno un attimo. Li leggo, li rileggo, mi ci specchio. Non mi so sottrarre al certame e gareggio, mi provo pure io. Togliere la polvere ai secoli è un attimo. Qualcuno mi direbbe, forse con qualche ragione, quieta non movere. Eppure, non ne posso fare a meno, soprattutto oggi che tutto si riduce a una forma nuova di trasfigurazione emblematica: titolo, immagine, didascalia. Semplice, no? Intuizione geniale di Andrea Alciato, più giurista che poeta, almeno nella sua vita. quando leggo questa produzione apparentemente così lontana da noi, mi viene sempre da chiedermi se nasca prima l’occasione o la poesia. la risposta è insita nella domanda, è chiaro; ma quanto più è breve il testo tanto più si fa legittima. Ci pensavo a proposito di Marziale e dei suoi quindici libri di epigrammi. E dire che mi avevano anche chiesto di tradurlo. All’epoca non ne sarei stato capace. Adesso? Chissà, adesso mi potrebbe pure venire l’uzzolo di cimentarmici.

Eppure, di che cosa si deve parlare se non dell’amore? Qui è rappresentato da una torcia, una fiaccola che arde perpetuamente, come dice il titulus. Si consuma interamente da una parte e dall’altra è un fuoco inestinguibile. Tutto nasce dal verso petrarchesco «che da lunge mi struggo et da presso ardo» (Rvf CXCV 14), come ricorda il commento a corredo del quarantesimo Emblema di Sambucus, Amoris ignis perpetuus. Nello stesso commento ci si rifà anche alla passione amorosa di Saffo per Attide, la giovane appartenente al tiaso gestito dalla decima Musa, e a Didone, la pulcherrima per eccellenza, che caeco carpitur igni (Aen. IV 60).

 

 

 

Era il mio mondo e lo capii al meglio proprio quando mi fu chiesto di collaborare a un’antologia sulla poesia petrarchista del Cinquecento. Una vita fa, lo ammetto. Io stesso ero ben altro da quel che sono, anche se non sarei mai ciò che sono diventato senza quel percorso così strano cui mi hanno condotto i miei interessi, scoperti un po’ per gioco e un po’ per caso. In quell’antologia famosa, Lirici europei del Cinquecento (Milano, Rizzoli,) 2004) mi immersi completamente in quel mondo e ne uscii diverso. C’era un po’ di tutto, c’era pure Iohannes Sambucus, strano personaggio anche nel nome, passato pure da Bologna, autore di poesie alle volte quasi al limite dell’oscurità. Questa sull’amore mi è piaciuta, anche se non la inserii nel novero. Ci sarebbe stata, certo ed era pure nel novero delle immagini petrarchiste. Ma so bene che sarebbe tutto da rifare, oggi che padroneggio meglio gli strumenti. All’epoca ero più sprovveduto di ora, anche se lo resto parecchio. Amo imparare, ecco, visto «ch’altro piacer che d’imparar non provo» (Petrarca, Triumphi, I, 21).

Sull’amore non so quanto io abbia imparato, forse niente di più di quel che si trova scritto nei libri. Ripeto a memoria che «amor est passio quaedam innata procedens ex visione et immoderata cogitatione forme alterius sexus», come suggeriva Andrea Cappellano, e mi stupisco. Sì, mi stupisco sentirlo risuonare in me, come eco lontanissima, come nei versi baudelairiani della sconosciuta, apparizione e sparizione degna dei fedeli d’amore, che scorgevano l’amata passare «per via adorna e sì gentile / ch’abassa orgoglio a cui dona salute» (G. Guinizelli, Io voglio del ver la mia donna laudare, 9-10). Anche a me è capitato, non lo nego, ascoltando la voce celestiale di una figura eterea e di sentirmi annegare in quella luce senza tempo. Chissà, retaggi letterari. Tutto qui.

 

 

 

Quasi dimenticavo di riportare pure l’originale: sì, lo avevo aggiunto in nota, ma la pigrizia di molti che conosco è superiore a quella di Belacqua.

 

 

Amoris ignis perpetuus.

 

Hinc taedam ut suus ignis edat teretem, vide

Illinc ut rapido male liquitur a rogo.

Visae tabet amans miser igne puellulae:

Absens tabifico haud minùs ulcere carpitur.

 

 

© Federico Cinti

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Consigli di Marziale a un suo amico (X 47)

 

È questo, mio carissimo Marziale,

a renderci la vita più felice:

ereditare soldi, non sudarli;

campi fertili, stufa sempre accesa;

mai cause, rari impegni, mente quieta;

vigore liberale, corpo sano;

saggia semplicità, vere amicizie;

banchetti in compagnia, cibi senz’arte;

notti non ebbre, libere da affanni;

amori non amari, eppure onesti;

sonni capaci d’abbreviare il buio;

essere ciò che si è, non volere altro;

non temere la morte e non bramarla.

 

 

Mi sono trovato a discettare, e con grande piacere pure, con i miei studenti, l’altro giorno, riguardo a questo epigramma di Marziale (X 47). Riporto ovviamente la mia versione; altrimenti, che gusto ci sarebbe? Non ho saputo resistere alla tentazione di rendere questi bei faleci, anche se qualcuno sostiene ancora l’impossibilità di tradurre, quasi che si facesse per vezzo o per necessità. Non so, discorsi oziosi: è così bello buttarsi nella mischia, lottare con l’autore e alle volte avere pure la meglio. Oh, non voglio certo paragonarmi all’indiscusso maestro dell’arte epigrammatica! Mi diverto, tutto qui, e imparo qualche cosa.

Imparo, sì, perché nel dialogo con Giulio Marziale, l’amico cui indirizza questo breve carme, il più famoso Marco Valerio Marziale indica la ricetta sicura della felicità. Pochi punti, essenziali, attualissimi ancora. Lo sforzo è minimo, sostiene il povero cliens a chi porta il cognomen uguale al suo. Oh, potrebbe pure essere che, nella finzione, sia poi un suo alter ego. Parlare con sé allo specchio è una vecchia pratica che precede il lettuccio dell’analista, anche se non con la stessa soddisfazione.  Questo lo dico io, ovviamente, che continuo a riflettere sui riflessi d’acqua pura, argentea. Sì, lo so: è un’altra storia, ma me la si lasci almeno accennare. Prima o poi la riprenderò come si deve e, se mi sarà consentito, anche dove si deve.

Ammetto che in circa venti secoli le cose non sono poi cambiate più di tanto, anche se Marziale è abile a nascondere dietro ogni ingrediente della felicità quel che gli manca e che non avrà mai. chissà, forse perché non si può avere in assoluto nulla di ciò che si desidera. Siamo alla costante ricerca di ciò che non possiamo avere, come i paladini e le dame di Ariosto nel magico palazzo di Atlante. non so, anche questa è una pagina cui non riesco a non pensare: tutti, a un certo punto, si ritrovano nello stesso luogo a inseguire una cosa diversa, l’oggetto del loro desiderio. Appena credono d’aver trovato quel che più bramano, come per incanto, scompare e ricomincia la corsa. Ma non è proprio così quello che ci succede? Ariosto, un genio che valica i secoli. Come Marziale, non c’è che dire. Facile parlare a Giulio di quel che si deve fare per essere più felici. E lui lo fa? Secondo me vorrebbe, ma è più facile dire agli altri che cosa si deve fare. Oggi mi pare proprio la stessa cosa. A me, almeno capita così, come afferma il conte Leopardi parlando della noia. Ma qui scantono di nuovo e non è davvero il caso.

Insomma, per i più dotti, riporto pure il testo originale:

 

 

Vitam quae faciant beatiorem,

Iucundissime Martialis, haec sunt:

Res non parta labore, sed relicta;

Non ingratus ager, focus perennis;

Lis numquam, toga rara, mens quieta;                            5

Vires ingenuae, salubre corpus;

Prudens simplicitas, pares amici;

Convictus facilis, sine arte mensa;

Nox non ebria, sed soluta curis;

Non tristis torus, et tamen pudicus;                            10

Somnus, qui faciat breves tenebras:

Quod sis, esse velis nihilque malis;

Summum nec metuas diem nec optes.

 

 

Se la traduzione apparisse troppo libera, non c’è difficoltà alcuna: era proprio così che volevo che fosse. In fondo, la traduzione è mia, il testo originale di Marziale. Questioni poetiche, non altro. Lo si è sempre detto che la lettera uccide i testi. Sforziamoci a leggere anche quel che non c’è scritto; anzi, soprattutto quello dobbiamo cercare e trovare. Altrimenti, che gusto c’è a leggere e a non comprendere? Anche questo dicevo ai miei studenti, poveri destinatari di un mio soliloquio. Già, perché nelle mie lezioni finisco sempre a parlare con me stesso e con gli autori che mi si pongono davanti. Triste destino avere la compagnia dei grandi lungo il proprio cammino. Ma credo proprio si siano abituati, i miei studenti intendo, a sopportare le divagazioni di un autore alla ricerca dei suoi personaggi.

 

 

 

© Federico Cinti

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Inno «Gesù che doni agli uomini» – «Salutis aeternae dator»

 

Gesù, che doni agli uomini

salvezza eterna, aiutaci!

Clemente Madre Vergine,

per noi chiedi ogni grazïa!

 

Beate schiere angeliche,

antichi Padri biblici,

Profeti dell’Altissimo,

pregate per noi miseri.

 

Battista, che a precedere

Gesù ne desti annuncïo,

san Pietro e santi apostoli,

per noi inalzate suppliche!

 

L’esercito dei martiri,

la schiera dei presbiteri,

il coro delle Vergini

da Dio pietà ci ottengano.

 

Chiunque di voi abita

nel regno dell’Altissimo

sostenga favorevole

le nostre ardenti suppliche.

 

Onore, lode e glorïa

al sommo Padre e al Figlïo

assieme al Santo Spirito

nei secoli dei secoli.

Amen.

 

 

Nella solennità di tutti i santi ho tradotto e adattato per il canto un inno del Breviarium Romanum, quello ad laudes, intitolato Salutis aeternae dator. Mi pare sia riuscito bene, anche perché lo abbiamo eseguito secondo un’armonizzazione polifonica molto efficace. Del resto, i tesori che restano celati ai più andrebbero riscoperti e riproposti. È una questione ancora perta quella della traduzione degli inni. C’è spazio, quindi, di manovra. In latino sono perlopiù in dimetri giambici e possono quindi essere resi agevolmente in settenari sdruccioli con accenti di II, IV e VI sillaba, come ho fatto io. I moduli esistono già, sono quelli che nella più che millenaria tradizione hanno esaltato la bellezza del testo latino, lingua non morta, come vuole qualcuno, bensì immortale. 

Riporto pure il testo dell’originale, gioiello dell’innodia.

 

 

Salutis æternæ dator,

Iésu, redemptis sùbveni:

Virgo parens clemèntiæ

Dona salutem servulis.

 

Vos Angelorum millia,

Patrumque cœtus, agmina

Canora Vatum: vos reis

Precamini indulgentiam.

 

Baptista Christi prævius,

Summique cœli Clàviger,

Cum cèteris Apostolis

Nexus resolvant crìminum.

 

Cohors triumphans Màrtyrum,

Almus Sacerdotum chòrus,

Et virginalis càstitas

Nostros reatus àbluant.

 

Quicumque in alta sìderum

Regnatis aula principes,

Favete votis supplicum,

Qui dona cœli flagitant.

 

Virtus, honor, laus, gloria

Deo Patri cum Filio,

Sancto simul Paràclito,

In sæculorum sæcula.

Amen.

 

 

Ho tradotto, come accennavo più sopra, ma ho anche riadattato, come ho detto, perché il canto ha bisogno di un testo rispettoso degli accenti grammaticali, in italiano, laddove in latino la prosodia si basa sull’alternanza di sillabe lunghe e brevi. Non m’interessano, in questa sede, discorsi troppo tecnici. Insomma, un discorso che andrebbe ripreso e affrontato senza vincoli ideologici. Il canto è canto e la preghiera cantata ne è una sublimazione. A ogni modo, propongo dell’inno pure una traduzione sempre ritmica, ma più fedele alla lettera dell’originale.

 

 

Gesù, che dai agli uomini

salvezza eterna, aiutali;

clemente Madre Vergine,

dona ai fedeli grazïa.

 

Beate schiere d’Angeli,

antichi Padri biblici,

Profeti dell’Altissimo,

pregate per i miseri.

 

Giovanni, il cui battesimo

di cristo fu preannuncïo,

Pietro e tutti gli Apostoli

le nostre colpe sciolgano.

 

L’esercito dei martiri,

la schiera dei presbiteri,

il coro delle Vergini

le nostre macchie lavino.

 

Chiunque di voi abita

nel regno dell’altissimo

sostenga favorevole

le suppliche degli uomini.

 

Onore, lode e glorïa

al sommo Padre e al Figlïo

assieme al santo Spirito

nei secoli dei secoli.

Amen.

 

 

Non dico che sarebbe da riprendere l’inno sacro di Manzoni dedicato a Ognissanti; però, un pensiero ce lo si dovrebbe fare seriamente, un pensiero alla traduzione degli inni intendo. Se ne è discusso tanto, a volte anche inutilmente. Chissà. Se mai avrò tempo, potrei provare anche a dedicarmici. Per il momento, mi metto in cammino con questo piccolo saggio.

 

 

 

© Federico Cinti

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Inno a san Matteo Apostolo ed Evangelista

Eri un giusto tra gli ultimi,

Matteo; ti rese Apostolo

Gesù, dicendo: «Seguimi!»,

e lo seguisti subito.

Accogliesti il suo annuncio

con umile fiducia

e abbandonasti il tavolo

d’esattore a Cafarnao.

Fosti lo scriba autentico

del regno che, per scrivere,

prendesti dalle pagine

cose nuove e antichissime.

Tu raccontasti l’unica

salvezza al mondo naufrago,

Gesù, Figlio Unigenito

del Padre nella gloria.

Ispirò il Santo Spirito

il tuo Vangelo, autentica

testimonianza fervida

dell’amore salvifico.

Vedesti Gesù ascendere

in cielo tra le nuvole

insieme coi discepoli

nei pressi di Betania.

Portasti il lieto annuncio

dovunque, a tutti i popoli,

nel nome dell’Altissimo,

del Figlio e dello Spirito.

Santo Apostolo e martire,

Evangelista nobile,

con te fa’ che nei secoli

a Cristo diamo gloria.

Amen.

Nel giorno della memoria liturgica dell’Apostolo ed Evangelista Matteo, il 21 settembre appunto, propongo l’inno che ho scritto per cantarne le virtù eroiche, anche perché ne mancava uno ad hoc. O, per dirla tutta, c’era pure, ma in latino, e di nuova composizione, naturalmente sempre in dimetri giambici, come da tradizione. Questo il motivo per cui io ho scelto il settenario sdrucciolo, onde ricalcarne il ritmo nella lettura grammaticale e poter sovrapporre il testo italiano al modulo con cui si canta in gregoriano. Va da sé che il mio non è completamente avulso dall’originale latino, anche perché una traduzione vera e propria è impossibile. Sarebbe più corretto dire una trasposizione o una versione. Ma il dibattito sulla resa, tradere an vertere, per usare un dilemma antico come le parole usate per esporlo, resta un problema insolubile ed è, mea sententia, il suo fascino.

Di seguito riporto l’originale latino:

Praeclára qua tu glória,

Levi beáte, cíngeris,

laus est Dei cleméntiae,

spes nostra ad indulgéntiam.

Telóneo quando ássidens

nummis inhæres ánxius,

Matthaee, Christus ádvocans

opes tibi quas praeparat!

Iam cordis ardens ímpetu

curris, Magístrum súscipis,

sermóne factus ínclito

princeps in urbe caelica.

Tu verba vitæ cólligens

Davídque facta Fílii,

per scripta linquis áurea

caeléste mundo pábulum.

Christum per orbem núntians

conféssus atque sánguine,

dilectiónis vívidæ

suprémo honóras pígnore.

O martyr atque apóstole,

evangelísta nóbilis,

tecum fac omne in saeculum

Christo canámus glóriam.

Amen.

A rileggere questi due inni l’uno dopo l’altro, lo ammetto con umile orgoglio, non mi pare venuto male il mio. Insomma, ne sono soddisfatto: questo intendevo dire. Poi, si sa, il giorno odierno passerà, magari senza che alcuno si ponga il problema di un testo da cantare. Mala tempora currunt, nostraheu tempora! Diciamo pure così, stringendoci nelle spalle, come i personaggi di Pirandello.  

© Federico Cinti

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Omaggio a Sisi nel giorno del suo anniversario

 

In un giorno di sole obliquo come questo, esattamente sabato 10 settembre 1898, sul Lago di Ginevra, due donne corrono per prendere il battello, mentre già la campanella anuncia l’imminente partenza. Una è vestita di nero, a lutto, condizione in cui si è inconsolabilmente rinchiusa dal lontano 30 gennaio 1889, nefasto giorno in cui suo figliio Rodolfo era stato ritrovato morto assieme alla sua giovane amante, Maria Vetsera, in un casino di caccia presso Mayerling: è Elisabetta d’Austria, più nota come sisi, consorte dell’imperatore d’Austria-Ungheria, francesco Giuseppe. L’altra è la sua fedele dama di corte, la contessa ungherese Irma Sztàray.

Un anarchico italiano, Luigi Luccheni, come è noto, trafigge con una lima acuminata il cuore dell’infelice imperatrice Sisi, che viaggiava sotto il nome di contessa von Hohenem, durante il tragitto dall’albergo Beau Rivage, dove era alloggiata, all’imbarcadero. La gentildonna vestita di nero cade a terra; ma, come nulla fosse stato, si rialza e riprende la corsa. Poco dopo essersi imbarcata, si accascia per uno svenimento. Quando le viene aperto il corpetto per strofinarle il petto, si scopre una piccola macchia brunastra e un foro nella camicia di batista, ma lei è già passata a miglior vita nello stupore generale.

Con Sisi se ne va non solo l’imperatrice d’Austria, la regina d’Ungheria, ma anche un’eccezionale poetessa perlopiù sconosciuta o ignorata. Il suo corpus poetico è raccolto nel suo Poetische Tagebuch, il suo Diario poetico, suddiviso in tre libri. Dal primo di essi traggo una lirica molto toccante che Sisi dedica al cugino Ludwig II di Wittelsbach, re di Baviera, un biglietto in versi che ella, «il gabbiano del mare» (in tedesco rende bene, perché die Möve è femminile, non maschile come in italiano), lascia all’ «Aquila» (in tedesco der Adler è giustamente maschile), dopo una visita al Lago di Starnberg in cui non aveva trovato l’amato parente.

 

Saluto

 

Aquila, in alto là sulla montagna

il gabbiano del mare ti indirizza

un saluto dalle onde spumeggianti

fino alla cima delle nevi eterne.

 

Un giorno ci successe d’incontrarci

in un’eternità troppo remota

sullo specchio del lago prediletto,

nel tempo in cui fiorivano le rose.

 

In silenzio volammo a fianco a fianco

immersi nella quiete più profonda…

Solo un nero intonò per l’occasione

su una piccola barca i propri canti.

 

 

 

Per i cultori della lingua tedesca, riporto pure l’originale.

 

 

Gruss

 

Du Adler, dort hoch auf den Bergen,

Dir schickt die Möve der See

Einen Gruss von schäumenden Wogen

Hinauf zum ewigen Schnee.

 

Einst sind wir einander begegnet

Vor urgrauer Ewigkeit

Am Spiegel des lieblichsten Sees,

Zur blühenden Rosenzeit.

 

Stumm zogen wir nebeneinander

Versunken in tiefe Ruh’ …

Ein Schwarzer nur sang seine Lieder

Im kleinen Kahne dazu.

 

 

Qualche indicazione relativa alla composizione di questo saluto la leggiamo nel diario del 20 giugno 1883 di Maria Valeria, la figlia prediletta di sisi, secondo cui in quel giorno la madre era tornata una volta all’isola delle rose, ma non aveva incontrato il re: «Mamma scrisse una delle sue poesie, la sigillò indirizzandola al re, e la lasciò poi in una delle stanze. Che cosa dirà il re?». Il «nero» di cui si parla al v. 13 e i cui canti continuano a risuonare nella memoria «nel tempo in cui fiorivano le rose» era Rustimo, un giovanetto di colore che accompagnò per un certo periodo il seguito dell’imperatrice.

In questo ennesimo anniversario restano le silenziose parole dell’infelice Sisi, da un lago all’altro, da un silenzio all’altro, da un vuoto all’altro. Ricordarla significa riflettere, proprio sullo specchio delle ideali acque della storia, scoprirla quale autentica anima – suo malgrado, naturalmente – di un mondo che stava lentamente declinando e correndo verso la tragedia. Come ebbe a dire l’imperatore Francesco Giuseppe al conte Paar, nel momento in cui riceve la notizia dell’assassinio della moglie: «Lei non sa quanto ho amato questa donna». Ed è vero, nonostante le incomprensioni, le difficoltà dei ruoli e dell’ambiente. Su quel Lago di Ginevra si chiude non solo un’esistenza, ma anche un mondo che non sarebbe mai stato più simile a prima.

 

 

 

 

© Federico Cinti

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I baci d’amore

 

Uno dei mirabili Basia di Janus Secundus (1511-1536), notevolissimo poeta olandese del Cinquecento, perlopiù dimenticato o semplicemente ignorato, il quarto Basium per l’esattezza, nella mia traduzione, per altro nemmeno l’unica. Già, perché è parecchio tempo che mi sforzo di darne una resa che possa avvicinarsi in qualche modo alla bellezza dell’originale. Mi sforzo, certo; eppure, ogni volta noto dettagli che nelle precedenti mi erano sfuggiti o non avevo notato. La traduzione è così: il testo non muta, mutiamo noi che lo leggiamo e lo ritraduciamo, riflettendoci ogni volta nello specchio del nostro cuore.

 

 

Non dà baci, dà nettare Neera,

dà all’anima fragranze rugiadose,

nardo, timo, cannella e miele quale

colgono tra i rosai del monte Imetto

o tra quelli dell’Attica le api

e, circondato da virginee cere,

ripongono in cestini dentro il favo.

Se molti me ne dà da consumare,

in essi sarò subito immortale

e al banchetto starò degli dei grandi.

Ma risparmia, risparmia un tale dono,

o con me, Neera, Fa’ che tu sia dea:

non voglio mensa senza te di dei,

nemmeno se dee e dei, cacciato Giove,

mi fanno re dei rutilanti regni.

 

 

 

Penso sia utile riportare pure il testo originale, in faleci, come il modello, Catullo, cui ovviamente Secundus si ispira.

 

 

Non dat basia, dat Neaera nectar,

dat rores animae suaveolentes,

dat nardumque, thymumque, cinnamumque,

et mel, quale iugis legunt Hymetti,

aut in Cecropiis apes rosetis,

atque hinc virgineis et inde ceris

saeptum vimineo tegunt quasillo.

Quae si multa mihi voranda dentur,

immortalis in iis repente fiam,

magnorumque epulis fruar deorum.

Sed tu munere parce, parce tali,

aut mecum dea fac, Neaera, fias:

non mensas sine te volo deorum:

non si me rutilis praeesse regnis,

excluso Iove, di deaequecogant.

 

 

 

Conosco Janus Secundus ormai da anni, da quando cominciai a interessarmi alla letteratura neolatina europea oltre che italiana. Fui cooptato pure per un’antologia sul petrarchismo europeo del XVI secolo, i Lirici europei del Cinquecento (Milano 2004), e inserii anche alcune sue poesie da me tradotte. Non le rileggo più: non mi ci riconosco per nulla. E dire che, all’epoca, ne ero così soddisfatto. Eppure nel tempo siamo arrivati quasi a darci del tu, a chiamarci per nome: tra poeti e traduttori, come tra autori e lettori, spesso finisce così. Non è semplice studio: è ragione di vita. In tal senso ha ragione Orazio a cantare: non omnis moriar (Odi III 6). La poesia, ossia la letteratura, rende eterni.

Il senso del tutto l’ho capito tardi, l’ho capito da solo, non certo al liceo o all’università, quando non si studia per noi, come sostiene giustamente Seneca per cui non vitae, sed scholae discimus (Lettere morali a Lucilio CVI)12. E non è la solita excusatio non petita, no: è ragione di vita la poesia. Per questo carmina non dant panem, eppure la poesia è più essenziale dell’aria che respiriamo, di quel che mangiamo. Anche la traduzione ha la sua autonomia e non solo di significante, ma soprattutto di significato. Intendo dire che questi versi sono miei nella stessa misura degli altri. Altro che la versione esatta che si ricercava al ginnasio, che pure ricordo con disincantata nostalgia.

 

 

© Federico Cinti

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A Mecenate

 

Mecenate, da re nato antichissimi,

o mio presidio e dolce mia gloria!

C’è chi ama cogliere col cocchio polvere

d’Olimpia e scansare la meta con ruote

 

di fuoco e stringere la palma nobile

che lo porta agli dei signori del mondo;

questi se il popolo di Roma ondivago

gareggia a eleggerlo all’onore triplice;

 

quegli se il proprio granaio nasconde

quello che spazzano nelle aie libiche.

Chi gode a incidere campi col sarchio

paterno nemmeno coi beni d’Attalo

 

faresti fendere su un legno ciprio

da marinaio pavido il mar Mirtoo.

Temendo l’Africo tra i flutti icarii

in lotta elogia la città e l’ozio

 

dei suoi campi il mercante, ma arma subito

la nave: non sa vivere da povero.

C’è chi non spregia coppe di Massico

vecchio né togliere parte dall’integra

 

giornata, steso al verde d’un corbezzolo

o dove nascono sacre acque limpide.

Molti amano le armi e udire il lituo

misto alla tromba nelle guerre in odio

 

alle madri. Sta sotto un cielo livido

chi caccia immemore della dolce sposa,

se avvistano una cerva i fidi cuccioli

o è in trappola un cinghiale della Marsica.

 

L’edera, premio di dotte tempie,

mi congiunge ai celesti, il bosco gelido

e le danze agili di ninfe e satiri

m’isolano dal volgo, se le tibie

 

non mi proibisce Euterpe né Polimnia

nega di tendere il barbito lesbio.

Ché, se m’inserirai tra i vati lirici,

le stelle toccherò col capo in aria.

 

 

 

Mi chiese una collega, ormai non so più quanti anni fa, perché mi piacesse tanto la prima ode («Maecenas, atavis edite regibus») di Orazio. Mi pare d’averle risposto che la sua musicalità mi affascinava. Era vero, certo, assieme al fatto che è una vera e propria dichiarazione di poetica. No, non certo l’unica; anzi, la prima di tante. Anche per questo ha un rilievo particolare. Ma la musicalità, già, la musicalità dell’asclepiadeo minore è fuori di dubbio. A ogni modo, mi aveva chiamato lei a leggerla, per dir meglio a recitarla, ai suoi studenti. La letteratura, con buona pace dei militanti impegnati, è non solo significato, ma pure significante, il perfetto equilibrio tra forma e sostanza, perché la forma è sostanza.

A quest’ode mi lega pure il ricordo del primo esame di letteratura latina. La ragazza prima di me, cui era stata chiesta, non aveva brillato particolarmente; anzi, non aveva quasi proferito verbo. Mi presentai io e la esposi quasi a memoria. L’ho detto che era nelle mie corde, anche se non capivo allora il motivo. mi risuonava particolarmente. La leggevo secondo quella che si chiama, in modo aberrante, lettura metrica. Oggi non la sopporto molto, perché è falsa; ma all’epoca era motivo di vanto riuscire a leggere in modo naturale in quella maniera. Anche oggi, intendiamoci, lo so fare; ma la consapevolezza dell’età e dell’esperienza mi fanno sorridere a tanta dotta erudizione. Aveva proprio ragione Seneca: «non vitae, sed scholae discimus».

Eravamo in aula Pasoli, al dipartimento di filologia classica e medievale di Bologna. Tre finestre, una di fronte all’entrata, due sul muro di destra. Un’altra porta, sul muro dell’ingresso, portava in un altro locale in cui non ricordo che cosa ci fosse. Dettagli inutili, come certe descrizioni pedisseque. Ma la memoria si nutre soprattutto di dettagli. Quel che mi piaceva di quell’aula è che dava da un lato sul terrazzo del Teatro Comunale e dall’altro sulla famigerata piazza Verdi. Un tuffo al cuore mi dà pensarci adesso. Era un po’ casa mia. chissà, forse per questo mi piace tanto questa ode: mi piace perché ha il sapore delle cose che non tornano più. La poesia ha pure questa funzione. Anche Giancarlo Giardina, il professore che aveva tenuto il corso e di cui poi divenni amico, pur nel rigoroso rispetto dei ruoli, nel corso monografico aveva letto Orazio. nel primo esame le Epistulae, mi chiese la dodicesima, e nel secondo le Odi. Mi chiese la trentesima del terzo libro, altra sublime dichiarazione di poetica, sempre in asclepiadei minori. Mi rendo conto solo ora di tante coincidenze, se poi esistono veramente. Ecco, il mosaico si ricompone a poco a poco davanti ai miei poveri occhi smarriti.

Mi hanno dato filo da torcere, negli anni, questi benedetti asclepiadei minori. Già, non ne venivo a capo. Il verso latino mi era chiaro, anche troppo. Ma come renderlo? La tradizione italiana aveva adottato alcune soluzioni, ma più che rigorose mi parevano rigide. Da quelle, ovviamente, sono dovuto passare. Gabriello Chiabrera era riuscito in qualche modo a riprodurlo e Giosuè Carducci lo aveva seguito, con qualche piccola innovazione. Mi ci sono crogiolato parecchio in questi sistemi, ariosi, musicali, dalla vaga ascendenza classica. Vaga, insomma, pura ascendenza classica. Eppure, parevano restare lettera morta, reperti archeologici collocati in un museo polveroso. La poesia non è questo. E nemmeno la traduzione. La forma è sostanza: me lo sono ripetuto fin troppe volte.

 

 

 

Chissà, forse Euterpe e Polimnia mi hanno visitato e mi hanno mostrato la via alla soluzione del dilemma. Anche questa è forse solo una tappa del mio viaggio, ma mi sembra degna d’essere proposta alla lettura. Ecco, alla mia collega oggi potrei rispondere che quella musica non solo vive in me, ma continua a risuonare come quel primo giorno. potrei andarle a raccontare mille altri particolari, ma non le importerebbero, come non le importarono tanti anni fa. La poesia si vive, come la vita si scrive.

 

 

© Federico Cinti

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Ricordo di sisi

 

Correva l’anno 1898: sul Lago di Ginevra era il 10 settembre, proprio come oggi. Nel primo pomeriggio due nobildonne s’affrettano a prendere il traghetto: una di esse ha un lunghissimo titolo nobiliare, anche se tutti la chiamano col nomignolo di Sisi, che nel Novecento sarebbe stato storpiato nel più aggraziato Sissi, l’altra è la sua dama di compagnia. La campanella è già suonata, ma le due dame riescono comunque a imbarcarsi. Causa del ritardo è un singolare incidente: un uomo, l’anarchico Luigi Lucheni, aveva spinto a terra l’imperatrice d’Austria per poi fuggirsene in mezzo alla folla. Nulla di male: il traghetto prende comunque il largo. Non passa molto tempo, però, che Sisi, ormai circonfusa d’un cereo pallore, avverte un malore e si accascia. Nell’aprirle il busto, salta all’occhio una piccola macchia di sangue: il miocardio le era stato perforato da una lima appuntita che l’attentatore le aveva infilato nel petto senza alcuna pietà. Ogni sforzo di rianimarla è vano: dopo poco, infatti, quella donna vestita di nero spira nell’attonito silenzio di chi le stava intorno.

Forse non a tutti è noto che l’imperatrice, della cui leggendaria bellezza ancora si favoleggia, è anche poetessa di notevole caratura. Raccolse i suoi versi sotto il titolo di Das poetische Tagebuch, Il diario poetico. Per ricordare il triste evento, propongo la mia traduzione di uno dei suoi Nordsee Lieder, i Canti del Mare del Nord, il primo dei tre libri che compongono l’intera opera.

 

 

E quando è ineluttabile ch’io muoia,

adagiatemi allora sulla spiaggia,

perché io possa rivolgere il mio sguardo

l’ultima volta al mio diletto mare.

 

Il mugghiare delle onde fa sentire

l’ultima volta il proprio suono amato,

come pieno di dolce struggimento

lo sposo chiama a sé la propria sposa.

 

E nel punto in cui il mare è più profondo,

calatemi lì, dentro, nel suo cuore:

se in alto si scatena la tempesta,

regnerà nel suo abisso eterna pace.

 

Per i cultori, riporto di seguito il testo originale.

 

 

Und wenn ich einmal sterben muss,

Dann legt mich an den Strand,

Dass auch mein letzter Blick noch sei

Aufs teuere Meer gewandt.

 

Die Wogen rauschen mir dazu

Den letzten lieben Laut,

Als rief voll Sehnsucht schon zu sich

Der Bräutigam die Braut.

 

Und wo am tiefsten ist das Meer,

Dort senkt mich dann hinein;

Mag’s oben stürmen noch so sehr –

Da unt’ wird Ruhe sein. 

 

 

 

Anche Giosuè Carducci, in Rime e ritmi, dedica a questa tragedia un componimento in distici elegiaci di intenso coinvolgimento emotivo: Alle Valchirie. Per i funerali di Elisabetta imperatrice regina. Allo stesso modo, Giovanni Pascoli, in Odi e inni, ricorda l’accaduto nei versi di Nel carcere di Ginevra.

Oggi solo il ricordo, il silenzio, la consapevolezza della fine di un’epoca. Era un giorno chiaro e malinconico, proprio come quello di oggi. Era il 10 settembre, fine di una vita, di un sogno, di un mondo.

 

 

 

© Federico Cinti

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La fonte di Bandusia

 

Vaghezza estiva, forse, quella di far risuonare i versi immortali dell’Orazio lirico in questi miei; ma al richiamo delle «acque chiacchierine» della «fonte di Bandusia» (Odi III, 13, 15), lo ammetto candidamente, non ho resistito. Eco di altri «rivi canori» (cfr. G. Pascoli, La mia sera, 18), di altri «rivi strozzati» (cfr. E. Montale, Spesso il male di vivere ho incontrato, 2). Chissà. La memoria poetica segue contorte vie. Nulla di nuovo, certo; solo voci di voci che si incontrano, incrociano e intrecciano.

 

 

O fonte di Bandusia, vetro liquido,

degna di dolce vino, fiori, petali,

ti donerò domani

un capro cui già spuntano

 

le corna per amare e per combattere.

Invano: tingerà il tuo fresco scorrere

il figlio del lascivo

gregge di sangue porpora.

 

Non sa toccarti l’arida canicola,

ora atroce; tu doni un fresco amabile

ai buoi stanchi del giogo

e alle pascenti pecore.

 

diverrai pure tu una fonte nobile,

se canto un’elce nata dove scendono

le tue acque chiacchierine

in mezzo a pietre concave.

 

 

Eppure, per me, la «fonte di Bandusia», con buona pace di chi l’ha cercata e – credo – ancora la cerca, non esiste. Non esiste realmente, intendo, perché luogo dell’anima. In tal senso è anche più vera di un luogo fisico, correlativo oggettivo di una dimensione esistenziale indefinibile. Vogliamo chiamarlo aulicamente locus amoenus? Nulla in contrario. Ma c’è di più. Bandusia è la poesia stessa, alle cui acque attingere eternamente, segno visibile della mitica fonte Castalia, che sgorga non all’esterno, ma all’interno di noi.

di nuovo la fascinazione estiva agisce sulla mia fantasia, incantesimo che si realizza anche in un semplice tentativo di traduzione. Già, perché tutto è traduzione, sbiadita copia di un mondo in perpetuo divenire, mutevole come chi lo guarda, come chi vuole afferrarlo senza riuscirci mai. La «fonte di Bandusia» è quell’acqua in cui, secondo la sentenza eraclitea, non ci si bagna due volte. La poesia non è mai uguale a se stessa. l’apatia dell’estate aiuta il distacco dalle piccole realtà che ci circondano, apre il volo all’immaginazione, alla mia di sicuro.

 

 

© Federico Cinti

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