Avresti la mia età

 

Avresti la mia età. Malinconia

di un giorno di settembre. Troppo breve

il tuo viaggio. Mi resta tra le dita

qualche vecchio ricordo polveroso.

 

Oggi, il tuo giorno, ha un velo di tristezza

per l’aria. Già s’approssima qualcosa,

il brivido gelato della terra,

il sole occiduo. Il tempo non aspetta.

 

Hai la mia età. Da qualche parte ancora

sorridi. Il resto passa come nulla

fosse mai stato, oblio senza più volto,

senza più nome. La memoria è vita.

 

Ilaria, hai la mia età. Ci si è incrociati,

così, per qualche caso involontario.

Negli anni del liceo non si capisce

quanto sia bello non voltarsi indietro.

 

A quest’età, la nostra età, ogni giorno

ha un che di nostalgia, sa di qualcosa

che non so, strenua inerzia della noia.

Eppure, nel tuo giorno, ti ripenso.

 

 

Si tornava a casa assieme, fin dagli anni del ginnasio, Ilaria. Bei momenti passati in autobus a ridere e scherzare: era difficile resistere. Mi ci mettevo io per primo, anche perché l’ultima campanella sapeva già di libertà, nonostante il cumulo di cose da studiare nel pomeriggio. Era come tornare a respirare aria buona dopo tanta stantia. Io poi scendevo a Casalecchio, mentre voi tiravate dritto: stavate per lo più a Zola Predosa, all’epoca per me solo una località esotica tra tante. Giunse pure il giorno, in prima liceo, in cui divenimmo compagni di classe, per quegli assurdi incastri della sorte. La nostra aula, lo ricorderai meglio di me, era al piano nobile, non quella di fronte, saliti per lo scalone, ma la prima a sinistra per il corridoio in fondo a destra. Più difficile a dirsi che ad arrivarci. Il Minghetti conservava allora un’autorevolezza che forse oggi ha perduto.

Avresti la mia età, Ilaria: lo so bene. Oggi compi gli anni. Ecco, quel che non so è come io faccia, a distanza di tanto tempo, a ricordarmene. Non abbiamo mai festeggiato. Mi resta questo scrupolo, un’inezia, certo, ora che sei fuori del tempo. Ci si era persi di vista, trascinati altrove da interessi troppo diversi. È la regola, forse, la normalità. altri ragazzi si divertiranno su quell’autobus all’uscita del Minghetti, non più noi, anche se temo che tutto sia cambiato. Sono cambiato anch’io e non poco. È il filo che s’addipana cantato dai poeti. Il dilemma è capire chi sia andato e chi rimanga. Domande senza risposta.

Fu Lucia a darmi la notizia. Di quell’epoca eravamo rimasti in pochi, segno della diaspora dei giorni. Non mi pareva vero. Forse non lo è nemmeno adesso e non dovrei parlarne, oggi che compi gli anni. Avresti la mia età, ma non mi basta. Quanto avrei da raccontarti, se me ne fosse data la possibilità. Alle volte non si capisce l’attimo da cogliere. E non è perché, varcata quella soglia, poi si diventa tutti buoni. Un giorno mi spiegherai quel velo di malinconia che risento adesso e che allora era impalpabile.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

A Roberto

 

Linea d’ombra impalpabile,  nascosto

procedere oltre. Tutto trascolora

in questo tempo breve. Muore agosto,

foglia ingiallita appesa all’ultima ora.

 

Obliquo il sole indugia in un riposto

spicchio d’azzurro. Fresco il vento sfiora

il mattino silente. Nessun posto

rimane intatto. È sempre come allora,

 

da chissà quanti secoli. Roberto,

eppure è questo il giorno: l’hai atteso

un anno e adesso è qui. La festa, certo,

 

non s’elude. Nell’animo sospeso

il gioire, gli auguri, il volo aperto

di quest’attimo, brivido sorpreso.

 

 

Anche agosto va via. Nulla di male: è solo il tempo che scivola impercettibilmente. Qualcuno direbbe pure malevolmente, quasi per dispetto, se nel fugaces di Orazio vogliamo vedere una volontà avversa. Eppure, prima o poi proverò a bisticciare pure con quell’ode, la II 14: «Ahimè fugaci, Postumo, Postumo, / scorrono gli anni». Ecco, la farei cominciare così, la mia ode intendo, anche se si perde la malevolenza di quel predicativo. Oh, tutto non si può avere. Non di questo, tuttavia, intendevo parlare. Ci tenevo solo ad augurare a Roberto un buon compleanno. In tal modo, spero d’aver svolto diligentemente il mio compito. Il rito va onorato in ogni sua parte; altrimenti, a che serve eternare per verba e per versus ogni istante? Ogni cosa scivolerebbe via, cancellata dalla pioggia edace, l’imber edax di un’altra ode di Orazio, la III 30.

Ecco, agosto se ne va. Mal sopporto che qualche cosa finisca: mi vedo come al di qua di un confine, di una linea, che pure non voglio oltrepassare. Per questo, forse, non amo partire e non amo ritornare. Il viaggio, lo confesso, non è proprio nelle mie corde. Nascere alla fine di un mese genera questo sentimento in me. scrivo il sonetto, come eterno dono di un attimo che ha bisogno di essere fermato, reso unico. Del resto non mi curo. Me lo sento addosso, con un certo fastidio: inizio e fine, ciclo che si perpetua. Ma fino a quando? In ciò il rovello, l’ansia di quella soglia oltre cui non si sa che cosa ci sia. Forse il tempo è solo un’illusione.

A Roberto, però, gli auguri penso di averli fatti. Una riflessione, certo, non un biglietto anonimo di quelli in vendita ovunque. Un po’ di me dovevo mettercelo. E poi domani ricomincia formalmente la scuola e non mi sento pronto. Vorrei festeggiare anch’io, come se non ci fosse un domani. L’ora della sospensione è ciò che si può sperare e augurare più di tutto.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Crepuscolo d’Appennino

 

Eterna carezza, sorriso del verde Appennino,

Ca’ del noce, adagiata sotto un velo d’azzurro,

 

rifugio montano, borgata di sassi e sudore,

in cui trovare pace e refrigerio.

 

E da quel manto lievi cadono doni di vita,

freschi pensieri, battiti all’unisono.

 

Si rincorrono voci soavi d’angelici bimbi,

gioie d’inni alla Madre Vergine, figlia e Sposa,

 

uscita dal cuore puro di chi si consola pregando

devoto la sera, sul sole morente.

 

E il cielo e la terra di nuovo si fondono, amore

narrato dal mito di un’antica Sibilla,

 

ombra d’ombra, latrice di un tempo ormai senza parole,

ricordi ormai spenti d’inutili immagini.

 

Glorie remote, rose appassite già colte

dall’ansia dei giorni, ricerche ora vanite

 

d’un labile soffio, remote memorie nascoste

tra petali gualciti d’insana incuria.

 

E l’eco lontana del canto di chi in mezzo al bosco

trema tra i tronchi, tagliando e cogliendo,

 

solenne presagio che sta terminando l’estate,

sogno che sfuma al giallo delle foglie caduche.

 

Traslucida l’ora sbadiglia alla notte incombente,

mentre la luce e il buio perduti si baciano.

 

 

Appennino, per qualcuno soltanto un nome, per me invece un mondo, una linea verde che sagoma il cielo fino a perdersi nell’azzurro. Sul declinare d’agosto i giorni sempre più brevi hanno un sorriso tutto particolare, tutto loro: sanno già di qualcos’altro, di un non so che di indefinibile. Sotto casa mia passa la Porrettana, la via napoleonica (oggi SS 64) che porta appunto a Porretta, vaghezza di sogni e di ricordi. Ci andai per la prima volta «vent’anni fa o giù di lì», per dirla con uno dei protagonisti di quelle vallate, Francesco Guccini. Conobbi in verità prima il fratello, Pietro. Strinsi amicizia con lui, perché  era venuto a fare il bibliotecario nel mio dipartimento, filologia classica. Avevo avuto solo questo suggerimento: se vuoi andare d’accordo con lui, non chiedergli del fratello, ché non ne può più. Chissà, forse perché era cantautore pure lui. Mi attenni, comunque, rigorosamente alla regola della reticenza e credo lo abbia apprezzato parecchio. Un giorno d’estate andai a trovarlo pure a Pavana, al di là dell’antica dogana del Granducato, dopo Ponte della Venturina. Fu una festa, per entrambi.

Appennino, strano coagulo di sogni lungo il Reno: parlo a livello strettamente personale, in base alla mia ristrettissima esperienza di uomo di pianura. È più d’un fiume, il nostro Reno: è una sorgente di memorie inesauribile. Anche il treno lo costeggiava, quando ogni giorno andavo al liceo di Porretta. Insegnare non è mai stata la mia vocazione, lo ammetto, almeno al liceo; ma a qualche professione bisogna pur votarsi nella vita. Conobbi la cittadina delle terme, in ebollizione già dai tempi dei Romani. Anche Niccolò Machiavelli menziona i «bagni della Porretta» nella Mandragola, per sorvolare sulle più famose porrettane di Sabadino degli Arienti. Piccole (o grandi) glorie locali del buon tempo andato, non c’è che dire. Del resto, Francesco Guccini già l’ho citato e non vorrei indugiarvi troppo. Lo incontrai una volta in edicola, un’altra in trattoria, un’altra ancora alla presentazione di un libro di un amico. Il suo regno è però, come è noto, Pavana, nel comune di Sambuca Pistoiese.

Due cari amici vollero assolutamente sposarsi là. Ci andai, ovviamente: ero pur sempre il testimone di nozze. Quanti anni sono passati! Non ci posso pensare. Le magnificenze di quei luoghi le conosco dai loro racconti. Non starò a ripeterle, anche perché la poesia non va spiegata. Mi colpisce tuttavia la fauna che alberga colassù. Nelle mie tre classi di liceo avevo qualche studente pavanese. Buona gente, già toscana, eppure con influenze ancora emiliane. Le lepidezze si sprecano. Un mondo a sé, questo lo ammetto, un luogo unico e irripetibile. Ci tornai poi tante volte e ne feci esperienza diretta. I bimbi che, di giardino in giardino, si rincorrono incespicando nel ripetere le preghiere dei grandi, le glorie passate di uomini e donne, come film rivisti senza fine, il canto di un taglialegna che ripercorre gli anni come fossero giorni. Insomma, un angolo di cielo da cui, pure, ogni tanto scende qualche gioia leggera.

Appennino, già, ci tornerei, come mi capita di fare, per ritrovare ciò che non sono più o forse non sono mai stato. È questa, forse, la vera elegia di un crepuscolo in cui la luce e il buio si toccano a baciarsi prima del nuovo giorno.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

A inizio estate

 

Ci tengo a ringraziare Patrizia Stefanelli, la prestigiosa giuria del XXIII Premio Nazionale Mimesis 2020 e tutti gli organizzatori per l’undicesimo posto assegnato alla mia lirica A inizio estate, tra i testi vincitori del concorso letterario.

Di seguito il testo.

 

 

Traslucida armonia nel cielo il raggio

dell’eterno: si perde azzurro il limite

tra mille scaglie d’oro

sull’ultima vertigine.

 

Voce che sa di sale, antiche favole

raccolte chissà dove sulla sabbia,

all’ombra della vita

dal cuore di conchiglia.

 

Il tempo corre immoto, muta immagine

ripetutasi uguale, arcana inerzia

della clessidra. Tutto

è e non è dentro l’anima.

 

Ride un volto dolcissimo. Per l’aria

il senso della festa. Si rincorrono

momenti senza fine,

gioie d’un desiderio.

 

S’avvera il sogno. Scioglie il cuore l’ansia

dell’attesa. Nell’essere e nell’esserci

cade il velo, sospiro

d’un già noto tripudio.

 

 

Vedere riconosciuto il frutto della propria creazione è una gioia indescrivibile. Solo in questo modo, divenendo pubblica, la poesia si fa bene condiviso, senso comune.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Pennellate di cielo

Pennellate di cielo. Si posa dovunque l’estate.

Una riga limpida l’orizzonte sospeso.

Sussurri di vita. Si celano antichi presagi.

Sogni di sogni negli echi di favole.

Ascoltano gli alberi. Languiscono al sole che avvampa.
Il verde dell’erba già ingiallisce di fieno.

L’autunno ormai bussa. Si stempera lieve nel fresco
che a tratti s’avverte la sera. Si confonde

nell’anima il ciclico ritorno di quanto è passato.
Distilla una musica, voce accennata appena.

S ’allaga l’ora, eternamente fissa, chissà come, chissà dove.

Fermarsi a contemplare la cupola cava del cielo sa già d’infinito, d’altrove. Quanto dura quest’attimo? La frenesia si stempera tra le voci arcane avvertite tra gli alberi inondati di luce. «Divina Indifferenza», la definirebbe Montale (Spesso il male di vivere ho incontrato, 6: in essa e per essa tutto esiste al di fuori di chi sente il fluire della vita. il velo cala sul confine indicibile e nell’azzurro si scioglie un’elegia, musica dimenticata tra la quotidianità delle nostre giornate così brevi, così stanche.
Pennellate nell’anima di un cielo simile a quello disegnato dai bambini, in cui l’azzurro è una striscia in alto e il sole un disco giallo che ride. In quell’immagine c’è il desiderio di ritornare a vedere la realtà per come veramente è e non nel modo in cui ce la impongono altri. La sfida, questa, cui si è chiamati quasi senza saperlo. Oltre la linea d’ombra l’indecifrabile senso dell’ignoto, cui spesso ci s’abbandona per poi ritrovarsi come dopo un lavacro di purezza. Scrollarsi di dosso il magma dell’ansia ha valore più che catartico: è tornare liberi dopo la coazione di una prigionia senza barriere.
Le pennellate di cielo saziano la fame d’aria che ci soffoca nelle corazze costruiteci addosso dalle inutili convenzioni cui ci si sottopone. Il ritmo del giorno sta nel suo ciclico cadere e ritornare, secondo il magnifico verso di Catullo: «il sole può cadere e ritornare» (carm. V 4). Anch’io allora seguo questo ciclo, seguo questo ritmo e mi ritrovo bambino.

© Federico Cinti
Tutti i diritti riservati

A Giulia

Declina agosto obliquo. Altre parole
canta il vento. Nell’anima il torpore
vestito già d’autunno. Indugia il sole
pallido in mezzo agli alberi, chiarore

tinto di nostalgia. Nulla più vuole
volgersi indietro ormai. Fuggono le ore
in un vuoto silenzio, aride, sole,
incalzando ogni battito del cuore.

Eppure una carezza, Giulia, il giorno,
il tuo, lieve per l’aria, refrigerio
così consolatore nel ritorno

dell’anno. Ecco, un augurio poco serio
si scioglie, la tua festa tutt’intorno:
si realizza così il tuo desiderio.

A fine agosto tutto trascolora impercettibile e sa già d’altro. Ce lo si sente addosso. Nascere in questo tempo, come Giulia, cui dedico questi miei pochi versi, è ritrovarsi, quasi senza volerlo, in attesa di qualche cosa cui non si riesce a dare un nome. Incombe già il ritorno, chissà, del lavoro, della scuola, di un tempo che si fa sempre più breve. In lontananza le cicale ancora spandono il loro canto, epicedio per una stagione che sta volgendo al termine. Eppure nulla sembra mutare agli occhi distratti di chi vive ogni giorno in modo identico al precedente e al seguente.
Non è un giorno già vissuto, però: Giulia lo sa. Simile, forse, eppure mai uguale, mai identico ad altri. In questa ciclicità sempre diversa s’attua il nostro vivere. Altrimenti, sarebbe semplicemente esistere, senza contezza di sé e di tutto quello che ci circonda. Nell’intuizione diretta del presente ogni cosa si fa possibile, guizzo d’eternità nel limite dell’oggi. Bisogna andare, allora, condanna e redenzione del fluire in cui siamo immersi. Festeggiare un compleanno significa, forse, soffermarsi anche su questo.
Nella gioia del presente la malinconia del transeunte fa capolino. Non è se non il sentimento del tempo, del passare inesorabile del tempo, come sapeva bene Ungaretti, che proprio così definisce l’intera sua opera poetica. Soffermarsi, allora, non è vano esercizio di pensiero: ogni volta è scoprire qualcosa di nuovo o di antico, come nelle favole, come nei miti. Nulla infatti è mai dato a caso. Almeno per me.

© Federico Cinti
Tutti i diritti riservati

A Vienna

 

Altro tempo. Un sorriso la memoria

labile di quei giorni, filo tenue

tra l’antica cortina della nebbia

in cui di nuovo perdersi.

 

Vienna era lì per noi. Ci corse il brivido

di ciò che non è più. Nulla è la storia.

Noi lì per Vienna. Il cuore non dimentica

quello che lo fa vivere.

 

Ci fermammo un istante, in Santo Stefano,

a scaldarci le dita. Dentro l’anima

un sussulto. Nell’ombra di quegli attimi

l’eco dell’indicibile.

 

Quante scale salimmo oltre la polvere

dei secoli. Davanti a noi il fastigio

d’un muto simulacro, volto pallido

tra il vuoto del silenzio.

 

Forse anche noi eravamo solo immagine

nello scorrere fragile dei secoli,

vani passi nel vento, assorto battito

d’ala lieve per l’aria.

 

Ci rivedemmo in loro, troppo simili

in quella vacuità per non accorgerci

di nulla. Era un sorriso la memoria

in quello specchio concavo.

 

Wien - Stephansdom (1).JPG

 

Nel giorno in cui ricorre il genetliaco di Francesco Giuseppe, nato il 18 agosto 1830, il ricordo di un viaggio a Vienna, non so più quanti secoli fa. Non importa: la memoria non ha dimensione, simile a un vecchio film che si ripete sempre uguale. Splendida città Vienna, nel cuore dell’Europa. Splendida ancor più adesso, se mi ci posso rivedere tra la penombra assorta di una nebbiosa lontananza. Nulla da eccepire, se occorre dare ragione a Guido Gozzano, quando disilluso canta: «Non amo che le rose / che non colsi» (Cocotte, IV, 26-27).

A Vienna tornerei, oggi come allora, anche solo per questa ricorrenza, per incontrare di nuovo le ombre di Franz e Sisi. La storia, raccontataci con troppa retorica risorgimentale, ci ha sempre mostrato un Franz Joseph mai esistito. Nella sua lunga vita, ottantasei anni, ha sempre predominato in lui l’austero senso del dovere, pure a scapito degli affetti familiari: si sentiva e si dichiarava il primo funzionario dell’impero. Ed è verissimo. La fantasia ha fatto il resto, giustamente. Il suo mondo era in bilico sull’abisso. Dopo la sua morte inizia il Novecento, secolo per fortuna breve, come è stato definito.

A Vienna tornerei per rivivere le emozioni di un Federico che non esiste più, nella mutevole metamorfosi di ogni istante, il cui nome comune è vita. nulla si perde davvero: diviene oggetto di poesia e di memoria. Siamo in fondo anche noi immagini di immagini.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

La fonte di Bandusia

 

Vaghezza estiva, forse, quella di far risuonare i versi immortali dell’Orazio lirico in questi miei; ma al richiamo delle «acque chiacchierine» della «fonte di Bandusia» (Odi III, 13, 15), lo ammetto candidamente, non ho resistito. Eco di altri «rivi canori» (cfr. G. Pascoli, La mia sera, 18), di altri «rivi strozzati» (cfr. E. Montale, Spesso il male di vivere ho incontrato, 2). Chissà. La memoria poetica segue contorte vie. Nulla di nuovo, certo; solo voci di voci che si incontrano, incrociano e intrecciano.

 

 

O fonte di Bandusia, vetro liquido,

degna di dolce vino, fiori, petali,

ti donerò domani

un capro cui già spuntano

 

le corna per amare e per combattere.

Invano: tingerà il tuo fresco scorrere

il figlio del lascivo

gregge di sangue porpora.

 

Non sa toccarti l’arida canicola,

ora atroce; tu doni un fresco amabile

ai buoi stanchi del giogo

e alle pascenti pecore.

 

diverrai pure tu una fonte nobile,

se canto un’elce nata dove scendono

le tue acque chiacchierine

in mezzo a pietre concave.

 

 

Eppure, per me, la «fonte di Bandusia», con buona pace di chi l’ha cercata e – credo – ancora la cerca, non esiste. Non esiste realmente, intendo, perché luogo dell’anima. In tal senso è anche più vera di un luogo fisico, correlativo oggettivo di una dimensione esistenziale indefinibile. Vogliamo chiamarlo aulicamente locus amoenus? Nulla in contrario. Ma c’è di più. Bandusia è la poesia stessa, alle cui acque attingere eternamente, segno visibile della mitica fonte Castalia, che sgorga non all’esterno, ma all’interno di noi.

di nuovo la fascinazione estiva agisce sulla mia fantasia, incantesimo che si realizza anche in un semplice tentativo di traduzione. Già, perché tutto è traduzione, sbiadita copia di un mondo in perpetuo divenire, mutevole come chi lo guarda, come chi vuole afferrarlo senza riuscirci mai. La «fonte di Bandusia» è quell’acqua in cui, secondo la sentenza eraclitea, non ci si bagna due volte. La poesia non è mai uguale a se stessa. l’apatia dell’estate aiuta il distacco dalle piccole realtà che ci circondano, apre il volo all’immaginazione, alla mia di sicuro.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Sogno di una notte di mezza estate

 

Ho appreso con molta soddisfazione dalla dott.ssa Valeria Di Felice che una mia poesia ha ottenuto il terzo posto nella sezione B, poesia in metrica, al XII Premio letterario Internazionale “Città di Martinsicuro” 2020. Questa la comunicazione ufficiale:

«Gentil.mo autore Federico Cinti,

la Di Felice Edizioni è lieta di comunicarLe che, per la sezione POESIA IN METRICA della XII edizione del Premio Letterario Internazionale “Città di Martinsicuro” 2020, la giuria ha deciso di assegnare il Terzo Premio all’opera: Sogno d’una notte di mezza estate».

 

 

S’intravide la luna: in un pallore

di perla sgranò lieve il suo rosario

di stelle e fiorì lieve lo stupore.

 

Un canto lontanava solitario

lungo la via, per gli orti inargentati,

tra noi sciogliendo l’ultimo divario.

 

Indugiammo nell’ombra trasognati

un tempo indefinito: in quell’istante

fummo come perduti e ritrovati.

 

Si fondeva in noi il mondo circostante

annullandosi: l’ora ci sorprese

simile al volto di un’ignota amante.

 

Le anime nostre incredule, sospese,

rincorsero il fluire della vita

oltre gli eterni secoli protese.

 

Il cuore mareggiò. Dita tra dita

fissammo nella volta ardua del cielo

la sommità dell’essere infinita.

 

Tutto fu un’eco già sentita: il velo

notturno ci coperse, quell’estate

incipiente, col suo sussurro anelo.

 

Un sogno ci rapì, parole alate,

languida ebrezza, etereo stordimento,

antico sortilegio delle fate.

 

Stormivano le fronde agili al vento

spinto verso l’asintoto e tra noi

la vertigine solo e il suo spavento.

 

Non esistette più il prima né il poi.

Tra le palpebre un dolce lacrimare

tu dentro gli occhi miei, io dentro i tuoi.

 

Chissà dove, laggiù, sentimmo il mare,

ombra di un’ombra, immagine del vero,

e quasi ci sembrò di naufragare.

 

Era l’ansia del vivere, pensiero

che ci fondeva indissolubilmente,

e attingemmo alla fonte del mistero.

 

La luna procedette indifferente

nel suo peregrinare senza fine,

oltre i monti, perdendosi silente.

 

Poi l’aurora, in un abito di trine

dal fulgore di rosa, annunciò il giorno

nascente, fino all’ultimo confine

 

della terra, in un ciclico ritorno.

 

 

Riporto di seguito il giudizio della giuria:

 

Motivazione a cura di Vittorio Verducci

 

Sogni e magie in una notte d’estate. Sotto lo sguardo compiaciuto della luna e il ridere delle stelle si fondono gli occhi degli amanti, in una percezione panica della natura che li porta a naufragare nell’oscurità della notte, tra lo stormire delle foglie e i palpiti del mare, in un tempo che si dilata all’infinito. In questa cornice di mistero che avvolge le cose e in cui batte il cuore segreto dell’universo, si snodano le terzine dantesche del poeta, perfette sul piano formale e stilistico, cui egli affida i moti più reconditi dell’anima.

 

 

All’incantesimo del solstizio estivo fa eco la pièce di Shakespeare, di cui ho mutuato il titolo: dimensione onirica e finzione reale s’incontrano e si fondono dentro la notte fulgida del cielo. Splendida metafora, forse, dell’amore, per cui tutto è possibile. Si alza il sipario al tremulo  raggio della luna, che passa nel vento assieme alle stelle. Palpita il mondo tra le case e tra gli alberi. Vicende che s’annodano e si snodano, speciosi intrecci dal sorriso ironico. È il regno delle fate, di Titania e di Oberon, che si rincorrono in un eterno gioco delle parti.

Nel Sogno di una notte di mezza estate un’altra Titania, presenza inquieta in terra europea, non trovò pace, Elisabetta, infelice imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria. Anch’io l’inseguita in quel suo viaggio senza meta, fantasia che ancora non ha raggiunto il suo compimento. Volava di sponda in sponda, simile a gabbiano senza patria. Anche questa è una storia che prima o poi racconterò. Poesia, solo poesia, specchi ad angoli deformi che si riflettono l’uno nell’altro a costruire ciò che è e che non è, metamorfosi d’irrequietudine.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Il sonnellino

 

Eco di un’inquietudine, precario

senso di vuoto. Perso nel silenzio

della penombra, volo

tra sconosciute immagini.

 

Sibila qualche macchina, lontanano

voci nel cuore torpido. M’appisolo

in quest’attimo eterno

vagando senza accorgermi.

 

Altri tempi, altri luoghi. Volti immobili

si confondono ormai nella memoria

o dentro un sogno. Vedo

ciò che all’occhio è invisibile.

 

Riverbera nell’anima una musica

dimenticata. Appena mi ci accoccolo

felice e mi riscuoto

dalla mia grave inerzia.

 

Pallida vanità. Nel pomeriggio

si dilata ogni istante. In mezzo agli alberi

rovente fruscia il vento

che narra un’altra storia.

 

 

 

Il sonnellino, momento di sospesa rarefazione di cui ormai non posso più fare a meno. Segno forse dei tempi o dell’età. non so. È così e ne prendo atto. Cogliere il trapasso dalla veglia all’incoscienza è arduo, mentre ogni cosa si confonde intorno, suoni luci parole. Ci si ritrova altrove, lungo l’ala dei secoli. Il cortile nel pomeriggio echeggia di antiche favole raccontate dal vento. Fuggono le macchine lungo le strade deserte e lontanano come i miei pensieri. Libertà, certo, in cui tutto si fa possibile. Scrivo versi e romanzi, incontro chi non vedo da tempo, canto ignote melodie. È il pisolo postprandiale, così dolce nell’attimo in cui ci si avvia come in un viaggio: prende vita la penombra, ridona emozioni non più percepite e comunica un benessere senza fine.

Il sonnellino, come canta Pascoli, è un risalimento alla ricerca di sé: «Guardai, di tra l’ombra, già nera, / del sonno, smarrendo qualcosa / lì dentro: nell’aria non era / che un cirro di rosa» (G. Pascoli, Il sonnellino, 1-4). No, non è forse ricerca di sé: in quel momento di sospensione s’insegue ciò che non si è, che non si è più o non si sarà mai. Dimensione incantata, questa, in cui potersi sentire senza vincoli o legami. Ecco, forse è questo che mi affascina e mi culla. Anche mio padre era così, ma non lo riuscivo a capire appieno. Solo ora riesco a intravedere quel che prima di me ha intravisto lui.

Mi abbandono allora al sonnellino, in cui si riscopre sempre qualche cosa, preludio a un non si sa che cosa, ma che si desidera inspiegabilmente.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati