Orma di cielo

 

Velo inquieto di nuvole, lontana

orma di cielo. Un senso d’abbandono

resta tra i fili e i panni stesi, vana

rimembranza d’un giorno. Ombra di suono,

 

eco di ciò che adesso più non sono.

Indicibile ascesa la profana

beatitudine, vero, eterno dono

atteso in cui ora il senso si risana.

 

Caducità dell’attimo, nel vuoto

il tempo sa di un’ansia mai sopita.

Anche volgersi è inutile: la via

 

ritorta è solo vacua fantasia.

Tu splendi, chiara immagine infinita,

in me, tu etereo volto dell’ignoto.

 

 

non c’è nulla da fare: ce lo si sente addosso. Sì, proprio così, come se cadesse a un certo punto un’orma di cielo. Tra le nuvole uno squarcio d’azzurro. È come il senso delle cose: lo si cerca ogni istante e poi lo si trova nel dettaglio, nell’angolo più remoto, quasi senza volerlo. A me, almeno, capita così. Ritrovai per caso un’immagine simile tra le carte altrui, e vidi «in cielo bianchi lastricati / con macchie azzurre tra le lastre rare» (G. Pascoli, Il miracolo, 2-3). Ecco, il cielo che si fa specchio della terra, connubio senza fine sulla linea dell’orizzonte. Ed è così che ci si ritrova a contemplare la via trascorsa e quella ancora da compiere. Il velo si apre a un tratto ed emerge la verità.

Si capisce di non essere più quelli di prima. Euridice già lo sa che Orfeo non resisterà. Ma volgersi indietro è un atto necessario. Vedere o non vedere non importa: l’acqua resta sempre trasparente, specchio o non specchio che sia. Occorre prenderne coscienza il prima possibile. e aprile è così, il mese forse dedicato ad afrodite, alla ripresa del tutto, perché «diffugere nives, redeunt iam gramina campis / arboribusque comae» (Orazio, carm. IV 1-2): non vi sono più nevi tutt’intorno, rinverdiscono ormai le erbe nei campi e sugli alberi le chiome. Nulla più che la ciclicità del tempo che ci riporta a ciò che eravamo: volgersi indietro diventa inutile. Le lenzuola appese ad asciugare sembrano adesso tanti fili su cui scrivere ciò che non siamo più.

 

 

in quest’epifania di luce chiara, ecco, un volto a dare senso al tutto. Un volto e un nome, certo, un’immagine fuori del tempo in un’epoca senza tempo, in cui l’hic e il nunc coincidono. Gli antichi a priori kantiani s’annullano sulla retta dell’eternità. Nulla è più come prima, nulla sarà più come adesso. Il labirinto procede e si sdipana e di quel filo, «viluppo di memorie» (E. Montale, In limine, 4), sono io che «ne tengo ancora un capo» (E. Montale, La casa dei doganieri, 12). Forse basta così ad attingere alla «carrucola del pozzo» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 1). Narciso ritrova se stesso, mentre Euridice non si perde più. Un’eco antichissima richiama il desiderio di fondersi completamente nell’altro, appunto in quel viso di luce chiara tanto amato (o tanto amata?). ancora s’avverte il bisogno e si ripete, come allora e come sempre, «da mi basia mille, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, deinde centum» (Catullo, carm. V 7-9). È forse tutto qui il senso di questo scrivere, per dirti solo che vorrei baciarti.

 

 

 

© Federico Cinti

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Avresti la mia età

 

Inerte il cielo. Un brivido riscuote

la memoria assopita. All’improvviso

affiora, come allora, il tuo sorriso,

rarefatto tra immagini remote

 

in cui trovarsi e perdersi. Vie ignote,

adesso, un filo d’erba ormai reciso.

Chissà che pensi. Tutto quanto è intriso

ancora di quel tempo, delle vuote

 

miserie di quegli anni. Oggi è il tuo giorno.

Passerà, come gli altri, come il resto.

Avresti la mia età, non me lo scordo.

 

Già fosti, un soffio di tra il vento sordo.

Non dimentico, in questo giorno mesto:

avresti la mia età, né fai ritorno.

 

 

Pochi anni o molti che importa? Non ricordo nemmeno più quando fu l’ultima volta, forse subito dopo la fine del liceo. Ci ritrovammo a scuola insieme, per una strana fatalità. Prima si prendeva solo lo stesso autobus. Parlarne adesso mi fa un certo effetto. Veramente un altro mondo, un’altra vita, un’immersione in quel tetro fondo di ricordi. E ancora «cigola la carrucola del pozzo» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 1) a ricercare la luce in cui fondersi in questo giorno di settembre, il tuo giorno, anche se poi veramente non lo abbiamo mai festeggiato. Lo seppi anch’io per sbaglio, quando dicesti che compivi gli anni assieme ad Andrea, altro amico di cui ora non so più nulla.

Non mi parve vero venire quel giorno di gennaio a salutarti all’Abbazia di Zola. Lo imparai da Lucia, con le lacrime agli occhi. Forse non è vero nemmeno adesso: non ci hai salutati, non ti sei incamminata per l’oscuro «iter tenebricosum / illuc, unde negant redire quemquam» (Catullo, carm. III 11-12). Sei qui con noi, mentre ti ricordiamo, a distanza di tanti anni. Mi resta di Catullo anche l’immagine del fiore reciso, «cecidisti velut prati / ultimi flos, praetereunte postquam / tactus aratro est» (carm. XI 22-24).

 

 

 

Tengo anch’io in mano il filo dei ricordi «che s’addipana» (G. Montale, La casa dei doganieri, 11), di quel tempo così particolare che non si vede l’ora che passi e poi, una volta fuggito, si rimpiange ogni istante. Avresti la mia età, Ilaria: lo so bene. Tu non ritorni e anche questo so bene. Ma che importa ricordarlo adesso? Volgersi indietro alle volte è necessario, perché «trema un ricordo nel ricolmo secchio, / nel puro cerchio un’immagine ride» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 3-4). Narciso oppure Euridice non importa: quel tempo è chiuso chissà dove, emerge solo a improvvise illuminazioni, come la poesia del Porto sepolto, per cui «di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto» (G. Ungaretti, Il porto sepolto, 4-7). Così, Ilaria, è la poesia e così la vita.

 

 

© Federico Cinti

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Mi stupisco, Nicola

 

Nulla. Fragile soffia appena il vento,

incede, immagine fuori del tempo,

chiara memoria dimenticata.

Oggi scivola, tutto trascolora

lento. Nell’anima come una squilla,

alta, vigile. Tu lo sai, Nicola,

già fu. Nell’aria di questo strano

autunno labile la condizione

in cui le cose passano per forza,

ombre simili a sogni, echi di echi,

tace. Scivola l’ora silenziosa.

Tu già sai. Inutile dire o ridire.

Oggi l’augurio, mai troppo tardi.

 

 

Mi stupisco di me, alle volte. Dimenticare è per me verbo alquanto raro. Eppure, ogni tanto mi rammenta d’esistere. In giorni strani come questo la nebbia uniforma ogni cosa, ogni pensiero. E tutto scivola inconsistente, come se nulla fosse. Mi capita, certo, nell’umano trascorrere delle vicende note o meno note. Non vorrei, lo confesso; eppure capita. Forse anche l’anno scorso è capitato. Non ricordo; anzi, proprio non lo so, eterna oscillazione tra l’amletico essere e non essere. Eroe del dubbio, caro Pirandello. O almeno così mi pare.

Mi stupisco, certo, ma non dovrei. I giorni a volte appaiono tutti uguali nella loro diversità. Gioco prospettico oppure oblio collettivo? Oggi che tutto è filtrato, gettato nel pozzo senza fondo di un’entità indefinita e indefinibile, in una liquidità cristallina inattingibile, la domanda resta senza risposta. Avere troppe risposte, del resto, sarebbe come non averne alcuna. Mi accontento della mia, che comunque non ho. Null’altro che un altro sasso gettato ai naviganti di un mare sconosciuto, non più ponto a collegare estremità lontanissime, ma un tutto indistinto in cui perdere la specificità di ogni cosa.

Mi stupisco, Nicola, ma il tuo giorno mi è passato proprio come mille altri. Mi spiace. E tu, da gran signore qual sei, non hai detto nulla. Anche perché, vedi, nulla c’era da dire. È andata così. Un po’ in ritardo, più di una settimana dopo, ben otto giorni dopo, vengo con questa mia ad augurarti qualche cosa che non si può nemmeno festeggiare. La socialità è bandita dal nostro mondo di individualità puntiformi. Vero augurio sarebbe quello di poterci ritrovare tutti insieme, come avveniva prima. Il tempo se ne va silenziosamente, lasciando che noi parliamo con i nostri fantasmi.

Mi stupisco, Nicola, ma il mio pensiero te lo lascio lo stesso. Te lo lascio in faleci, come avrebbe fatto il buon Veronese che tu sai. Ah, caro mio, non sono faleci come ci insegnano i manuali. Un po’ di innovazione e sperimentazione mi sia concessa. Paolo Rolli, nel Settecento, ci ha pur suggerito qualche linea da seguire, ma solo il buon Pascoli ha poi innovato, appena innovato tra l’altro. Lo scavo nella forma non va più di moda, sai? oggi vale solo il contenuto: del contenitore possiamo fare a meno. Oggi, Nicola, va solo il significato: del significante si può fare a meno, se non è alla moda. Ma che cos’è la moda? L’attualità di un momento effimero che fugge. Chi segue la moda, ebbe a dire qualcuno, non è mai alla moda.

Mi stupisco, sai, Nicola, ma forse te li ho fatti lo stesso, seppure in ritardo, i miei auguri.

 

 

© Federico Cinti

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I baci d’amore

 

Uno dei mirabili Basia di Janus Secundus (1511-1536), notevolissimo poeta olandese del Cinquecento, perlopiù dimenticato o semplicemente ignorato, il quarto Basium per l’esattezza, nella mia traduzione, per altro nemmeno l’unica. Già, perché è parecchio tempo che mi sforzo di darne una resa che possa avvicinarsi in qualche modo alla bellezza dell’originale. Mi sforzo, certo; eppure, ogni volta noto dettagli che nelle precedenti mi erano sfuggiti o non avevo notato. La traduzione è così: il testo non muta, mutiamo noi che lo leggiamo e lo ritraduciamo, riflettendoci ogni volta nello specchio del nostro cuore.

 

 

Non dà baci, dà nettare Neera,

dà all’anima fragranze rugiadose,

nardo, timo, cannella e miele quale

colgono tra i rosai del monte Imetto

o tra quelli dell’Attica le api

e, circondato da virginee cere,

ripongono in cestini dentro il favo.

Se molti me ne dà da consumare,

in essi sarò subito immortale

e al banchetto starò degli dei grandi.

Ma risparmia, risparmia un tale dono,

o con me, Neera, Fa’ che tu sia dea:

non voglio mensa senza te di dei,

nemmeno se dee e dei, cacciato Giove,

mi fanno re dei rutilanti regni.

 

 

 

Penso sia utile riportare pure il testo originale, in faleci, come il modello, Catullo, cui ovviamente Secundus si ispira.

 

 

Non dat basia, dat Neaera nectar,

dat rores animae suaveolentes,

dat nardumque, thymumque, cinnamumque,

et mel, quale iugis legunt Hymetti,

aut in Cecropiis apes rosetis,

atque hinc virgineis et inde ceris

saeptum vimineo tegunt quasillo.

Quae si multa mihi voranda dentur,

immortalis in iis repente fiam,

magnorumque epulis fruar deorum.

Sed tu munere parce, parce tali,

aut mecum dea fac, Neaera, fias:

non mensas sine te volo deorum:

non si me rutilis praeesse regnis,

excluso Iove, di deaequecogant.

 

 

 

Conosco Janus Secundus ormai da anni, da quando cominciai a interessarmi alla letteratura neolatina europea oltre che italiana. Fui cooptato pure per un’antologia sul petrarchismo europeo del XVI secolo, i Lirici europei del Cinquecento (Milano 2004), e inserii anche alcune sue poesie da me tradotte. Non le rileggo più: non mi ci riconosco per nulla. E dire che, all’epoca, ne ero così soddisfatto. Eppure nel tempo siamo arrivati quasi a darci del tu, a chiamarci per nome: tra poeti e traduttori, come tra autori e lettori, spesso finisce così. Non è semplice studio: è ragione di vita. In tal senso ha ragione Orazio a cantare: non omnis moriar (Odi III 6). La poesia, ossia la letteratura, rende eterni.

Il senso del tutto l’ho capito tardi, l’ho capito da solo, non certo al liceo o all’università, quando non si studia per noi, come sostiene giustamente Seneca per cui non vitae, sed scholae discimus (Lettere morali a Lucilio CVI)12. E non è la solita excusatio non petita, no: è ragione di vita la poesia. Per questo carmina non dant panem, eppure la poesia è più essenziale dell’aria che respiriamo, di quel che mangiamo. Anche la traduzione ha la sua autonomia e non solo di significante, ma soprattutto di significato. Intendo dire che questi versi sono miei nella stessa misura degli altri. Altro che la versione esatta che si ricercava al ginnasio, che pure ricordo con disincantata nostalgia.

 

 

© Federico Cinti

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Pennellate di cielo

Pennellate di cielo. Si posa dovunque l’estate.

Una riga limpida l’orizzonte sospeso.

Sussurri di vita. Si celano antichi presagi.

Sogni di sogni negli echi di favole.

Ascoltano gli alberi. Languiscono al sole che avvampa.
Il verde dell’erba già ingiallisce di fieno.

L’autunno ormai bussa. Si stempera lieve nel fresco
che a tratti s’avverte la sera. Si confonde

nell’anima il ciclico ritorno di quanto è passato.
Distilla una musica, voce accennata appena.

S ’allaga l’ora, eternamente fissa, chissà come, chissà dove.

Fermarsi a contemplare la cupola cava del cielo sa già d’infinito, d’altrove. Quanto dura quest’attimo? La frenesia si stempera tra le voci arcane avvertite tra gli alberi inondati di luce. «Divina Indifferenza», la definirebbe Montale (Spesso il male di vivere ho incontrato, 6: in essa e per essa tutto esiste al di fuori di chi sente il fluire della vita. il velo cala sul confine indicibile e nell’azzurro si scioglie un’elegia, musica dimenticata tra la quotidianità delle nostre giornate così brevi, così stanche.
Pennellate nell’anima di un cielo simile a quello disegnato dai bambini, in cui l’azzurro è una striscia in alto e il sole un disco giallo che ride. In quell’immagine c’è il desiderio di ritornare a vedere la realtà per come veramente è e non nel modo in cui ce la impongono altri. La sfida, questa, cui si è chiamati quasi senza saperlo. Oltre la linea d’ombra l’indecifrabile senso dell’ignoto, cui spesso ci s’abbandona per poi ritrovarsi come dopo un lavacro di purezza. Scrollarsi di dosso il magma dell’ansia ha valore più che catartico: è tornare liberi dopo la coazione di una prigionia senza barriere.
Le pennellate di cielo saziano la fame d’aria che ci soffoca nelle corazze costruiteci addosso dalle inutili convenzioni cui ci si sottopone. Il ritmo del giorno sta nel suo ciclico cadere e ritornare, secondo il magnifico verso di Catullo: «il sole può cadere e ritornare» (carm. V 4). Anch’io allora seguo questo ciclo, seguo questo ritmo e mi ritrovo bambino.

© Federico Cinti
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