Nel cuore del poeta

 

Frulla l’idea. Nel cuore del poeta

ride il genio. L’immagine scintilla

alchemica del sogno. Un po’ di creta

nelle mani, nell’occhio la favilla

 

celeste di Prometeo: a stilla a stilla

ecco a un tratto l’essenza più segreta

spira di vita nella sua pupilla

chiara. L’anima ancora si fa lieta.

 

Antica vanità, la fantasia

blandisce il tempo. Nell’eterna urgenza

assorto sembra il volto nel miraggio.

 

La via procede, ricomincia il viaggio

di chi vede e non sa. L’indifferenza

impedisce alla vista ogni poesia.

 

 

ogni tanto penso di non essere io a scrivere. Altri già l’hanno detto, certo, e molto meglio di me; eppure, mi stupisco ancora di come un pensiero, un mio pensiero, possa diventare poesia. chissà, forse «possa» è troppo pretenzioso e sarebbe meglio sostituirlo con «ardisca». Non è il singolo a essere poeta, questo è ovvio, bensì i suoi lettori a riconoscerlo tale, anche se oggi pare piuttosto il contrario. A ogni modo, «frulla a un tratto l’idea» (G. Pascoli, Il cacciatore, 1) e la si deve cogliere, cui fa eco «il frullo che tu senti non è un volo, / ma il commuoversi dell’eterno grembo» (E. Montale, In limine, 5-6).

Ecco, avevo chiesto ai miei studenti di scrivere un sonetto. Pretesa troppo alta? Forse. Ma chi decide del limite altrui? Ci si deve pure inoltrare oltre la soglia, «vaghi già di cercar dentro e dintorno / la divina foresta spessa e viva» (Purg. XXVIII 1-2). La poesia si coglie dalla viva foresta di simboli, per parafrasare il buon Baudelaire, da quel tempio già neoplatonico che è la natura, fuori e dentro di noi. «Frulla» appunto «l’idea» «sulle soglie / del bosco» in cui non «odo / parole che dici / umane» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 1-4), sia essa o non sia «in su’l lito di Chiassi» (Purg. XXVIII 20), come il Paradiso terrestre.

Era solo la richiesta di un sonetto, come faccio con tutti i miei studenti delle classi nuove, nulla di più. La poesia è anche mestiere, non neghiamocelo. Leggerla non basta. A me non basta, almeno, per entrare nella fucina del poeta e non solo perché egli sia «un grande artiere, / che al mestiere / fece i muscoli d’acciaio» (G. Carducci, congedo, 19-21), bensì perché è inaccettabile che tutti si dedichino alla composizione di versi senza averne coscienza e contezza. Perché fruttifichi, il campo va arato, come suggeriva l’anonimo autore dell’Indovinello veronese, per cui «se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba». In fondo, «quando / amor ci spira, notiamo, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro andiam significando» (Purg. XXIV 52-54), ma solo se abbiamo l’umiltà di chiedere al «buon Appollo» di «farci del suo valor sì fatto vaso» (Par. I 13-14), perché veramente l’autore è un altro, è quel dio presente nella parola «entusiasmo», come sottolineava pure l’ovidiano est deus in nobis (Fasti VI 5), ripreso ancora da Berchet nella Lettera semiseria. A chi scrive l’obbligo del labor limae, usando gli strumenti dell’arte, cosicché «le nove Muse ci dimostrin l’Orse» (Par. II 9).

Anch’io ho fatto il mio compitino: ho scritto il mio sonetto sulle gioie e le pene del poeta. I miei studenti lo hanno apprezzato, quando l’ho proposto alla lettura. Ora attendo i miei piccoli poeti: attendo che anch’essi siano presi dallo stesso entusiasmo che ritrasformi l’otium in vero tempo libero da dedicare a se stessi, come Titiro confessa a Melibeo: deus nobis haec otia fecit (Virgilio, Eclogae I 6). Non resta che appassionarsi, riappropriarsi dell’ardore che investe da sempre lo studium. Io ci provo, tutto qui. Ci provo a non lasciarmi fagocitare. Il più è riuscirci.

 

 

 

© Federico Cinti

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Sulla tomba di Dante

 

Eri lì, a un soffio. L’anima mi tacque,

tenue nel turbamento. Nulla intorno,

solo il cristallo attonito delle acque.

 

Profondai dentro i secoli. Il contorno

una pietra scavata, assorto gelo

di vanità. Impossibile il ritorno.

 

Apparve e sparve nella nebbia un velo

d’inconsistenza, assorta nostalgia

scritta nel cuore, anelito di cielo.

 

Riposava il sospiro. La poesia

risuonava, eco antica, onda di mare

nella conchiglia tremula. Per via

 

il senso del perenne limitare.

su quella soglia meditai. Ti vidi

e non ti vidi più. Dolce sognare

 

quel tempo, quell’età. Pallidi gridi

oltre l’ultimo segno. Un’ombra vana

aleggiava insensibile tra i lidi.

 

L’ora fuggiva. A un tocco di campana

trasalii. Tu eri lì, ermo miraggio

d’inciampo: eri l’immagine lontana

 

dell’incessante fremere del viaggio.

Ero lì, dove adesso è il tuo tesoro

più autentico. Fu un raggio dentro un raggio,

 

fu l’immortale gloria dell’alloro.

 

 

Tutto è ancora così, com’era allora, tra l’azzurro di quel cielo e di quel mare, perché «Ravenna sta come stata è molt’anni», e così resterà in Aeternum, anche se «l’aguglia da Polenta» più non «la si cova» e «Cervia» più non «cuopre co’ suoi vanni» (Inf. XXVII 40-42). Tutto è ancora così, come tra il 13 e il 14 settembre 1321, quando il divin poeta, di ritorno da una missione in quel di Venezia, infermava di malaria e passava a miglior vita, anche se già allora era leggenda la fine tragica di Francesca la cui «bella persona / le fu tolta» con tanta ferocia e «il modo» per sempre «l’offende» (Inf. V 101-102). Tutto è ancora così, come nelle parole del cesare Giustiniano, nel cui ricordo l’azione folgorante dell’aquila imperiale, «il sacrosanto segno» (Par. VI 32), «poi ch’elli uscì di Ravenna / e saltò Rubicon, fu di tal volo, / che nol seguiteria lingua né penna» (Par. VI 61-63), anche se oggi non è più così in rigoglio «la pineta in su ’l lito di Chiassi» (Purg. XXVIII 20) da assomigliare al Paradiso terrestre di Matelda.

Eppure, la tomba del «ghibellin fuggiasco» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 174), su cui mai fu inciso l’epitaffio di Giovanni del Virgilio, «Theologus Dantes nullius dogmatis expers» etc., oggi, oltre all’abbraccio dei secoli, aggiunge quello dell’acqua dell’Adriatico e in esso «si profonda tanto, / che dietro la memoria non può ire» (Par. I 8-9). Su quella soglia mi fermai a contemplare il sogno dell’immortalità, quel Non omnis moriar (Orazio, carm. III 30 6) che riecheggia «nel cor, presente / come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, alexandros, 35-36). Nell’acqua, l’elemento primordiale, sta l’arca del padre della lingua, il vate dell’eternità. Un silenzio sovrumano attinge l’orecchio in quell’attimo assoluto. Davvero nulla è invano, nemmeno la morte. Nel procedere querulo del giorno non pensai ad altro. dante era lì, a un soffio da me, in quella rarefatta «corrispondenza d’amorosi sensi» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 30). Tutto mi fu più chiaro, all’apparire del vero. Indugiai, certo, forse come mai più e in alcun altro luogo.

Era, credo, la gloria dei poeti, come la rivide il buon Guido nel solaio di Villa Amarena, quasi verso il tramonto d’un memorabile giorno autunnale, così, «tre ceste, un canterano dell’impero, / la brutta effigie incorniciata in nero / e sotto il nome di Torquato Tasso» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, IV 34-36). Era, credo, lo stesso grido di disperato orgoglio di chi mai, pur meritandolo più di mille altri, avrebbe meritato l’alloro, per cui «sì rade volte, Padre, se ne coglie / per trîunfare o cesare o poeta, / colpa e vergogna de l’umane voglie, // che parturir letizia in su la lieta / delfica deîtà dovria la fronda / peneia, quando alcun di sé asseta» (Par. I 28-33). Non l’amato alloro, non l’epitaffio d’un amico, bensì solo l’ombra d’un nome nell’infinita azzurrità del mare, a un passo da dove «il ponte di legno / mette a Porto Corsini sul mare alto / e rari uomini, quasi immoti, affondano / o salvano le reti» (E. Montale, Dora Markus, 1-4). Fui lì, certo, a un soffio, con in testa l’alloro di Dante.

 

 

 

© Federico Cinti

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Giorno d’agosto

 

Assorto il giorno a un soffio di velluto

galleggia. Tutto è immobile: il cammino

in faccia al sole sembra ormai perduto.

 

Ubriaco di luce aurea, il giardino

languisce a un tratto. Voci sulla via

insistono su un vuoto sibillino.

 

Antiche vanità di nostalgia

medita il cuore stanco. In qualche sbaglio

esiste una possibile armonia.

 

Laggiù, solo al di là del vitreo abbaglio

cade il velo invisibile: il segreto

ha senso, si spalanca lo spiraglio

 

impalpabile. Un dolce riso lieto

offre alla vista ciò che sta sepolto

nell’anima. Ovunque si fa inquieto

 

il raggio senza limiti, in ascolto.

 

 

Un soffio obliquo «il sole / in fasce polverose» (G. Pascoli, Patria, 7-8) già di fine agosto, in quel sogno infinito – o indefinito? – che è l’estate. Un incantato stupore, ecco, non molto altro, in questo mare di luce dorata. Inesorabile è il tempo che ci trascorre e trascolora. Non so, ogni volta me ne sorprendo, perché scopro qualche cosa di sempre nuovo in ciò che è sempre uguale. Evocazione e unicità in una fusione che si dà, nonostante la nostra pur misera presenza. Una sorta di eco di un’eco, come ritrovo nelle poesie in cui mi capita d’inciampare ogni volta che le leggo. In quel «sempre un villaggio» (G. Pascoli, Romagna, 1), incipit di una delle prime liriche che ho imparato a memoria, in terza elementare, non posso che risentire due luoghi leopardiani, l’abbrivio dell’Infinito, «sempre caro mi fu quest’ermo colle», e Il sabato del villaggio. Per non parlare dell’«azzurra visïon di San Marino» (Romagna, 4), debitrice chiaramente delle sfumature celesti delle Ricordanze.

Era così l’estate, in un silente guizzo di luce, «dentro il meridïano ozio dell’aie» (Romagna, 16), quella sospesa intercapedine che altri avrebbe definito «meriggiare pallido e assorto» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 1), davanti al miracolo avveratosi, mentre «la mente mia, tutta sospesa, / mirava fissa, immobile e attenta / e sempre di mirar faceasi accesa» (Par. XXXIII 97-99). Solo in questo stato di grazia eccezionale, «a mezzo il giorno, che de le grandi querce a l’ombra stan / ammusando i cavalli e intorno intorno / tutto è silenzio ne l’ardente pian» (G. Carducci, Davanti san guido, 52-56), può cadere il velo di Maya, si può attraversare la linea che separa il fenomeno dal noumeno e accorgersi che «nel suo profondo», proprio lì, «s’interna, / legato con amore, in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87). Così si può ammettere l’epifania in cui «non bava / di vento intorno / alita» (G. d’Annunzio, Meriggio, 6-8).

 

 

 

Ascolto, tutto qui, quel che succede intorno, nel giardino che circonda casa in un verde che già desidera biondeggiare. È uno stato di grazia, un sollievo dell’anima, come un fiore che spunta inconsapevole. Ogni cosa si dà in questo momento così leggero, in questo evanescente pomario in cui «tolgo e mordo il frutto avventurato / e mi pare di suggere dal frutto / un’infinita pace, un bene, un tutto / tutto l’oblio del tedio e del passato» (G. Gozzano, Il frutteto, 65-68). È l’estate che va, che va e declina a poco a poco impercettibilmente. E io con lei, non dubito. È soltanto il sogno di un’eco che si ripete infinite volte, «nella cava ombra infinita» (G. Pascoli, Alexandros, 59). Ascolto, tutto qui, senza null’altro fare, nell’ora che s’approssima al crepuscolo e che beve le voci lontane in un azzurro siderale.

 

 

 

© Federico Cinti

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Auguri ad Anna

 

Attesi sulla via. Di nuovo il giorno,

nulla dintorno, proprio come ieri.

Nel sogno c’eri, ma smarrii il ritorno.

 

Aureo contorno, pallidi sentieri,

ricordi veri, pure tu lo sai,

opachi ormai, indicibili pensieri.

 

Canti sinceri quelli che cantai,

che conservai nel tempo che divora.

Ho in mente ancora ciò che ti donai.

 

Io lo imparai: era l’alito dell’ora.

 

 

 

Un tuffo nei ricordi, nulla più, nelle parvenze – me lo si conceda– di «colüi che sognando vede, / che dopo ’l sogno la passione impressa / rimane, e l’altro a la mente non riede» (Par. XXXIII 58-60), in un giorno così particolare. Un viaggio all’indietro, eppure senza ritorno, simile a quello di Orfeo per la sua Euridice. All’interno di sé, nel proprio petto, come nel cuore della terra. Ma mai volgersi indietro: questo lo s’impara un po’ per volta a proprie spese. A me almeno è capitato così. Echi di echi, in cui s’ «ascolta nella cava ombra infinita / le grandi querce bisbigliar sul monte» (G. Pascoli, Alexandros, VI 59-60).

Nel tempo che scorre inesorabile ci si sente, «dopo il naufragio» – leopardiano? – «un superstite / lupo di mare» (G. Ungaretti, Allegria di naufragi, 4-6). Ripensare a quella piazzetta che obloquitur numeris septem discrimina vocum (Virgilio, Aeneis VI 646), oggi, fa un certo effetto. Eppure, piazza San Michele, nei pressi di Casa Rossini, dove abitava il grande pesarese, beh… fa un certo effetto. Non so più nemmeno quante volte ci sono passato e quante volte, ancora, ci passerei, se me ne fosse data la possibilità. Un luogo incantato, perché luogo della memoria, della mia memoria. Le lancette dell’orologio, del mio vecchio orologio, si sono fermate allora. Lo ammetto così, con un moto di triste meraviglia, ma forse nemmeno troppo triste.

 

 

 

Va bene così. Si tratta solo di non perdere il passo nella corsa. L’impressione che ho, adesso, è di vedere tutto come di lontano, nel film in cui l’attore è un altro. registro, non c’he che dire. Mi rivedo da fuori, in quei luoghi, immerso in quei pensieri. Ogni età ha i propri riti, i propri luoghi. Ora ne sorrido, certo. Il resto non conta più, anche se sono qui a parlarne, come mi capita dopo l’ultimo libro che ho letto. L’impressione è vivissima, tanto che ce lo si sente addosso. Ma va bene, va bene così. Altri forse ne parlerà meglio di me, anche se i nomi non saranno quelli che ho in mente io. Perché in fondo, in una ricorrenza come questa, nulla si può dare per scontato. Lo ripeteva spesso il nostro professore di latino, Novello Baldoni, che qui evoco perché tanto so che non legge, che ognuno ha ciò che si merita. Oggi lo posso affermare con una certa tranquillità pure io: homo faber fortunae suae. Ma ci sta, perché il nostro dialogo non termina qui, come non termina la mia corsa. E questo giorno pure passerà, come gli infiniti altri in cui ci sarà dato ritrovarci, anche solo per poco, come alla fine di una pagina.

 

 

 

© Federico Cinti

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Nel giorno del mio onomastico

 

Fragile la vertigine, sul viso

eterno il tempo assorto sul sentiero

dell’attimo fuggente in un sorriso.

 

Eco lontana, l’ansia del mistero

rade lo spazio, sibilo di vento

invisibile all’alito leggero.

 

Caducità impalpabile, il momento

ora tenue si compie sulla via

carsica, orma dopo orma, a lume spento.

 

In bilico un’azzurra nostalgia

nell’anima, ricordo di quel giorno,

tu aulente sospirare d’armonia,

 

io in attesa dell’ultimo ritorno.

 

 

 

Ha ragione il mio amico Paolo. Stamattina gli ho suggerito che era il mio onomastico e, stupito come solo lui sa essere, mi ha chiesto: «Ah, è san Cinti?». Non ho potuto che convenire con lui. Anche perché ormai si è fatto appuntamento topico questo famoso 18 luglio. Ho iniziato quasi per gioco, qualche anno fa, a ricordarlo agli amici. Poi, a poco a poco, adesso sono gli altri a fermarmi e a farmi gli auguri. Fa piacere, intendiamoci. Fa piacere che si ricordino di te anche nel periodo torrido della «Canicola» che «stampa sopra uno scalcinato muro» la loro ombra scura (E. Montale, Non chiederci la parola, 7-8). Mi pare una sorta di epifanica rivelazione nel cuore dell’estate.

Tutto è poesia, non è certo necessario ripeterlo ogni volta. Si coglie nell’aria, negli occhi delle persone che ci circondano, ignari compagni di viaggio. E chi non la coglie, beh… pazienza: vive lo stesso nell’incoscienza dei giorni e delle occasioni. La linea di demarcazione è sottile, impercettibile. Chissà, forse è proprio quella la quint’essenza di cui parlavano prima di scoprire che gli elementi erano ben più di quattro. Qualcuno ci crede ancora, ma è giusto così. Ho conosciuto pure chi, ridendo, sosteneva che gliela raccontavano che la Terra è sferica, al pari della signorina più famosa della letteratura cui «han detto che la terra è tonda, / ma lei non crede» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, V 21-22).

Nel giorno del mio onomastico non ho poi fatto cose straordinarie, come avrei voluto. In un lucido lunedì di metà luglio tutto si compie, come in un rito atavico, come in un ennesimo, ultimo ritorno. Credo sia normale non pretendere altro che avvenga quanto deve avvenire. Agli altri li lasciamo gli sbagli di natura. Che, lo sappiamo, rendono il tutto così particolare, ma solo perché inattesi, inaspettati. La ricerca del veggente che cerca in ogni modo la sregolatezza di tutti i sensi mi pare fuori luogo, se «l’impresa eccezionale / è essere normale» (L. Dalla, disperato erotico stomp). Anch’io ne sono convinto. Così è andato il mio onomastico. O, meglio, dovrei dire che sta andando: «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20).

Qualcuno manca sempre all’appello di chi vorresti ti facesse gli auguri, ti pensasse un po’, e non lo fa mai. va bene: ne prendiamo serenamente atto. In fondo, il senso finisce per trascenderci. Mi farò vivo io, in qualche modo. Comunicare è anche questo, mettere appunto in comune quel che si ha con chi si desidera. Il mio santo ha testimoniato la verità. Niente di più. La vita stessa significa attestare la volontà d’esistere, ma non come l’intendeva il famoso Arturo che qui non dico. Si va al di là, perché nella fusione del tutto sta l’unità, perché «nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87). Altroché divagazioni filosofiche sull’inconoscibile: «la parola che squadri da ogni lato» esiste eccome, se volessimo ascoltarla. I poeti, in fondo, sono pure un po’ questo, come i santi. Ecco, aveva ragione stamattina Paolo e lo ripeto col sorriso: oggi è san Cinti.  

 

 

 

© Federico Cinti

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Ecco il solstizio anche quest’anno

 

E il sole si fermò di nuovo un poco,

come ogni volta. Aeree le cicale

cantarono all’unisono per gioco,

eternità d’un atto rituale.

 

Sostò il sole, sigillo siderale,

orma di un’orma impressa a vivo fuoco:

le vie, le case, gli alberi, il crinale

sibilarono a un soffio aureo di croco.

 

Tutto fu già come già fu. Nel giorno

infinito danzarono le fate

tra loro in un’onirica distanza.

 

Interstizio d’azzurra lontananza,

urgente soglia all’incipiente estate,

mutò il tempo nel ciclico ritorno.

 

 

Tutto si fa possibile nel giorno del solstizio d’estate. Si ferma il sole, non c’è dubbio, sul filo azzurro del cielo, mentre in coro antichi poeti trasformatisi, ora e per sempre, secondo il mito platonico, in cicale annunziano l’incantesimo. Le fate popolano, come nella nostra fantasia di bambini, questa sospensione nel tempo e nello spazio. ci si accoccola allo spettacolo, mentre i «fratelli ulivi» (G. d’Annunzio, La sera fiesolana, 29) attendono la sera e la sua pace. uno dei momenti più belli dell’anno, del ciclo cui ci è dato assistere nella piena gratuità della natura. E le cicale continuano a frinire, figlie dell’aria sulla via corrente.

 

 

 

Nella distesa siderale il sole si fa sigillo, emblema di un tempo fuori del tempo, di uno spazio immoto e immobile. Resta nel suo splendore a ricordarci il passaggio a un altrove, a una costante e inesorabile metamorfosi. questo è il senso del tutto, sempre diseguale nella sua similarità. Non si ritorna indietro né si procede: siamo nel punto morto dell’universo, abbiamo trovato il varco attraverso cui attingere al volto ultimo delle cose, «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 46), perché «nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87).

 

 

 

Eppure, di nuovo e sempre, le fate di Titania tornano a colorare i sogni di chi non si rassegna a credere che la realtà sia quella che si vede. Un sogno, certo, un volto che rimane dentro l’anima e ascolta i nostri pensieri, che scruta i nostri desideri, perché siamo veramente un pulviscolo di stelle coagulato in un cuore pulsante. Questo è il tempo dell’estate, della sospensione, della vacanza. Nulla più che questo. Da bambini era l’attesa di un respiro lungo mesi, alla fine della scuola. Ora è il sogno che dà sostanza alla nostra vita nel tepore di lunghe giornate in cui il sole ci accarezza.

 

 

 

© Federico Cinti

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Saluto a Luigi

 

Lieve il soffio del giorno, ali nel vento,

un sibilo invisibile oltre il velo

indicibile il palpito di cielo:

già fu quell’ora, rapido momento.

 

Infinita la via, pallido evento

passare indenne il torbido sfacelo,

assorto più d’un fiore sullo stelo:

zampilla il senso, antico sentimento.

 

Zone d’ombra nell’anima, sussurro

assopito nel cuore. Tutto resta

greve d’intorno sopra il nero suolo.

 

Lassù un canto di luce, lassù un volo

inatteso nell’ora della festa,

abbracci di vertigine e d’azzurro.

 

 

Un saluto, l’ennesimo. Ritrovarsi di nuovo sulla soglia che separa l’ombra dalla luce. Una soglia, appunto, un confine labile da oltrepassare oltre la piccolezza del nostro essere finito. Una strana sensazione, come di già visto e già sentito, un’atroce afa, nonostante la primavera inoltrata. Ero lì, in una solitudine fatta di persone, note e ignote, accomunate dalla necessità di testimoniare che la vita va oltre quel termine. In fondo, stiamo «studiando per l’aldilà», chissà, forse «un fischio, un segno di riconoscimento» (E. Montale, Avevamo studiato per l’aldilà, 1-2).

 

 

 

La via procede, non v’è dubbio, anche se è difficile scorgere sempre qualche cosa oltre le nuvole. L’azzurro esiste comunque. Io me lo immagino, quell’azzurro intendo, come negli affreschi di Giotto: «credette Cimabue tener lo campo / ne la pittura, ma ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura» (Purg. XI 94-96). Sarà questo il senso della fama e dell’azzurro, mescolati assieme. La memoria mantiene vivo ciò che ci sembra scomparire alla vista. Eppure, mi pare che non sia così. Tutto resta nei tetri contorni delle parole, immagine dai contorni che sfocano a poco a poco e svelano il significato più profondo della ricerca. Anche il sogno è così, mostra e rivela. Su quella linea d’ombra s’è parso d’intravedere qualcosa. Non era rito, no, ma vita.

Aveva ben donde il buon Orazio a cantare che non omnes moriemur (carm. III 30, 6). E pensare che Didone aveva gridato, in preda alla follia, proprio moriemur innupta, / sed moriamur (Aeneis, IV 619-620), seguito dalla Saffo di Leopardi «Morremo. Il velo indegno a terra sparto / rifuggirà l’ignudo animo a Dite» (Ultimo canto di Saffo, 55-56)! Le opere buone rimangono a parlare di noi, in chi ci ha conosciuto. Non è vero che nulla è invano. Così almeno mi sembra, di fronte al cielo azzurro che spiccava tra i palazzi. Del resto, in quel luogo, il Fossolo di Bologna, mi sentivo più che a casa. Me lo dicevano gli amici e i conoscenti.

Anche Chiara era triste, certo, ma serena. Salutava suo padre. So bene come ci si sente in quei momenti. Quando ci salutò il mio mi sembrava che quell’azzurro mi si frantumasse addosso. È stato un po’ rivivere quei momenti. Istanti di vita, certo, di tempo che sembra passato, ma non passa mai. ce lo si sente addosso ogni volta, nelle pieghe dell’anima. Mi sono riconosciuto a un tratto, così, «docile / fibra dell’universo» (G. Ungaretti, I fiumi, 30-31). Questo in fondo siamo, questo dobbiamo essere. Poi il rientro, i pensieri, le emozioni. Nulla è mai invano, lo ripeto.

 

 

 

© Federico Cinti

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Inconfessabile segreto

 

Fu solo un sogno? Candida di neve

un’ebrezza nell’anima. Sorrisi.

Con te mi ritrovai, nel tempo breve,

ora per ora. Ardui echi di narcisi,

 

soave melodia. Mai più divisi,

indicibile gioia lungo il greve

cammino. Non voragini, non crisi

ha il cuore in festa, ma una pace lieve.

 

Esuli fummo, siamo noi sul greto

tacito. Inesorabile si muove

antico il fiume. Tenue smarrimento

 

misto d’ombra e di luce. Fluire lento,

abbaglio tra realtà già vecchie e nuove,

il nostro inconfessabile segreto.

 

 

In questi giorni tutto sa di nuovo. Non so, è come se me lo sentissi addosso, anche se di per sé viviamo ogni primavera nella sua dimensione di ciclico ritorno. È da sempre così, dacché almeno mi ricordo. Ci si sente rinascere qualche cosa dentro «e piove in petto una dolcezza inquieta» (E. Montale, I limoni, 17), un fremito lontano, perché fuori del tempo. Un brivido, ecco, scuote la terra e l’anima, come dopo lo sciogliersi delle nevi, quando i fiumi ingrossano e debordano dalle rive. In quella distesa candida di neve, ci tengo a confessarlo, ritrovo l’intima essenza di giorni senza età, perché in effetti erano così, di una leggerezza indescrivibile.

Chissà, l’azzurro, il tepore dell’aria, i colori dei profumi tutt’intorno. In ciò si misura quel che si vive una volta sola, senza un prima né un poi. Non vi è un istante uguale all’altro, checché ne dicano i filosofi. Si procede indifferentemente tra l’essere e il non essere. Questo, forse, l’unico senso che so trovare alla distesa dei giorni che si ripetono immobili, senza che «la morte / si sconti /vivendo» (G. Ungaretti, Sono una creatura, 11-13), senza il pianto di niobe tra l’infinito e il nulla. Il resto rischia di perdersi in elucubrazioni senza senso.

 È il flusso dell’eterno scorrere, lungo cui si cammina senza quasi accorgercene. Immagini, certo, visioni ancestrali e ataviche, «quasi d’un fiume che cercasse il mare / inesistente, in un immenso piano: / io ne seguiva il vano sussurrare, / sempre lo stesso, sempre più lontano» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 13-16). Siamo su quella riva a chiederci il perché delle cose, dentro e fuori di noi, mentre non ci accorgiamo di essere parte della corrente che va, nonostante tutto, nonostante la nostra coscienza. Eco di un’eco in noi, tutto qui, nello specchio in cui dovremmo ritrovarci e riconoscerci.

 

 

Eppure, proprio in quello specchio d’acqua riaffiora il volto che non conosciamo, che non afferriamo compiutamente. in quella visione ritorna ciò che noi siamo davvero, l’inconfessabile segreto che ci portiamo dentro. Chissà, la curiosità di sapere cui ci avviciniamo per asintoto. Ci si prende per mano nella nostra ricerca. L’amore guida questo tratto impervio che si percorre per cogliere quell’attimo d’indefinibile felicità. Così rinasce in noi il fiore che ci salva, rinasce in noi la primavera che ci pareva perduta per sempre tra le brume iemali. Dal candore della neve il sorriso di chi sa completare questo infinito anelito a ritornare nell’originaria fusione dell’endiadi. E in quel fiore ci siamo tu e io insieme.

 

 

 

© Federico Cinti

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Al mio amico Luigi

 

Assorta vacuità, la notte oscura

lampeggia di deliri sovrumani:

urta alla porta un vento di paura

in un attimo e ieri è già domani.

 

Galleggia il tempo, il capo fra le mani

intuisce il senso: sulla terra dura

esile il filo di ricordi vani

sa di vita, di morte, gioia impura.

 

Passa la nave, pullula il frangente

onirico dell’anima, lo scoglio

s’inabissa (o riappare?) all’improvviso.

 

Il varco si dischiude al paradiso:

tutto qui fu e non è. Candido il foglio,

ombra orma della via, ritorna niente.

 

 

mi è venuto così. Avrebbe voluto essere un ritratto, il tuo ritratto. Forse non ti ci rispecchierai, ma di meglio non sono riuscito a fare. Sarà il tempo, aggiungici pure lo spazio. questo ci resta di tante fantasie, come se potessimo conoscere sul serio ciò che è al di fuori di noi. Ma come può essere, se non conosciamo nemmeno che cosa ci sia in noi? Di notte almeno anche i nostri sogni tornano a essere reali. Al di là del sipario il varco della fuga, del senso della finitudine umana. Nel sogno tutto è falso e tutto è vero, inestricabile intersezione di piani che vanno in scena in apparenti contraddizioni d’armonia. In quel momento la bussola impazzita di Montale indica la via. Si chiama libertà di esprimere gli infiniti mondi possibili. Ma dov’è la linea che separa, il confine che divide? Tutto è languore prima e dopo lo spettacolo, per parafrasare maldestramente Ungaretti.

Avrebbe voluto essere il tuo ritratto, Luigi. La vertigine del sogno ti coglie, tutto a un tratto. È una febbre, un bussare improvviso a invisibili porte. Tu stesso dici che le parole sono nere nella loro dimensione più sacrale. Solo così è possibile rappresentare le contraddizioni dell’apollineo, dell’apparente razionalità in cui pensiamo di vivere agire pensare. Solo quando inciampiamo nella nostra ombra, nell’ombra di Dioniso, solo allora, tu lo sai bene, scorgiamo qualche spiraglio di senso. È il bussare del Commendatore, è il «rovaio che a notte urta le porte» (G. Pascoli, I gattici, 11) e scava nelle profondità del buio. Ma tu già conosci, Luigi, il rovello della notte insonne a scandagliare nella voragine del cuore.

 

 

 

In quel momento nasce l’esigenza di scrivere, di lasciare un segno indelebile. Nulla è invano, lo sai bene. me lo ripeto pure io. Nulla è invano in quest’inesausta ricerca. Solitaria, chissà, tra tanti compagni di viaggio che via via si trovano, prima spaesati, poi come a casa. A me, penso d’avertelo confessato, è capitato così. E non solo a teatro, il tuo elemento naturale. Ci si era conosciuti per sbaglio, sempre ammesso che esista o che vada ricercato, come unica via di fuga, di salvezza. Di notte, sì, sempre di notte, quando la luce non disturba i pensieri. Solo in quel momento si ridesta in noi il bisogno di vedere un’altra luce. In quel brancolare nel labirinto un filo tenue di speranza ci riporta all’esterno. È solo il volto in cui non vogliamo specchiarci a rendere tortuoso il nostro percorso. Era d’estate, quando il tepore fa sfumare in una dimensione siderale il giorno.

Scrivere, Luigi, nulla di più. Ti immagino con la penna in mano, davanti a un foglio bianco su cui tracci le orme del tuo essere. È un cerchio che corre all’infinito, ideale spinta alla luce che salva. Tutto sta nel vincere la paura di noi stessi, forse in noi stessi. In questo il tuo teatro si fa esperienza unica e irripetibile, anche quando paiono farneticazioni di un mondo irrisolto. Siamo chiamati a rappresentare, non a risolvere. Mi ci metto anch’io, vedi? Mi hai posto al timone della barca che va quasi senza nocchiere verso un porto che non conosce, ma che troverà. Non so se io abbia compreso tutto, ma non importa, se il viaggio è vita di per sé. Anche la pagina bianca diventa percorso da intraprendere.

 

 

© Federico Cinti

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Orma di cielo

 

Velo inquieto di nuvole, lontana

orma di cielo. Un senso d’abbandono

resta tra i fili e i panni stesi, vana

rimembranza d’un giorno. Ombra di suono,

 

eco di ciò che adesso più non sono.

Indicibile ascesa la profana

beatitudine, vero, eterno dono

atteso in cui ora il senso si risana.

 

Caducità dell’attimo, nel vuoto

il tempo sa di un’ansia mai sopita.

Anche volgersi è inutile: la via

 

ritorta è solo vacua fantasia.

Tu splendi, chiara immagine infinita,

in me, tu etereo volto dell’ignoto.

 

 

non c’è nulla da fare: ce lo si sente addosso. Sì, proprio così, come se cadesse a un certo punto un’orma di cielo. Tra le nuvole uno squarcio d’azzurro. È come il senso delle cose: lo si cerca ogni istante e poi lo si trova nel dettaglio, nell’angolo più remoto, quasi senza volerlo. A me, almeno, capita così. Ritrovai per caso un’immagine simile tra le carte altrui, e vidi «in cielo bianchi lastricati / con macchie azzurre tra le lastre rare» (G. Pascoli, Il miracolo, 2-3). Ecco, il cielo che si fa specchio della terra, connubio senza fine sulla linea dell’orizzonte. Ed è così che ci si ritrova a contemplare la via trascorsa e quella ancora da compiere. Il velo si apre a un tratto ed emerge la verità.

Si capisce di non essere più quelli di prima. Euridice già lo sa che Orfeo non resisterà. Ma volgersi indietro è un atto necessario. Vedere o non vedere non importa: l’acqua resta sempre trasparente, specchio o non specchio che sia. Occorre prenderne coscienza il prima possibile. e aprile è così, il mese forse dedicato ad afrodite, alla ripresa del tutto, perché «diffugere nives, redeunt iam gramina campis / arboribusque comae» (Orazio, carm. IV 1-2): non vi sono più nevi tutt’intorno, rinverdiscono ormai le erbe nei campi e sugli alberi le chiome. Nulla più che la ciclicità del tempo che ci riporta a ciò che eravamo: volgersi indietro diventa inutile. Le lenzuola appese ad asciugare sembrano adesso tanti fili su cui scrivere ciò che non siamo più.

 

 

in quest’epifania di luce chiara, ecco, un volto a dare senso al tutto. Un volto e un nome, certo, un’immagine fuori del tempo in un’epoca senza tempo, in cui l’hic e il nunc coincidono. Gli antichi a priori kantiani s’annullano sulla retta dell’eternità. Nulla è più come prima, nulla sarà più come adesso. Il labirinto procede e si sdipana e di quel filo, «viluppo di memorie» (E. Montale, In limine, 4), sono io che «ne tengo ancora un capo» (E. Montale, La casa dei doganieri, 12). Forse basta così ad attingere alla «carrucola del pozzo» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 1). Narciso ritrova se stesso, mentre Euridice non si perde più. Un’eco antichissima richiama il desiderio di fondersi completamente nell’altro, appunto in quel viso di luce chiara tanto amato (o tanto amata?). ancora s’avverte il bisogno e si ripete, come allora e come sempre, «da mi basia mille, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, deinde centum» (Catullo, carm. V 7-9). È forse tutto qui il senso di questo scrivere, per dirti solo che vorrei baciarti.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati