Consigli di Marziale a un suo amico (X 47)

 

È questo, mio carissimo Marziale,

a renderci la vita più felice:

ereditare soldi, non sudarli;

campi fertili, stufa sempre accesa;

mai cause, rari impegni, mente quieta;

vigore liberale, corpo sano;

saggia semplicità, vere amicizie;

banchetti in compagnia, cibi senz’arte;

notti non ebbre, libere da affanni;

amori non amari, eppure onesti;

sonni capaci d’abbreviare il buio;

essere ciò che si è, non volere altro;

non temere la morte e non bramarla.

 

 

Mi sono trovato a discettare, e con grande piacere pure, con i miei studenti, l’altro giorno, riguardo a questo epigramma di Marziale (X 47). Riporto ovviamente la mia versione; altrimenti, che gusto ci sarebbe? Non ho saputo resistere alla tentazione di rendere questi bei faleci, anche se qualcuno sostiene ancora l’impossibilità di tradurre, quasi che si facesse per vezzo o per necessità. Non so, discorsi oziosi: è così bello buttarsi nella mischia, lottare con l’autore e alle volte avere pure la meglio. Oh, non voglio certo paragonarmi all’indiscusso maestro dell’arte epigrammatica! Mi diverto, tutto qui, e imparo qualche cosa.

Imparo, sì, perché nel dialogo con Giulio Marziale, l’amico cui indirizza questo breve carme, il più famoso Marco Valerio Marziale indica la ricetta sicura della felicità. Pochi punti, essenziali, attualissimi ancora. Lo sforzo è minimo, sostiene il povero cliens a chi porta il cognomen uguale al suo. Oh, potrebbe pure essere che, nella finzione, sia poi un suo alter ego. Parlare con sé allo specchio è una vecchia pratica che precede il lettuccio dell’analista, anche se non con la stessa soddisfazione.  Questo lo dico io, ovviamente, che continuo a riflettere sui riflessi d’acqua pura, argentea. Sì, lo so: è un’altra storia, ma me la si lasci almeno accennare. Prima o poi la riprenderò come si deve e, se mi sarà consentito, anche dove si deve.

Ammetto che in circa venti secoli le cose non sono poi cambiate più di tanto, anche se Marziale è abile a nascondere dietro ogni ingrediente della felicità quel che gli manca e che non avrà mai. chissà, forse perché non si può avere in assoluto nulla di ciò che si desidera. Siamo alla costante ricerca di ciò che non possiamo avere, come i paladini e le dame di Ariosto nel magico palazzo di Atlante. non so, anche questa è una pagina cui non riesco a non pensare: tutti, a un certo punto, si ritrovano nello stesso luogo a inseguire una cosa diversa, l’oggetto del loro desiderio. Appena credono d’aver trovato quel che più bramano, come per incanto, scompare e ricomincia la corsa. Ma non è proprio così quello che ci succede? Ariosto, un genio che valica i secoli. Come Marziale, non c’è che dire. Facile parlare a Giulio di quel che si deve fare per essere più felici. E lui lo fa? Secondo me vorrebbe, ma è più facile dire agli altri che cosa si deve fare. Oggi mi pare proprio la stessa cosa. A me, almeno capita così, come afferma il conte Leopardi parlando della noia. Ma qui scantono di nuovo e non è davvero il caso.

Insomma, per i più dotti, riporto pure il testo originale:

 

 

Vitam quae faciant beatiorem,

Iucundissime Martialis, haec sunt:

Res non parta labore, sed relicta;

Non ingratus ager, focus perennis;

Lis numquam, toga rara, mens quieta;                            5

Vires ingenuae, salubre corpus;

Prudens simplicitas, pares amici;

Convictus facilis, sine arte mensa;

Nox non ebria, sed soluta curis;

Non tristis torus, et tamen pudicus;                            10

Somnus, qui faciat breves tenebras:

Quod sis, esse velis nihilque malis;

Summum nec metuas diem nec optes.

 

 

Se la traduzione apparisse troppo libera, non c’è difficoltà alcuna: era proprio così che volevo che fosse. In fondo, la traduzione è mia, il testo originale di Marziale. Questioni poetiche, non altro. Lo si è sempre detto che la lettera uccide i testi. Sforziamoci a leggere anche quel che non c’è scritto; anzi, soprattutto quello dobbiamo cercare e trovare. Altrimenti, che gusto c’è a leggere e a non comprendere? Anche questo dicevo ai miei studenti, poveri destinatari di un mio soliloquio. Già, perché nelle mie lezioni finisco sempre a parlare con me stesso e con gli autori che mi si pongono davanti. Triste destino avere la compagnia dei grandi lungo il proprio cammino. Ma credo proprio si siano abituati, i miei studenti intendo, a sopportare le divagazioni di un autore alla ricerca dei suoi personaggi.

 

 

 

© Federico Cinti

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Auguri a Gabriele

 

Grevi le nuvole dintorno. Il cielo

azzurro un pallido ricordo. Il cuore

bussa a invisibili porte. Più nulla

resta di ciò che fu. La pioggia grigia

intride l’anima d’un senso a volte

evanescente. Attendere, il cammino

lungo la soglia. L’ora distilla

e fugge via dimentica. Che cosa

cerchiamo? L’impossibile si trova

a portata di mano? Un’illusione

misura il tempo. Instabile l’andare

avanti, ancora, sempre. eppure, adesso

si deve. Un piccolo sorriso aiuta

tutti. Oltre il limite la festa, il volto

amico di chi vive nel domani.

 

 

 

In questi giorni così cupi, così freddi, la pioggia impregna greve tutto quanto, anche l’anima. Da dietro i vetri nulla muta mai, persosi forse chissà dove. È dentro, nel caldo così tanto consolatore che si cerca un momento di pace. Non si dà per scontato il sogno dell’azzurro, lieve battito d’ala a un tepore inaspettato. Nella consuetudine ogni cosa si trasfigura e smarrisce il suo significato. Inutile cercarlo o surrogarlo. Si prova solo a resistere, come e quanto si può. La vicinanza fisica di coloro cui si vuole bene inverte il paradigma e scioglie gli enigmi.

Ecco, in questo nostro ricominciare una parvenza di normalità, sembra riaffiorare un grande sogno. Nei luoghi consueti tutto si rende possibile, anche quello che ormai ci pare lontano e irraggiungibile. Una festa, un giorno particolare, lo sappiamo, si fa motivo di un sorriso. Per questo ci tengo tanto a non dimenticare nessuno dei miei cari compagni di viaggio. Sarebbe stato il 22 gennaio, ma il tempo alle volte scivola inconsapevolmente. Gabriele mi perdonerà dei giorni di ritardo a cui mi affaccio con gli auguri al suo natale. Resta, comunque, la festa da compiere, magari il primo attimo disponibile.

Il resto può anche scorrere, secondo quanto diceva il più famoso efesino della storia; tanto, lo sappiamo, non ci si bagna mai nello stesso fiume due volte, anche se la guerra è madre di tutte le cose, «filosofando pure sui perché», tanto per citare pure Francesco Guccini. Strane alchimie, le citazioni, fusioni dalle affinità elettive. In un momento in cui tutto trascolora, anche questo distilla nel cuore, eco e ombra di un’epoca in cui ci si sentiva alle soglie della propria indipendenza. Io la vissi così, come ora la ricordo, lontana, eppure in me e con me. Strana dolcezza, adesso, ha la memoria, in cui tutto si fonde in un raggio di luce.

 

 

© Federico Cinti

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Bologna sotto la neve

 

Giace la tacita neve. Nel cuore

il senso attonito di questi giorni.

Nulla nell’aria si sente, antica

eco di un’eco, timida carezza

viva nell’anima. Dolce il bagliore

riluce all’estasi. Si rasserena

ancora, come quando si era bimbi

fragili, l’occhio innanzi al mondo nuovo,

armonia di un miracolo che adesso

rinasce. Dolce anelito di un sogno,

oggi, che si perpetua in mezzo a trine

labili, inafferrabili. di nuovo

fiorisce in noi la gioia della festa

inattesa, così, dal cielo lieve.

 

 

Che bella la città tinta di neve! Non un rumore intorno, non un suono: in candide pennellate di leggerezza si rinnova tutto, fuori e dentro di noi. Ogni volta, davanti a questo stupore, si ritorna bambini. Io, almeno, torno come quando, bambino, rimanevo dietro il vetro a fissare per ore il lento cadere dei fiocchi nella convinzione che, guardando all’infinito, non avrebbe mai smesso. Non solo io: tutto sembra fermarsi ad ammirare uno spettacolo fuori del tempo, di soavità infinita. Il mondo veste un soprabito di candore, mentre il caldo buono della casa abbraccia anche l’anima. Lontani i colli sembrano più alti, simile al Soratte che Orazio canta in una delle odi che preferisco, la IX del primo libro, per il silenzio che crea e in cui riesco a sentirmi altrove, eppure qui, solo con me stesso.

In questa sospensione senza fine avverto echi lontani, «come di neve in alpe sanza vento» (Inf. XIV 30), parole che s’adagiano appena nell’anima e riaprono mondi. Gli occhi vedono quel che altri hanno dipinto attingendo a una tavolozza che rivivifica ogni volta nella potenza evocatrice. Questo, forse, è non fermarsi all’apparenza, al nudo dato empirico. Mi sembrava di volare sui versi di Pascoli, quando i passeri e la rondine si parlavano di lontano nelle loro lingue ignote e il poeta concludeva, rivolto a chi era emigrata in terre remote, «ma non sai la gioia / –scilp– della neve, il giorno che dimoia» (Dialogo, 41-42).

Si vede semplicemente con gli occhi degli altri. All’epoca non capii la Roma trasfigurata sotto la neve allo sguardo incredulo di Andrea Sperelli, che raccontava che «era un sogno poetico, quasi mistico», quando lessi per la prima volta Il Piacere di d’Annunzio. Affascinato dalla bellezza di quel testo mirabile, non comprendevo il senso vero della parola che crea e che ricrea. A rileggere un brivido m’assale, come oggi alla neve che si stende con una delicatezza insolita. Suggestioni, forse, nulla più, come nei famosi distici di Carducci, in cui l’incipit sa già di tetra caligine al cuore: «Lenta fiocca la neve pe ’l cielo cinerëo: gridi, / suoni di vita piú non salgon da la città» (Nevicata, 1-2).

Così, per poter affermare con orgogliosa modestia anch’io, come il buon Dante, «sì ch’io fui sesto tra cotanto senno» (Inf. IV 102), non tacerò il mio sonetto, cui diedi il titolo di Nevicata, come per i distici di Carducci, e che ebbe tanti elogi. Nevicava quel giorno e dedicai quel testo allo spettacolo di quell’evento. Allo stesso modo oggi rendo onore alla neve, nel giorno in cui festeggia gli anni Ginevra, cui dedico questo testo, come del resto l’altro, per non venir meno a quel gesto così semplice di partecipare di una gioia così personale. So che per altri non ha alcun significato; eppure, ci trovo il senso profondo delle cose. La memoria non è data mai una volta per tutte, ma va perpetuata perché esista in eterno. Ecco, quindi, che nella neve ritrovo questo.

 

 

© Federico Cinti

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L’anno comincia

 

L’anno comincia, anelito del cuore:

un sogno, un altro, l’anima ora attende

chissà che raggio di luce chiara

a fendere le nuvole dintorno.

Stiamo sul limite senza paura,

arduo miraggio, dove aspettiamo

non si sa che miracolo. Ecco un giorno

dopo l’altro, in un timido pallore,

ombra superstite di quel che si era.

Noi lo sappiamo, Luca: mai voltarsi

indietro. Volgersi porta all’oblio.

 

 

Non ne avevo proprio voglia, il 4 gennaio. Alle volte si è più pronti a partire. Giorni di nulla, questi, in cui tutto scivola senza che quasi ci se ne accorga. Era il giorno del compleanno di Luca, un mio studente. Il rito degli auguri si perpetua pure questo anno. Non so se sia un bene, intendiamoci; ma so che ci tengono tanto. Anch’io ci terrei, ma pochi si prodigano. Pochi non significa nessuno, lo ammetto; eppure, un po’ manca quella determinazione a rendere speciale il giorno. E poi con questo grigiore intorno si è vinti dall’inerzia. Non so, non ne avevo voglia. Se diventa una costrizione, dov’è la bellezza del gesto? Il rito non è abitudine trita e ritrita, bensì memoriale che rivivifica. Poi, si sa: si fa quel che si può.

Oggi, tra l’altro, è pure il giorno in cui tutto riprende nella greve normalità, sempre esista qualche cosa di normale ultimamente. È un esercizio d’equilibrio trovare il punto fermo nell’eterno «panta rhei». Mi rendo conto solo ora che tutto è sempre stato uguale. Crediamo di vivere nella migliore delle epoche possibili, ma nulla cambia mai. Ecco, riemerge in me prima Eraclito e quindi Tucidide. Già, la scuola fa male: riconosciamolo una buona volta. All’urgenza educativa crolla addosso la dissoluzione di un sistema. Ci si sta adeguando a poco a poco, ma molte (forse troppe) sono le resistenze. Noi che siamo nell’occhio del ciclone non dovremmo porci troppe domande oltre alla pura sopravvivenza.

Insomma, non voltiamoci indietro. Avanti, guarderò avanti e null’altro. La dolcezza del compleanno è che torna a ogni giro di giostra, anche quando cerchiamo di fare finta di nulla. Una pagina dopo l’altra, come i più bei libri che leggiamo e alla fine ci lasciano il vuoto di quel che finisce. Io la vivo così, senza troppo pensarci. Mi lascio scorrere addosso tutto quel che accade, con buona pace di chi mi consiglia altro. Non saremmo qui a scrivere, credo. Non ce ne sarebbe alcun bisogno, se non che mi tiene vivo. E allora viviamo e tiriamo dritto.

 

 

 

© Federico Cinti

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Mi stupisco, Nicola

 

Nulla. Fragile soffia appena il vento,

incede, immagine fuori del tempo,

chiara memoria dimenticata.

Oggi scivola, tutto trascolora

lento. Nell’anima come una squilla,

alta, vigile. Tu lo sai, Nicola,

già fu. Nell’aria di questo strano

autunno labile la condizione

in cui le cose passano per forza,

ombre simili a sogni, echi di echi,

tace. Scivola l’ora silenziosa.

Tu già sai. Inutile dire o ridire.

Oggi l’augurio, mai troppo tardi.

 

 

Mi stupisco di me, alle volte. Dimenticare è per me verbo alquanto raro. Eppure, ogni tanto mi rammenta d’esistere. In giorni strani come questo la nebbia uniforma ogni cosa, ogni pensiero. E tutto scivola inconsistente, come se nulla fosse. Mi capita, certo, nell’umano trascorrere delle vicende note o meno note. Non vorrei, lo confesso; eppure capita. Forse anche l’anno scorso è capitato. Non ricordo; anzi, proprio non lo so, eterna oscillazione tra l’amletico essere e non essere. Eroe del dubbio, caro Pirandello. O almeno così mi pare.

Mi stupisco, certo, ma non dovrei. I giorni a volte appaiono tutti uguali nella loro diversità. Gioco prospettico oppure oblio collettivo? Oggi che tutto è filtrato, gettato nel pozzo senza fondo di un’entità indefinita e indefinibile, in una liquidità cristallina inattingibile, la domanda resta senza risposta. Avere troppe risposte, del resto, sarebbe come non averne alcuna. Mi accontento della mia, che comunque non ho. Null’altro che un altro sasso gettato ai naviganti di un mare sconosciuto, non più ponto a collegare estremità lontanissime, ma un tutto indistinto in cui perdere la specificità di ogni cosa.

Mi stupisco, Nicola, ma il tuo giorno mi è passato proprio come mille altri. Mi spiace. E tu, da gran signore qual sei, non hai detto nulla. Anche perché, vedi, nulla c’era da dire. È andata così. Un po’ in ritardo, più di una settimana dopo, ben otto giorni dopo, vengo con questa mia ad augurarti qualche cosa che non si può nemmeno festeggiare. La socialità è bandita dal nostro mondo di individualità puntiformi. Vero augurio sarebbe quello di poterci ritrovare tutti insieme, come avveniva prima. Il tempo se ne va silenziosamente, lasciando che noi parliamo con i nostri fantasmi.

Mi stupisco, Nicola, ma il mio pensiero te lo lascio lo stesso. Te lo lascio in faleci, come avrebbe fatto il buon Veronese che tu sai. Ah, caro mio, non sono faleci come ci insegnano i manuali. Un po’ di innovazione e sperimentazione mi sia concessa. Paolo Rolli, nel Settecento, ci ha pur suggerito qualche linea da seguire, ma solo il buon Pascoli ha poi innovato, appena innovato tra l’altro. Lo scavo nella forma non va più di moda, sai? oggi vale solo il contenuto: del contenitore possiamo fare a meno. Oggi, Nicola, va solo il significato: del significante si può fare a meno, se non è alla moda. Ma che cos’è la moda? L’attualità di un momento effimero che fugge. Chi segue la moda, ebbe a dire qualcuno, non è mai alla moda.

Mi stupisco, sai, Nicola, ma forse te li ho fatti lo stesso, seppure in ritardo, i miei auguri.

 

 

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I baci d’amore

 

Uno dei mirabili Basia di Janus Secundus (1511-1536), notevolissimo poeta olandese del Cinquecento, perlopiù dimenticato o semplicemente ignorato, il quarto Basium per l’esattezza, nella mia traduzione, per altro nemmeno l’unica. Già, perché è parecchio tempo che mi sforzo di darne una resa che possa avvicinarsi in qualche modo alla bellezza dell’originale. Mi sforzo, certo; eppure, ogni volta noto dettagli che nelle precedenti mi erano sfuggiti o non avevo notato. La traduzione è così: il testo non muta, mutiamo noi che lo leggiamo e lo ritraduciamo, riflettendoci ogni volta nello specchio del nostro cuore.

 

 

Non dà baci, dà nettare Neera,

dà all’anima fragranze rugiadose,

nardo, timo, cannella e miele quale

colgono tra i rosai del monte Imetto

o tra quelli dell’Attica le api

e, circondato da virginee cere,

ripongono in cestini dentro il favo.

Se molti me ne dà da consumare,

in essi sarò subito immortale

e al banchetto starò degli dei grandi.

Ma risparmia, risparmia un tale dono,

o con me, Neera, Fa’ che tu sia dea:

non voglio mensa senza te di dei,

nemmeno se dee e dei, cacciato Giove,

mi fanno re dei rutilanti regni.

 

 

 

Penso sia utile riportare pure il testo originale, in faleci, come il modello, Catullo, cui ovviamente Secundus si ispira.

 

 

Non dat basia, dat Neaera nectar,

dat rores animae suaveolentes,

dat nardumque, thymumque, cinnamumque,

et mel, quale iugis legunt Hymetti,

aut in Cecropiis apes rosetis,

atque hinc virgineis et inde ceris

saeptum vimineo tegunt quasillo.

Quae si multa mihi voranda dentur,

immortalis in iis repente fiam,

magnorumque epulis fruar deorum.

Sed tu munere parce, parce tali,

aut mecum dea fac, Neaera, fias:

non mensas sine te volo deorum:

non si me rutilis praeesse regnis,

excluso Iove, di deaequecogant.

 

 

 

Conosco Janus Secundus ormai da anni, da quando cominciai a interessarmi alla letteratura neolatina europea oltre che italiana. Fui cooptato pure per un’antologia sul petrarchismo europeo del XVI secolo, i Lirici europei del Cinquecento (Milano 2004), e inserii anche alcune sue poesie da me tradotte. Non le rileggo più: non mi ci riconosco per nulla. E dire che, all’epoca, ne ero così soddisfatto. Eppure nel tempo siamo arrivati quasi a darci del tu, a chiamarci per nome: tra poeti e traduttori, come tra autori e lettori, spesso finisce così. Non è semplice studio: è ragione di vita. In tal senso ha ragione Orazio a cantare: non omnis moriar (Odi III 6). La poesia, ossia la letteratura, rende eterni.

Il senso del tutto l’ho capito tardi, l’ho capito da solo, non certo al liceo o all’università, quando non si studia per noi, come sostiene giustamente Seneca per cui non vitae, sed scholae discimus (Lettere morali a Lucilio CVI)12. E non è la solita excusatio non petita, no: è ragione di vita la poesia. Per questo carmina non dant panem, eppure la poesia è più essenziale dell’aria che respiriamo, di quel che mangiamo. Anche la traduzione ha la sua autonomia e non solo di significante, ma soprattutto di significato. Intendo dire che questi versi sono miei nella stessa misura degli altri. Altro che la versione esatta che si ricercava al ginnasio, che pure ricordo con disincantata nostalgia.

 

 

© Federico Cinti

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“Ti penso” e “In dissolvenza”, menzioni d’onore

 

Al concorso poetico «Lampi di poesia», indetto dall’associazione « Monginevro cultura» di Torino, non avevo partecipato inviando solo Nevicata, cui è stato assegnato il primo posto nella sezione A (testi brevi in lingua italiana), ma pure Ti penso e In dissolvenza. Preso dallo stupore per il risultato, avevo omesso di riportare gli altri due testi che, comunque, hanno ricevuto la menzione di merito, riconoscimento non meno importante e di cui ringrazio ancora il Presidente e poeta, Sergio Donna.

riporto di seguito i due testi con il relativo giudizio critico della giuria.

 

 

Ti penso

 

Ti penso. L’anima si perde all’ombra

d’antiche immagini, d’un sogno. Eppure,

vano per l’aria riappare il volto

noto in un sibilo lieve di vento,

sorriso pallido. Nel cuore vivi

di rosea grazia, vivi di luce

lontana, tenue speranza al cuore

che attende. Gioia di quest’istante

eterno: l’attimo sfuma pian piano

dove non limite c’è, dove il tempo

non ha principio né fine. Stringo

in un abbraccio ciò che mi è caro,

oltre la soglia dell’infinito.

 

Motivazione della giuria

Intensa poesia che palpita d’amore: i versi scorrono in un attimo breve, che sfuma pian piano, e si perde oltre la soglia dell’infinito.

 

 

Mentre il primo testo è in rolliani, la riproposizione italiana inventata da Paolo Rolli per rendere i faleci della poesia classica, il secondo è in dimetri giambici, resi con settenari sdruccioli. Questa piccola nota tecnica spero non disturbi troppo i miei lettori.

 

 

In dissolvenza

 

Nell’ora immota attendere

che s’apra il varco. L’anima

appesa all’inquietudine

veglia: nel suo rifugio

 

di sogni un viso tremola

dimenticato. Pallida

dissolvenza nell’ardua

tensione: dentro l’ultimo

 

raggio nuota una nuvola

smarritasi. Il crepuscolo

si chiude come palpebra

né tenta di resistere

 

al buio. Solitudine

giunta improvvisa, brivido

che percorre la concava

vacuità che ci abbraccia

 

ormai. L’ansia dell’attimo

non ha ragione d’essere

più. Già lontano è il palpito

di cui il cuore s’inebria.

 

Motivazione della giuria

Lirica evocativa, con sapiente uso della metrica.

 

 

Non voglio aggiungere altro: i testi poetici comunicano già di per sé.

 

 

© Federico Cinti

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