Intervallo

 

S’aprì un varco. Nell’anima un sorriso

esule. Sulla soglia uno spiraglio

infinito di sogno. All’improvviso

tutto mi si mostrò. Non fu per sbaglio.

 

Urgeva l’ora, languido travaglio

in cui ci si riflette. Viso a viso

l’ansia si sciolse. Nulla fu dettaglio,

minuzia malinconica. In quel riso

 

il senso delle cose. Le parole

orme di vita, tenue lontananza

sull’ampia luce chiara tutt’intorno.

 

Oscillavano i battiti del giorno,

lenti lenti, di timida speranza.

E io? Ero solo un’ombra, tu il mio sole.

 

 

Non avrei mai creduto che le cose potessero avvenire, come sentenziò qualcuno, per intervalla insaniae. Eppure, ci si deve ricredere, ogni tanto. Si va, come in mezzo alla folla brulicante di un luogo non nostro, finché non accade che si squarcia la notte e tutto a un tratto una luce chiara rivela il senso recondito. E, così, «Moi, je buvais, crispé comme un extravagant, / Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan, / La douceur qui fascine et le plaisir qui tue. / Un éclair… puis la nuit!» (Ch. Baudelaire, À une passante, 6-9). In quel lampeggiare l’epifania estrema dell’essere e dell’esserci. Bere dagli occhi come alla fonte della vita e della conoscenza. In quei «mobili cristalli» (T. Tasso, Gerusalemme liberata, XVI, 9, 3) si riflette il Narciso innamorato di chi ancora non conosce.

Minuzie filologiche, certo, nulla più, nella vita che trova il suo senso proprio nell’intercapedine che assorbe la corsa inevitabile dell’ora. Fermarsi è un nulla sul ciglio che ci salva dall’oblio, mentre tutto sembra grigio languore intorno. E l’arte si riversa a liquide cascate dalle finestre aperte sul giardino e qualcuno ripete ancora tra sé, magari guardando annoiato, che «Ha forma […] questo non glielo si può negare; ma ha sentimento? Temo di no. Di fatto, è come la maggior parte degli artisti; è tutto stile senza nessuna sincerità» (O. Wilde, L’usignolo e la rosa). E così è ritrovarsi, forse per sbaglio o per necessità, quando tutto il resto scompare e si resta come «les enfants qui s’aiment» e di essi «Et c’est seulement leur ombre / Qui tremble dans la nuit» (J. Prèvert, Les enfants qui s’aiment, 4 e 6-7). Quelli sono attimi rari di felicità.

 

Tutto si trasfigura, anche se «trasumanar significar per verba / non si poria» (Par. I 70-71). Resta nel cuore, forse sulla pagina, tra parole che fluttuano nel vento, come nella memoria, quell’emozione inesprimibile. Non tutto si può comunicare, non tutto si fa oggettivo. La poesia mantiene in sé qualcosa di indecifrabile. È simile a un colloquio tra chi non ha bisogno di altro se non di un cenno, un dettaglio, un piccolo sussurro. Ecco, è un incontro sul limite del tempo e dello spazio, un atto di cosmica necessità. Dal varco che si apre si può accedere alla felicità, al carpere diem tanto sperato. Ci si trova davanti all’epifania dell’assoluto, come il cadetto di Guascogna che prega di «non ridere, ti prego, di queste mie parole: io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole» (F. Guccini, Cirano). Anch’io mi sentii così, sospeso «verso l’ultima salute» (Par. XXXIII 27). Inutile insistere: chi ha provato quel che racconto ci si rispecchierà, vita vissuta, vita vera. Poesia insomma.

 

 

 

© Federico Cinti

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Il«the» delle befane

 

Tutto è compiuto. Il tavolo imbandito

ha il velluto addobbato della festa:

era la fuga verso l’infinito

dopo l’antica nostalgia molesta;

 

era ciò che si perde (o ciò che resta?)

l’ultimo giorno fragile del rito,

languore lieve in cui si manifesta

eterno il nostro ridere stupito.

 

Breve il tempo. Urge l’ora, vola via

esule tra il respiro delle cose.

Fu già e non fu. Domani uguale a ieri.

 

Anche noi, vecchi amici, amici veri

nell’istante caduco delle rose

eravamo e saremo epifania.

 

 

Non lo nego, certo, il ritardo; ma l’Ingegnere quest’anno non è riuscito a organizzare l’evento solito del the nel giorno dell’Epifania. Una scusa, intendiamoci, per consumare quel poco rimasto dalle appena trascorse feste natalizie. Ci si ritrova con gli amici di una vita: il tavolo è sempre quello, ovale come nelle migliori tradizioni, con un bel velluto verde e soffice sopra. Perlomeno io lo ricordo così. E voglio ricordarlo così, nonostante il frastuono del tempo che fugge. Già, perché i ricordi, quelli veri, sono silenziosi, quasi fossero sotto cristallo. Li si guarda e riguarda con una certa nostalgia. Credo che il gusto del rito sia che lo si vorrebbe sempre identico a se stesso, anche quando ci accorgiamo che è sempre diverso. Tensione all’eternità, chiamiamola pure così.

Chi organizza veramente, ammettiamolo pure, è Elena, la moglie dell’Ingegnere. Si sa, non si può dire, ma il senso è tutto qui. Prima di disfare l’albero e il presepe occorre che tutto si compia, ma proprio tutto. Io e il the non è che si vada molto d’accordo. Sì, mi piace; ma, non so perché, l’associo sempre all’influenza. Chissà, me lo ritrovavo sempre tra le mani, quando ero piccolo, per bere qualche cosa di caldo. Mi faceva bene o così sostenevano. E sarà pure vero, ma non ci sarà mai nulla migliore del caffè. Ah, per me al caffè non si comanda, un po’ come alla poesia del resto. Altroché al cuore! Ci sforziamo di non ammetterlo, ma è così. Faccio buon viso e tanto basta.

Anche noi ci troviamo su quella strana barca che chiamiamo tempo. Ci conduce dove vuole e come vuole. Opporsi è inutile, anche se tanti ci provano. Il belletto, il trucco, le tinture per capelli danno una mano. ma serve veramente a qualche cosa? Forse solo a illudersi un po’ che tutto sia sempre uguale. Non fa piacere, è ovvio, trovarsi ogni giorno diverso, ma pare sia inevitabile. Sarà pure per questo che il genio dell’ingegnere ha finito, col passare degli anni, per deformare l’incontro da the della Befana a the delle befane. Penso proprio nessuno se la prenda. Una constatazione amichevole, tutto qui, soprattutto se consideriamo che tra gli amici ci siamo pure noi. Noi che ascoltiamo e scriviamo tutto, tra l’altro, con la protervia di chi cerca di fissare tutto per sempre sul candore innevato della pagina intatta. Stavo quasi per scrivere ferocia, ma poi mi sono fermato a riflettere, quasi davanti a me ci fossero due pagine. Se non si è abituati, è sconsigliato pensare. Oh, parafraso solo Francesco Guccini, tanto amato dagli amici di domani, che hanno una casetta in quel di Pavana.

 

 

 

Insomma, l’ho tirata anche troppo per le lunghe, come si fa alle volte al telefono con le persone che non si vogliono salutare. Qualcuno lo fa di professione, io non ne sarei capace, se non fosse che alle volte ci sono persone con cui vorrei parlare all’infinito. Certe donne, ecco, dalle voci così suadenti in cui, come nella conchiglia, si sente il mare eternamente echeggiare. Romanticismo, forse, e di bassa lega. Ma tant’è, mi ci accoccolo un po’, come quando il giorno trapassa lentamente nella sera e il crepuscolo pare una palpebra che si chiude.

 

 

 

© Federico Cinti

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Ridere in pianto

 

Riso o pianto, Democrito o Eraclito?

Illusione dell’essere sul bordo

dell’attimo tra il nulla e l’infinito,

enigmatico filo del ricordo.

 

Rimane un mormorio, nel cuore sordo,

esilio sulla via. Tutto è smarrito.

Impossibile, ormai, qualunque accordo

nell’ora, sogno fragile svanito.

 

Passò quel tempo, Nello specchio solo

il mutevole volto che non dice

altro se non parole senza suono.

 

Nell’anima arrendevole abbandono

tra il desiderio d’essere felice,

oggi e per sempre, tra l’azzurro un volo.

 

 

Tutto a un tratto s’avverte una frattura e il punto di frazione si manifesta in una risata liberatoria. Ma davvero è tutto così folle? La presa di coscienza passa inevitabilmente attraverso il distacco, dalla sublime compunzione di sé alla disincantata Allegria di naufragi. Sfuma così la nebbia e «il velo è ora ben tanto sottile / certo che ’l trapassar dentro è leggero» (Purg. VIII 20-21). Niente di nuovo, è ovvio, se tutto «fa ridere e commuove», come coglie acutamente Pirandello nel suo saggio sull’Umorismo a proposito di Cervantes. Ecco, allora, «Democrito che ’il mondo a caso pone» (Inf. IV 136) ed Eraclito, incapace d’immergersi due volte nello stesso fiume. Il riso dell’uno si specchia nel pianto dell’altro. Da soli non si danno: l’uno è il complemento dell’altro. O almeno a me così pare.

Sono considerazioni, queste mie, «degne d’un chiaro sol, degne d’un pieno / teatro» (T. Tasso, Gerusalemme liberata, XII 54, 1-2), se è vero che «è assai meglio, dentro questa tragedia, / ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia» (F. Guccini, Il matto). Vedersi da fuori, tutto qui: questo il segreto, in ogni ambito, in ogni dimensione, in ogni occasione. Chissà, forse è simile a quella «leggerezza» di cui parla Calvino nelle Lezioni americane, forse non è troppo diverso dal non prendersi troppo sul serio. Non so se io stia rispondendo a chi mi chiede perché, di persona, sono così simpatico, quasi dissacrante, e per iscritto tanto (troppo?) malinconico. Oscillo costantemente, diciamo pure così, tra Democrito ed Eraclito.

  

Eppure, ne sono pressoché certo, «verrà un giorno», come proferì il buon padre Cristoforo di manzoniana memoria, in cui tutto sarà scoperto, in cui il velo cadrà inesorabile. In me i due filosofi antichi o, meglio, quel che ci è stato tramandato di essi, un frustulo di nulla nella memoria infinita, si fonderanno in me o si separeranno. Attendo paziente quel giorno, quando potremo leggere veramente la realtà per come è e non per come ce la propongono gli improvvisati pittori del pensiero. Alle volte, il bisturi filologico non fa che scomporre arbitrariamente il mosaico perfetto che il genio degli autori ha saputo costruire. Figuriamoci se il sarto ci fa vedere le cuciture; eppure, qualcuno le va a cercare per dimostrare che l’opera di cucito è confezionata a regola d’arte. E così nei rapporti umani, professionali, d’amicizia. Io parlo di quel che so e conosco, naturalmente; altri, chissà, s’improvvisano esperti di saperi altrui. Ne ho incontrati, sì; ne ho incontrati sin troppi e chissà quanti ancora ne incontrerò.

Oggi vediamo tutto attraverso uno specchio, ammettiamolo una buona volta. Ci approssimiamo asintoticamente al vero, se siamo onesti. Io ci provo. Mando in scena i miei soliloqui, m’accontento di non pesare troppo su chi deve ascoltarmi e tanto basta. Nel mio piccolo regno al quarto piano e mezzo posso riflettere, proprio come allo specchio, sulle finzioni altrui. Anche «io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura» (G. Leopardi, L’infinito, 7-8), e venitemi a dire che non è così. Mi stringo nelle spalle e vi rispondo che va bene: c’è sempre qualcuno che ha letto una pagina più del libro. Io attingo molto agli scaffali della mia pur scarsa memoria, dove «si sono strette per la vicinanza fra questi libri amicizie oltre ogni dire speciose» (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal). Insomma, «miserere del mio non degno affanno» (Rvf LII 12). Non lo faccio apposta, è la mia fragile forza.

 

 

 

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Ode al “Benessum”

 

Immensità sospesa, in questo mare

liquido una dolcissima armonia:

vibra l’anima dedita a sognare

in cerca di un’eterea fantasia.

 

Naufragio senza fine, nostalgia

oscillante tra antiche luci rare,

brivido che si fa malinconia

eterna in cui potersi ritrovare.

 

Nenia in cuore: dal calice commosso

esala una fragranza sconosciuta,

senso d’inesprimibile vaghezza.

 

S’apre alla vita docile un’ebrezza,

una gioia donata e ricevuta:

musica di cristallo bianco o rosso.

 

 

Mi risuona alle volte nell’orecchio, «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 36), l’immagine del mare color del vino, come era negli incliti versi «di colui che l’acque // cantò fatali» (U. Foscolo, A Zacinto, 8-9), del sommo Omero, mito già in vita e padre d’altri miti. Ma il mare e il vino, segno (o forse meglio simbolo) dell’infinito, in cui è dolce per qualcuno naufragare nella ricerca di sé e del senso del tutto, mi paiono adesso un binomio inscindibile, il punto d’incontro in cui coagula la vita. è l’istante eterno, quello, in cui Odisseo incontra Calipso, in cui fa esperienza dell’oblio di sé e del rinsavimento.

Era l’aristocratico Alceo, fin dagli anni liceali, a cantarmi le gioie del simposio, in cui il vino aveva il nome del dio che scioglie le membra, Lieo. In esso mi si apriva la via alla libertà, ritrovavo una parvenza di verità. Eco di quel mondo così lontano, immerso nel vero «sovrumano / silenzio» (G. Leopardi, L’infinito, 5-6), era l’invito a carpire il giorno, unico possesso stabile di quel mondo rattrappito nel gelo invernale, mentre il Soratte svettava lontano candido di neve, mentre il focolare andava alimentato copiosamente. Nel vino si poteva dimenticare l’affanno del vivere, senza fidare troppo nel domani. Era la magnifica ode I, 11 di Orazio, che anche io ho tradotto, il famoso Carpe diem.

 

 

 

Alla fine, scivolo sempre su Orazio. Chiedo venia, ma questo, sì, lo sento molto vicino, come autore, forse anche per la mediazione della lirica dal Cinquecento in poi, da Chiabrera a Pascoli. Certo, Orazio e il vino sembra quasi scontato, ma poi tutto ritorna a quel punto, al vivere nei suoi snodi fondamentali, basilari. Non ha bisogno di ulteriori specifiche, ma almeno un ritratto, una piccola immagine vorrei lasciarla del poeta venosino. Di sé ricorda di essere canuto anzi tempo, ma pure un simpatico porco del gregge di Epicuro. Il resto è nelle sue opere, nei suoi versi. Un po’ come nei miei.

 

 

 

Per questo, probabilmente, quando l’amico Gaggioli mi ha chiesto di “sguinzagliare la mia musa” per cantare di un suo vino che mi aveva fatto assaggiare, il Benéssum, non sono riuscito a resistere ai richiami letterari. Non solo. Ammetto che qualche cosa risuonava in me, un libro di Andrea Mingardi dallo stesso titolo: ne parlammo anche in radio, a ridosso della sua pubblicazione, quando tenevo una piccola trasmissione in quel di Silla, frazione di Porretta Terme, «vent’anni fa o giù di lì» (F. Guccini, Eskimo). Già, Andrea Mingardi, di cui ho scritto un ritratto in versi in un mio libro, la mia Piccola guida esotica di Bologna (Persiani 2020). Ogni tanto ci si vede, ogni tanto ci si sente al telefono. Un personaggio, tutto qui, capace come il vino che porta il nome del suo libro di aggiustare ogni cosa. A me piace nero. L’ho detto come lo si direbbe a Bologna: mi piace rosso, come «il mare color del vino», violaceo, purpureo, in cui smarrirsi e ritrovarsi. L’amico Gaggioli lo ha dichiarato esplicitamente che l’idea era proprio quella, di ispirarsi ad Andrea Mingardi. Lo capisco: anch’io amo ispirarmi al bello e al buono.

 

 

 

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Auguri a Gabriele

 

Grevi le nuvole dintorno. Il cielo

azzurro un pallido ricordo. Il cuore

bussa a invisibili porte. Più nulla

resta di ciò che fu. La pioggia grigia

intride l’anima d’un senso a volte

evanescente. Attendere, il cammino

lungo la soglia. L’ora distilla

e fugge via dimentica. Che cosa

cerchiamo? L’impossibile si trova

a portata di mano? Un’illusione

misura il tempo. Instabile l’andare

avanti, ancora, sempre. eppure, adesso

si deve. Un piccolo sorriso aiuta

tutti. Oltre il limite la festa, il volto

amico di chi vive nel domani.

 

 

 

In questi giorni così cupi, così freddi, la pioggia impregna greve tutto quanto, anche l’anima. Da dietro i vetri nulla muta mai, persosi forse chissà dove. È dentro, nel caldo così tanto consolatore che si cerca un momento di pace. Non si dà per scontato il sogno dell’azzurro, lieve battito d’ala a un tepore inaspettato. Nella consuetudine ogni cosa si trasfigura e smarrisce il suo significato. Inutile cercarlo o surrogarlo. Si prova solo a resistere, come e quanto si può. La vicinanza fisica di coloro cui si vuole bene inverte il paradigma e scioglie gli enigmi.

Ecco, in questo nostro ricominciare una parvenza di normalità, sembra riaffiorare un grande sogno. Nei luoghi consueti tutto si rende possibile, anche quello che ormai ci pare lontano e irraggiungibile. Una festa, un giorno particolare, lo sappiamo, si fa motivo di un sorriso. Per questo ci tengo tanto a non dimenticare nessuno dei miei cari compagni di viaggio. Sarebbe stato il 22 gennaio, ma il tempo alle volte scivola inconsapevolmente. Gabriele mi perdonerà dei giorni di ritardo a cui mi affaccio con gli auguri al suo natale. Resta, comunque, la festa da compiere, magari il primo attimo disponibile.

Il resto può anche scorrere, secondo quanto diceva il più famoso efesino della storia; tanto, lo sappiamo, non ci si bagna mai nello stesso fiume due volte, anche se la guerra è madre di tutte le cose, «filosofando pure sui perché», tanto per citare pure Francesco Guccini. Strane alchimie, le citazioni, fusioni dalle affinità elettive. In un momento in cui tutto trascolora, anche questo distilla nel cuore, eco e ombra di un’epoca in cui ci si sentiva alle soglie della propria indipendenza. Io la vissi così, come ora la ricordo, lontana, eppure in me e con me. Strana dolcezza, adesso, ha la memoria, in cui tutto si fonde in un raggio di luce.

 

 

© Federico Cinti

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Dialogo con l’Ingegnere

 

Agita il vento un soffio di memoria.

L’assoluto in un’anima, difficile

unicità da cogliere. Tra il labile

contorno riflettendosi

 

appare ora un sorriso in superficie.

M’interroga. L’interrogo. Dialogo

antico e nuovo. Specchio è l’amicizia

nell’essere e nell’esserci

 

tra gli affanni del giorno. L’ora vacua

esige una risposta. Nel silenzio

cupo di questo tempo in cui si brancola,

cadendo nell’oblio di stanche pagine,

 

ha il nostro cuore un pallido rifugio.

I ricordi svaniscono, il sorridere

non viene meno mai, Luca: distingue

il senso della storia.

 

 

Quanto fa un quarto di secolo? Non troppo, forse. Eppure, mi sembra un tempo immensamente lungo. Da quella sera di capodanno al «Villaggio della rivoluzione» a oggi tutto è stato un punto senza dimensioni. Sempre esistito, certo, sempre presente, sempre dinamico. Ma non devo pensare al tempo: non mi pare esista o almeno, se esiste, non ha poi troppa importanza. L’eternità del presente è fuor di dubbio. Eppure, quella sera fatale sembra essere l’alfa e l’omega. Ma chi è rimasto di allora? Forse anche questo, Ingegnere, non ha poi troppa importanza. Anzi sì: fu l’inizio di un’amicizia. Sai, gli altri già li conoscevo, gli altri dico che si sono persi.

Tu sei sempre stato l’Ingegnere. Lo eri già allora, ben prima di laurearti. Lo resti adesso per antonomasia. Nulla cambia e nulla si trasforma veramente, al di là delle formule alchemiche di vecchi chimici. Le certezze che propali per qualcuno sono solo una vana sicumera. Può essere. Il segreto di tutto è possedere i fondamentali: il resto viene da sé. E se non viene, fa poi lo stesso. Questo col passare degli anni l’ho imparato anch’io. Tu prima di me, ma ti ho sempre detto che di tante cose ti avrei reso merito, come il fatto di essere nato qualche mese prima di te. Testimone dellamemoria, questa è la poesia. Come sai, infatti, o come ti ho spiegato, le Muse sono figlie di Mnemosine.

Ci sono state epoche, se così vogliamo chiamarle, in cui il tuo compleanno era un vero e proprio rito. Non so, ora non è più così. Un po’ me ne dispiaccio, anche se comprendo che questo è l’accidente, non la sostanza: tra potenza e atto si deve pur aprire la strada la nostra interpretazione. Siamo o non siamo res cogitantes? Mettiamola pure su piani cartesiani, cosa che tanto ti piace. Io ti guardo «filosofare pure sui perché» (F. Guccini, Eskimo), come canta il poeta di Pavana, dove ti ritiri per i tuoi divi ozi, credo pure oggi, per espletare il dies natalis secondo tutti i necessari crismi dell’unzione. Anche su per di là ti sei sposato. Un’altra storia, certo, ma pur sempre presente. Non se ne esce, vedi? Oppure, è solo una mia ossessione.

Ecco, io preferisco raggiungerti in via Saffi, sull’antica via Emilia. Quello è il tuo regno. Ne conosci ogni centimetro quadro, ogni mattone. Almeno così la racconti. Io ascolto, non c’è che dire, ascolto ammirato. Da via delle Tofane a Porta San Felice non si fa altro che ammirarti passare. Un reticolo di strade offerto alla memoria della Grande Guerra, un’ansa di Bologna tutta tua. Tutta vostra, scusa: non vorrei dimenticare Elena. Già, perché del famoso matrimonio ero pur testimone anch’io, là sullo «scabro Apennino», come avrebbe detto il Recanatese e come ha scritto nel Pensiero dominante.

 

 

 

Da Saffi a Porta Saragozza è una passeggiata. Tu la fai spesso, tutti i giorni, per andare a Ingegneria. Sulla salita di Risorgimento hai messo le tende. E hai fatto bene, se te lo hanno permesso. Io pure lo avrei fatto, ma non tutte le facoltà sono uguali. Inutile parlare dell’ovvio, soprattutto in questo sabato così grigio, così strano. Sarebbe il tuo compleanno, oggi, e io mi sono perso nei ricordi e nelle mie riflessioni. Non so nemeno se valga la pena di usare le «trite parole che non uno / osava» (U. Saba, Amai), non nel senso della «rima fiore amore, / la più antica, difficile del mondo». Anche le rime mi sono venute a noia. Non perché non mi piacciano, tutt’altro;forse, vedi, hanno fatto il loro tempo. La stessa cosa mi pare delle Due Torri, che restano visibili e le vedevamo da casa tua, nel palazzo con le rifiniture in giallo limone. Quanto risi quella volta: lo diceviconvinto, anche se un sorriso poitradiva, sì, tradiva la verità. Così avevi descritto casa tua dopo il restauro. Forse le Due Torri non le si vedeva, perché di fronte c’era la Caserma Mameli, ma non importa. Eri riuscito a giustificare pure le stravaganti tapparelle azzurre. Sarà, i gusti non li discuto, ma quanti amari calici abbiamo dovuto bere e quanti ancora ne berremo?

Insomma, Ingegnere, io dovevo farti gli auguri, ma ho parlato di nulla. Intendiamoci, un nulla interessante e piacevole, ma pur sempre un nulla. È come quando, parlando, ti accorgi di essere davanti a uno spettacolo e gli occhi ti corrono altrove. Hai presente quando si ritorna a Bologna da lontano? Proprio così: si vede San Luca e ci si sente a casa. Spero tu mi perdoni. Le sciorinate non le sopporto più, se mai le ho sopportate. Ecco, dai, questo il mio augurio.

 

 

 

© Federico Cinti

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Crepuscolo d’Appennino

 

Eterna carezza, sorriso del verde Appennino,

Ca’ del noce, adagiata sotto un velo d’azzurro,

 

rifugio montano, borgata di sassi e sudore,

in cui trovare pace e refrigerio.

 

E da quel manto lievi cadono doni di vita,

freschi pensieri, battiti all’unisono.

 

Si rincorrono voci soavi d’angelici bimbi,

gioie d’inni alla Madre Vergine, figlia e Sposa,

 

uscita dal cuore puro di chi si consola pregando

devoto la sera, sul sole morente.

 

E il cielo e la terra di nuovo si fondono, amore

narrato dal mito di un’antica Sibilla,

 

ombra d’ombra, latrice di un tempo ormai senza parole,

ricordi ormai spenti d’inutili immagini.

 

Glorie remote, rose appassite già colte

dall’ansia dei giorni, ricerche ora vanite

 

d’un labile soffio, remote memorie nascoste

tra petali gualciti d’insana incuria.

 

E l’eco lontana del canto di chi in mezzo al bosco

trema tra i tronchi, tagliando e cogliendo,

 

solenne presagio che sta terminando l’estate,

sogno che sfuma al giallo delle foglie caduche.

 

Traslucida l’ora sbadiglia alla notte incombente,

mentre la luce e il buio perduti si baciano.

 

 

Appennino, per qualcuno soltanto un nome, per me invece un mondo, una linea verde che sagoma il cielo fino a perdersi nell’azzurro. Sul declinare d’agosto i giorni sempre più brevi hanno un sorriso tutto particolare, tutto loro: sanno già di qualcos’altro, di un non so che di indefinibile. Sotto casa mia passa la Porrettana, la via napoleonica (oggi SS 64) che porta appunto a Porretta, vaghezza di sogni e di ricordi. Ci andai per la prima volta «vent’anni fa o giù di lì», per dirla con uno dei protagonisti di quelle vallate, Francesco Guccini. Conobbi in verità prima il fratello, Pietro. Strinsi amicizia con lui, perché  era venuto a fare il bibliotecario nel mio dipartimento, filologia classica. Avevo avuto solo questo suggerimento: se vuoi andare d’accordo con lui, non chiedergli del fratello, ché non ne può più. Chissà, forse perché era cantautore pure lui. Mi attenni, comunque, rigorosamente alla regola della reticenza e credo lo abbia apprezzato parecchio. Un giorno d’estate andai a trovarlo pure a Pavana, al di là dell’antica dogana del Granducato, dopo Ponte della Venturina. Fu una festa, per entrambi.

Appennino, strano coagulo di sogni lungo il Reno: parlo a livello strettamente personale, in base alla mia ristrettissima esperienza di uomo di pianura. È più d’un fiume, il nostro Reno: è una sorgente di memorie inesauribile. Anche il treno lo costeggiava, quando ogni giorno andavo al liceo di Porretta. Insegnare non è mai stata la mia vocazione, lo ammetto, almeno al liceo; ma a qualche professione bisogna pur votarsi nella vita. Conobbi la cittadina delle terme, in ebollizione già dai tempi dei Romani. Anche Niccolò Machiavelli menziona i «bagni della Porretta» nella Mandragola, per sorvolare sulle più famose porrettane di Sabadino degli Arienti. Piccole (o grandi) glorie locali del buon tempo andato, non c’è che dire. Del resto, Francesco Guccini già l’ho citato e non vorrei indugiarvi troppo. Lo incontrai una volta in edicola, un’altra in trattoria, un’altra ancora alla presentazione di un libro di un amico. Il suo regno è però, come è noto, Pavana, nel comune di Sambuca Pistoiese.

Due cari amici vollero assolutamente sposarsi là. Ci andai, ovviamente: ero pur sempre il testimone di nozze. Quanti anni sono passati! Non ci posso pensare. Le magnificenze di quei luoghi le conosco dai loro racconti. Non starò a ripeterle, anche perché la poesia non va spiegata. Mi colpisce tuttavia la fauna che alberga colassù. Nelle mie tre classi di liceo avevo qualche studente pavanese. Buona gente, già toscana, eppure con influenze ancora emiliane. Le lepidezze si sprecano. Un mondo a sé, questo lo ammetto, un luogo unico e irripetibile. Ci tornai poi tante volte e ne feci esperienza diretta. I bimbi che, di giardino in giardino, si rincorrono incespicando nel ripetere le preghiere dei grandi, le glorie passate di uomini e donne, come film rivisti senza fine, il canto di un taglialegna che ripercorre gli anni come fossero giorni. Insomma, un angolo di cielo da cui, pure, ogni tanto scende qualche gioia leggera.

Appennino, già, ci tornerei, come mi capita di fare, per ritrovare ciò che non sono più o forse non sono mai stato. È questa, forse, la vera elegia di un crepuscolo in cui la luce e il buio si toccano a baciarsi prima del nuovo giorno.

 

 

© Federico Cinti

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