Ecco il solstizio anche quest’anno

 

E il sole si fermò di nuovo un poco,

come ogni volta. Aeree le cicale

cantarono all’unisono per gioco,

eternità d’un atto rituale.

 

Sostò il sole, sigillo siderale,

orma di un’orma impressa a vivo fuoco:

le vie, le case, gli alberi, il crinale

sibilarono a un soffio aureo di croco.

 

Tutto fu già come già fu. Nel giorno

infinito danzarono le fate

tra loro in un’onirica distanza.

 

Interstizio d’azzurra lontananza,

urgente soglia all’incipiente estate,

mutò il tempo nel ciclico ritorno.

 

 

Tutto si fa possibile nel giorno del solstizio d’estate. Si ferma il sole, non c’è dubbio, sul filo azzurro del cielo, mentre in coro antichi poeti trasformatisi, ora e per sempre, secondo il mito platonico, in cicale annunziano l’incantesimo. Le fate popolano, come nella nostra fantasia di bambini, questa sospensione nel tempo e nello spazio. ci si accoccola allo spettacolo, mentre i «fratelli ulivi» (G. d’Annunzio, La sera fiesolana, 29) attendono la sera e la sua pace. uno dei momenti più belli dell’anno, del ciclo cui ci è dato assistere nella piena gratuità della natura. E le cicale continuano a frinire, figlie dell’aria sulla via corrente.

 

 

 

Nella distesa siderale il sole si fa sigillo, emblema di un tempo fuori del tempo, di uno spazio immoto e immobile. Resta nel suo splendore a ricordarci il passaggio a un altrove, a una costante e inesorabile metamorfosi. questo è il senso del tutto, sempre diseguale nella sua similarità. Non si ritorna indietro né si procede: siamo nel punto morto dell’universo, abbiamo trovato il varco attraverso cui attingere al volto ultimo delle cose, «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 46), perché «nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87).

 

 

 

Eppure, di nuovo e sempre, le fate di Titania tornano a colorare i sogni di chi non si rassegna a credere che la realtà sia quella che si vede. Un sogno, certo, un volto che rimane dentro l’anima e ascolta i nostri pensieri, che scruta i nostri desideri, perché siamo veramente un pulviscolo di stelle coagulato in un cuore pulsante. Questo è il tempo dell’estate, della sospensione, della vacanza. Nulla più che questo. Da bambini era l’attesa di un respiro lungo mesi, alla fine della scuola. Ora è il sogno che dà sostanza alla nostra vita nel tepore di lunghe giornate in cui il sole ci accarezza.

 

 

 

© Federico Cinti

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Confessione

 

Tutto era nulla. A un tratto azzurro un grido:

il senso, ora svelato all’improvviso,

aveva la tua voce, il tuo sorriso.

Mi ritrovai. Dolcissima, sul lido,

 

oasi di pace chiara, antico nido

la tua presenza eterea. Nel tuo viso

ombre di sogno, eterno paradiso,

sapevano di gioia. A te m’affido.

 

A te si schiuse l’anima, rinacque

il cuore. Tra le tenebre il respiro

breve del tempo diventò infinito.

 

Eri lì. Toccai il cielo con un dito.

Non ti lascerò più, lieve sospiro,

estasi d’un naufragio in auree acque.

 

 

il tutto e il nulla, fusione d’inizio e fine, mi stringono e costringono nella loro circolarità. Intorno tutto ruota sull’inconsistenza immateriale del punto sull’infinito spazio del piano. È lo stesso che pieno e vuoto. L’illusione si veste d’azzurra lontananza, grido che squarcia il silenzio in cui talvolta si rischia di cadere. Eppure, a un tratto, ci si ritrova, ci si trova di nuovo, anche noi «per una selva oscura» (Inf. I 2). Ritrovarsi così, nel buio, non nella luce chiara, miracoli e contraddizioni di ciò che ci circonda, appunto, in una ciclicità che è la cifra del nostro essere nel tempo. Forse anche nello spazio, in quel piano determinato dal punto in cui ci si trova e ci si ritrova. Veramente le parole sono nere, buie. E poi quel buio e quel nero divengono luce d’incredibile bellezza. Si fanno voce, si fanno riso, si fanno realtà tangibile e appassionante.

In quell’azzurro, «interminato / spazio» dove «il naufragar m’è dolce» in quanto «mare» (G. Leopardi, L’infinito, 4-5 e 15), ritrovai le «chiare, fresche et dolci acque» (Rvf CXXVI 1) su cui «scintilla, / in testo di scaglia / come l’antica / lorica» (G. d’Annunzio, L’onda, 2-5) il lampo d’una vertigine. Nulla più fu come prima. Tutto trasfigurò se stesso in una soavità chiara, limpida, quasi fuori del tempo. Era possibile, allora, incontrare l’assoluto? Dentro e fuori di me, certo, come vedendomi dall’esterno, con occhi altrui. Fu una gioia immensa, una grazia cercata e insperata. Era un porto tranquillo, voce di madreperla che mi chiamava a un altrove, tuttavia presente e immanente, perché «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20). Era sogno e realtà insieme, dolcezza che distilla, profezia di Sibilla che s’avverava su quell’onda.

 

 

 

Fu così che tutto mutò in me, che io mutai nel tutto. In alto, in alto, in un lontano cielo, mi sentivo librare e liberare. Il mio dito toccò l’immensa cupola celeste. Già Orazio mi aveva preceduto colassù, cantando «sublimi feriam sidera vertice» (carm. I 1, 36), nella più vasta felicità possibile, tra la poesia dei numi e delle Muse. E così cominciò la rincorsa per ritrovare quel primo istante, quella leggerezza senza fine del volo verso le stelle. «Mi ritrovai per una selva» chiara, ti ritrovai nel vortice delle ore, punto fermo dell’eterno fluire. Anch’io rimasi «col trasognato viso di chi sogna» (G. Gozzano, Un’altra risorta, 16) davanti a quel miracolo d’eterea leggerezza. E fu così che il tutto che era nulla divenne una pienezza senza fine.

 

 

 

© Federico Cinti

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Fiore d’inverno

 

Fiore d’inverno, il tempo troppo breve

indugia tra la luce cristallina,

ora e sempre, al pallore della neve,

riso azzurro di pace, algida trina.

 

Eri e sarai nell’anima bambina

il senso d’un istante lieve lieve,

nel cuore ciò che fu di una mattina

vaga in cui nulla risultò più greve.

 

Eri il sogno avveratosi, eri il vento

rauco tra i rami verdi, eri la vita

nata di nuovo nella luce chiara.

 

Adesso sei l’antica gioia rara,

l’unica forse sulla via infinita,

eternità d’un volto, d’un momento.

 

 

Segno d’elezione nascere in inverno: dall’inerte bruma spuntano i più bei fiori. Non ci avevo mai pensato. E dire che pure io sono nato in un freddo giovedì iemale. Ne posso andare fiero, a questo punto: condivido uno stato di grazia, uno stato che non si può descrivere compiutamente. ecco, lo accenno qui, come per caso. Tutto forse succede per caso, un caso calcolato certo, che gli antichi chiamavano fatum. Ciò che era detto, decretato: capita e quindi accade. Ed è accaduto. E me ne accorgo solo ora, al finire di questa stagione così densa d’avvenimenti da lasciare senza fiato. Prima o poi ne parlerò più compiutamente. adesso chiedo solo un atto di fiducia. Di fiducia, ovviamente, in ciò che accenno e non propalo come dovrei. Non tutto può essere posto sotto la luce chiara.

Ecco, un fiore d’inverno. Qualche persona forse sarebbe lusingata a sentirsi chiamare così. Prima o poi lo farò: ne stia pur certa. Mi sento, davanti a questo spettacolo incantato, come colui che in sogno si stupisce di sentire e vedere avverarsi un miracolo: «Ecco, ella viene: incedit per lilia et super nivem. È avvolta nell’ermellino; porta i capelli constretti e nascosti in una fascia; il suo passo è più leggero della sua ombra; la luna e la neve sono men pallide di lei. Ave» (G. d’Annunzio, Il piacere). Anche questo è il riverbero di un’alta capacità di trasfigurare quel che si è in ciò che si vuole essere, anche se qualcuno è naturalmente ciò che è e ciò che rappresenta.

 

 

Trine nivali, sogno senza fine. non amo il freddo, anche se il tempo sembra fermarsi nella stretta del gelo, come gli alberi e i fiumi nell’ode in cui il sommo Orazio parla al giovane Taliarco dei piaceri del vino e dell’amore. Siamo qui e altrove, nella pagina e oltre la pagina, a indagarci dentro e a vederci da fuori. Dall’inverno si passa immediatamente a una dimensione primaverile, in cui si cerca nascosto all’angolo della ragazza che vuole tradirsi. Eterno gioco, questo, delle parti. Non so, l’inverno è tempo di riflessione, di letture, di desiderio. Una voce di madreperla apre lo scrigno incantato e racconta quello che siamo, quello che vogliamo.

Il fiore spunta e rispunta, continuamente. Saperlo cogliere è la sfida. Il suo profumo soave chiama e richiama alla realtà. Nulla è invano, si sa. La letteratura parla di noi, come noi parliamo della letteratura, parola che crea e ricrea instancabilmente. E il tempo si fa breve, troppo breve per non essere avvinti dal sapore dolcissimo dell’ora lieve lieve tra gli ansanti ventricoli del cuore. Tra l’uno e l’altro battito la vita che prosegue e ci avvince, che ci spinge tra l’infinito e il nulla. Parole al vento e vento di parole per le strade deserte, ma tra cui tutto si fa possibile, quasi per caso, per volontà che scende in noi dalle stelle, de sideribus. Ecco, dunque, che «il fiore ha come un miele / che inebria l’aria; un suo vapor che bagna / l’anima d’un oblìo dolce e crudele» (G. Pascoli, Digitale purpurea, I 19-21).

 

 

 

© Federico Cinti

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Dal primo giorno

 

Sorrisi. Il giorno naufragò all’incanto,

eternità dell’attimo sepolto

in quella sospensione. M’eri accanto:

tutto vanì alla luce del tuo volto.

 

Ultima linea, l’ansia dell’ascolto,

lontananza dell’anima in un pianto

antico di un piacere mai risolto.

Mareggiò il cuore, schianto dopo schianto.

 

Infinità dell’essere sul ciglio

ancestrale del tempo e dello spazio

la voce chiara tesa all’assoluto.

 

Urgenza d’una soglia, d’un saluto,

chiamò, mi richiamò, di te mai sazio.

Eri lì, rosa rossa, bianco giglio.

 

 

Non so, mi capitò proprio così, senza volerlo certo, senza cercarlo. Nelle situazioni ci si trova, tutto qui. Penso lo sappia bene pure tu. Non si è sempre nello stesso stato d’animo; eppure, a un tratto il velo si squarciò nel mezzo e m’apparve il tesoro prima nascosto. Impossibile prevederlo. Nemmeno tu, credo, lo immaginavi. Un tuffo in un mare inaccesso, immensità non più così lontana. Voci e colori si fusero insieme, inscindibile realtà ormai nel ricordo di quell’attimo. Eternità dell’attimo, «punto / a cui tutti li tempi son presenti» (Par. XVII 17-18). Trovarti fu un dono insperato, l’improvviso sbocciare di una rosa.

 

Il cuore poi «rimareggiò rinfranto» (G. Pascoli, Il tuono, 5), scosso da un turbamento luminoso. Era la voce chiara, la tua voce chiara, di madreperla. La visualizzai così, tra il tumulto dell’anima. Di qualche cosa si parlò, forse di quella «felicità nuova», data dall’indistinto «non so che» (G. Pascoli, Il gelsomino notturno, 24) che mi s’agitava dentro. Non te ne accorgesti nemmeno. O forse sì? Prima o poi cercherò di scoprire l’arcano tra le pieghe di quell’indecifrabile mistero. E fu come la commozione, allora come adesso, immaginarti «sì che par tu pianga, / ma di piacere» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 98-99).

Dal primo giorno, vedi, sei la mia luce. La poesia crea e ricrea incessantemente ciò che la logica tende a distruggere o a ottundere. Sia qui o altrove, come eravamo quel giorno fuori del tempo, «chi sa dove, chi sa dove!» (G. d’annunzio, La pioggia nel pineto, 94), resta il fragile stupore di qualcosa che ci sopravanza e ci trascende. Tu lo sai, io lo so. una gioia leggera permea ancora ogni istante. Non si fugge dall’essere. Purezza incalcolabile è il tuo volto di una rara bellezza. In quel candore diafano tutto risplende, la stella diana, «nunzio del giorno» (G. Leopardi, Ultimo canto di Saffo, 4), e la purezza limpida del giglio.

 

 

 

 

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Acquerello per Sara

 

Pennellate di sole. Ride l’aria

ebbra d’azzurro. Palpiti di vita

riempiono il cuore. Sulla via smarrita

sogna l’anima fragile, precaria.

 

Al cuore una dolcezza immaginaria

rampolla, ardua vertigine infinita

adesso e sempre. Labile salita,

caducità dell’ora che non varia.

 

Antica novità di primavera,

presaga del trascorrere dei giorni,

oggi vestita d’una luce chiara.

 

L’ora trascorre, adesso, forse ignara,

lungo i mille sentieri dei ritorni,

in cui tutto sarà come già era.

 

 

Come nasce una poesia? qualcuno di recente me lo ha chiesto. Me lo sono domandato sempre pure io. Spesso mi sono visto da fuori, seduto al mio tavolo, digitare sequenze arcane di lettere. Al mio tavolo, certo, oppure sulla sedia, sul divano, in autobus. Una posa, ovvio: si è sempre fatto così. Eppure, credo che una poesia non nasca: la poesia esiste già, tra le pieghe nascoste delle cose, nell’aria che si respira, nel senso che si scopre a poco a poco, come un miracolo, come una rivelazione. È come se qualcuno ce la dettasse. Il vate ebbe a spiegare che «i’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando» (Purg. XXIV 52-54). Un’ipostasi bella e buona, questo suo «Amor», l’entità che per gli scolastici era «voluntas animi», la forza che eleva dal moto discensivo del desiderare (de sideribus) a quello elativo del considerare (cum sideribus).

Nella realtà, non altrove o chissà dove, è insita la poesia, perché «c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico» (G. Pascoli, L’aquilone, 1-2). Straordinaria dichiarazione, questa, di quell’inesprimibile «qualcosa» – altri avrebbe detto «non so che» – «di nuovo» e «d’antico» inscindibilmente insieme. Un unico afflato, un unico senso permea e trascorre gli infiniti piani in cui ci si muove e ci si trova. Ecco dunque che in una pennellata di sole, in un po’ di colore oltre le case si coglie ciò che tutti abbiamo dentro da sempre. in questo la parola crea e ricrea ogni istante, invisibile sibilo del cuore, perché sono sempre «parole più nuove / che parlano gocciole e foglie / lontane» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 5-7).

Va colta, tutto qui e non altro, la poesia, fiore dolcissimo di campo. Perché la poesia si può donare, come omaggio fuori del tempo e dello spazio, come momento di condivisione immateriale. Non a caso l’occasione, il kairòs, è ciò che muove lo svelamento dalla misteriosa unità al momento particolare in cui si plasma, si dà forma e sostanza allo sciame dei nostri pensieri o emozioni. Non è mai indifferenza o atto cortese, bensì sempre una necessità ineludibile. Non il poeta, quindi, canta e fa versi, bensì il sentimento di cui si fa strumento. anche un compleanno a fine febbraio può essere motivo poetico da onorare, principio e fine di un ciclico ritorno.

 

 

 

Non altro, almeno mi pare, sulla questione. I più faranno finta di capire che cosa significhi questo travaglio interiore. Eppure, l’arte è anche mestiere e non ci si improvvisa nemmeno ad «accordare le sillabe dei versi / sul ritmo eguale dell’acciottolio» (G. Gozzano, La signorina felicita, III 47-48). Anch’io ci ho impiegato tanto a oltrepassare la linea d’ombra che permette di comprendere, seppur velatamente e in modo impreciso, questo groviglio inestricabile. tanti si limitano a fare a pezzi la fragile struttura di cristallo di una poesia, come se il bello di un fiore fosse la sequela ordinata dei petali o la corolla vivisezionata sotto il vetrino del microscopio. La profonda unità tra sostanza significante e significata non può essere oggetto di analisi, pena la scomposizione artificiale di un mistero che continua, nonostante tutto, a restare tale. Chissà, la critica letteraria origina in qualcuno non dallo scambio di idee, bensì dall’impossibilità di averne di proprie e dalla voluttà di distruggere le altrui. La primavera esiste nonostante l’occhio di chi pretende di spiegarla scientificamente. Ma la retorica serve pure a questo, a velare di falsa epistème la dòxa più vera.

 

 

 

© Federico Cinti

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Interludio dopo Natale

 

Azzurro il cielo sopra le Moline

esala lento tra le luci accese,

un palpitare prima della fine

gocciola tra le tegole sospese.

 

Esile vacuità, trama d’attese

nascosta oltre le imposte tra le trine,

infinita città, dolce paese,

ansia di vita dentro le cucine.

 

L’anno va via, l’ennesimo ritorno

oscilla nell’asintoto perenne

del tempo inafferrabile alle mani.

 

In cammino, non ieri, non domani,

null’altro che il presente arduo, solenne,

incessante procedere del giorno.

 

 

Era a cena da un’amica, l’altra sera, l’Ingegnere: gli capita, ogni tanto, anzi spesso, di adire quel mondo senza età, senza contorni. Era quasi «l’ora che volge il disio / ai navicanti e’ntenerisce il core» (Purg. VIII 1-2), quando un guizzo di memoria mi ha sorpreso. Sulle Moline ci si era già soffermati, temporibus illis, a proposito di Gregorio, il libraio che non ti vendeva nulla se prima non l’aveva letto. Un miracolo, un genio, un intellettuale? Chissà, a Bologna si dà di tutto, nella sua fauna pittoresca e bizzarra. Si trova nella porzione cittadina tra Mascarella e Belle Arti, dove ha abitato cinquant’anni mia zia Pierina, il cuore della zona universitaria.

Gocciolava il cielo l’ultima azzurrità dalle tegole dei tetti spioventi, dai profili irregolari e lontani, in un ennesimo giorno di fine anno, quando per le strade fluttuava senza saperlo «il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente» (G. d’Annunzio, Il piacere). In quell’ansia di ricordi ho ripercorso il desiderio di ritorno, quella nostalgia che è forse tutta letteraria, ma che è l’unica cosa che resta al fondo dell’anima. Anche le parole hanno vita, brillano come fari accesi. La fatica maggiore pare sia riconoscerle nella loro nudità, senza che la retorica – per dirla con Pirandello – non muti la forma in imitazione.

 

 

 

Anch’io ero con l’Ingegnere, in qualche modo, oltre i portici, sui lastroni dissestati, eppure così familiari a chi trascorre tra quelle case quel po’ di vita che gli è dato di regalare al tempo. Dalle finestre emanava una luce, velata dalle trine e dai balconi, una luce interiore azzarderei quasi a scrivere, se non apparisse un che di antico e paludato nell’esprimersi così. Era pur sempre un interludio dopo Natale, quel giorno, nell’incantata sospensione di momenti che non tornano se non nella ciclicità in cui vive soltanto il presente. È per questo che non posso tacerne, non posso tacere di quella piccola serata bolognese in cui tutto resta sempre uguale a se stesso.

Prima o poi, come allora, prenderò un’altra volta quella via dal nome antico, Moline, sorta sui canali e sulle acque che oggi non si vedono più, sotterranee e intime, come i flussi vitali che sentiamo pulsare senza tregua. E in quelle acque sta lo specchio nascosto di ciò che siamo e di ciò che non possiamo, distacco e presa di coscienza nel medesimo punto. La superficie cela e svela ipso facto. Il più è accorgersene, distratti come si è dal transeunte, mentre «ciascuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera» (S. Quasimodo, Ed è subito sera). Oltre quel vetro, anch’io respiravo «non so che felicità nuova» (G. Pascoli, Il gelsomino notturno, 24).

 

 

 

© Federico Cinti

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Solstizio invernale

 

Alla tua luce chiara m’abbandono,

trasparente armonia di scaglie rare,

e non sarò mai più quello che sono.

Canto d’allora, naufrago: altro mare

 

ho davanti, altra via. Ricominciare

esule. Nulla intorno, nessun suono,

non sogno oltre una gioia singolare,

oltre la tua dolcezza, ultimo dono.

 

Nuda l’anima, solo vestimento

la nostalgia al crepuscolo del giorno.

Odo appena: una musica leggera

 

s’insinua sussurrando sulla sera.

Adesso e sempre, ennesimo ritorno,

infinito incantesimo nel vento.

 

 

In questa luce chiara, che sa già di vanità crepuscolare, tutto sa d’altrove. Anche il cuore s’abbandona, galleggia sospeso lontano, su una liquida superficie splendente che spinge al di là, che porta oltre, in un «palpitare / lontano di scaglie di mare» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 9-10), anche se «i brevi dì» ora «sembrano tramonti / infiniti» (G. Pascoli, I gattici, 12-14). Oggi in particolare il giorno pare rallenti sull’orizzonte, invictus per definizione a fine autunno e a inizio inverno, quando anche i Romani festeggiavano i Saturnalia in un reciproco scambio di doni.

E il dono è questa luce soffusa in cui sentirsi parte del tutto, in cui «sento che il mio volto / s’indora nell’oro / meridiano» (G. d’Annunzio, Meriggio, 70-72), simile al dono panico dell’estate, quando ci si perdeva «dentro il meridiano ozio dell’aie» (G. Pascoli, Romagna, 16). Altra stagione adesso frastorna questo tempo in bilico sulle porte del buio, in cui è così dolce cogliere il bagliore di un sorriso di cielo, occhio che si chiude sul mondo stretto dal freddo cristallino. Anche i rumori soffondono a poco a poco, come eco nell’anima, ricordo di un tempo che va, di un tempo che viene, forse immobile come la nave sull’acqua tranquilla alla ricerca di chissà che porto indecifrabile.

 

 

È sufficiente una voce, musica antica alle orecchie, canto di culla e di oblio, a trascinarmi con sé. Risorge e si confonde in questo tempo il senso delle cose. Forse non tutto è perduto. Il viaggio ricomincia, anche più lieve di prima. Il naufragio in questa chiarità dell’aria risveglia la brace di emozioni mai sopite del tutto. Arde l’ansia dell’ora, il cuore vive e rivive in cerca di un porto sicuro. Fine e inizio di nuovo si confondono nel circolo dell’anno che si chiude, che si apre senza sosta. Ma «il varco è qui?» (E. Montale, La casa dei doganieri, 19), ci si chiederebbe ancora increduli, mentre tutto è scoperto e «di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto» (G. Ungaretti, Il porto sepolto, 4-7).

Ecco, dunque, il segreto, riuscire a dare del tu a questa luce chiara in cui non perdersi, bensì ritrovarsi, in cui adagiarsi per sempre, come in un sogno infinito. Laggiù gli alberi raccontano di nuovo della fine e del principio, del tempo che ritorna e si allontana senza tregua. In questo pomario esiste «la maglia rotta nella rete» (E. Montale, In limine, 14), la via di fuga, la redenzione di queste ombre anelanti alla vita, alla vita vera. È questo il sole che ci irradia di una luce nuova, di quella luce chiara che ci fa amare e sperare.

 

 

 

© Federico Cinti

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«Alla mia donna»” – quinto posto al VIII premio Pascoli “L’ora di Barga”

 

Mi è stata consegnata una bella targa con l’effigie di Giovanni Pascoli, che non esito a definire il mio poeta. La soddisfazione è tanta, soprattutto perché mi sono avvicinato idealmente ai luoghi dove ha vissuto molti anni il poeta-fanciullino. La competizione, infatti, portava il titolo di una lirica famosissima dei Canti di Castelvecchio, ossia L’ora di Barga. Avevo visitato ai tempi dell’università anche la Casa-Museo di Barga, immersa in una pace tutta toscana e soprattutto poetica. Il mio componimento, come i Primi e i Nuovi poemetti, riprendevano le terzine. Essere tra i vincitori ha suggellato, in qualche misura, la mia vicinanza a quel sentire così malinconico, eppure così eterno, di Pascoli. In questo, forse, si gioca tutta la mia soddisfazione di questo riconoscimento.

 

 

Ti cercai dentro l’anima. La vita

è a volte avara. Limpido sorriso

alle porte del buio. Tra le dita

 

tenni un sogno: giungesti all’improvviso

tra la pioggia (o le lacrime?). Non ero

pronto; eppure, trovai il mio paradiso.

 

Quanto eri bella non so dire: il vero

si trasfigura all’ombra del reale.

Il tuo viso era semplice, sincero.

 

Nel cuore la tempesta: un fortunale

mi travolse. Un naufragio senza fine

mi sconvolse. Poi nulla fu più uguale.

 

Amai, oltre ogni cosa, oltre il confine

del lecito o possibile: ti amai,

mia dolce rosa nata in dure spine.

 

Feci per te quel che non feci mai

da quel giorno di pioggia a fine estate:

tutto per te cambiai, tutto imparai.

 

Contai gli attimi, le ore, le giornate,

fiore di primavera. Una dolcezza

mi s’agitava in cuore a lievi ondate.

 

Mi smarrii in te, mia sola, unica ebrezza:

nel tuo profumo il languido sospiro

dell’universo. Nella tua bellezza

 

la verità dell’intimo respiro

che unisce indissolubile. Da allora

mi specchio in te, in te vivo, ti rimiro

 

all’infinito, amore che innamora.

 

 

Questo il testo della lirica, questo il tributo alla grandezza dell’ultimo figlio di Virgilio, come ebbe a dire d’Annunzio di Pascoli, e a ragione aggiungo io. Molto è ancora da dire e da scoprire di lui, ma è discorso che vale per tutti i geni della letteratura e del pensiero. Mi accontento di accostarmi a lui con quella reverenza «che più non dee a padre alcun figliuolo» (Purg. I 33), per riprendere lo stato d’animo descritto dal «ghibellin fuggiasco», per fare mia la definizione che Foscolo dà di Dante nei Sepolcri (v. 174), nel momento in cui incontra inaspettatamente Catone l’Uticense.

 

 

 

© Federico Cinti

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Auguri a Giacomo

 

Galleggia l’ora. Tra le vie assolate

il sole indugia languido in attesa.

Alita il vento, antica eco sospesa,

canto arcano, incantesimo di fate.

 

Ombre d’ombre le immagini sognate,

musica dentro l’anima indifesa,

orme del tempo, della vita arresa,

variazioni al variare dell’estate.

 

Entusiasmi s’inseguono. Lontano

nuota il cielo silente. Ecco il momento

tanto invocato: il ciclo si conclude,

 

unicità dell’attimo che illude

rapido nel ritorno dell’evento

allagato di luce. Nulla è invano.

 

 

nell’estate appena cominciata non riesco a non avvertire prepotente l’eco della Sera fiesolana, in cui il vate posa il suo sguardo « su ’l grano che non è biondo ancora / e non è verde, / e su ’l fieno che già patì la falce / e trascolora»(G. d’annunzio, La sera fiesolana, 25-28), in cui il Recanatese forse torna a contemplare la luna che «pendeva allor su questa selva / sì come or fai, ché tutta la rischiari» (G. Leopardi, alla luna, 4-5) nel giorno del suo compleanno, in cui Socrate e Fedro si allontanano da Atene in un mare di cicale nell’omonimo dialogo platonico. Letture, certo, rimembranze lontane, eppure così vive e così vere in questa liquida luminescenza senza un prima né un poi. Tutto forse già fu, tutto ancora sarà di nuovo e per sempre, fino al momento in cui verrà mietuto il grano, come nell’episodio di Giovanni in cui il Messia incontra la «femminetta / samaritana» (Purg. XXI 2-3) a Sicar presso il pozzo di Giacobbe e preconizza: «Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi  che già biondeggiano per la mietitura” » (Gv 4,35).

In questo languore estivo tutto galleggia, simile al sole nell’azzurrità del cielo, e prende vita, quella che deve avere nella pienezza, quando la primavera è già un ricordo lontano e il declinare dell’autunno è ben lungi dall’essere ancora immaginato. È quindi un privilegio riuscire a cogliere distintamente «il frutto / del mattin, della sera / del tacito, infinito andar del tempo» (G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’asia, 70-72), sapersi fermare sulla soglia a contemplare l’infinito per poi immergervisi completamente a metà del viaggio, del nostro viaggio. E ancora Leopardi, il cui giorno natale ricorre proprio oggi, ce lo rammenta, naturalmente al modo dei poeti, tramite immagini cariche di senso, valenti di per sé e per altro, come è giusto che sia, se davvero tutto è metafora di tutto.

Chi crede che la letteratura – e la poesia in particolare – debba essere oggetto di studio erra dal vero. Certo, la letteratura è studium, zelo e desiderio di attingere attraverso ciò che si vive l’autentica essenza delle cose. Nascere oggi è, forse, un altro grande privilegio, come capita al mio amico Giacomo, cui oggi mi rivolgo e scrivo le mie piccole riflessioni a latere, non richieste né volute, ma tanto tanto necessarie, almeno a chi scrive non per professione, bensì per passione. Ecco, l’estate ha il suo volto di luce e di calore, un moto primordiale che abbraccia e avvince. È il momento dell’anno in cui tutto si rende possibile. e intanto giugno se ne «va», lievemente, col suo «pigolio di stelle» (G. Pascoli, Il gelsomino notturno, 16)

Che cosa manca, pertanto, ancora da dire? Auguri, Giacomo.

 

 

© Federico Cinti

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Bologna sotto la neve

 

Giace la tacita neve. Nel cuore

il senso attonito di questi giorni.

Nulla nell’aria si sente, antica

eco di un’eco, timida carezza

viva nell’anima. Dolce il bagliore

riluce all’estasi. Si rasserena

ancora, come quando si era bimbi

fragili, l’occhio innanzi al mondo nuovo,

armonia di un miracolo che adesso

rinasce. Dolce anelito di un sogno,

oggi, che si perpetua in mezzo a trine

labili, inafferrabili. di nuovo

fiorisce in noi la gioia della festa

inattesa, così, dal cielo lieve.

 

 

Che bella la città tinta di neve! Non un rumore intorno, non un suono: in candide pennellate di leggerezza si rinnova tutto, fuori e dentro di noi. Ogni volta, davanti a questo stupore, si ritorna bambini. Io, almeno, torno come quando, bambino, rimanevo dietro il vetro a fissare per ore il lento cadere dei fiocchi nella convinzione che, guardando all’infinito, non avrebbe mai smesso. Non solo io: tutto sembra fermarsi ad ammirare uno spettacolo fuori del tempo, di soavità infinita. Il mondo veste un soprabito di candore, mentre il caldo buono della casa abbraccia anche l’anima. Lontani i colli sembrano più alti, simile al Soratte che Orazio canta in una delle odi che preferisco, la IX del primo libro, per il silenzio che crea e in cui riesco a sentirmi altrove, eppure qui, solo con me stesso.

In questa sospensione senza fine avverto echi lontani, «come di neve in alpe sanza vento» (Inf. XIV 30), parole che s’adagiano appena nell’anima e riaprono mondi. Gli occhi vedono quel che altri hanno dipinto attingendo a una tavolozza che rivivifica ogni volta nella potenza evocatrice. Questo, forse, è non fermarsi all’apparenza, al nudo dato empirico. Mi sembrava di volare sui versi di Pascoli, quando i passeri e la rondine si parlavano di lontano nelle loro lingue ignote e il poeta concludeva, rivolto a chi era emigrata in terre remote, «ma non sai la gioia / –scilp– della neve, il giorno che dimoia» (Dialogo, 41-42).

Si vede semplicemente con gli occhi degli altri. All’epoca non capii la Roma trasfigurata sotto la neve allo sguardo incredulo di Andrea Sperelli, che raccontava che «era un sogno poetico, quasi mistico», quando lessi per la prima volta Il Piacere di d’Annunzio. Affascinato dalla bellezza di quel testo mirabile, non comprendevo il senso vero della parola che crea e che ricrea. A rileggere un brivido m’assale, come oggi alla neve che si stende con una delicatezza insolita. Suggestioni, forse, nulla più, come nei famosi distici di Carducci, in cui l’incipit sa già di tetra caligine al cuore: «Lenta fiocca la neve pe ’l cielo cinerëo: gridi, / suoni di vita piú non salgon da la città» (Nevicata, 1-2).

Così, per poter affermare con orgogliosa modestia anch’io, come il buon Dante, «sì ch’io fui sesto tra cotanto senno» (Inf. IV 102), non tacerò il mio sonetto, cui diedi il titolo di Nevicata, come per i distici di Carducci, e che ebbe tanti elogi. Nevicava quel giorno e dedicai quel testo allo spettacolo di quell’evento. Allo stesso modo oggi rendo onore alla neve, nel giorno in cui festeggia gli anni Ginevra, cui dedico questo testo, come del resto l’altro, per non venir meno a quel gesto così semplice di partecipare di una gioia così personale. So che per altri non ha alcun significato; eppure, ci trovo il senso profondo delle cose. La memoria non è data mai una volta per tutte, ma va perpetuata perché esista in eterno. Ecco, quindi, che nella neve ritrovo questo.

 

 

© Federico Cinti

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