Rosa dolcissima

 

Ridesti, rosso fragile d’un giorno

ormai sfiorito; eppure, la fragranza

si spande più che mai chiara dintorno

all’aleggiare fragile di danza.

 

Dono inatteso, nella lontananza

oscilla ancora tremulo il contorno

lungo la soglia: nella buia stanza

colsi dal mio crepuscolo il ritorno.

 

In me sentii rinascere qualcosa,

simile a un dolce sibilo d’azzurro:

sentii che ero rinato a nuova vita.

 

In quell’istante, sulla via infinita,

mi fermai al tuo profumo, al tuo sussurro,

ai tuoi soavi petali di rosa.

 

 

Uno specchio, una rosa, due anime: nulla di più. Il resto mi pare superfluo o forse è ricordo, eco di un’eco che si perpetua. Nei racconti e nel canto tutto è possibile, «fior da fiore», diciamo pure così. E in quei fiori sta tutta la riflessione, chissà se pure quella dello specchio, riguardo alla soavità e alla caducità. Perché è vero, «la verginella è simile alla rosa, / ch’in bel giardin su la nativa spina / mentre sola e sicura si riposa, / né gregge né pastor le s’avvicina» (L. Ariosto, Orlando furioso, I 42, 1-4), a cui risponde il pappagallo lusinghiero che canta «Deh mira […] spuntar la rosa / dal verde suo modesta e verginella, / che mezzo aperta ancora e mezzo ascosa / quanto si mostra men, tanto è più bella» (T. tasso, Gerusalemme liberata, XVI 14, 1-4).

Tanti altri si sono cimentati nell’elogio di questo fiore, da Chiabrera a Marino, da Gozzano a Moretti, anche se oggi non voglio vestire i panni dell’amico pedante. Eppure, tutto si perpetua, in un copione che non ha mai fine, sempre nuovo com’è. Forse letteratura, forse vita. è che mi ci metto pure io a ragionarci su e mi rivedo, in qualche modo, agire in un sogno, in uno specchio appunto in cui tutto si fa possibile, perché tutto lo è veramente. La realtà è fantasia e in noi diventa rappresentazione. Il confine non è più così certo né vuole esserlo. Resta il sogno di quella rosa, di un fiore eterno di dolcezza senza fine. e il rosso, poi, vita che fluttua e fluisce nelle vene. Non so, ci nutriamo di simboli; anzi, siamo noi stessi simboli di qualcosa di più grande e di più significativo.

Non di più e non di altro vorrei parlare, quest’oggi, mentre ripasso la «rosa della grammatica latina» (M. Moretti, Rosa della grammatica latina, 1), l’unica certo che non sfiorisce mai. si declina così il tempo e la vita. mi è rimasta addosso, mi è rimasta dentro, come il profumo di quel giorno in cui sulla soglia incontrai quel fiore senza tempo. Un ricordo, intendo, un sogno di cui mi resta il distillare tenue senza tempo. Penso che nulla valga l’immagine inafferrabile di quel fiore. Forse, non è sempre vero che si amano solo le rose che non si colgono. Ma questa è un’altra storia.

 

 

© Federico Cinti

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Ode al “Benessum”

 

Immensità sospesa, in questo mare

liquido una dolcissima armonia:

vibra l’anima dedita a sognare

in cerca di un’eterea fantasia.

 

Naufragio senza fine, nostalgia

oscillante tra antiche luci rare,

brivido che si fa malinconia

eterna in cui potersi ritrovare.

 

Nenia in cuore: dal calice commosso

esala una fragranza sconosciuta,

senso d’inesprimibile vaghezza.

 

S’apre alla vita docile un’ebrezza,

una gioia donata e ricevuta:

musica di cristallo bianco o rosso.

 

 

Mi risuona alle volte nell’orecchio, «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 36), l’immagine del mare color del vino, come era negli incliti versi «di colui che l’acque // cantò fatali» (U. Foscolo, A Zacinto, 8-9), del sommo Omero, mito già in vita e padre d’altri miti. Ma il mare e il vino, segno (o forse meglio simbolo) dell’infinito, in cui è dolce per qualcuno naufragare nella ricerca di sé e del senso del tutto, mi paiono adesso un binomio inscindibile, il punto d’incontro in cui coagula la vita. è l’istante eterno, quello, in cui Odisseo incontra Calipso, in cui fa esperienza dell’oblio di sé e del rinsavimento.

Era l’aristocratico Alceo, fin dagli anni liceali, a cantarmi le gioie del simposio, in cui il vino aveva il nome del dio che scioglie le membra, Lieo. In esso mi si apriva la via alla libertà, ritrovavo una parvenza di verità. Eco di quel mondo così lontano, immerso nel vero «sovrumano / silenzio» (G. Leopardi, L’infinito, 5-6), era l’invito a carpire il giorno, unico possesso stabile di quel mondo rattrappito nel gelo invernale, mentre il Soratte svettava lontano candido di neve, mentre il focolare andava alimentato copiosamente. Nel vino si poteva dimenticare l’affanno del vivere, senza fidare troppo nel domani. Era la magnifica ode I, 11 di Orazio, che anche io ho tradotto, il famoso Carpe diem.

 

 

 

Alla fine, scivolo sempre su Orazio. Chiedo venia, ma questo, sì, lo sento molto vicino, come autore, forse anche per la mediazione della lirica dal Cinquecento in poi, da Chiabrera a Pascoli. Certo, Orazio e il vino sembra quasi scontato, ma poi tutto ritorna a quel punto, al vivere nei suoi snodi fondamentali, basilari. Non ha bisogno di ulteriori specifiche, ma almeno un ritratto, una piccola immagine vorrei lasciarla del poeta venosino. Di sé ricorda di essere canuto anzi tempo, ma pure un simpatico porco del gregge di Epicuro. Il resto è nelle sue opere, nei suoi versi. Un po’ come nei miei.

 

 

 

Per questo, probabilmente, quando l’amico Gaggioli mi ha chiesto di “sguinzagliare la mia musa” per cantare di un suo vino che mi aveva fatto assaggiare, il Benéssum, non sono riuscito a resistere ai richiami letterari. Non solo. Ammetto che qualche cosa risuonava in me, un libro di Andrea Mingardi dallo stesso titolo: ne parlammo anche in radio, a ridosso della sua pubblicazione, quando tenevo una piccola trasmissione in quel di Silla, frazione di Porretta Terme, «vent’anni fa o giù di lì» (F. Guccini, Eskimo). Già, Andrea Mingardi, di cui ho scritto un ritratto in versi in un mio libro, la mia Piccola guida esotica di Bologna (Persiani 2020). Ogni tanto ci si vede, ogni tanto ci si sente al telefono. Un personaggio, tutto qui, capace come il vino che porta il nome del suo libro di aggiustare ogni cosa. A me piace nero. L’ho detto come lo si direbbe a Bologna: mi piace rosso, come «il mare color del vino», violaceo, purpureo, in cui smarrirsi e ritrovarsi. L’amico Gaggioli lo ha dichiarato esplicitamente che l’idea era proprio quella, di ispirarsi ad Andrea Mingardi. Lo capisco: anch’io amo ispirarmi al bello e al buono.

 

 

 

© Federico Cinti

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A Mecenate

 

Mecenate, da re nato antichissimi,

o mio presidio e dolce mia gloria!

C’è chi ama cogliere col cocchio polvere

d’Olimpia e scansare la meta con ruote

 

di fuoco e stringere la palma nobile

che lo porta agli dei signori del mondo;

questi se il popolo di Roma ondivago

gareggia a eleggerlo all’onore triplice;

 

quegli se il proprio granaio nasconde

quello che spazzano nelle aie libiche.

Chi gode a incidere campi col sarchio

paterno nemmeno coi beni d’Attalo

 

faresti fendere su un legno ciprio

da marinaio pavido il mar Mirtoo.

Temendo l’Africo tra i flutti icarii

in lotta elogia la città e l’ozio

 

dei suoi campi il mercante, ma arma subito

la nave: non sa vivere da povero.

C’è chi non spregia coppe di Massico

vecchio né togliere parte dall’integra

 

giornata, steso al verde d’un corbezzolo

o dove nascono sacre acque limpide.

Molti amano le armi e udire il lituo

misto alla tromba nelle guerre in odio

 

alle madri. Sta sotto un cielo livido

chi caccia immemore della dolce sposa,

se avvistano una cerva i fidi cuccioli

o è in trappola un cinghiale della Marsica.

 

L’edera, premio di dotte tempie,

mi congiunge ai celesti, il bosco gelido

e le danze agili di ninfe e satiri

m’isolano dal volgo, se le tibie

 

non mi proibisce Euterpe né Polimnia

nega di tendere il barbito lesbio.

Ché, se m’inserirai tra i vati lirici,

le stelle toccherò col capo in aria.

 

 

 

Mi chiese una collega, ormai non so più quanti anni fa, perché mi piacesse tanto la prima ode («Maecenas, atavis edite regibus») di Orazio. Mi pare d’averle risposto che la sua musicalità mi affascinava. Era vero, certo, assieme al fatto che è una vera e propria dichiarazione di poetica. No, non certo l’unica; anzi, la prima di tante. Anche per questo ha un rilievo particolare. Ma la musicalità, già, la musicalità dell’asclepiadeo minore è fuori di dubbio. A ogni modo, mi aveva chiamato lei a leggerla, per dir meglio a recitarla, ai suoi studenti. La letteratura, con buona pace dei militanti impegnati, è non solo significato, ma pure significante, il perfetto equilibrio tra forma e sostanza, perché la forma è sostanza.

A quest’ode mi lega pure il ricordo del primo esame di letteratura latina. La ragazza prima di me, cui era stata chiesta, non aveva brillato particolarmente; anzi, non aveva quasi proferito verbo. Mi presentai io e la esposi quasi a memoria. L’ho detto che era nelle mie corde, anche se non capivo allora il motivo. mi risuonava particolarmente. La leggevo secondo quella che si chiama, in modo aberrante, lettura metrica. Oggi non la sopporto molto, perché è falsa; ma all’epoca era motivo di vanto riuscire a leggere in modo naturale in quella maniera. Anche oggi, intendiamoci, lo so fare; ma la consapevolezza dell’età e dell’esperienza mi fanno sorridere a tanta dotta erudizione. Aveva proprio ragione Seneca: «non vitae, sed scholae discimus».

Eravamo in aula Pasoli, al dipartimento di filologia classica e medievale di Bologna. Tre finestre, una di fronte all’entrata, due sul muro di destra. Un’altra porta, sul muro dell’ingresso, portava in un altro locale in cui non ricordo che cosa ci fosse. Dettagli inutili, come certe descrizioni pedisseque. Ma la memoria si nutre soprattutto di dettagli. Quel che mi piaceva di quell’aula è che dava da un lato sul terrazzo del Teatro Comunale e dall’altro sulla famigerata piazza Verdi. Un tuffo al cuore mi dà pensarci adesso. Era un po’ casa mia. chissà, forse per questo mi piace tanto questa ode: mi piace perché ha il sapore delle cose che non tornano più. La poesia ha pure questa funzione. Anche Giancarlo Giardina, il professore che aveva tenuto il corso e di cui poi divenni amico, pur nel rigoroso rispetto dei ruoli, nel corso monografico aveva letto Orazio. nel primo esame le Epistulae, mi chiese la dodicesima, e nel secondo le Odi. Mi chiese la trentesima del terzo libro, altra sublime dichiarazione di poetica, sempre in asclepiadei minori. Mi rendo conto solo ora di tante coincidenze, se poi esistono veramente. Ecco, il mosaico si ricompone a poco a poco davanti ai miei poveri occhi smarriti.

Mi hanno dato filo da torcere, negli anni, questi benedetti asclepiadei minori. Già, non ne venivo a capo. Il verso latino mi era chiaro, anche troppo. Ma come renderlo? La tradizione italiana aveva adottato alcune soluzioni, ma più che rigorose mi parevano rigide. Da quelle, ovviamente, sono dovuto passare. Gabriello Chiabrera era riuscito in qualche modo a riprodurlo e Giosuè Carducci lo aveva seguito, con qualche piccola innovazione. Mi ci sono crogiolato parecchio in questi sistemi, ariosi, musicali, dalla vaga ascendenza classica. Vaga, insomma, pura ascendenza classica. Eppure, parevano restare lettera morta, reperti archeologici collocati in un museo polveroso. La poesia non è questo. E nemmeno la traduzione. La forma è sostanza: me lo sono ripetuto fin troppe volte.

 

 

 

Chissà, forse Euterpe e Polimnia mi hanno visitato e mi hanno mostrato la via alla soluzione del dilemma. Anche questa è forse solo una tappa del mio viaggio, ma mi sembra degna d’essere proposta alla lettura. Ecco, alla mia collega oggi potrei rispondere che quella musica non solo vive in me, ma continua a risuonare come quel primo giorno. potrei andarle a raccontare mille altri particolari, ma non le importerebbero, come non le importarono tanti anni fa. La poesia si vive, come la vita si scrive.

 

 

© Federico Cinti

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