Nel cuore del poeta

 

Frulla l’idea. Nel cuore del poeta

ride il genio. L’immagine scintilla

alchemica del sogno. Un po’ di creta

nelle mani, nell’occhio la favilla

 

celeste di Prometeo: a stilla a stilla

ecco a un tratto l’essenza più segreta

spira di vita nella sua pupilla

chiara. L’anima ancora si fa lieta.

 

Antica vanità, la fantasia

blandisce il tempo. Nell’eterna urgenza

assorto sembra il volto nel miraggio.

 

La via procede, ricomincia il viaggio

di chi vede e non sa. L’indifferenza

impedisce alla vista ogni poesia.

 

 

ogni tanto penso di non essere io a scrivere. Altri già l’hanno detto, certo, e molto meglio di me; eppure, mi stupisco ancora di come un pensiero, un mio pensiero, possa diventare poesia. chissà, forse «possa» è troppo pretenzioso e sarebbe meglio sostituirlo con «ardisca». Non è il singolo a essere poeta, questo è ovvio, bensì i suoi lettori a riconoscerlo tale, anche se oggi pare piuttosto il contrario. A ogni modo, «frulla a un tratto l’idea» (G. Pascoli, Il cacciatore, 1) e la si deve cogliere, cui fa eco «il frullo che tu senti non è un volo, / ma il commuoversi dell’eterno grembo» (E. Montale, In limine, 5-6).

Ecco, avevo chiesto ai miei studenti di scrivere un sonetto. Pretesa troppo alta? Forse. Ma chi decide del limite altrui? Ci si deve pure inoltrare oltre la soglia, «vaghi già di cercar dentro e dintorno / la divina foresta spessa e viva» (Purg. XXVIII 1-2). La poesia si coglie dalla viva foresta di simboli, per parafrasare il buon Baudelaire, da quel tempio già neoplatonico che è la natura, fuori e dentro di noi. «Frulla» appunto «l’idea» «sulle soglie / del bosco» in cui non «odo / parole che dici / umane» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 1-4), sia essa o non sia «in su’l lito di Chiassi» (Purg. XXVIII 20), come il Paradiso terrestre.

Era solo la richiesta di un sonetto, come faccio con tutti i miei studenti delle classi nuove, nulla di più. La poesia è anche mestiere, non neghiamocelo. Leggerla non basta. A me non basta, almeno, per entrare nella fucina del poeta e non solo perché egli sia «un grande artiere, / che al mestiere / fece i muscoli d’acciaio» (G. Carducci, congedo, 19-21), bensì perché è inaccettabile che tutti si dedichino alla composizione di versi senza averne coscienza e contezza. Perché fruttifichi, il campo va arato, come suggeriva l’anonimo autore dell’Indovinello veronese, per cui «se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba». In fondo, «quando / amor ci spira, notiamo, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro andiam significando» (Purg. XXIV 52-54), ma solo se abbiamo l’umiltà di chiedere al «buon Appollo» di «farci del suo valor sì fatto vaso» (Par. I 13-14), perché veramente l’autore è un altro, è quel dio presente nella parola «entusiasmo», come sottolineava pure l’ovidiano est deus in nobis (Fasti VI 5), ripreso ancora da Berchet nella Lettera semiseria. A chi scrive l’obbligo del labor limae, usando gli strumenti dell’arte, cosicché «le nove Muse ci dimostrin l’Orse» (Par. II 9).

Anch’io ho fatto il mio compitino: ho scritto il mio sonetto sulle gioie e le pene del poeta. I miei studenti lo hanno apprezzato, quando l’ho proposto alla lettura. Ora attendo i miei piccoli poeti: attendo che anch’essi siano presi dallo stesso entusiasmo che ritrasformi l’otium in vero tempo libero da dedicare a se stessi, come Titiro confessa a Melibeo: deus nobis haec otia fecit (Virgilio, Eclogae I 6). Non resta che appassionarsi, riappropriarsi dell’ardore che investe da sempre lo studium. Io ci provo, tutto qui. Ci provo a non lasciarmi fagocitare. Il più è riuscirci.

 

 

 

© Federico Cinti

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Giorno d’agosto

 

Assorto il giorno a un soffio di velluto

galleggia. Tutto è immobile: il cammino

in faccia al sole sembra ormai perduto.

 

Ubriaco di luce aurea, il giardino

languisce a un tratto. Voci sulla via

insistono su un vuoto sibillino.

 

Antiche vanità di nostalgia

medita il cuore stanco. In qualche sbaglio

esiste una possibile armonia.

 

Laggiù, solo al di là del vitreo abbaglio

cade il velo invisibile: il segreto

ha senso, si spalanca lo spiraglio

 

impalpabile. Un dolce riso lieto

offre alla vista ciò che sta sepolto

nell’anima. Ovunque si fa inquieto

 

il raggio senza limiti, in ascolto.

 

 

Un soffio obliquo «il sole / in fasce polverose» (G. Pascoli, Patria, 7-8) già di fine agosto, in quel sogno infinito – o indefinito? – che è l’estate. Un incantato stupore, ecco, non molto altro, in questo mare di luce dorata. Inesorabile è il tempo che ci trascorre e trascolora. Non so, ogni volta me ne sorprendo, perché scopro qualche cosa di sempre nuovo in ciò che è sempre uguale. Evocazione e unicità in una fusione che si dà, nonostante la nostra pur misera presenza. Una sorta di eco di un’eco, come ritrovo nelle poesie in cui mi capita d’inciampare ogni volta che le leggo. In quel «sempre un villaggio» (G. Pascoli, Romagna, 1), incipit di una delle prime liriche che ho imparato a memoria, in terza elementare, non posso che risentire due luoghi leopardiani, l’abbrivio dell’Infinito, «sempre caro mi fu quest’ermo colle», e Il sabato del villaggio. Per non parlare dell’«azzurra visïon di San Marino» (Romagna, 4), debitrice chiaramente delle sfumature celesti delle Ricordanze.

Era così l’estate, in un silente guizzo di luce, «dentro il meridïano ozio dell’aie» (Romagna, 16), quella sospesa intercapedine che altri avrebbe definito «meriggiare pallido e assorto» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 1), davanti al miracolo avveratosi, mentre «la mente mia, tutta sospesa, / mirava fissa, immobile e attenta / e sempre di mirar faceasi accesa» (Par. XXXIII 97-99). Solo in questo stato di grazia eccezionale, «a mezzo il giorno, che de le grandi querce a l’ombra stan / ammusando i cavalli e intorno intorno / tutto è silenzio ne l’ardente pian» (G. Carducci, Davanti san guido, 52-56), può cadere il velo di Maya, si può attraversare la linea che separa il fenomeno dal noumeno e accorgersi che «nel suo profondo», proprio lì, «s’interna, / legato con amore, in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87). Così si può ammettere l’epifania in cui «non bava / di vento intorno / alita» (G. d’Annunzio, Meriggio, 6-8).

 

 

 

Ascolto, tutto qui, quel che succede intorno, nel giardino che circonda casa in un verde che già desidera biondeggiare. È uno stato di grazia, un sollievo dell’anima, come un fiore che spunta inconsapevole. Ogni cosa si dà in questo momento così leggero, in questo evanescente pomario in cui «tolgo e mordo il frutto avventurato / e mi pare di suggere dal frutto / un’infinita pace, un bene, un tutto / tutto l’oblio del tedio e del passato» (G. Gozzano, Il frutteto, 65-68). È l’estate che va, che va e declina a poco a poco impercettibilmente. E io con lei, non dubito. È soltanto il sogno di un’eco che si ripete infinite volte, «nella cava ombra infinita» (G. Pascoli, Alexandros, 59). Ascolto, tutto qui, senza null’altro fare, nell’ora che s’approssima al crepuscolo e che beve le voci lontane in un azzurro siderale.

 

 

 

© Federico Cinti

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Chiara e io al Paffè di Casalecchio

 

Come non so. Di questo giugno diafano

ho avvertito in me il tacito trascorrere.

Infinito il sollievo

a tante nostre chiacchiere.

 

Ricordi, nulla più, l’inesprimibile

attesa che si sfa nell’indicibile.

Viso azzurro, sorriso,

nel cuore l’insondabile.

 

 

Vuoti i corridoi, le aule, anche il cortile: forse la scuola è pure questo, un vacuo simulacro in cui ricercare ciò che siamo stati, se mai lo siamo stati. Fa un certo effetto, lo confesso. A me stamane lo ha fatto, almeno. A fine primavera è così, quando il famoso «giugno ci ristora / di luce e di calor» (G. Carducci, Pianto antico, 7-8). Qualche cosa aleggia, «resta / quel nulla / d’inesauribile segreto» (G. Ungaretti, >Il porto sepolto, 5-7). È la poesia, null’altro, pure se non la si cerca né la si vuole. È nell’aria, nelle cose, in noi.

Anche un caffè può essere poesia. stamattina è successo. Ogni tanto ci si concede una pausa da tutto e si ritorna in quell’oasi in cui il tempo si ferma e distilla a goccia a goccia. Non è in sé, ovviamente, la bevanda, bensì il rito. Lo sappiamo: da anni si celebra. Non se ne può fare a meno. Io almeno non posso farne a meno. A quanto pare non solo io. Chiara mi viene a salutare, nonostante i molteplici impegni, oggi più di allora. Anche quella scuola fu sua. Chissà com’è rientrarci dopo tanti anni. Un pezzo di vita non si scorda facilmente. Diciamo che si elabora, si sublima, un po’ come il caffè che si gusta in bocca a lungo, come un piacere che si sfa a poco a poco, simile al profumo dei fiori nell’aria.

Si parla, tutto qui, di quel che si fa e di quel che non si fa, delle contingenze e delle urgenze. Alla fine, si cade sempre sull’atto puro della scrittura. Non siamo ancora riusciti a determinare in modo credibile che cosa generi la creazione attraverso le parole. Anche quello, in fondo, è un cambio di stato, è un «trasumanar […] per verba» (Par. I 70). Stamane sostenevo la possibilità di pensare per scrivere, ma di scrivere senza pensare, quasi che di per sé la creazione poetica sia il pensiero in azione. Non so, la visceralità che crea, senza ovviamente generare. Anche Chiara ha convenuto, pur riconoscendo la necessità di approfondire il discorso. Già, come se fosse facile. Ma è pure necessario porsi la domanda.

Noi ce la siamo posti, come tante altre volte, come tante altre domande. Anche noi forse eravamo come i fiori che profumavano il tempo di idee, sempre ammesso il tempo esista veramente anche al di fuori di noi. No, di questo non si è parlato. In verità non mi è venuto in mente, ma fa lo stesso. Non possiamo racchiudere in un caffè lo scibile e l’inconoscibile. Qualche argomento di riserva è bene tenerlo da qui all’eternità, quando forse potremo parlare con più cognizione di causa del trascorrere rapido dei giorni che, poi, forse non trascorreranno più. E i fiori profumeranno per sempre delle nostre parole così vane, ma così necessarie al caffè che ci ospita nel suo mondo.  

 

 

 

© Federico Cinti

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A Maurizio il 10 dicembre

 

Muto il portico gelido di marmo

addobbato di festa,

una vetrina dopo l’altra. Resta

recondito un pensiero

indicibile, vivido un ricordo.

Zampilla un filo pallido di sole

in lontananza, il riso

opaco di quell’ultimo sorriso.

 

Mesta la via nell’ora

attardata nel giorno

nuovo nel tempo senza più ritorno.

Tutto fugge così, perso in un punto

evanescente al vertice in cui l’occhio

crede alla convergenza parallela.

Così fu. Sarà ancora.

Ha il tempo il rito dietro cui si vela

il senso. Un’illusione

non già. La vita giace

in quest’attimo fragile di pace.

 

 

Che vuoi mai, Ingegnere? S’annulla il tempo. Questo lo si impara a proprie spese e non perché non si voglia credere agli altri. A me è capitato così, almeno. Il tempo non è gratis per nessuno. Si prova a far finta di nulla: è umano, troppo umano. Poi, naturalmente, il pensiero ritorna sempre «colà dove la via / e dove il tanto affaticar fu volto» (G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, 33-34), al tarlo che ci scava e ci divora. Ricordi, tutto qui, oggi soprattutto che siamo anestetizzati dalle memorie artificiali per non essere più padroni del nostro passato e del nostro futuro. Tutto si condensa nell’evanescenza rapida di un’immagine virtuale. Il reale è fuggitivo, come la vita che lo abbraccia. Ciò che è mio è con me: lo confessava candidamente Stilpone di Megara a Demetrio Poliorcete. Non c’è bisogno che io ti richiami alla mente il De constantia sapientis (V, 6 in particolare) di Seneca.

In un giorno come questo, di nebbia o poco più, resta solo la certezza di ciò che materialmente non si possiede più. Forse non è nemmeno così poco, a rifletterci bene. Mi rivedo, ormai non so più nemmeno quanti anni fa, sotto il pergolato della casa alla Venturina a discettare con te e con Maurizio dei massimi sistemi, una calda domenica di fine agosto. Ci si era tutti. Che strano effetto mi fanno, adesso, quel tepore e quel sapore, languidi come tutto ciò che si sa di avere avuto e di non avere più. E la sua voce acuta, sì, quella voce tutta particolare, soprattutto al telefono. «Prontoooo!». Non è solo per ridere che ce la si ripeteva e gliela si ripeteva. Oggi sa di dolcezza malinconica, come la cupa fine d’autunno, dal «tedio che dura infinito» (G. Carducci, Alla stazione in una mattina d’autunno, 60). Ma non è la noia «in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani» (G. Leopardi, Pensieri, LXVIII).

 

 

 

Anche al tè delle befane si metteva sempre di fronte a me, dal lato corto del tavolo ovale, tra il pianoforte e il presepe. Era là, a tenere banco, tra gli amici di una vita. ora la sua seggiola è vuota, come purtroppo tante altre. Solo il ricordo non muore mai, Ingegnere. La poesia ce lo rammenta da sempre: pulvis et umbra sumus (Orazio, carm. IV, 7, 16). Farsene una ragione è quasi impossibile, almeno per me. Il filo di sole che, a un tratto, s’apre tra le nuvole, ecco, questo sì mi dà speranza che questa condizione non sia vana, ma segno di qualche cosa di più grande. Non è retaggio antico, consegnataci da chissà chi e per chissà che motivo. Lo si impara, anche questo, a goccia a goccia, a volte per intuizione diretta.

Eppure, Ingegnere, non voglio annoiarti. Forse già l’ho fatto, ma la scrittura è così: o la si ama o la si schiva. Il domani già bussa alla porta. Fermarsi a pensare è pericoloso, nel logorio del silenzio interiore, mentre tutto all’esterno sembra indifferente. Potrebbe pure esserlo, se non ne facessimo parte. Oggi sarebbe uno di quei giorni da cancellare o da saltare. Invece, ci si sente buttati là, «come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata» (G. Ungaretti, Natale, 9-13). Per sorridere un po’, come ogni tanto si fa, ripensiamo ancora alla domanda fatidica di Maurizio: «Ma che fine hanno fatto i farisei?». Me la ripetesti, in casa di Elena, precisamente nella cucina. Il tuo tono era perplesso. C’era pure l’amico tanto strano con noi, quell’amico che poi si è perso e non abbiamo capito nemmeno perché. Eppure, quella domanda così bizzarra adesso non mi pare più così particolare. È un pezzo del mosaico che è andato in frantumi il 10 dicembre dell’anno scorso e che faticosamente, diciamolo pure, si tenta di ricostruire, tassello dopo tassello, per farne parte di noi.

 

 

 

© Federico Cinti

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In questo giorno – all’Ingegnere

 

Attardarsi sul limite. Nebbiose

lontananze nell’anima, un sussurro,

una voce insondabile tra cose

chiare d’azzurro.

 

Antichi sogni. Lieve nostalgia

muta per l’aria, nel silenzio assorto

appare ciò che fu. Lungo la via

noia e sconforto.

 

Trema un sibilo d’ala. Scuote il vento

emozioni d’un attimo. Oltre il velo

chimere d’una vita, lo sgomento

che chiama al cielo.

 

Hanno gli alberi un fragile torpore

in sé. Tutto fu già, tutto è ritorno

nell’oblio di quest’essere incolore,

in questo giorno.

 

 

Nascere in autunno, in particolare in questo giorno, mi pare un privilegio. In altre epoche della mia vita non mi avrebbe mai sfiorato nemmeno l’idea di pensarlo. Si cambia, è necessario, e pure con un insano gusto per la metamorfosi, tutto qui: la coerenza non è sempre una virtù e soprattutto non lo è relativamente a certe questioni. Anche perché, bisognerà pure ammetterlo, il tempo è un congegno strano. Ero quasi tentato di lanciarmi su «ordigno», ma poi mi sarebbe sembrato di scadere nel ghiribizzo della citazione, da Dante in su o in giù. Sì, proprio il sommo vate, perché impiega questo termine per dare una visione d’insieme di Malebolge, «di cui suo loco dicerò l’ordigno» (Inf. XVIII 6). Probabilmente ordo gli sarà risultato troppo neutro, troppo poco diabolico intendo, anche se è vero che «l’occhialuto uomo […] inventa gli ordigni del suo corpo» (I. Svevo, La coscienza di Zeno). Niente di più, non volevo esagerare. Forse è la malinconia autunnale, una rivisitazione della noia leopardiana. Del resto, anche io ho l’impressione «che per tutto nel mondo è novembre» (G. Carducci, Alla stazione in una mattina d’autunno, 56), in uno spleen tutto nostro, tutto bolognese, «in un tedio che dura infinito» (v. 60).

Eppure, il mio amico Ingegnere è nato proprio a novembre, in particolare in questo giorno. Me lo ripete sempre, con una certa aria di superiorità: «Tu sei molto più vecchio di me». Ed è vero, purtroppo. Così, nel mio posticino solito, sul lato corto del tavolo della sua cucina, mi stringo nelle spalle e annuisco. Perché sì, è la verità. Poi, lo guardo dritto, pure un po’ dispiaciuto, e gli confido in tutta sincerità: «Lo so, lo so: sta’ tranquillo, ché te lo scrivo sulla lapide». A quel punto si placa ogni moto di superbia. Oh, io non sono nato a novembre: e che ci posso fare? È «un piacer serbato ai saggi», questo: l’ho già ammesso con rammarico.

Chi glielo va a raccontare, poi, all’Ingegnere del treno? Sì, del «mostro, conscio di sua metallica / anima» (G. Carducci, alla stazione in una mattina d’autunno, 29-30), quello per cui «per tutto nel mondo è novembre»? intendiamoci, non so determinare con esattezza, ma nemmeno Heisenberg ci era riuscito, figuriamoci se ce la posso fare io, i danni irreversibili della scienza e della tecnica. Anche’Ntoni di Padron ’Ntoni non si era rovinato per colpa del treno che lo aveva staccato, povera ostrica inesperta, dallo scoglio di Acitrezza, per portarlo a fare il servizio militare a Napoli? È l’inizio della fine, quando tutto cambia perché nulla cambi. È «la fiumana del progresso», chiamiamola pure così con le parole di Verga: sopraggiunge inaspettata e distrugge un equilibrio secolare, millenario alle volte. Un’ondata più forte sull’arenile e tutto è da rifare perché torni come prima.

Insomma, chi glielo va a spiegare all’Ingegnere che anche Mattia Pascal, quando non era ancora fu, si perde (o si ritrova? Io sono ancora incerto sulla vera risposta) sul treno di ritorno da Montecarlo, con un bel gruzzolo in tasca, in quel di Ventimiglia? Tutto a un tratto, all’improvviso, come per epifania inaspettata, apprende la notizia di essere morto. Già, morto, mica altro, non certo smarrito. Sapere la verità può essere una rivelazione terribile. Io non me la sento. No, non ho il coraggio di parlargli del treno, all’Ingegnere intendo, lui che ci è tanto affezionato. Anche l’avvocato della Carriola esce di testa sul treno, di ritorno da Perugia. E non parliamo di Belluca, nel Treno ha fischiato. Sì, è vero, Pirandello è un po’ una delle mie ossessioni, ma se non ne parlo a un amico di vecchia data, più di cinque lustri, direi quasi sei per esagerare, tanto chi va a controllare?

 

 

 

Sarà per questo che, ultimamente, si è spostato a studiare il trasporto aereo. Già, quegli strani oggetti che violano i cieli, una volta così belli a poterli guardare senza che nessuno ci avesse tracciato rotte così iperboliche. E parlavano di tracotanza a proposito degli Argonauti. Ma oggi, i miti, ditemi voi, chi li legge più? Eppure, parlavano di noi. Ecco, l’Ingegnere mi avrebbe fatto notare che, appunto, «parlavano di noi», mentre ora parlano di un mondo che non esiste più, rottami romantici da archiviare per sempre. Già, perché il laudator temporis acti sono io. Anche questo lo ammetto e lo sottoscrivo pure claris verbis. Gli scheletri li tengo fuori dell’armadio, in bella vista, senz’altra pretesa che mi ricordino chi avrei voluto e non sono stato in grado di essere. Il resto non conta, non ha mai contato. Il mio posticino sul lato corto del tavolo non me lo toglie nessuno. Potrei chiamarlo il mio posticino al sole, se non guardasse di sbieco la terrazza che dà sul cavedio interno, multietnica tavolozza variopinta.

In questo giorno, come «aus nebliger Ferne», per riprendere le parole di Sisi, «dalle nebbiose lontananze», guizza qualche pensiero, simile a «un’ombra errante / con sopra il capo un largo fascio» (G. Pascoli, Nella nebbia, 19-20). Nella nebbia, mare senza onde, in cui gli alberi sottili si confondono, come ciò che sappiamo, come ciò che vediamo e sentiamo. È questo il mare della conoscenza, perché in fondo sapere è non sapere. L’Ingegnere lo sa, forse anche più e meglio di me, che «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20). Così, insieme, ci si inoltra in questa foresta di simboli viventi, che è il mondo, anche interiore.

 

 

 

© Federico Cinti

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L’estremo cielo

 

Espia il tempo l’oblio. Sordo cascame

le foglie in mezzo agli alberi. Si frange

il sole occiduo tra le tetre trame

sopra la linea d’ombra. Il cuore piange

 

al soffio della notte, ardua falange

tetra sul petto dell’antico stame.

Obliqua vanità. L’ora rimpiange

rifugi d’altri giorni, d’altre brame.

 

Nulla è più come allora. Lieve il velo

adagiato sull’anima assopita

dentro le cose. Sibila un sussurro

 

acerbo, l’occhio vaga per l’azzurro

muto di nostalgia. Sulla salita

estrema un filo limpido di cielo.

 

 

Oggi ho freddo, chissà. Non lo sopporto. Il chiarore dell’aria che qualcuno (di nome Giosue Carducci?) avrebbe definito «adamantino», anzi meglio «adamàntino», ha un che d’incantato, quasi uscito da un quadro d’altri tempi. Tutto adesso è ormai d’altri tempi, nell’oblio in cui siamo immersi perennemente, espiazione di un’ora immobile all’apparenza in fuga, eppure fissa eternamente. In questo costante crepuscolo tutto appare così, all’improvviso cascare delle foglie, è così, tra «i brevi dì che sembrano tramonti / infiniti» (G. Pascoli, I gattici, 12-13), tutto resta sospeso e indicibile.

Si chiude il giorno come palpebra al soffiare della notte, simile all’eburnea falange «dell’indomita Parca» che recide, per l’ennesima volta, lo «stame» (G. Leopardi, Ultimo canto di Saffo, 43-44) arrugginito delle ore. Davvero, sempre di più, nulla è più come prima, anche se nulla poi lo è mai sul serio. Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, secondo la sentenza dell’Efesio, nell’immoto fluire del tempo, sempre antico, sempre nuovo. Nella vanità delle vanità si risolve ogni giorno e ogni notte. Eppure, questo è noto solo a chi riesce a oltrepassare l’impalpabile linea d’ombra dell’orizzonte.

 

 

 

C’è un velo sottile su ogni cosa, azzurro come l’ombra prima del buio che tutto copre. Io lo sento così, sopra ogni cosa, me lo sento addosso, dentro il cuore. Il segno dell’autunno che fa suonare i suoi violini, ghirigori sonori nel muto vuoto dintorno. impressione che torna e che rifugge, chissà come, chissà dove. Nulla è più come prima, nulla lo sarà mai più. Ci attacchiamo all’ultimo raggio di luce, perché «ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera» (S. Quasimodo, Ed è subito sera). Verità nelle cose, verità dentro di noi, questo l’estremo cielo del mio canto.

 

 

 

© Federico Cinti

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La Venetica regina ossia il tramonto di Venezia

 

Vertigine sospesa d’infinita

eternità. Silenzio senza fine.

Nuota d’azzurro un sibilo, smarrita

evanescenza in abito di trine.

 

Tutto dilegua, sogni di rovine,

immagini di gloria, antica vita

caduta nell’oblio. Soltanto spine,

adesso che la rosa è ormai sfiorita.

 

Resta il ricordo, terminato il viaggio

estremo. Il mare mormora dimesso.

Già fu quel tempo: tutto scorre invano,

 

illusione di un attimo lontano.

Nello specchio l’ennesimo riflesso,

ancora, forse l’ultimo miraggio.

 

 

Ieri sera un messaggio: l’Ingegnere mi scrive da Venezia. Qualche giorno a gustare la Biennale di Architettura, sua passione inconfessabile, nonostante l’altisonante titolo con cui lo apostrofo. Nulla di nuovo, intendiamoci, uno sguardo furtivo tra calli e campielli, quasi a frugare la memoria dimentica di sé. Non ricordo nemmeno più l’ultima volta in cui ci andai, mi pare il Martedì Grasso del 1998. Sì, poco dopo ci lasciò mio padre. A questo più che ad altro è legata quella dolorosa pagina di vita. Una limpida giornata di febbraio, il 24 mi pare. Non si era nemmeno laureati. Abbiamo anche un grande quadro a casa, senza vetro, dell’Isola di san Giorgio. Ora non so nemmeno più se sia appeso. Non mi spiaceva, solenne e austero com’era.

Anche oggi l’Ingegnere è là. Mi racconta le sue escursioni. Un po’ lo invidio, se non altro per la libertà di movimento e per la capacità d’immergersi nei dettagli per coglierne le spigolature. Assieme a lui non ci si annoia, neppure a distanza, anche se quel «desiderio vano della bellezza antica» (G. Carducci, Nella piazza di San Petronio, 20) temo sia solo mio. Provo a illustrarglielo, come posso e come lo sento, ma non è sempre facile esternare in modo ingenuo, tutt’al più sentimentale per dirla con Schiller, un altro Friederich come me, i sussulti dell’anima. Del resto, proprio nulla è oggi più uguale a quella Venetica regina.

Avrei potuto anche scommetterci che era Venetica regina, lo ammetto candidamente; invece, era solo Veneta regina, nella poesia di Mattia Butturini (1752-1817), stampata in Raccolta di poesie in dialetto veneziano d’ogni secolo nuovamente ordinata ed accresciuta, Venezia, co’ tipi di Gio. Cecchini e comp., 1845, che tanto mi aveva colpito, quando la lessi al ginnasio. Per caso, intendiamoci, su un vecchio libro dell’armadietto di classe, rimasto aperto perché se ne era persa la chiave, di non so che più anno. Era ormai ingiallito, tanto era vecchio, e sulla copertina di colore rosso e blu. La poesia era lì, a parlare di Venezia in una lingua che non c’è più e che pure pare la nostra, un Elogio a Venezia, nulla di più:

 

 

Te saluto, alma dea, dea generosa

o gloria nostra, o veneta regina!

In procelloso turbine funesto

Tu regnasti secura: mille membra

Intrepida prostrasti in pugna acerba!

Regna in prospera sorte, in pompa augusta,

in perpetuo splendore, in aurea sede.

Tu serena, tu placida, tu pia,

tu benigna, me salva, ama, conserva.

 

 

Forse il segreto di Venezia è tutto qui, proprio come in questa poesia che sembra italiano ed è latino, ossia rimanere quello che non si è più, come nella differenza pirandelliana tra acquasantiera e portacenere per Roma. In qualche modo Thomas Mann ce lo aveva preconizzato, già prima della Grande Guerra, proprio nella sua tragica Morte a Venezia. È quel clima di dissoluzione e di inconfessabile il vero protagonista del racconto: i personaggi sono soltanto comparse sullo sfondo di una gloria che non esiste più, come il quadro stampato su un disco di Vivaldi che mi aveva regalato per Natale mio padre con il Canal Grande in inverno e la cupola di una chiesa bianca di neve. Un paesaggio degno del Taliarco di Orazio (carm. I 9), anche se il concerto più bello del vinile era quello Per la Santissima Assunzione.

 

 

 

Eppure, l’Ingegnere adesso è là, a Venezia, tra odori colori sapori di qualche cosa che non appartiene più ai veneziani, quasi che il mondo sia ormai di tutti e di nessuno. È giusto così, era l’idea cosmopolita dei rivoluzionari francesi, salvo poi insanguinare l’Europa intera, perché le loro idee andavano imposte a tutti i costi con la pace. Pure Venezia cadde sotto la mannaia del grande liberatore, la cui spoglia poi giacque «immobile, orba di tanto spiro» (A. Manzoni, Cinque maggio, 1-2), senza più essere Venetica regina. L’Ingegnere è là e mi manda alcune immagini molto suggestive, da mettere ovviamente a corredo di queste mie scarne parole. Mi ha sottolineato che la più bella è senza dubbio quella che ha catturato ieri sera, il tramonto dal Lido degli Schiavoni. Già, altro non era, lo sapevamo bene, che il tramonto di Venezia.

 

 

© Federico Cinti

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Sul finire d’agosto

 

Attesa vana il tempo che va via:

rosa un filo sull’ultimo orizzonte,

Bersaglio al cuore, antica nostalgia;

torna azzurro il sereno dietro il monte.

Lenti i ricordi affiorano, pensieri,

ombre d’ombre su fragili sentieri.

Narciso, eterna immagine che muore,

di nuovo si rigenera in un fiore.

 

 

Non s’attende passare il tempo: lo si vive o lo si uccide, lo si prende o lo si perde. Starsene sul confine dei mondi è come starsene su quello dei mesi: una vertigine difficile da reggere. O di qua o di là, appesi al filo della decisione. Una scelta è guardarsi indietro o procedere. Nulla è mai dato invano, anche nell’apparente casualità degli avvenimenti. Ci si ferma a riflettere, questo sì, come Narciso dinanzi alle acque del fiume che eternamente scorre, il fiume della vita, le cui acque non sono mai le stesse, come le immagini che troviamo per la prima volta e ritroviamo per sempre. Anche l’identità del fiume esiste solo nella nostra ansia di catalogare l’universalità dell’essere. Tutto scorre nell’infinito vortice del fiume.

 

 

 

Anche attendere è un passaggio, un trascorrere lento dell’ora. Lontano un filo rosa, «cirri di porpora e d’oro» (G. Pascoli, La mia sera, 20), mentre a poco a poco, quasi impercettibilmente, «torna azzurro il sereno» (G. Leopardi, Il sabato del villaggio, 16), una linea d’ombra che scivola tra il cupo in cui tutto si smarrisce. Nulla è più come prima, anche se tutto pare essere rimasto uguale. Ricomponiamo di volta in volta soltanto i pezzi di un mosaico che va in frammenti, ascoltando «in rime sparse il suono» (Rvf I 1) la voce della nostra antica coscienza.

Restano forse gli «esuli pensieri» (G. Carducci, San Martino, 15) su quel confine «tra le rossastre nubi» (G. Carducci, San Martino, 13) a consolarci dell’eterno trascorrere del tempo, dopo che il sole obliquo ha percorso nuovamente il suo tragitto. Transito, null’altro che un transito, all’esterno e all’interno di noi. Ricordi di ciò che fu, di ciò che forse sarà, come in un altro quadro Di fine agosto, tesoro senza fine dentro il cuore. Era un giorno così, come questo, eppure così malinconico già allora. Lo vissi e lo rivissi, fino a trattenerne il pulviscolo dorato dentro l’anima, come se eternamente scendesse «tra gli olmi il sole / in fasce polverose» (G. Pascoli, Patria, 7-8).

Narciso di nuovo e per sempre attende, nella fissità della nostra fantasia, sull’argine del fiume, di trasformarsi nuovamente in fiore, nella sua vera essenza di bellezza pura e algida. Di qua e di là dal quadro due verità si specchiano e si rispecchiano, l’una più autentica dell’altra. Il tempo non finisce e non comincia in questo ciclo di corsi e di ricorsi, dalla creazione al finale giudizio. Coglierne i progressi e i ritorni diventa esercizio di alta speculazione ermeneutica cui non ci si può sottrarre ingenuamente. Eppure, il tempo corre e noi con lui.

 

 

© Federico Cinti

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Placida nostalgia

 

Assorta l’ora pallida

giace, eco impercettibile nell’anima

inerte. Antiche immagini

udite oltre l’abbaglio, linea fragile

 

laggiù, oltre l’ombra vacua

in cui sognare. Ennesimo rifugio

appena conoscibile,

musica ignota, eppure così prossima,

 

eppure così vivida,

laggiù, nel quieto margine in cui perdersi:

come in un incantesimo,

hanno i pensieri il volto delle favole.

 

Inutile rivolgersi

ora indietro a cercare: in questa placida

nostalgia lento indugia

il desiderio ad ascoltare un palpito.

 

 

In questa fine d’agosto sembra sul punto di finire l’estate, anche se ancora un mese ci separa da quello che Orazio definiva malinconicamente pomifer autumnus (carm. IV 7, 11), nel ciclico avvicendarsi delle stagioni, la cui eco ritrovo in questi versi carducciani, «m’asconda ella gl’inanimi / fiori del giovin anno: / essi ritorneranno, / tu non ritorni più» (G. Carducci, Primavera classica, 21-24), seppur invertiti di segno. Nella contemplazione della natura che inesorabile procede si risolve ogni contraddizione, l’anticipo di quel che già sappiamo e che un poeta esprime con forza meglio di qualsiasi ulteriore riflessione: «Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto, / nelle piogge di settembre / torrenziali e piangenti / e un brivido percorse la terra» (V. Cardarelli, Autunno, 1-5).

In questo scorcio d’agosto tutto torna, anche il sole obliquo in attesa della sera. Così almeno mi pare, in giorni sempre più brevi e quasi lontani da quel giugno ristorato, diciamo pure così, «di luce e di calor» (G. Carducci, Pianto antico, 8), come il famoso «muto orto solingo» (Id., Ibid., 5). Senza stupore, certo, ritorna il pensiero di ciò che fu in ciò che sarà. Penso a me, alla linea che separa questi giorni dagli impegni professionali e mi risento nei versi pascoliani in cui si ricorda che «chioccola il merlo, fischia il beccaccino; / anch’io torno a cantare in mio latino» (G. Pascoli, O vano sogno, 11-12), che altro non è se non la citazione di uno dei più grandi fedeli d’amore di «cantin[n]e gli auselli / ciascun in suo latino» (G. Cavalcanti, Rime, I, 10-11). Eppure, anche questo ha un suo fascino ineludibile, il fascino della fuga verso lidi lontani, dove la fantasia apre a mondi senza limiti e confini.

In quest’ultima decade d’agosto ogni cosa pare ancora sospesa, tra il qui e l’altrove in cui tutto si fa possibile, come un’antica musica lontana, nell’anima, sentita e risentita «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 6). perché si vive, certo, si vive in questo punto dinamico sulla retta dell’infinito, con alle spalle ciò che non è più e innanzi agli occhi quel che non c’è ancora. È una sfida continua oltreché un tornare ritornare alla propria isola, in fuga da Calipso, dal nascondimento in cui alle volte ci si smarrisce. Il sole estivo può dare tali dolcezze dabbagli0.

In questo tornare e ritornare, è ovvio, qualche cosa può restare indietro. Ecco, non dico d’aver fatto apposta, ma, per riprendere il venusino più famoso degli ultimi duemila anni, Orazio, damna tamen celeres reparant caelestia lunae (carm. IV 7, 13). Ebbene, tutto resta poi al fondo di quella conchiglia che è il cuore umano a ripetere le emozioni già vissute e mai scordate. In questo non ci sono giorni uguali agli altri, ma un continuo fluire ininterrotto. E tornano a biondeggiare i campi prima che la falce mieta le messi così prospere, così vere, e torna quindi a rosseggiare, come nei dipinti bucolici dell’età dell’oro cantata da Virgilio, l’uva dalle siepi.

 

 

 

© Federico Cinti

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Aerei petali di rosa

 

E in questo mare languido mi manca

la tua voce, il tuo sguardo di dolcezza,

immagine di un’anima ormai stanca

sopra l’azzurra linea della brezza.

 

Addio non fu. L’antica tenerezza

trattiene il cuore. Il mondo intorno arranca,

oggi e per sempre. La magia si spezza,

raggio lontano, antica vela bianca.

 

Nel sole il guizzo eterno di ogni cosa

attende senza fine il compimento

del vero, ora riflesso in uno specchio.

 

Addio non fu. Sarà nel nuovo il vecchio

mistero, il senso estremo che nel vento

echeggia, aerei petali di rosa.

 

 

Un ricordo, qualcosa di lontano, ma che manca, chissà, che non sa riempire il vuoto di questi giorni concavi di sole, di carezze di vento e nostalgia. Non più voce o sospiro, bensì solo immagine di un tempo senza limiti e confini, un hic et nunc eterno, eppure distante. Tutto si gioca in quel tu, in quell’essere che si fa unità nella complementarità. Antichi symbola, si sarebbe detto in altri tempi, antichi doni d’ospitalità che si fanno identità in un tempo e in un luogo non nostri. In questo non vi è addio, non vi può essere addio mai. s’incrinerebbe ogni vana certezza in quest’immobile scorrere, in questo ciclico ritorno.

Speranze lievi come ali di vento sul mare, nelle parole del Leone maremmano, aleggiano ancora, come «nel mar quattro candide vele / andavano andavano cullandosi lente nel sole, / che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva» (G. Carducci, sogno d’estate, 25-27). Quel velo di tristezza lontano porta con sé laggiù, dove tutto si fa ancora possibile. giorni strani, questi, in cui l’estate sembra non debba finire mai più, nell’incantesimo vano delle cose perdute. Galleggiare a morto nel mare infinito, tra le cicale affamate di luce e ritrovarsi di nuovo, come dopo un lungo viaggio chissà dove. Forse il senso è proprio là, dove non si vede, oltre l’azzurra linea del cielo, oltre la vela che si perde quasi senza accorgersene.

 

 

Una brezza gentile e corrono lievi i petali di rosa, ciò che si è amato e che non si è colto mai, che oggi torna alla memoria. Come dice il poeta, giustamente, «Non amo che le rose / che non colsi» (G. Gozzano, Cocotte, IV 27-28), ora nel vento, adesso solitarie, come i pensieri di quei giorni addietro. Ecco, lo vedi, sogno ancora il tempo che poteva essere e non è stato e forse non sarà. Addio non fu, lo sai, dolce parola, credo, che sa ancora di fragile abbandono. Addio non fu, te lo ripeto adesso, che mi manca, mi manca la tua voce, il tuo sguardo gentile sulle cose, sul mondo. Chissà, ritornerai, ritorneremo come allora, in quel tempo magico in cui tutto sapeva d’altra vita e d’altro luogo.

 

 

© Federico Cinti

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