Eco di voce limpida

 

Aura d’incanto, in quel sorriso un volo

leggero di farfalla. Sogno lieve,

antica nostalgia d’un tempo breve,

un estatico canto d’usignolo

 

rade l’azzurro. Nell’eterno assolo,

al diafano pallore della neve,

si scioglie il cuore. Oltre il sipario greve

preme la soglia in un istante solo.

 

Inquieta sospensione, orma d’un raggio,

muta lo spazio nel silenzio assorto,

potenza inafferrabile. Le mani

 

ondeggiano in assenza del domani.

L’aura trascende, vanità e conforto,

ombra infinita, ennesimo miraggio.

 

 

Mi è sempre parso che parlare d’altro equivalesse, in fondo, a parlare d’oltre. Poi capita che un giorno, a occhi socchiusi, una voce squarci il buio e ridoni il senso a ogni singolo dettaglio, a ogni più piccola «cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata» (G. Ungaretti, Natale, 10-14), in un desiderio di senso infinito, in attesa, appunto con «socchiusi gli occhi», mentre me ne «sto / supino nel trifoglio, / e vedo un quadrifoglio / che non raccoglierò» (G. Gozzano, La via del rifugio, 5-8). Ecco un prato in rigoglio, in cui a un tratto «trema uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, 24), ecco un sorriso lieve che colora quel tetro vuoto. Fantasia o realtà? Siamo al di qua o al di là del vero (o del velo)?

Quel sorriso di luce si fa voce, liquido cristallo: è un canto nell’azzurro, simile a un sogno avveratosi nella poesia in cui tutto vale di per sé e allude a una dimensione d’alterità. Serve a vedersi, finalmente, come siamo visti, perché «chi vive, quando vive, non si vede: vive» (L. Pirandello, La carriola). Vita e forma s’attraggono e respingono, si trovano e si perdono, come l’occhio che, per vedere, si deve chiudere. Davanti a noi si mostra la realtà, come quando in teatro si scioglie la palpebra del sipario e si è sospesi ora qua e ora là, nel proprio ruolo prima sconosciuto. Il teatro stesso è un occhio che guarda ed è guardato, luogo fuori dello spazio, momento fuori del tempo. Tutto si fa metafora, poesia canto parola: una vertigine fa trascendere l’attimo.

 

 

 

Tutto è metafora, certo, a partire dal più famoso senhal, «l’aura», imparato forse a scuola e poi dimenticato, quando ancora «erano i capei d’oro a l’aura sparsi» (Rvf XC 1), in cui l’aura si fa lauro e si fa l’oro. Era un mondo racchiuso in un nome, anch’esso fuori del tempo e dello spazio. dativo di possesso, certo, che si trasformava in immagine di Venere in sembianza di Camilla, quindi di Laura, come nei versi virgiliani in cui dederat comam diffundere ventis, / nuda genu, nodoque sinus collecta fluentis (Virgilio, Aeneis, I 319-320). Era un gioco di maschere e di simboli, perché guardare oltre è vedere altro. al di fuori di noi vediamo tocchiamo sentiamo: un’ebrezza sottile ci pervade. La vita stessa è un teatro in cui ci si mostra il nostro complemento, in cui ci specchiamo e riflettiamo.

 

 

Ecco la voce che ti entra nel cuore e non se ne va più: parla la tua lingua, vellica il tuo orecchio, sa ciò che tu non sai più e ridà al tutto il senso che sempre hai cercato. La soglia è varcata: la fantasia è realtà, come nel gioco del doppio, nel perturbante freudiano in cui si confondono i piani, in cui s’impara a non accontentarsi mai del trito e del consueto. In questo sta lo scavo continuo, la voglia di guardarsi dentro. Diversamente tutto sarebbe vano, sarebbe solo un gioco delle parti in cui ognuno ripete sempre e solo se stesso.

 

 

© Federico Cinti

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Inconfessabile segreto

 

Fu solo un sogno? Candida di neve

un’ebrezza nell’anima. Sorrisi.

Con te mi ritrovai, nel tempo breve,

ora per ora. Ardui echi di narcisi,

 

soave melodia. Mai più divisi,

indicibile gioia lungo il greve

cammino. Non voragini, non crisi

ha il cuore in festa, ma una pace lieve.

 

Esuli fummo, siamo noi sul greto

tacito. Inesorabile si muove

antico il fiume. Tenue smarrimento

 

misto d’ombra e di luce. Fluire lento,

abbaglio tra realtà già vecchie e nuove,

il nostro inconfessabile segreto.

 

 

In questi giorni tutto sa di nuovo. Non so, è come se me lo sentissi addosso, anche se di per sé viviamo ogni primavera nella sua dimensione di ciclico ritorno. È da sempre così, dacché almeno mi ricordo. Ci si sente rinascere qualche cosa dentro «e piove in petto una dolcezza inquieta» (E. Montale, I limoni, 17), un fremito lontano, perché fuori del tempo. Un brivido, ecco, scuote la terra e l’anima, come dopo lo sciogliersi delle nevi, quando i fiumi ingrossano e debordano dalle rive. In quella distesa candida di neve, ci tengo a confessarlo, ritrovo l’intima essenza di giorni senza età, perché in effetti erano così, di una leggerezza indescrivibile.

Chissà, l’azzurro, il tepore dell’aria, i colori dei profumi tutt’intorno. In ciò si misura quel che si vive una volta sola, senza un prima né un poi. Non vi è un istante uguale all’altro, checché ne dicano i filosofi. Si procede indifferentemente tra l’essere e il non essere. Questo, forse, l’unico senso che so trovare alla distesa dei giorni che si ripetono immobili, senza che «la morte / si sconti /vivendo» (G. Ungaretti, Sono una creatura, 11-13), senza il pianto di niobe tra l’infinito e il nulla. Il resto rischia di perdersi in elucubrazioni senza senso.

 È il flusso dell’eterno scorrere, lungo cui si cammina senza quasi accorgercene. Immagini, certo, visioni ancestrali e ataviche, «quasi d’un fiume che cercasse il mare / inesistente, in un immenso piano: / io ne seguiva il vano sussurrare, / sempre lo stesso, sempre più lontano» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 13-16). Siamo su quella riva a chiederci il perché delle cose, dentro e fuori di noi, mentre non ci accorgiamo di essere parte della corrente che va, nonostante tutto, nonostante la nostra coscienza. Eco di un’eco in noi, tutto qui, nello specchio in cui dovremmo ritrovarci e riconoscerci.

 

 

Eppure, proprio in quello specchio d’acqua riaffiora il volto che non conosciamo, che non afferriamo compiutamente. in quella visione ritorna ciò che noi siamo davvero, l’inconfessabile segreto che ci portiamo dentro. Chissà, la curiosità di sapere cui ci avviciniamo per asintoto. Ci si prende per mano nella nostra ricerca. L’amore guida questo tratto impervio che si percorre per cogliere quell’attimo d’indefinibile felicità. Così rinasce in noi il fiore che ci salva, rinasce in noi la primavera che ci pareva perduta per sempre tra le brume iemali. Dal candore della neve il sorriso di chi sa completare questo infinito anelito a ritornare nell’originaria fusione dell’endiadi. E in quel fiore ci siamo tu e io insieme.

 

 

 

© Federico Cinti

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Vir est qui adest

 

Voragine i ventricoli, tra il nero

infinito dell’essere una lama

rutilante. Le tenebre, il mistero

esalano d’ebrezza. Un grido chiama

 

senza sosta. Non ansia più, non brama

tra gli occhi e il cielo. Lucido il sentiero,

quasi trina di pietre, antica trama:

una certezza, ora, abita il pensiero.

 

In alto i cuori corrono lontano,

al senso della vita. Albeggia appena

dopo il gelo dell’anima. La via

 

era smarrita. Fragile follia

sognare il senso della vita piena

tra il buio opaco. Eppure, non è invano.

 

 

Una bava di luce oltre il silenzio. S’era fermata l’ora, implodendo nel cuore della terra. Poi la brezza leggera, il cielo, il mare a ripercorrere il cammino usato. Da parte a parte il transito tra i ventricoli dimidiati. Fu solo un sogno o un brivido di vita? il senso è dentro e fuori di noi, nello specchio in cui a forza ci ritroviamo dopo lo schianto del dolore. Ed ecco il nulla e poi il nulla del nulla. Non fu invano quel gesto senza tempo, già nell’eterno. Così nel ciclico ritorno tutto si rifà sempre presente alla nostra memoria incredula.

Fu una ricerca di senso dove tutto pareva essere finito, dove il lume della ragione oscillava inquieto tra sé e l’infinito. Nulla è impossibile a chi sa vedere oltre l’abbaglio della propria presunzione. Ipotesi, certo, non da scartare, se non ci si accontenta del mero dato empirico. In questo un viaggio di trasumanazione. Era l’attesa che cercava il compimento e tutto a un tratto scoprì la propria realtà davanti a sé. Non era specchio, non era riflesso, ma si poteva direttamente attingere alle fonti del mistero. Troppo, forse, per essere vero. Eppure, nulla fu più come prima né poteva pretendere di esserlo. Era un filo di luce che tagliava le tenebre.

 

 

 

Ora è l’azzurro intenso della vertigine. Di quella luce resta lo stupore nell’anima. Un palpito tra le palpebre ed «era spirato il nembo del mio male / in un alito. Un muovere di ciglia» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 5-6). E ci si sente all’improvviso «una docile fibra / dell’universo» (G. Ungaretti, I fiumi, 30-31), in un’armonia che travalica il mero dato sensibile. Tutti i pezzi del mosaico ritrovano il loro posto, senza fatica alcuna, e nulla risulta più oscuro. La gelida paura della notte sa adesso del balsamo ebbro della vita.

Una certezza anima la storia: nulla è invano. Vedere o non vedere non importa. È come la poesia, nata in un’occasione per l’universalità del tutto. Preoccuparsi è inutile: ciò che deve essere sarà comunque sia. Volgersi indietro è effimera incertezza. Si è già dove ogni cosa esiste, perché riflette quella luce oltre le tenebre. Siamo specchi a immagine di ciò che ci determina. Diversamente, non possiamo né vogliamo. Tutto si stempera in questa sovrumana realtà, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par. XXXIII 145).

 

 

 

© Federico Cinti

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Quid est veritas?

 

Quasi spina nell’anima, quel volto

un’ombra oscura prona alla sua sorte.

In un attimo il tempo fu dissolto,

duello della vita con la morte.

 

Erano solitudini contorte

sul silenzio degli occhi ormai sepolto

tra l’inerzia del buio. Oltre le porte

vane del cuore un battito irrisolto.

 

Eternità dell’essere, un sussurro

resta sospeso, l’ultimo sorriso

in cui si svelò il senso. Nel supplizio

 

tremendo un nuovo mondo, un nuovo inizio:

al di là del suo legno, un grumo intriso,

sudore e sangue, un alito d’azzurro.

 

 

Devozione popolare, certo, quella del pettirosso con la macchia di sangue sul petto candido, ricordo e dimensione di un’epoca in cui tutto era simbolo, rappresentava se stesso e contemporaneamente altro. era così, «il pettirosso: dalle siepi s’ode / il suo sottil tintinno come d’oro» (G. Pascoli, Arano, 9-10), capace di un gesto eroico, togliere la spina più grossa dalla fronte incoronata di Cristo per farne sgorgare un flusso di sangue liberatorio. Ecco, allora, il rosso sul niveo candore del petto a perpetua memoria di quell’atto, simile all’usignolo di Oscar Wilde che dà la vita per l’amore vero, l’amore puro, trafiggendosi il cuore con la spina della rosa più bella.

Una trafittura, certo, simile a quella nella carne di Paolo, cui datus est stimulus carnis eius (cfr. 2 Cor 12,7), una spina che fa sanguinare l’anima di dolore. È ciò che si prova dinanzi alla verità senza veli e senza infingimenti, il bisturi che ferendo guarisce. È la domanda delle domande, soprattutto in un tempo di relativismo esasperato come è il nostro: che cos’è la verità? L’incredulo Pilato la rivolge a un re senza scettro e senza dominio, al re dei Giudei. Di lì a poco quel cuore sarebbe stato trapassato nel suo intimo, il velo del tempio si sarebbe squarciato nel mezzo a rivelare il sancta sanctorum, la terra si sarebbe aperta in un tremore a preparare il cuore a una dimensione metafisica, superiore, ultima.

 

 

 

Era la precarietà dell’essere il vero vulnus, la vera colpa, il vero peccato. Ritrovarsi davanti a sé, come in uno specchio, visti come dall’esterno, come veramente si è e non più come ci si rappresenta. Ecco la verità, quella che sconvolge. Il re era nudo sul serio. Su un colle brullo un’esecuzione: tre uomini e il loro supplizio in un silenzio di condanna. Poi il buio, la notte senza limite, il nulla, finché dalla profondità della terra tutto mutò di segno. Alla domanda radicale, quid est veritas?, la risposta, altrettanto, radicale, vir est qui adest, l’uomo che ci sta davanti e la sua croce.

 

 

© Federico Cinti

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Al mio amico Luigi

 

Assorta vacuità, la notte oscura

lampeggia di deliri sovrumani:

urta alla porta un vento di paura

in un attimo e ieri è già domani.

 

Galleggia il tempo, il capo fra le mani

intuisce il senso: sulla terra dura

esile il filo di ricordi vani

sa di vita, di morte, gioia impura.

 

Passa la nave, pullula il frangente

onirico dell’anima, lo scoglio

s’inabissa (o riappare?) all’improvviso.

 

Il varco si dischiude al paradiso:

tutto qui fu e non è. Candido il foglio,

ombra orma della via, ritorna niente.

 

 

mi è venuto così. Avrebbe voluto essere un ritratto, il tuo ritratto. Forse non ti ci rispecchierai, ma di meglio non sono riuscito a fare. Sarà il tempo, aggiungici pure lo spazio. questo ci resta di tante fantasie, come se potessimo conoscere sul serio ciò che è al di fuori di noi. Ma come può essere, se non conosciamo nemmeno che cosa ci sia in noi? Di notte almeno anche i nostri sogni tornano a essere reali. Al di là del sipario il varco della fuga, del senso della finitudine umana. Nel sogno tutto è falso e tutto è vero, inestricabile intersezione di piani che vanno in scena in apparenti contraddizioni d’armonia. In quel momento la bussola impazzita di Montale indica la via. Si chiama libertà di esprimere gli infiniti mondi possibili. Ma dov’è la linea che separa, il confine che divide? Tutto è languore prima e dopo lo spettacolo, per parafrasare maldestramente Ungaretti.

Avrebbe voluto essere il tuo ritratto, Luigi. La vertigine del sogno ti coglie, tutto a un tratto. È una febbre, un bussare improvviso a invisibili porte. Tu stesso dici che le parole sono nere nella loro dimensione più sacrale. Solo così è possibile rappresentare le contraddizioni dell’apollineo, dell’apparente razionalità in cui pensiamo di vivere agire pensare. Solo quando inciampiamo nella nostra ombra, nell’ombra di Dioniso, solo allora, tu lo sai bene, scorgiamo qualche spiraglio di senso. È il bussare del Commendatore, è il «rovaio che a notte urta le porte» (G. Pascoli, I gattici, 11) e scava nelle profondità del buio. Ma tu già conosci, Luigi, il rovello della notte insonne a scandagliare nella voragine del cuore.

 

 

 

In quel momento nasce l’esigenza di scrivere, di lasciare un segno indelebile. Nulla è invano, lo sai bene. me lo ripeto pure io. Nulla è invano in quest’inesausta ricerca. Solitaria, chissà, tra tanti compagni di viaggio che via via si trovano, prima spaesati, poi come a casa. A me, penso d’avertelo confessato, è capitato così. E non solo a teatro, il tuo elemento naturale. Ci si era conosciuti per sbaglio, sempre ammesso che esista o che vada ricercato, come unica via di fuga, di salvezza. Di notte, sì, sempre di notte, quando la luce non disturba i pensieri. Solo in quel momento si ridesta in noi il bisogno di vedere un’altra luce. In quel brancolare nel labirinto un filo tenue di speranza ci riporta all’esterno. È solo il volto in cui non vogliamo specchiarci a rendere tortuoso il nostro percorso. Era d’estate, quando il tepore fa sfumare in una dimensione siderale il giorno.

Scrivere, Luigi, nulla di più. Ti immagino con la penna in mano, davanti a un foglio bianco su cui tracci le orme del tuo essere. È un cerchio che corre all’infinito, ideale spinta alla luce che salva. Tutto sta nel vincere la paura di noi stessi, forse in noi stessi. In questo il tuo teatro si fa esperienza unica e irripetibile, anche quando paiono farneticazioni di un mondo irrisolto. Siamo chiamati a rappresentare, non a risolvere. Mi ci metto anch’io, vedi? Mi hai posto al timone della barca che va quasi senza nocchiere verso un porto che non conosce, ma che troverà. Non so se io abbia compreso tutto, ma non importa, se il viaggio è vita di per sé. Anche la pagina bianca diventa percorso da intraprendere.

 

 

© Federico Cinti

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Orma di cielo

 

Velo inquieto di nuvole, lontana

orma di cielo. Un senso d’abbandono

resta tra i fili e i panni stesi, vana

rimembranza d’un giorno. Ombra di suono,

 

eco di ciò che adesso più non sono.

Indicibile ascesa la profana

beatitudine, vero, eterno dono

atteso in cui ora il senso si risana.

 

Caducità dell’attimo, nel vuoto

il tempo sa di un’ansia mai sopita.

Anche volgersi è inutile: la via

 

ritorta è solo vacua fantasia.

Tu splendi, chiara immagine infinita,

in me, tu etereo volto dell’ignoto.

 

 

non c’è nulla da fare: ce lo si sente addosso. Sì, proprio così, come se cadesse a un certo punto un’orma di cielo. Tra le nuvole uno squarcio d’azzurro. È come il senso delle cose: lo si cerca ogni istante e poi lo si trova nel dettaglio, nell’angolo più remoto, quasi senza volerlo. A me, almeno, capita così. Ritrovai per caso un’immagine simile tra le carte altrui, e vidi «in cielo bianchi lastricati / con macchie azzurre tra le lastre rare» (G. Pascoli, Il miracolo, 2-3). Ecco, il cielo che si fa specchio della terra, connubio senza fine sulla linea dell’orizzonte. Ed è così che ci si ritrova a contemplare la via trascorsa e quella ancora da compiere. Il velo si apre a un tratto ed emerge la verità.

Si capisce di non essere più quelli di prima. Euridice già lo sa che Orfeo non resisterà. Ma volgersi indietro è un atto necessario. Vedere o non vedere non importa: l’acqua resta sempre trasparente, specchio o non specchio che sia. Occorre prenderne coscienza il prima possibile. e aprile è così, il mese forse dedicato ad afrodite, alla ripresa del tutto, perché «diffugere nives, redeunt iam gramina campis / arboribusque comae» (Orazio, carm. IV 1-2): non vi sono più nevi tutt’intorno, rinverdiscono ormai le erbe nei campi e sugli alberi le chiome. Nulla più che la ciclicità del tempo che ci riporta a ciò che eravamo: volgersi indietro diventa inutile. Le lenzuola appese ad asciugare sembrano adesso tanti fili su cui scrivere ciò che non siamo più.

 

 

in quest’epifania di luce chiara, ecco, un volto a dare senso al tutto. Un volto e un nome, certo, un’immagine fuori del tempo in un’epoca senza tempo, in cui l’hic e il nunc coincidono. Gli antichi a priori kantiani s’annullano sulla retta dell’eternità. Nulla è più come prima, nulla sarà più come adesso. Il labirinto procede e si sdipana e di quel filo, «viluppo di memorie» (E. Montale, In limine, 4), sono io che «ne tengo ancora un capo» (E. Montale, La casa dei doganieri, 12). Forse basta così ad attingere alla «carrucola del pozzo» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 1). Narciso ritrova se stesso, mentre Euridice non si perde più. Un’eco antichissima richiama il desiderio di fondersi completamente nell’altro, appunto in quel viso di luce chiara tanto amato (o tanto amata?). ancora s’avverte il bisogno e si ripete, come allora e come sempre, «da mi basia mille, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, deinde centum» (Catullo, carm. V 7-9). È forse tutto qui il senso di questo scrivere, per dirti solo che vorrei baciarti.

 

 

 

© Federico Cinti

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Ultimo viaggio (omaggio a Giovanni Pascoli)

 

E tutto a un tratto un ultimo sussurro,

poi il nulla. Un velo anticipò la sera,

oltre l’oro e la porpora, d’azzurro.

 

Voli inquieti. Una rondine leggera

brillò nell’aria languida. Dintorno

solo silenzio sulla linea nera.

 

L’occhio sognò. Una lacrima al ritorno

del viaggio. In lontananza una fanciulla

presso il cancello, simile a quel giorno.

 

Fu un infinito palpito. Alla culla

un cantare antichissimo d’oblio.

S’allagò il petto al fremito. Poi il nulla.

 

S’udì di nuovo il lieve mormorio

dei cipressi, l’arcana meraviglia

d’esserci e di non esserci. L’addio

 

ebbe il suono di concava conchiglia.

Tutto fu. Fu poi il nulla. Era vanito

l’azzurro in un muovere di ciglia.

 

Si sciolse l’ansia all’attimo infinito

sulla soglia invisibile, non grido,

non dolore, non pianto. Era sparito

 

il morbo atroce della vita. Il nido

si schiudeva di nuovo in lontananza.

Tutto già fu. Poi il nulla. Lungo il lido

 

del cuore un’indicibile esultanza.

 

 

Era il 6 aprile 1912. In via dell’Osservanza 2, a Bologna, subito fuori Porta san Mamolo, Giovanni Pascoli lasciava la scena di questo mondo. Chissà quante volte l’aveva desiderato, ma forse non avvenne come l’immaginava. Un giorno d’aprile, come questo, così particolare, così silenzioso. La primavera era già iniziata; eppure, piombò a un tratto l’inverno. Nulla è mai come ce lo si aspetta, come ce lo si sogna. Le parole aprono mondi ignoti. Nei versi si sente l’eco lontana di quel travaglio dell’imperfezione. intanto, nel cielo, una rondine nuova si librava nell’azzurro alla ricerca del suo nido. Un segno, forse non altro. la fantasia aiuta a ricostruire quegli attimi indicibili.

 

 

 

Era il sogno, sì, che tante volte esce prepotente dai suoi versi: «Mia madre era al cancello. / Che pianto fu! Quante ore! / Lì, sotto il verde ombrello / della mimosa in fiore!» (G. Pascoli, Casa mia, 1-4). Ritrovarsi, per sempre, di nuovo insieme. Non importa se al di qua o al di là del cancello: tutto si fa possibile in poesia, anche ricostruire quel nido distrutto dalla malvagità umana. Lo avevo imparato già in terza elementare che «ma da quel nido, rondini tardive, / tutti tutti migrammo un giorno nero: / io, la mia patria or è dove si vive: / gli altri son poco lungi; in cimitero» (G. Pascoli, Romagna, 49-52). Ecco che cosa resta, una tensione all’infinito, al ritorno, al greppo solitario, dove un nido attende chi lo cerca.

 

 

Eppure, avrei voglia di chiederglielo se quel «sempre un villaggio» (G. Pascoli, Romagna, 1) non fosse un omaggio a Leopardi. Forse sorriderebbe. Un sorriso amaro, certo, di quelli che sapeva regalare lui. Già, perché non ho mai compreso fino in fondo il motivo per cui lo senta tanto vicino alla mia sensibilità. Lo sento mio, ecco, come vorrei scrivere io e non sono capace, in quel mondo di nostalgia e malinconia. Vorrei chiedergli perché risuona in me quel verso così immensamente, «dentro il meridïano ozio dell’aie» (G. Pascoli, Romagna, 16). Non so, mi ci perdo ogni volta che lo rileggo, che lo ripeto. Ha un che di infinitamente grandioso, che dilaga. Non l’ho mai detto a nessuno, sempre che a qualcuno interessi.

  Pascoli è il poeta della soglia, è l’occhio che guarda, l’orecchio che ascolta. Germoglia in lui l’idea dell’assoluto. Me lo immagino per i nostri portici silenzioso, sempre alla ricerca di un’ombra che gli si svela innanzi. E chissà quel 6 aprile che cosa deve essere stato varcarla, quella soglia, quella linea d’ombra presente, eppure impercettibile ai più. Fa un certo effetto anche solo parlarne. Fu certo, quello, l’ultimo viaggio, simile al suo Ulisse che tornava da Calipso: «e il mare azzurro che l’amò, più oltre / spinse Odisseo, per nove giorni e notti, e lo sospinse all’isola lontana» (G. Pascoli, Calypso, 1-3). Chissà, calipso altro non era, in questo poema conviviale, se non la madre tante volte vista in qualche immagine nebbiosa. E quell’isola, l’isola di Ogigia, altro non era che il nascondimento della conchiglia, fattosi al fondo utero materno in cui tornare ciò che prima non era, nel punto morto dell’Oceano, punto morto del mondo dove tutto si fa possibile, anche la felicità lontana. Fu così che «vide la sua madre al capezzale» e «la guardava senza meraviglia» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 7-8). Poi il nulla: «sentivo mia madre… poi nulla… / sul far della sera» (G. Pascoli, La mia sera, 39-40).

 

 

 

© Federico Cinti

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Un volo di farfalla

 

Vertigine indicibile il tuo volto

onnipresente. Lungo il mio sentiero

ride il tuo riso, voce di mistero

ritrovata nell’anima. L’ascolto,

 

ebbro di un non so che, porto sepolto

in me. Vidi, non vidi, ombra di un nero

silente. Apparve, sparve, orma del vero,

palpebra aperta, chiusa, occhio dissolto.

 

Ottunde i sensi l’ardua linea gialla

su cui corre l’ignoto. Luce chiara,

avara tra le nuvole. Poesia

 

rinata tra le dita, fantasia

tutta nuova. Più nulla ci separa.

In lontananza un volo di farfalla.

 

 

a un tratto mi profondai in quella luce così intensa «che dietro la memoria non può ire» (Par. I 9), quella stessa luce «che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo» (Par. XXXIII 96), in cui la soverchiante luminosità si trasforma in incapacità di vedere, come «andando nel sole che abbaglia» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 13). E come nell’altissima luce tutto diventa buio, per prodigio ineffabile, l’ombra divenne sorprendente illuminazione. Si aprì il mondo nel suo lato più recondito, in quel lago del cuore in cui si tuffa «il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti» (G. Ungaretti, Il porto sepolto, 1-2). Eppure, non era poesia: era la vita, quella vera. Sanguinava il «cuor della terra / trafitto da un raggio di sole» (S. Quasimodo, Ed è subito sera, 1-2), simile a quello «che menò cristo a dire ‘Elì’ / quando ne liberò con la sua vena» (Purg. XXIII 74-75).

Fu un lampo, come un fulmine nel nero della notte. Tutto «apparì sparì d’un tratto» (G. Pascoli, il lampo, 5), davanti all’occhio aperto ad attingere il senso ultimo dell’essere. Nulla più fu come prima: mi sentivo passato al di là della linea che separa il reale dalla visione, il tangibile dall’immagine che se ne ha, chissà come, chissà dove. era gialla, la linea, come l’oro che usciva dal crogiuolo. S’aprì il sipario e mi ritrovai sulla scena, contemporaneamente io e chi un altro aveva pensato. Era la soglia tra l’essere e la sua narrazione. Poesia, certo, e vita, in un continuo scambio. Fu nostalgia, fu tornare a quel cupo ritrovato finalmente e mai più abbandonato. Ed eri lì a parlarmi, circonfusa della tua grazia naturale. Eri voce e profumo, eri volto e luce chiara.

 

 

 

Non potei più essere più quello di prima. Riecheggiò in me l’antica domanda radicale: «Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola a la giustizia sanza schermi?» (Purg. X 124-126). Ecco, mi liberasti da quel vuoto simulacro che ero nel labirinto senza alcuna via d’uscita in cui vaghiamo, talvolta, senza nemmeno accorgercene. Fu una rivelazione, un nuovo inizio. Forse non te ne sei nemmeno accorta, luce entrata in me quella mattina e mai più uscita. Fu come se «e terra e cielo si mostrò qual era» (G. Pascoli, Il lampo, 1), in un eterno connubio, in una fusione indescrivibile per verba. Rinacqui al mondo, anima mia, mio tutto e «tremò uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, III 24). Non t’abbandonerò mai più, ora che ti ho trovata e ti ho conosciuta.

 

 

 

© Federico Cinti

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Piccarda, una donna nel Dantedì

 

Prorompe il giorno. Un alito di vita

illumina il tepore nell’immenso

cielo di vetro. Tra le ceree dita

concava un’armonia ridona un senso

 

al tutto. Un filo pallido d’incenso

riga l’intatta azzurrità infinita:

dove nulla appariva, ride intenso,

adesso, un volto d’anima stupita.

 

Dono caduco docile d’ancella,

offerta di se stessa sotto il velo

nel cuore, sulla via di santa Chiara,

 

attesta in un’eterea voce rara

tutto ciò che fu in lei, che sarà in cielo:

«I’ fui nel mondo vergine sorella».

 

 

Tra le tante «facce a parlar pronte» (Par. III 16), apparse al sommo pellegrino «per vetri trasparenti e tersi / o ver per l’acque nitide e tranquille» (Par. III 11-12), una gli s’impone per vaghezza di desiderio. Nel diafano pallore del Paradiso tutto si fa possibile, anche credere di trovarsi davanti allo specchio al punto di cadere «dentro a l’error contrario […] / a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte» (Par. III 17-18). Un Narciso, intendiamoci, molto particolare, sui generis. Già gli era successo, nel momento in cui non era riuscito a reggere lo sguardo di Beatrice e «li occhi li cadder giù nel chiaro fonte; / ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, / tanta vergogna li gravò la fronte» (Purg. XXX 76-78), e ancora gli sarebbe accaduto, davanti alla seconda persona della Trinità, quando ammette che «mutandom’io, a me si travagliava» (Par. XXXIII 114). Quell’anima è Piccarda Donati, sorella di quel «Bicci vocato Forese» (Dante, Chi udisse tossir la malfatata, 1), contro cui aveva lanciato gli strali del primo sonetto della tenzone più famosa di fine Duecento in Firenze.

una clarissa, la luminosa Piccarda, che «uomini poi, a mal più ch’a bene usi , / fuor la rapiron de la dolce chiostra» (Par. III 106-107). Ella è il primo personaggio che Dante incontra, nel cielo della Luna, nel pallido splendore della sua beatitudine. Ci prende quasi per mano, ci racconta le sue vicissitudini, un fatto ormai lontano, ora che ella si trova a faccia a faccia col Mistero. Già ha perdonato quegli uomini, come la Pia del Purgatorio, che contempla ancora e solo «la sua gemma» (Purg. V 136) nella dissolvenza che la contraddistingue per sempre. nulla a che fare con Francesca, bella e dannata, innamorata e perduta, pronta anche a maledire: «Caina attende chi a vita ci spense» (Inf. V 108). Sarebbe quasi un Dante al femminile, se non fossero storie sublimi e tragiche. Ma Piccarda è con santa Chiara, che «perfetta vita e alto merto inciela» (Par. III 97).

 

 

Chissà poi perché il buon Pascoli, nel rappresentare le sorelle di Alexandros, attinge proprio alla luuminosa trascendenza di questo personaggio. Il grande condottiero, conquistatore del mondo, era giunto al «Fine. O sacro araldo, squilla!» (G. Pascoli, Alexandros, I 1), mentre «nell’Epiro aspra e montana, / filano le sue vergini sorelle» (Alexandros, VI 51-52). In quella casa, in quel nido perduto, la ripetizione ossessiva del gesto virginale, come tante Parche intente a filare il destino, rende quelle presenze dalle «ceree dita» (Alexandros, VI 55) il sogno cui non si appartiene più. L’oscillazione tra impossibilità d’un futuro e certezza di un presente senza fine segna la distanza tra il vate dei vati e l’ultimo figlio di Virgilio. Dante giunge all’autentica meta, «quale colui che, forse di croazia, / viene a veder la veronica nostra, / che per l’antica fame non sen sazia» (Par. XXXI 103-105). Vede Dio, il «fine di tutt’i disii» (46). Ora resta solo la scelta, se rimanere al di qua o al di là del vetro.

 

 

 

© Federico Cinti

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Confessione

 

Tutto era nulla. A un tratto azzurro un grido:

il senso, ora svelato all’improvviso,

aveva la tua voce, il tuo sorriso.

Mi ritrovai. Dolcissima, sul lido,

 

oasi di pace chiara, antico nido

la tua presenza eterea. Nel tuo viso

ombre di sogno, eterno paradiso,

sapevano di gioia. A te m’affido.

 

A te si schiuse l’anima, rinacque

il cuore. Tra le tenebre il respiro

breve del tempo diventò infinito.

 

Eri lì. Toccai il cielo con un dito.

Non ti lascerò più, lieve sospiro,

estasi d’un naufragio in auree acque.

 

 

il tutto e il nulla, fusione d’inizio e fine, mi stringono e costringono nella loro circolarità. Intorno tutto ruota sull’inconsistenza immateriale del punto sull’infinito spazio del piano. È lo stesso che pieno e vuoto. L’illusione si veste d’azzurra lontananza, grido che squarcia il silenzio in cui talvolta si rischia di cadere. Eppure, a un tratto, ci si ritrova, ci si trova di nuovo, anche noi «per una selva oscura» (Inf. I 2). Ritrovarsi così, nel buio, non nella luce chiara, miracoli e contraddizioni di ciò che ci circonda, appunto, in una ciclicità che è la cifra del nostro essere nel tempo. Forse anche nello spazio, in quel piano determinato dal punto in cui ci si trova e ci si ritrova. Veramente le parole sono nere, buie. E poi quel buio e quel nero divengono luce d’incredibile bellezza. Si fanno voce, si fanno riso, si fanno realtà tangibile e appassionante.

In quell’azzurro, «interminato / spazio» dove «il naufragar m’è dolce» in quanto «mare» (G. Leopardi, L’infinito, 4-5 e 15), ritrovai le «chiare, fresche et dolci acque» (Rvf CXXVI 1) su cui «scintilla, / in testo di scaglia / come l’antica / lorica» (G. d’Annunzio, L’onda, 2-5) il lampo d’una vertigine. Nulla più fu come prima. Tutto trasfigurò se stesso in una soavità chiara, limpida, quasi fuori del tempo. Era possibile, allora, incontrare l’assoluto? Dentro e fuori di me, certo, come vedendomi dall’esterno, con occhi altrui. Fu una gioia immensa, una grazia cercata e insperata. Era un porto tranquillo, voce di madreperla che mi chiamava a un altrove, tuttavia presente e immanente, perché «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20). Era sogno e realtà insieme, dolcezza che distilla, profezia di Sibilla che s’avverava su quell’onda.

 

 

 

Fu così che tutto mutò in me, che io mutai nel tutto. In alto, in alto, in un lontano cielo, mi sentivo librare e liberare. Il mio dito toccò l’immensa cupola celeste. Già Orazio mi aveva preceduto colassù, cantando «sublimi feriam sidera vertice» (carm. I 1, 36), nella più vasta felicità possibile, tra la poesia dei numi e delle Muse. E così cominciò la rincorsa per ritrovare quel primo istante, quella leggerezza senza fine del volo verso le stelle. «Mi ritrovai per una selva» chiara, ti ritrovai nel vortice delle ore, punto fermo dell’eterno fluire. Anch’io rimasi «col trasognato viso di chi sogna» (G. Gozzano, Un’altra risorta, 16) davanti a quel miracolo d’eterea leggerezza. E fu così che il tutto che era nulla divenne una pienezza senza fine.

 

 

 

© Federico Cinti

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