Saluto a Luigi

 

Lieve il soffio del giorno, ali nel vento,

un sibilo invisibile oltre il velo

indicibile il palpito di cielo:

già fu quell’ora, rapido momento.

 

Infinita la via, pallido evento

passare indenne il torbido sfacelo,

assorto più d’un fiore sullo stelo:

zampilla il senso, antico sentimento.

 

Zone d’ombra nell’anima, sussurro

assopito nel cuore. Tutto resta

greve d’intorno sopra il nero suolo.

 

Lassù un canto di luce, lassù un volo

inatteso nell’ora della festa,

abbracci di vertigine e d’azzurro.

 

 

Un saluto, l’ennesimo. Ritrovarsi di nuovo sulla soglia che separa l’ombra dalla luce. Una soglia, appunto, un confine labile da oltrepassare oltre la piccolezza del nostro essere finito. Una strana sensazione, come di già visto e già sentito, un’atroce afa, nonostante la primavera inoltrata. Ero lì, in una solitudine fatta di persone, note e ignote, accomunate dalla necessità di testimoniare che la vita va oltre quel termine. In fondo, stiamo «studiando per l’aldilà», chissà, forse «un fischio, un segno di riconoscimento» (E. Montale, Avevamo studiato per l’aldilà, 1-2).

 

 

 

La via procede, non v’è dubbio, anche se è difficile scorgere sempre qualche cosa oltre le nuvole. L’azzurro esiste comunque. Io me lo immagino, quell’azzurro intendo, come negli affreschi di Giotto: «credette Cimabue tener lo campo / ne la pittura, ma ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura» (Purg. XI 94-96). Sarà questo il senso della fama e dell’azzurro, mescolati assieme. La memoria mantiene vivo ciò che ci sembra scomparire alla vista. Eppure, mi pare che non sia così. Tutto resta nei tetri contorni delle parole, immagine dai contorni che sfocano a poco a poco e svelano il significato più profondo della ricerca. Anche il sogno è così, mostra e rivela. Su quella linea d’ombra s’è parso d’intravedere qualcosa. Non era rito, no, ma vita.

Aveva ben donde il buon Orazio a cantare che non omnes moriemur (carm. III 30, 6). E pensare che Didone aveva gridato, in preda alla follia, proprio moriemur innupta, / sed moriamur (Aeneis, IV 619-620), seguito dalla Saffo di Leopardi «Morremo. Il velo indegno a terra sparto / rifuggirà l’ignudo animo a Dite» (Ultimo canto di Saffo, 55-56)! Le opere buone rimangono a parlare di noi, in chi ci ha conosciuto. Non è vero che nulla è invano. Così almeno mi sembra, di fronte al cielo azzurro che spiccava tra i palazzi. Del resto, in quel luogo, il Fossolo di Bologna, mi sentivo più che a casa. Me lo dicevano gli amici e i conoscenti.

Anche Chiara era triste, certo, ma serena. Salutava suo padre. So bene come ci si sente in quei momenti. Quando ci salutò il mio mi sembrava che quell’azzurro mi si frantumasse addosso. È stato un po’ rivivere quei momenti. Istanti di vita, certo, di tempo che sembra passato, ma non passa mai. ce lo si sente addosso ogni volta, nelle pieghe dell’anima. Mi sono riconosciuto a un tratto, così, «docile / fibra dell’universo» (G. Ungaretti, I fiumi, 30-31). Questo in fondo siamo, questo dobbiamo essere. Poi il rientro, i pensieri, le emozioni. Nulla è mai invano, lo ripeto.

 

 

 

© Federico Cinti

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Eco di voce limpida

 

Aura d’incanto, in quel sorriso un volo

leggero di farfalla. Sogno lieve,

antica nostalgia d’un tempo breve,

un estatico canto d’usignolo

 

rade l’azzurro. Nell’eterno assolo,

al diafano pallore della neve,

si scioglie il cuore. Oltre il sipario greve

preme la soglia in un istante solo.

 

Inquieta sospensione, orma d’un raggio,

muta lo spazio nel silenzio assorto,

potenza inafferrabile. Le mani

 

ondeggiano in assenza del domani.

L’aura trascende, vanità e conforto,

ombra infinita, ennesimo miraggio.

 

 

Mi è sempre parso che parlare d’altro equivalesse, in fondo, a parlare d’oltre. Poi capita che un giorno, a occhi socchiusi, una voce squarci il buio e ridoni il senso a ogni singolo dettaglio, a ogni più piccola «cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata» (G. Ungaretti, Natale, 10-14), in un desiderio di senso infinito, in attesa, appunto con «socchiusi gli occhi», mentre me ne «sto / supino nel trifoglio, / e vedo un quadrifoglio / che non raccoglierò» (G. Gozzano, La via del rifugio, 5-8). Ecco un prato in rigoglio, in cui a un tratto «trema uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, 24), ecco un sorriso lieve che colora quel tetro vuoto. Fantasia o realtà? Siamo al di qua o al di là del vero (o del velo)?

Quel sorriso di luce si fa voce, liquido cristallo: è un canto nell’azzurro, simile a un sogno avveratosi nella poesia in cui tutto vale di per sé e allude a una dimensione d’alterità. Serve a vedersi, finalmente, come siamo visti, perché «chi vive, quando vive, non si vede: vive» (L. Pirandello, La carriola). Vita e forma s’attraggono e respingono, si trovano e si perdono, come l’occhio che, per vedere, si deve chiudere. Davanti a noi si mostra la realtà, come quando in teatro si scioglie la palpebra del sipario e si è sospesi ora qua e ora là, nel proprio ruolo prima sconosciuto. Il teatro stesso è un occhio che guarda ed è guardato, luogo fuori dello spazio, momento fuori del tempo. Tutto si fa metafora, poesia canto parola: una vertigine fa trascendere l’attimo.

 

 

 

Tutto è metafora, certo, a partire dal più famoso senhal, «l’aura», imparato forse a scuola e poi dimenticato, quando ancora «erano i capei d’oro a l’aura sparsi» (Rvf XC 1), in cui l’aura si fa lauro e si fa l’oro. Era un mondo racchiuso in un nome, anch’esso fuori del tempo e dello spazio. dativo di possesso, certo, che si trasformava in immagine di Venere in sembianza di Camilla, quindi di Laura, come nei versi virgiliani in cui dederat comam diffundere ventis, / nuda genu, nodoque sinus collecta fluentis (Virgilio, Aeneis, I 319-320). Era un gioco di maschere e di simboli, perché guardare oltre è vedere altro. al di fuori di noi vediamo tocchiamo sentiamo: un’ebrezza sottile ci pervade. La vita stessa è un teatro in cui ci si mostra il nostro complemento, in cui ci specchiamo e riflettiamo.

 

 

Ecco la voce che ti entra nel cuore e non se ne va più: parla la tua lingua, vellica il tuo orecchio, sa ciò che tu non sai più e ridà al tutto il senso che sempre hai cercato. La soglia è varcata: la fantasia è realtà, come nel gioco del doppio, nel perturbante freudiano in cui si confondono i piani, in cui s’impara a non accontentarsi mai del trito e del consueto. In questo sta lo scavo continuo, la voglia di guardarsi dentro. Diversamente tutto sarebbe vano, sarebbe solo un gioco delle parti in cui ognuno ripete sempre e solo se stesso.

 

 

© Federico Cinti

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Inconfessabile segreto

 

Fu solo un sogno? Candida di neve

un’ebrezza nell’anima. Sorrisi.

Con te mi ritrovai, nel tempo breve,

ora per ora. Ardui echi di narcisi,

 

soave melodia. Mai più divisi,

indicibile gioia lungo il greve

cammino. Non voragini, non crisi

ha il cuore in festa, ma una pace lieve.

 

Esuli fummo, siamo noi sul greto

tacito. Inesorabile si muove

antico il fiume. Tenue smarrimento

 

misto d’ombra e di luce. Fluire lento,

abbaglio tra realtà già vecchie e nuove,

il nostro inconfessabile segreto.

 

 

In questi giorni tutto sa di nuovo. Non so, è come se me lo sentissi addosso, anche se di per sé viviamo ogni primavera nella sua dimensione di ciclico ritorno. È da sempre così, dacché almeno mi ricordo. Ci si sente rinascere qualche cosa dentro «e piove in petto una dolcezza inquieta» (E. Montale, I limoni, 17), un fremito lontano, perché fuori del tempo. Un brivido, ecco, scuote la terra e l’anima, come dopo lo sciogliersi delle nevi, quando i fiumi ingrossano e debordano dalle rive. In quella distesa candida di neve, ci tengo a confessarlo, ritrovo l’intima essenza di giorni senza età, perché in effetti erano così, di una leggerezza indescrivibile.

Chissà, l’azzurro, il tepore dell’aria, i colori dei profumi tutt’intorno. In ciò si misura quel che si vive una volta sola, senza un prima né un poi. Non vi è un istante uguale all’altro, checché ne dicano i filosofi. Si procede indifferentemente tra l’essere e il non essere. Questo, forse, l’unico senso che so trovare alla distesa dei giorni che si ripetono immobili, senza che «la morte / si sconti /vivendo» (G. Ungaretti, Sono una creatura, 11-13), senza il pianto di niobe tra l’infinito e il nulla. Il resto rischia di perdersi in elucubrazioni senza senso.

 È il flusso dell’eterno scorrere, lungo cui si cammina senza quasi accorgercene. Immagini, certo, visioni ancestrali e ataviche, «quasi d’un fiume che cercasse il mare / inesistente, in un immenso piano: / io ne seguiva il vano sussurrare, / sempre lo stesso, sempre più lontano» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 13-16). Siamo su quella riva a chiederci il perché delle cose, dentro e fuori di noi, mentre non ci accorgiamo di essere parte della corrente che va, nonostante tutto, nonostante la nostra coscienza. Eco di un’eco in noi, tutto qui, nello specchio in cui dovremmo ritrovarci e riconoscerci.

 

 

Eppure, proprio in quello specchio d’acqua riaffiora il volto che non conosciamo, che non afferriamo compiutamente. in quella visione ritorna ciò che noi siamo davvero, l’inconfessabile segreto che ci portiamo dentro. Chissà, la curiosità di sapere cui ci avviciniamo per asintoto. Ci si prende per mano nella nostra ricerca. L’amore guida questo tratto impervio che si percorre per cogliere quell’attimo d’indefinibile felicità. Così rinasce in noi il fiore che ci salva, rinasce in noi la primavera che ci pareva perduta per sempre tra le brume iemali. Dal candore della neve il sorriso di chi sa completare questo infinito anelito a ritornare nell’originaria fusione dell’endiadi. E in quel fiore ci siamo tu e io insieme.

 

 

 

© Federico Cinti

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Vir est qui adest

 

Voragine i ventricoli, tra il nero

infinito dell’essere una lama

rutilante. Le tenebre, il mistero

esalano d’ebrezza. Un grido chiama

 

senza sosta. Non ansia più, non brama

tra gli occhi e il cielo. Lucido il sentiero,

quasi trina di pietre, antica trama:

una certezza, ora, abita il pensiero.

 

In alto i cuori corrono lontano,

al senso della vita. Albeggia appena

dopo il gelo dell’anima. La via

 

era smarrita. Fragile follia

sognare il senso della vita piena

tra il buio opaco. Eppure, non è invano.

 

 

Una bava di luce oltre il silenzio. S’era fermata l’ora, implodendo nel cuore della terra. Poi la brezza leggera, il cielo, il mare a ripercorrere il cammino usato. Da parte a parte il transito tra i ventricoli dimidiati. Fu solo un sogno o un brivido di vita? il senso è dentro e fuori di noi, nello specchio in cui a forza ci ritroviamo dopo lo schianto del dolore. Ed ecco il nulla e poi il nulla del nulla. Non fu invano quel gesto senza tempo, già nell’eterno. Così nel ciclico ritorno tutto si rifà sempre presente alla nostra memoria incredula.

Fu una ricerca di senso dove tutto pareva essere finito, dove il lume della ragione oscillava inquieto tra sé e l’infinito. Nulla è impossibile a chi sa vedere oltre l’abbaglio della propria presunzione. Ipotesi, certo, non da scartare, se non ci si accontenta del mero dato empirico. In questo un viaggio di trasumanazione. Era l’attesa che cercava il compimento e tutto a un tratto scoprì la propria realtà davanti a sé. Non era specchio, non era riflesso, ma si poteva direttamente attingere alle fonti del mistero. Troppo, forse, per essere vero. Eppure, nulla fu più come prima né poteva pretendere di esserlo. Era un filo di luce che tagliava le tenebre.

 

 

 

Ora è l’azzurro intenso della vertigine. Di quella luce resta lo stupore nell’anima. Un palpito tra le palpebre ed «era spirato il nembo del mio male / in un alito. Un muovere di ciglia» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 5-6). E ci si sente all’improvviso «una docile fibra / dell’universo» (G. Ungaretti, I fiumi, 30-31), in un’armonia che travalica il mero dato sensibile. Tutti i pezzi del mosaico ritrovano il loro posto, senza fatica alcuna, e nulla risulta più oscuro. La gelida paura della notte sa adesso del balsamo ebbro della vita.

Una certezza anima la storia: nulla è invano. Vedere o non vedere non importa. È come la poesia, nata in un’occasione per l’universalità del tutto. Preoccuparsi è inutile: ciò che deve essere sarà comunque sia. Volgersi indietro è effimera incertezza. Si è già dove ogni cosa esiste, perché riflette quella luce oltre le tenebre. Siamo specchi a immagine di ciò che ci determina. Diversamente, non possiamo né vogliamo. Tutto si stempera in questa sovrumana realtà, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par. XXXIII 145).

 

 

 

© Federico Cinti

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Al mio amico Luigi

 

Assorta vacuità, la notte oscura

lampeggia di deliri sovrumani:

urta alla porta un vento di paura

in un attimo e ieri è già domani.

 

Galleggia il tempo, il capo fra le mani

intuisce il senso: sulla terra dura

esile il filo di ricordi vani

sa di vita, di morte, gioia impura.

 

Passa la nave, pullula il frangente

onirico dell’anima, lo scoglio

s’inabissa (o riappare?) all’improvviso.

 

Il varco si dischiude al paradiso:

tutto qui fu e non è. Candido il foglio,

ombra orma della via, ritorna niente.

 

 

mi è venuto così. Avrebbe voluto essere un ritratto, il tuo ritratto. Forse non ti ci rispecchierai, ma di meglio non sono riuscito a fare. Sarà il tempo, aggiungici pure lo spazio. questo ci resta di tante fantasie, come se potessimo conoscere sul serio ciò che è al di fuori di noi. Ma come può essere, se non conosciamo nemmeno che cosa ci sia in noi? Di notte almeno anche i nostri sogni tornano a essere reali. Al di là del sipario il varco della fuga, del senso della finitudine umana. Nel sogno tutto è falso e tutto è vero, inestricabile intersezione di piani che vanno in scena in apparenti contraddizioni d’armonia. In quel momento la bussola impazzita di Montale indica la via. Si chiama libertà di esprimere gli infiniti mondi possibili. Ma dov’è la linea che separa, il confine che divide? Tutto è languore prima e dopo lo spettacolo, per parafrasare maldestramente Ungaretti.

Avrebbe voluto essere il tuo ritratto, Luigi. La vertigine del sogno ti coglie, tutto a un tratto. È una febbre, un bussare improvviso a invisibili porte. Tu stesso dici che le parole sono nere nella loro dimensione più sacrale. Solo così è possibile rappresentare le contraddizioni dell’apollineo, dell’apparente razionalità in cui pensiamo di vivere agire pensare. Solo quando inciampiamo nella nostra ombra, nell’ombra di Dioniso, solo allora, tu lo sai bene, scorgiamo qualche spiraglio di senso. È il bussare del Commendatore, è il «rovaio che a notte urta le porte» (G. Pascoli, I gattici, 11) e scava nelle profondità del buio. Ma tu già conosci, Luigi, il rovello della notte insonne a scandagliare nella voragine del cuore.

 

 

 

In quel momento nasce l’esigenza di scrivere, di lasciare un segno indelebile. Nulla è invano, lo sai bene. me lo ripeto pure io. Nulla è invano in quest’inesausta ricerca. Solitaria, chissà, tra tanti compagni di viaggio che via via si trovano, prima spaesati, poi come a casa. A me, penso d’avertelo confessato, è capitato così. E non solo a teatro, il tuo elemento naturale. Ci si era conosciuti per sbaglio, sempre ammesso che esista o che vada ricercato, come unica via di fuga, di salvezza. Di notte, sì, sempre di notte, quando la luce non disturba i pensieri. Solo in quel momento si ridesta in noi il bisogno di vedere un’altra luce. In quel brancolare nel labirinto un filo tenue di speranza ci riporta all’esterno. È solo il volto in cui non vogliamo specchiarci a rendere tortuoso il nostro percorso. Era d’estate, quando il tepore fa sfumare in una dimensione siderale il giorno.

Scrivere, Luigi, nulla di più. Ti immagino con la penna in mano, davanti a un foglio bianco su cui tracci le orme del tuo essere. È un cerchio che corre all’infinito, ideale spinta alla luce che salva. Tutto sta nel vincere la paura di noi stessi, forse in noi stessi. In questo il tuo teatro si fa esperienza unica e irripetibile, anche quando paiono farneticazioni di un mondo irrisolto. Siamo chiamati a rappresentare, non a risolvere. Mi ci metto anch’io, vedi? Mi hai posto al timone della barca che va quasi senza nocchiere verso un porto che non conosce, ma che troverà. Non so se io abbia compreso tutto, ma non importa, se il viaggio è vita di per sé. Anche la pagina bianca diventa percorso da intraprendere.

 

 

© Federico Cinti

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Un volo di farfalla

 

Vertigine indicibile il tuo volto

onnipresente. Lungo il mio sentiero

ride il tuo riso, voce di mistero

ritrovata nell’anima. L’ascolto,

 

ebbro di un non so che, porto sepolto

in me. Vidi, non vidi, ombra di un nero

silente. Apparve, sparve, orma del vero,

palpebra aperta, chiusa, occhio dissolto.

 

Ottunde i sensi l’ardua linea gialla

su cui corre l’ignoto. Luce chiara,

avara tra le nuvole. Poesia

 

rinata tra le dita, fantasia

tutta nuova. Più nulla ci separa.

In lontananza un volo di farfalla.

 

 

a un tratto mi profondai in quella luce così intensa «che dietro la memoria non può ire» (Par. I 9), quella stessa luce «che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo» (Par. XXXIII 96), in cui la soverchiante luminosità si trasforma in incapacità di vedere, come «andando nel sole che abbaglia» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 13). E come nell’altissima luce tutto diventa buio, per prodigio ineffabile, l’ombra divenne sorprendente illuminazione. Si aprì il mondo nel suo lato più recondito, in quel lago del cuore in cui si tuffa «il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti» (G. Ungaretti, Il porto sepolto, 1-2). Eppure, non era poesia: era la vita, quella vera. Sanguinava il «cuor della terra / trafitto da un raggio di sole» (S. Quasimodo, Ed è subito sera, 1-2), simile a quello «che menò cristo a dire ‘Elì’ / quando ne liberò con la sua vena» (Purg. XXIII 74-75).

Fu un lampo, come un fulmine nel nero della notte. Tutto «apparì sparì d’un tratto» (G. Pascoli, il lampo, 5), davanti all’occhio aperto ad attingere il senso ultimo dell’essere. Nulla più fu come prima: mi sentivo passato al di là della linea che separa il reale dalla visione, il tangibile dall’immagine che se ne ha, chissà come, chissà dove. era gialla, la linea, come l’oro che usciva dal crogiuolo. S’aprì il sipario e mi ritrovai sulla scena, contemporaneamente io e chi un altro aveva pensato. Era la soglia tra l’essere e la sua narrazione. Poesia, certo, e vita, in un continuo scambio. Fu nostalgia, fu tornare a quel cupo ritrovato finalmente e mai più abbandonato. Ed eri lì a parlarmi, circonfusa della tua grazia naturale. Eri voce e profumo, eri volto e luce chiara.

 

 

 

Non potei più essere più quello di prima. Riecheggiò in me l’antica domanda radicale: «Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola a la giustizia sanza schermi?» (Purg. X 124-126). Ecco, mi liberasti da quel vuoto simulacro che ero nel labirinto senza alcuna via d’uscita in cui vaghiamo, talvolta, senza nemmeno accorgercene. Fu una rivelazione, un nuovo inizio. Forse non te ne sei nemmeno accorta, luce entrata in me quella mattina e mai più uscita. Fu come se «e terra e cielo si mostrò qual era» (G. Pascoli, Il lampo, 1), in un eterno connubio, in una fusione indescrivibile per verba. Rinacqui al mondo, anima mia, mio tutto e «tremò uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, III 24). Non t’abbandonerò mai più, ora che ti ho trovata e ti ho conosciuta.

 

 

 

© Federico Cinti

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Acquerello per Sara

 

Pennellate di sole. Ride l’aria

ebbra d’azzurro. Palpiti di vita

riempiono il cuore. Sulla via smarrita

sogna l’anima fragile, precaria.

 

Al cuore una dolcezza immaginaria

rampolla, ardua vertigine infinita

adesso e sempre. Labile salita,

caducità dell’ora che non varia.

 

Antica novità di primavera,

presaga del trascorrere dei giorni,

oggi vestita d’una luce chiara.

 

L’ora trascorre, adesso, forse ignara,

lungo i mille sentieri dei ritorni,

in cui tutto sarà come già era.

 

 

Come nasce una poesia? qualcuno di recente me lo ha chiesto. Me lo sono domandato sempre pure io. Spesso mi sono visto da fuori, seduto al mio tavolo, digitare sequenze arcane di lettere. Al mio tavolo, certo, oppure sulla sedia, sul divano, in autobus. Una posa, ovvio: si è sempre fatto così. Eppure, credo che una poesia non nasca: la poesia esiste già, tra le pieghe nascoste delle cose, nell’aria che si respira, nel senso che si scopre a poco a poco, come un miracolo, come una rivelazione. È come se qualcuno ce la dettasse. Il vate ebbe a spiegare che «i’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando» (Purg. XXIV 52-54). Un’ipostasi bella e buona, questo suo «Amor», l’entità che per gli scolastici era «voluntas animi», la forza che eleva dal moto discensivo del desiderare (de sideribus) a quello elativo del considerare (cum sideribus).

Nella realtà, non altrove o chissà dove, è insita la poesia, perché «c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico» (G. Pascoli, L’aquilone, 1-2). Straordinaria dichiarazione, questa, di quell’inesprimibile «qualcosa» – altri avrebbe detto «non so che» – «di nuovo» e «d’antico» inscindibilmente insieme. Un unico afflato, un unico senso permea e trascorre gli infiniti piani in cui ci si muove e ci si trova. Ecco dunque che in una pennellata di sole, in un po’ di colore oltre le case si coglie ciò che tutti abbiamo dentro da sempre. in questo la parola crea e ricrea ogni istante, invisibile sibilo del cuore, perché sono sempre «parole più nuove / che parlano gocciole e foglie / lontane» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 5-7).

Va colta, tutto qui e non altro, la poesia, fiore dolcissimo di campo. Perché la poesia si può donare, come omaggio fuori del tempo e dello spazio, come momento di condivisione immateriale. Non a caso l’occasione, il kairòs, è ciò che muove lo svelamento dalla misteriosa unità al momento particolare in cui si plasma, si dà forma e sostanza allo sciame dei nostri pensieri o emozioni. Non è mai indifferenza o atto cortese, bensì sempre una necessità ineludibile. Non il poeta, quindi, canta e fa versi, bensì il sentimento di cui si fa strumento. anche un compleanno a fine febbraio può essere motivo poetico da onorare, principio e fine di un ciclico ritorno.

 

 

 

Non altro, almeno mi pare, sulla questione. I più faranno finta di capire che cosa significhi questo travaglio interiore. Eppure, l’arte è anche mestiere e non ci si improvvisa nemmeno ad «accordare le sillabe dei versi / sul ritmo eguale dell’acciottolio» (G. Gozzano, La signorina felicita, III 47-48). Anch’io ci ho impiegato tanto a oltrepassare la linea d’ombra che permette di comprendere, seppur velatamente e in modo impreciso, questo groviglio inestricabile. tanti si limitano a fare a pezzi la fragile struttura di cristallo di una poesia, come se il bello di un fiore fosse la sequela ordinata dei petali o la corolla vivisezionata sotto il vetrino del microscopio. La profonda unità tra sostanza significante e significata non può essere oggetto di analisi, pena la scomposizione artificiale di un mistero che continua, nonostante tutto, a restare tale. Chissà, la critica letteraria origina in qualcuno non dallo scambio di idee, bensì dall’impossibilità di averne di proprie e dalla voluttà di distruggere le altrui. La primavera esiste nonostante l’occhio di chi pretende di spiegarla scientificamente. Ma la retorica serve pure a questo, a velare di falsa epistème la dòxa più vera.

 

 

 

© Federico Cinti

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Euridice e Orfeo

 

Eco di un’eco. Per le scale il vento,

urlo azzurro di nuvole lontane.

Restai solo. Nel tacito sgomento

invisibili addii, immagini vane.

 

Dov’eri? dove sei? Parole insane

in un sussurro al lume quasi spento.

Cantai struggenti melodie profane,

esilio di dolcezza e smarrimento.

 

Eri in me, sei nell’anima. Il tuo volto,

ombra di luce, chiara sinfonia,

rampolla al tempo sempre troppo breve.

 

Fummo e saremo, candidi di neve,

estasi eterea, limpida poesia,

oggi e in eterno. In me ti sento e ascolto.

 

 

Tu davvero così sparisti a un tratto, Euridice, o almeno mi sembrò che tu sparissi. Il tuo nome era un sospiro nell’aria azzurra del mattino. Una soglia invisibile, un sussurro. Non so se fu un addio. Fu il desiderio di rivederti presto, al di là dei frammenti di vita che si ricercano tra la ghiaia del cortile, simili ai mille pezzi di vetro dopo la sostituzione della veranda. A un tratto anch’io mi sentii «contento che questo fosse un lavoro di quelli che non possono mai essere finiti, perché, veramente, credo che sarebbe molto triste finirlo, e trovarsi con un’anima che possa stare tutta in una mano. Ho pensato che ogni parte dell’anima sia tutta l’anima intera, e che l’anima intera sia composta di una quantità infinita di parti, come i frantumi dei vetri, la ghiaia, la superficie del muro» (G. Mozzi, Vetri.). e così eri tu, Euridice, oltre la scala al margine del giorno. Eri lì, ti trovai, ti ritrovai. poi quasi il nulla, «nella notte nera» (G. Pascoli, Il lampo,).

Scesi in quel gorgo rapido che inghiottiva ogni cosa, per quella scala d’infiniti passi. M’accompagnava il canto che sgorgava come zampillo lucido fuori e dentro di me. Nulla più fu come prima, nulla più poteva esserlo. Eri tu il canto, Euridice, chiara luce nel pozzo senza fine in cui «cigola la carrucola del pozzo», in cui «l’acqua sale alla luce e vi si fonde» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 1-2). Non era un sogno ritrovarti ancora, ma una necessità. Da te, dolce driade fuori del tempo, attinsi l’interminato flusso di parole, di pensieri, di passioni. Tutto fu luce, tutto fu risveglio, al suono melodioso della cetra. Anche il tuo volto riapparì come un miracolo tra le ombre. Non potei più essere quello che ero prima né lo potrò mai. sei tu la mia poesia, perché in quel porto di quiete «vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti» (G. Ungaretti, Il porto sepolto, 1-2).

 

 

Tu e non altri, tu prima e io secondo, nell’infinita corsa delle ore. L’aria limpida, l’azzurro oltre le case, il senso d’ogni istante che oscilla tra l’essere stato e il non essere ancora: questo sarà in noi, questo intorno a noi. È il senso dello specchio, immagine riflessa e conosciuta, tra quei vetri infranti in mezzo alla ghiaia sulla metamorfica liquidità del tutto. È questa, forse, l’unica certezza nell’eterno «panta rhei». Euridice, chiara gioia è il tuo vivere oltre i secoli, nel canto che perpetua senza fine. e allora anch’io ripeterò senza stancarmi: «Che farò senz’Euridice? / Che farò senza il mio ben?» (R. de’ Calzabigi, Orfeo ed Euridice) sulle note dell’immortale Christoph Willibald Gluck. Non sei tra le ombre gelide, perché sei la vita stessa che continua per sempre, non come vorrebbe l’ombra ingannatrice di Pavese che, nel suo racconto, impassibile confessa: «Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. […] S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela» (L’inconsolabile) in Dialoghi con Leukò,. Tu, Euridice, sei la vita, non la morte.

È l’attesa di «riuscire a riveder le stelle» (In. XXXIV 139), insieme, noi, senza più il gravame che ci opprime. Anche questa è poesia, il ritmo delle pulsazioni che creano e ricreano costantemente ciò che siamo e che vogliamo essere. Attendo, sì, attendo quel giorno in cui al sommo di quella scala potremo andarcene liberi dai vincoli, dalle costrizioni, da colpe che non ci appartengono. In questo s’apre e chiude l’eco del vento, voce di madreperla nella conchiglia dell’anima. L’inverno termina ormai in una sottile primavera di colori. Il più bello sei tu, mia euridice, finissima dolcezza tra le nuvole, dove il cuore «’nverso ’l ciel più alto si dislaga» (Purg. III 15). In te la luce chiara è un sogno che diviene felicità reale.

 

 

 

© Federico Cinti

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Voce di voci

 

Voce di voci, sibilo infinito

oltre il blu della notte, un fil di lama

rade l’anima, subito sopito;

resta l’impronta in noi di chi ci chiama.

 

Eterno labirinto, esile trama

in cui si cerca il bandolo smarrito,

plumbea malinconia, il «m’ama non m’ama»,

antico gioco divenuto rito.

 

Risveglia nel silenzio, oltre le porte,

l’ombra silente. Tutto intorno è vano,

Ancora e sempre, al sibilo di vento.

 

Rimbombano i ventricoli, sgomento

tra l’estasi dell’attimo lontano,

in cui intravidi chiara la mia sorte.

 

 

Improvviso quel suono, «nella notte nera come il nulla» (G. Pascoli, Il tuono, 1). Mi svegliai, richiamato da una voce di voci, quella «del rovaio che a notte urta le porte» (G. Pascoli, I gattici, 11), di un vento che sembrava chiamarmi a chissà che misteri. Rimasi incerto in quel silenzio oscuro a decifrare quel groviglio confuso di parole. A tratti solo i sibili invisibili, simili ai miei pensieri. Eppure, mi parve di conoscere l’antico richiamo, fattosi quasi rito nell’eterno trascorrere del tempo. Non più io, «docile fibra / dell’universo» (G. Ungaretti, I fiumi, 30-31), sospeso in quell’istante infinito. E poi «il languore / / di un circo / prima o dopo lo spettacolo» (G. Ungaretti, I fiumi, 3-5) di cui mi parlasti quel giorno, il primo giorno.

 

 

 

Davanti agli occhi muti una lama di luce chiara, un abbaglio nella notte. E di nuovo quella voce di voci, come gli antichi «fili di metallo» che «a quando a quando / squillano, immensa arpa sonora, al vento» (G. Pascoli, La via ferrata, 9-10). Ed era il vento, credo, era ciò che nel vento dileguava, ciò che forse speravo di sentire in lontananza, fuori e dentro di me, al rito eterno della margherita. E mi ritorna in mente quel contare, «Trenta quaranta, / tutto il mondo canta canta lo gallo / risponde la gallina» (G. Gozzano, La via del rifugio, 1-4). Il rito eterno, eterno tra le dita di quella margherita per cui «m’ama non m’ama». Non so, quasi te l’avrei chiesto in quello spazio in cui si impara che esiste il buio solo perché si è vista la luce, se è vero, per dirla con Pirandello, «che il bujo era immaginario» (Il fu Mattia Pascal).

 

 

 

In questo nostro dialogo, se si poteva chiamare così, tutto mi si rese possibile. non ci crederai. Eppure, in quel vento c’era anche la mia voce. La tua l’avevo già sentita risuonare nei miei precordi, al ritmo di sistole e diastole, tra i ventricoli dell’anima. Perché, vedi, tutto sarebbe più facile se mi fosse dato un momento in cui mettere in scena le mie parole. Ascoltavo quelle altrui, nel momento in cui «e cielo e terra si mostrò qual era» (G. Pascoli, Il lampo, 1). Nella lama chiara di luce, spalancata sul mondo, tutto si rivelò, voce e immagine, tempo e spazio. e in quell’attimo infinito c’eravamo tu e io, voce di voci appunto che si rincorrevano nel labirinto dei nostri corridoi. Nessuna paura, però. Solo la consapevolezza di un essere e di un esserci. In lontananza il fruscio sonnolento degli alberi che raccontavano antiche nenie, miti di miti in cui smarrirsi e ritrovarsi insieme.

 

 

 

© Federico Cinti

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Ridere in pianto

 

Riso o pianto, Democrito o Eraclito?

Illusione dell’essere sul bordo

dell’attimo tra il nulla e l’infinito,

enigmatico filo del ricordo.

 

Rimane un mormorio, nel cuore sordo,

esilio sulla via. Tutto è smarrito.

Impossibile, ormai, qualunque accordo

nell’ora, sogno fragile svanito.

 

Passò quel tempo, Nello specchio solo

il mutevole volto che non dice

altro se non parole senza suono.

 

Nell’anima arrendevole abbandono

tra il desiderio d’essere felice,

oggi e per sempre, tra l’azzurro un volo.

 

 

Tutto a un tratto s’avverte una frattura e il punto di frazione si manifesta in una risata liberatoria. Ma davvero è tutto così folle? La presa di coscienza passa inevitabilmente attraverso il distacco, dalla sublime compunzione di sé alla disincantata Allegria di naufragi. Sfuma così la nebbia e «il velo è ora ben tanto sottile / certo che ’l trapassar dentro è leggero» (Purg. VIII 20-21). Niente di nuovo, è ovvio, se tutto «fa ridere e commuove», come coglie acutamente Pirandello nel suo saggio sull’Umorismo a proposito di Cervantes. Ecco, allora, «Democrito che ’il mondo a caso pone» (Inf. IV 136) ed Eraclito, incapace d’immergersi due volte nello stesso fiume. Il riso dell’uno si specchia nel pianto dell’altro. Da soli non si danno: l’uno è il complemento dell’altro. O almeno a me così pare.

Sono considerazioni, queste mie, «degne d’un chiaro sol, degne d’un pieno / teatro» (T. Tasso, Gerusalemme liberata, XII 54, 1-2), se è vero che «è assai meglio, dentro questa tragedia, / ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia» (F. Guccini, Il matto). Vedersi da fuori, tutto qui: questo il segreto, in ogni ambito, in ogni dimensione, in ogni occasione. Chissà, forse è simile a quella «leggerezza» di cui parla Calvino nelle Lezioni americane, forse non è troppo diverso dal non prendersi troppo sul serio. Non so se io stia rispondendo a chi mi chiede perché, di persona, sono così simpatico, quasi dissacrante, e per iscritto tanto (troppo?) malinconico. Oscillo costantemente, diciamo pure così, tra Democrito ed Eraclito.

  

Eppure, ne sono pressoché certo, «verrà un giorno», come proferì il buon padre Cristoforo di manzoniana memoria, in cui tutto sarà scoperto, in cui il velo cadrà inesorabile. In me i due filosofi antichi o, meglio, quel che ci è stato tramandato di essi, un frustulo di nulla nella memoria infinita, si fonderanno in me o si separeranno. Attendo paziente quel giorno, quando potremo leggere veramente la realtà per come è e non per come ce la propongono gli improvvisati pittori del pensiero. Alle volte, il bisturi filologico non fa che scomporre arbitrariamente il mosaico perfetto che il genio degli autori ha saputo costruire. Figuriamoci se il sarto ci fa vedere le cuciture; eppure, qualcuno le va a cercare per dimostrare che l’opera di cucito è confezionata a regola d’arte. E così nei rapporti umani, professionali, d’amicizia. Io parlo di quel che so e conosco, naturalmente; altri, chissà, s’improvvisano esperti di saperi altrui. Ne ho incontrati, sì; ne ho incontrati sin troppi e chissà quanti ancora ne incontrerò.

Oggi vediamo tutto attraverso uno specchio, ammettiamolo una buona volta. Ci approssimiamo asintoticamente al vero, se siamo onesti. Io ci provo. Mando in scena i miei soliloqui, m’accontento di non pesare troppo su chi deve ascoltarmi e tanto basta. Nel mio piccolo regno al quarto piano e mezzo posso riflettere, proprio come allo specchio, sulle finzioni altrui. Anche «io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura» (G. Leopardi, L’infinito, 7-8), e venitemi a dire che non è così. Mi stringo nelle spalle e vi rispondo che va bene: c’è sempre qualcuno che ha letto una pagina più del libro. Io attingo molto agli scaffali della mia pur scarsa memoria, dove «si sono strette per la vicinanza fra questi libri amicizie oltre ogni dire speciose» (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal). Insomma, «miserere del mio non degno affanno» (Rvf LII 12). Non lo faccio apposta, è la mia fragile forza.

 

 

 

© Federico Cinti

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