Nel cuore del poeta

 

Frulla l’idea. Nel cuore del poeta

ride il genio. L’immagine scintilla

alchemica del sogno. Un po’ di creta

nelle mani, nell’occhio la favilla

 

celeste di Prometeo: a stilla a stilla

ecco a un tratto l’essenza più segreta

spira di vita nella sua pupilla

chiara. L’anima ancora si fa lieta.

 

Antica vanità, la fantasia

blandisce il tempo. Nell’eterna urgenza

assorto sembra il volto nel miraggio.

 

La via procede, ricomincia il viaggio

di chi vede e non sa. L’indifferenza

impedisce alla vista ogni poesia.

 

 

ogni tanto penso di non essere io a scrivere. Altri già l’hanno detto, certo, e molto meglio di me; eppure, mi stupisco ancora di come un pensiero, un mio pensiero, possa diventare poesia. chissà, forse «possa» è troppo pretenzioso e sarebbe meglio sostituirlo con «ardisca». Non è il singolo a essere poeta, questo è ovvio, bensì i suoi lettori a riconoscerlo tale, anche se oggi pare piuttosto il contrario. A ogni modo, «frulla a un tratto l’idea» (G. Pascoli, Il cacciatore, 1) e la si deve cogliere, cui fa eco «il frullo che tu senti non è un volo, / ma il commuoversi dell’eterno grembo» (E. Montale, In limine, 5-6).

Ecco, avevo chiesto ai miei studenti di scrivere un sonetto. Pretesa troppo alta? Forse. Ma chi decide del limite altrui? Ci si deve pure inoltrare oltre la soglia, «vaghi già di cercar dentro e dintorno / la divina foresta spessa e viva» (Purg. XXVIII 1-2). La poesia si coglie dalla viva foresta di simboli, per parafrasare il buon Baudelaire, da quel tempio già neoplatonico che è la natura, fuori e dentro di noi. «Frulla» appunto «l’idea» «sulle soglie / del bosco» in cui non «odo / parole che dici / umane» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 1-4), sia essa o non sia «in su’l lito di Chiassi» (Purg. XXVIII 20), come il Paradiso terrestre.

Era solo la richiesta di un sonetto, come faccio con tutti i miei studenti delle classi nuove, nulla di più. La poesia è anche mestiere, non neghiamocelo. Leggerla non basta. A me non basta, almeno, per entrare nella fucina del poeta e non solo perché egli sia «un grande artiere, / che al mestiere / fece i muscoli d’acciaio» (G. Carducci, congedo, 19-21), bensì perché è inaccettabile che tutti si dedichino alla composizione di versi senza averne coscienza e contezza. Perché fruttifichi, il campo va arato, come suggeriva l’anonimo autore dell’Indovinello veronese, per cui «se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba». In fondo, «quando / amor ci spira, notiamo, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro andiam significando» (Purg. XXIV 52-54), ma solo se abbiamo l’umiltà di chiedere al «buon Appollo» di «farci del suo valor sì fatto vaso» (Par. I 13-14), perché veramente l’autore è un altro, è quel dio presente nella parola «entusiasmo», come sottolineava pure l’ovidiano est deus in nobis (Fasti VI 5), ripreso ancora da Berchet nella Lettera semiseria. A chi scrive l’obbligo del labor limae, usando gli strumenti dell’arte, cosicché «le nove Muse ci dimostrin l’Orse» (Par. II 9).

Anch’io ho fatto il mio compitino: ho scritto il mio sonetto sulle gioie e le pene del poeta. I miei studenti lo hanno apprezzato, quando l’ho proposto alla lettura. Ora attendo i miei piccoli poeti: attendo che anch’essi siano presi dallo stesso entusiasmo che ritrasformi l’otium in vero tempo libero da dedicare a se stessi, come Titiro confessa a Melibeo: deus nobis haec otia fecit (Virgilio, Eclogae I 6). Non resta che appassionarsi, riappropriarsi dell’ardore che investe da sempre lo studium. Io ci provo, tutto qui. Ci provo a non lasciarmi fagocitare. Il più è riuscirci.

 

 

 

© Federico Cinti

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Sulla tomba di Dante

 

Eri lì, a un soffio. L’anima mi tacque,

tenue nel turbamento. Nulla intorno,

solo il cristallo attonito delle acque.

 

Profondai dentro i secoli. Il contorno

una pietra scavata, assorto gelo

di vanità. Impossibile il ritorno.

 

Apparve e sparve nella nebbia un velo

d’inconsistenza, assorta nostalgia

scritta nel cuore, anelito di cielo.

 

Riposava il sospiro. La poesia

risuonava, eco antica, onda di mare

nella conchiglia tremula. Per via

 

il senso del perenne limitare.

su quella soglia meditai. Ti vidi

e non ti vidi più. Dolce sognare

 

quel tempo, quell’età. Pallidi gridi

oltre l’ultimo segno. Un’ombra vana

aleggiava insensibile tra i lidi.

 

L’ora fuggiva. A un tocco di campana

trasalii. Tu eri lì, ermo miraggio

d’inciampo: eri l’immagine lontana

 

dell’incessante fremere del viaggio.

Ero lì, dove adesso è il tuo tesoro

più autentico. Fu un raggio dentro un raggio,

 

fu l’immortale gloria dell’alloro.

 

 

Tutto è ancora così, com’era allora, tra l’azzurro di quel cielo e di quel mare, perché «Ravenna sta come stata è molt’anni», e così resterà in Aeternum, anche se «l’aguglia da Polenta» più non «la si cova» e «Cervia» più non «cuopre co’ suoi vanni» (Inf. XXVII 40-42). Tutto è ancora così, come tra il 13 e il 14 settembre 1321, quando il divin poeta, di ritorno da una missione in quel di Venezia, infermava di malaria e passava a miglior vita, anche se già allora era leggenda la fine tragica di Francesca la cui «bella persona / le fu tolta» con tanta ferocia e «il modo» per sempre «l’offende» (Inf. V 101-102). Tutto è ancora così, come nelle parole del cesare Giustiniano, nel cui ricordo l’azione folgorante dell’aquila imperiale, «il sacrosanto segno» (Par. VI 32), «poi ch’elli uscì di Ravenna / e saltò Rubicon, fu di tal volo, / che nol seguiteria lingua né penna» (Par. VI 61-63), anche se oggi non è più così in rigoglio «la pineta in su ’l lito di Chiassi» (Purg. XXVIII 20) da assomigliare al Paradiso terrestre di Matelda.

Eppure, la tomba del «ghibellin fuggiasco» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 174), su cui mai fu inciso l’epitaffio di Giovanni del Virgilio, «Theologus Dantes nullius dogmatis expers» etc., oggi, oltre all’abbraccio dei secoli, aggiunge quello dell’acqua dell’Adriatico e in esso «si profonda tanto, / che dietro la memoria non può ire» (Par. I 8-9). Su quella soglia mi fermai a contemplare il sogno dell’immortalità, quel Non omnis moriar (Orazio, carm. III 30 6) che riecheggia «nel cor, presente / come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, alexandros, 35-36). Nell’acqua, l’elemento primordiale, sta l’arca del padre della lingua, il vate dell’eternità. Un silenzio sovrumano attinge l’orecchio in quell’attimo assoluto. Davvero nulla è invano, nemmeno la morte. Nel procedere querulo del giorno non pensai ad altro. dante era lì, a un soffio da me, in quella rarefatta «corrispondenza d’amorosi sensi» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 30). Tutto mi fu più chiaro, all’apparire del vero. Indugiai, certo, forse come mai più e in alcun altro luogo.

Era, credo, la gloria dei poeti, come la rivide il buon Guido nel solaio di Villa Amarena, quasi verso il tramonto d’un memorabile giorno autunnale, così, «tre ceste, un canterano dell’impero, / la brutta effigie incorniciata in nero / e sotto il nome di Torquato Tasso» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, IV 34-36). Era, credo, lo stesso grido di disperato orgoglio di chi mai, pur meritandolo più di mille altri, avrebbe meritato l’alloro, per cui «sì rade volte, Padre, se ne coglie / per trîunfare o cesare o poeta, / colpa e vergogna de l’umane voglie, // che parturir letizia in su la lieta / delfica deîtà dovria la fronda / peneia, quando alcun di sé asseta» (Par. I 28-33). Non l’amato alloro, non l’epitaffio d’un amico, bensì solo l’ombra d’un nome nell’infinita azzurrità del mare, a un passo da dove «il ponte di legno / mette a Porto Corsini sul mare alto / e rari uomini, quasi immoti, affondano / o salvano le reti» (E. Montale, Dora Markus, 1-4). Fui lì, certo, a un soffio, con in testa l’alloro di Dante.

 

 

 

© Federico Cinti

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A Luigi Pirandello il narcisista

 

Assidua vanità, tra il tutto e il nulla

langue meditabondo il lanternino:

urge il pensiero, il cuore si trastulla.

 

Inizia allo spettacolo il cammino:

grida l’ansia del vivere, frammenti

in un inesorabile declino.

 

Pulviscolo di sogni era Girgenti,

il cielo, il mare: immersa in uno specchio

rideva nei suoi frusti monumenti.

 

Attesa d’un ritorno, il nuovo e il vecchio

nuotavano tra le onde. Un’altra via

diceva il senso, luna dentro il secchio.

 

Evanescente immagine, armonia

labile nella forma, nelle vesti

lacere apparve il volto di Mattia.

 

Ombra d’un nome, nulla più, modesti

indizi d’una voce, d’una vita

lasciata oltre le palpebre ai pretesti.

 

Nell’acqua, al vento, soglia indefinita

alla vista su cui scivola il piede

radente, ardue macerie tra le dita.

 

Chi vive, quando vive, non si vede,

invito d’una maschera dissolta

senza un perché credibile. Procede

 

in silenzio, cercando, a volta a volta,

sotto un cielo strappato sul più bello:

tra il tutto e il nulla tacito ci ascolta,

 

ardua montagna, in dubbio, Pirandello.

 

 

Me lo immagino entrare e uscire «ciabattando», come era uso apparire e sparire Anselmo Paleari nel Fu Mattia Pascal, Luigi Pirandello, magari «scuotendo la cenere del suo sigaro» in chissà che frammento d’acquasantiera. Dissacrazione, tutto qui, sui frantumi di qualche desueto oggetto sacro oppure ghiribizzo d’una mente inquieta al di là dello sfacelo. L’inizio del secolo non era giunto invano: aveva fatto irruzione, fischiando e ululando, simile al treno in corsa di tante sue novelle. Entrava e usciva di scena, anch’egli sotto le mentite spoglie d’una maschera, quasi che l’autore avesse bisogno d’un artificio per irrompere nella vicenda narrata e dileguarsene. E bravo, Luigi: ora che hai preso il nome di Anselmo, credimi, tutto appare nella sua luce. Anche la «lanterninosofia», con i suoi rigurgiti di coscienza, m’appare meno inquietante. Una questione di specchi, come per Narciso, una vicenda di riflessi e riflessioni. Forse anche Bonn, dove si era laureato, non era poi tanto diversa, forse solo un po’ più fredda e cristallina.

 

 

 

Girgenti era là, ma sarebbe diventata quello che era stata, potenza evocativa dei nomi e delle loro corruzioni, Agrigento. Nel 1927, certo, quando Pirandello era già uno scrittore di successo, poeta romanziere drammaturgo. Eppure, i resti degli antichi templi non sembravano molto differenti dalla Roma postunitaria, umbertina. Ai suoi occhi era ciò che non poteva più essere, destrutturazione di un mondo senza epoche, se non nei libri di scuola. Ecco, l’eterno contrasto tra vita e forma o, per meglio dire, forma e vita. i luoghi non ne sono esenti, come affermava pure un’altra maschera dal naso storto di Pirandello, Gengè Moscarda, in Uno, nessuno e centomila.

Eppure, l’acqua, solo l’acqua rende possibile la prima immagine speculare. Anche a Miragno era stato così. lo aveva compreso subito Mattia che, tuttavia, era già un altro, aveva già deposto se stesso per prendere il nome, solo il nome, di tale Adriano, adriano Meis. In treno, naturalmente, sempre in treno. Lo specchio, questa volta, lo specchio inganna: nel guardare se stesso, Mattia vede Adriano o, più precisamente, Adriano non può che vedere Mattia. Anche quell’acquasantiera va in frantumi inesorabilmente. Anselmo Paleari non lo sa, Luigi Pirandello sì, confusione e diffrazione. Tutto non è come sembra, pur pretendendo di essere ciò che sembra. Lo sapeva, certo, lo sapeva che tutto quanto in vento et rapida scribere oportet aqua (Catullo, carm. LXX 4).

 

 

 

© Federico Cinti

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La leggenda dell’Almsee («Legende von Almsee») – «Nordseelieder»

 

Strapiombo di dirupi, cime brulle,

e la profondità verde dell’acqua,

su cui la fuga nera delle nubi

trova nel suo riflettersi uno specchio.

 

Un gabbiano vi giunge ad ali tese,

dalle nordiche estreme lontananze;

la lunga strada non ha alcun valore:

lo conduce la forza dell’amore.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Si vuole riposare nel canneto

e spiare in tralice il proprio amato;

da lì deve calarsi volteggiando

alto sopra le cime degli abeti.

 

E ripensa, ripensa ai lunghi anni,

in cui tutto, in cui tutto gli donava,

in cui visse e soffrì solo per lui,

sempre pronto a qualsiasi sacrificio.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Guarda, ora giunge il piccolo sparviero,

e il cuore batte rapido al gabbiano;

ma il gabbiano indispone lo sparviero

e quest’oggi ne ostacola ogni volo.

 

E la furia sfrenata del suo becco

colpisce dritto il cuore innamorato,

finché, ferito a morte per lo strazio,

non diventa di fredda, dura pietra.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Caldo sangue del cuore, rossi cerchi

nella profondità verde dell’acqua,

e l’eco manda un gemito sommesso:

«Una volta che è lì, è lì per sempre!».

 

 

Erano ormai lontani i giorni del «divino soggiorno a Ischl», come ebbe a definirlo Franzi, nell’agosto del 1853, il «divino soggiorno» dell’incontro e del fidanzamento, quando Sisi compose questi versi. Dopo più di trent’anni – siamo nell’agosto del 1885 a Ischl – di matrimonio nulla o quasi era più intatto, se non forse il trasognato ricordo del ventitreesimo compleanno dell’imperatore, il 18 agosto, e la benedizione con acqua santa del parroco della piccola cittadina termale, alle 11 del 19 agosto, presso cui si erano recati per scambiarsi le reciproche promesse di matrimonio. Da allora in poi la villa imperiale avrebbe avuto la forma di una «E», in onore di Elisabeth, nome di cui Sisi era diminutivo.

 

 

 

Sisi non era più la ragazzina intimorita di quei giorni estivi. Il gesto della zia Sofia, futura suocera, di cederle il passo all’ingresso della chiesa, ligio al cerimoniale di corte spagnolo, unica legge della famiglia imperiale, non l’avrebbe lasciata indifferente come quel giorno luminoso. Ormai, Sisi era il gabbiano in continua fuga dal mondo e da se stesso. Era sì imperatrice d’Austria, apostolica regina d’Ungheria etc., come iniziava il suo lungo titolo nobiliare, ma era soprattutto una donna infelice contro cui il destino non aveva ancora smesso d’accanirsi. Era finita per sempre «la favola bella / che ieri / t’illuse, che oggi m’illude» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 29-31), l’amore che era stato promesso eternamente.

Il gabbiano, die Möve, ritorna dal Mare del Nord al lago incantato di Alm, dove l’attende der klein Sperber, il piccolo sparviero, per straziarle il cuore innamorato. Di nuovo, senza pietà, Caesar […] accipiter velut (Orazio, carm. I 37, 16-17) macchia le acque limpide di puro sangue. Eppure, il gabbiano fugge, fugge ancora e per sempre da quell’animale così piccolo e così molesto. Resta lo strazio di un cuore infranto che, per sopravvivere alla contingenza e alla storia, si deve fare freddo come il metallo e duro come la pietra.

 

 

 

Restano le acque del lago austriaco di Almsee a narrare gli eventi. Questa lirica è la prima di quattro, disposte in successione, nello scrigno segreto dei Nordseelieder (Canti del Mare del Nord), primo dei tre libri del Diario poeticoDas poetische Tagebuch – di Sisi. Anche se non è letterale, credo la mia traduzione colga il profondo senso poetico di questa confessione così amara e distaccata, una vera e propria leggenda che respira ancora tra quei monti incantati, in cui la verde profondità dell’acqua si fa specchio al nero delle nubi.

 

 

 

Di seguito l’originale tedesco:

 

 

Steile Wände, kahle Zacken

Und ein Wasser, tief und grün,

Wo sich schwarze Wolken spiegeln,

Wie sie ernst darüber zieh’n.

 

Eine Möve kommt geflogen

Von dem fernen Norden her,

Achtend nicht des weiten Weges;

Denn die Liebe führt sie her.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch nur bitt’res Weh!».

 

In dem Schilfe will sie rasten

Und nach dem Geliebten späh’n,

Dorten muss er niederkreisen

Über jenen Tannenhöh’n.

 

Und sie denkt der langen Jahre,

Wo sie alles ihm geweiht,

Nur für ihn gelebt, gelitten,

Jedes Opfers froh bereit.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch nur bitt’res Weh!».

 

Sieh’, da kommt der kleine Sperber,

Und ihr Herz schlägt höher auf;

Doch sie ist ihm ungelegen,

Hindert heute seinen Lauf.

 

Und den Schnabel unbarmherzig

Stösst er in ihr liebend Herz,

Dass es, bis zum Tod getroffen,

Fest erstarrt zu kaltem Erz.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch das schwerste Weh!».

 

Warmes Herzblut, rote Kreise

In dem Wasser, tief und grün –

Und das Echo wimmert leise:

«Einmal hin, ist ewig hin! ».

 

 

 

© Federico Cinti

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Martina e Domenico oggi sposi

 

Meraviglia, nell’anima l’arcana

armonia di un intridersi perenne,

ragione e cuore, immensità lontana.

 

Tra il tempo e l’assoluto tutto avvenne

in un attimo etereo, eterno rito

nell’essere, la formula solenne.

 

Al cielo il senso, sul cammino trito

era la volontà, grazia di sposa

dolce nel volto, riso di marito.

 

Ora e per sempre, nell’azzurro il rosa

madreperla del cielo in agonia

esitò appena, un’ansia luminosa.

 

Nuotò nel lago fulgido la via

infinita, al discrimine del monte

canto di stelle, rugiadosa scia.

 

Ombra d’un’eco, al mormorio d’un fonte

occulto si svelò l’arduo segreto,

gioia pura oltre l’ultimo orizzonte.

 

Già fu ciò che sarà: nell’occhio lieto

il sorridere, immagine sospesa,

spande il suo aulire fattosi consueto.

 

Passò il giorno, evaporò l’attesa,

orma d’un asintotico languore

sulla felicità che si palesa

 

in sé, nel realizzarsi dell’amore.

 

 

Un matrimonio. Avevo confermato la mia presenza, nonostante la flagrantis atrox hora Caniculae (Orazio, carm. III 13, 9): non se ne parlava proprio di mancare alle nozze di Domenico, un mio studente. Anzi, meglio: un mio ex-studente, uno di quelli della prima ora, «quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono» (Rvf I 4). Solo lui, del resto, avrebbe potuto sposarsi sabato 30 luglio. Avevo deciso d’andarci, anche perché sarebbe passato a prendermi un suo compagno, Leo, il più grande tanghero di Bologna (se tanghero sia sdrucciolo o piano, lo lascio decidere a chi lo conosce). E così è stato, salvo aver sbagliato clamorosamente l’orario, naturalmente, così da arrivare a cerimonia già iniziata. Da poco, per fortuna, anche se l’abbiamo scoperto solo dopo, entrando nell’Abbazia di Zola Predosa.

nessuno se n’era accorto o almeno credo. La ricerca di qualche sedia sul fondo aveva generato un po’ di trambusto, ma tutto sommato era normale in quelle circostanze. Qualche commento, a bassa voce, mi è pure sfuggito. Non avrei dovuto, lo so, ma il padre domenicano che officiava, non so perché, aveva deciso di costruire due acrostici in latino sul nome dei nubendi, sbagliando clamorosamente gli accenti. Leo rideva come pochi alle mie rimostranze: sosteneva di sentirsi in un film, cosa che in parte era anche vera. Mi attendevo perle teologiche, che pure ci sono state nell’esegesi dei passi biblici, ma il resto… insomma, il resto era surreale. La ragazza di Leo ci intimava di fare piano, ma proprio non era possibile. so che davanti, nelle prime file, hanno assistito a un’altra cerimonia, ma anche la nostra ha avuto lo stigma dell’unicità. A ogni modo, al momento del fatidico «sì» mi sono veramente commosso. E non io soltanto. Davanti a me brillava più del sole «quell’aurora che dicono: l’Amore» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, V 24).

 

 

 

Dopo la benedizione solenne siamo usciti alla ricerca di un filo d’aria. Un miraggio, certo. Alla cerimonia c’erano pure Marcello e Ionut, altri due miei studenti d’allora. A quel punto li ho ritrovati sul sagrato, come noi nell’unico angolo all’ombra. mi è parso che il tempo non fosse passato: le voci, i ricordi, le chiacchiere mi hanno riportato a un tempo fuori del tempo, come se nulla fosse cambiato. In un certo senso era proprio così. Eravamo tornati da un lungo viaggio, con il riso in mano da buttare su Dodo, mentre usciva tra una folla festante per lui e per Martina. Anch’io ho tirato, ma chissà chi ho preso nella confusione. Poi, ci siamo stretti per un saluto e gli auguri di rito. Era visibilmente emozionato e noi con lui.

Poi la fuga a Zappolino, per il rinfresco. Naturalmente Leo ha perso la fila, da manuale. Siamo arrivati lo stesso, intendiamoci, e forse pure prima di molti altri, ma per lui il copione è sempre stato un semplice canovaccio da interpretare a suo gusto. E dire che sarebbe pure un attore di vaglia. Quando abbiamo fatto assieme le Lecturae dantis, temporibus illis, nel 2015, aveva riscosso un notevole successo. Eravamo i Due pazzi all’Inferno. Sarebbe da rifare, prima o poi, ora che è tutto mutato, pure io, anzi soprattutto io. Ma Leo ha ben altri progetti, giustamente. Me ne parlava un po’, seduto davanti a uno stuolo di antipasti. Marcello e Ionut lo ascoltavano. Certo, pure loro avevano parecchio da raccontare, il primo ingegnere e il secondo chirurgo. Ma intanto il tramonto ammantava tutto d’una luce particolare, «come… in un roseo lago» (G. Pascoli, L’asino, I 12). Su quei colli tutto sapeva già d’altro, ora che i due promessi erano ormai marito e moglie.

 

 

 

La cena si è protratta a lungo. Il nostro tavolo mi pareva come di famiglia. Qualcuno ha saltato il primo, altri volevano saltare il secondo. Marcello mangiava di gusto la grigliata e incitava Leo ad assaggiare almeno la costata. In effetti, ne ha poi preso tre volte di fila. E ne avrebbe preso anche di più, se non lo avesse allettato la torta nuziale gelato cioccolata e pistacchio. Noi eravamo lì, «dentro la notte fulgida del cielo» (G. Pascoli, Alexandros, I 10). Il caldo aveva lasciato il posto impercettibilmente a una frescura molto piacevole. Nulla era lasciato al caso. Solo un po’ di malinconia faceva in me capolino, a quando a quando. È la musica che mi estranea dal resto, mi isola, come se realmente io fossi altrove. Aspettavamo il tango, per l’esibizione, ma niente. Le chiacchiere sono proseguite fino a un orario indecente, almeno per me, che quasi crollavo dal sonno. Domenico aveva perso la voce, ma non la vitalità: era l’uomo più felice del mondo. Anche Martina, che pure conoscevo giocoforza meno, mi pareva persona di una dolcezza volitiva. Pensavo al matrimonio. Spero anch’io in questo giorno, prima o poi, a quelle fedi che si giurano eterno amore.

 

 

 

 

 

 

© Federico Cinti

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Auguri ad Anna

 

Attesi sulla via. Di nuovo il giorno,

nulla dintorno, proprio come ieri.

Nel sogno c’eri, ma smarrii il ritorno.

 

Aureo contorno, pallidi sentieri,

ricordi veri, pure tu lo sai,

opachi ormai, indicibili pensieri.

 

Canti sinceri quelli che cantai,

che conservai nel tempo che divora.

Ho in mente ancora ciò che ti donai.

 

Io lo imparai: era l’alito dell’ora.

 

 

 

Un tuffo nei ricordi, nulla più, nelle parvenze – me lo si conceda– di «colüi che sognando vede, / che dopo ’l sogno la passione impressa / rimane, e l’altro a la mente non riede» (Par. XXXIII 58-60), in un giorno così particolare. Un viaggio all’indietro, eppure senza ritorno, simile a quello di Orfeo per la sua Euridice. All’interno di sé, nel proprio petto, come nel cuore della terra. Ma mai volgersi indietro: questo lo s’impara un po’ per volta a proprie spese. A me almeno è capitato così. Echi di echi, in cui s’ «ascolta nella cava ombra infinita / le grandi querce bisbigliar sul monte» (G. Pascoli, Alexandros, VI 59-60).

Nel tempo che scorre inesorabile ci si sente, «dopo il naufragio» – leopardiano? – «un superstite / lupo di mare» (G. Ungaretti, Allegria di naufragi, 4-6). Ripensare a quella piazzetta che obloquitur numeris septem discrimina vocum (Virgilio, Aeneis VI 646), oggi, fa un certo effetto. Eppure, piazza San Michele, nei pressi di Casa Rossini, dove abitava il grande pesarese, beh… fa un certo effetto. Non so più nemmeno quante volte ci sono passato e quante volte, ancora, ci passerei, se me ne fosse data la possibilità. Un luogo incantato, perché luogo della memoria, della mia memoria. Le lancette dell’orologio, del mio vecchio orologio, si sono fermate allora. Lo ammetto così, con un moto di triste meraviglia, ma forse nemmeno troppo triste.

 

 

 

Va bene così. Si tratta solo di non perdere il passo nella corsa. L’impressione che ho, adesso, è di vedere tutto come di lontano, nel film in cui l’attore è un altro. registro, non c’he che dire. Mi rivedo da fuori, in quei luoghi, immerso in quei pensieri. Ogni età ha i propri riti, i propri luoghi. Ora ne sorrido, certo. Il resto non conta più, anche se sono qui a parlarne, come mi capita dopo l’ultimo libro che ho letto. L’impressione è vivissima, tanto che ce lo si sente addosso. Ma va bene, va bene così. Altri forse ne parlerà meglio di me, anche se i nomi non saranno quelli che ho in mente io. Perché in fondo, in una ricorrenza come questa, nulla si può dare per scontato. Lo ripeteva spesso il nostro professore di latino, Novello Baldoni, che qui evoco perché tanto so che non legge, che ognuno ha ciò che si merita. Oggi lo posso affermare con una certa tranquillità pure io: homo faber fortunae suae. Ma ci sta, perché il nostro dialogo non termina qui, come non termina la mia corsa. E questo giorno pure passerà, come gli infiniti altri in cui ci sarà dato ritrovarci, anche solo per poco, come alla fine di una pagina.

 

 

 

© Federico Cinti

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Saluto a Luigi

 

Lieve il soffio del giorno, ali nel vento,

un sibilo invisibile oltre il velo

indicibile il palpito di cielo:

già fu quell’ora, rapido momento.

 

Infinita la via, pallido evento

passare indenne il torbido sfacelo,

assorto più d’un fiore sullo stelo:

zampilla il senso, antico sentimento.

 

Zone d’ombra nell’anima, sussurro

assopito nel cuore. Tutto resta

greve d’intorno sopra il nero suolo.

 

Lassù un canto di luce, lassù un volo

inatteso nell’ora della festa,

abbracci di vertigine e d’azzurro.

 

 

Un saluto, l’ennesimo. Ritrovarsi di nuovo sulla soglia che separa l’ombra dalla luce. Una soglia, appunto, un confine labile da oltrepassare oltre la piccolezza del nostro essere finito. Una strana sensazione, come di già visto e già sentito, un’atroce afa, nonostante la primavera inoltrata. Ero lì, in una solitudine fatta di persone, note e ignote, accomunate dalla necessità di testimoniare che la vita va oltre quel termine. In fondo, stiamo «studiando per l’aldilà», chissà, forse «un fischio, un segno di riconoscimento» (E. Montale, Avevamo studiato per l’aldilà, 1-2).

 

 

 

La via procede, non v’è dubbio, anche se è difficile scorgere sempre qualche cosa oltre le nuvole. L’azzurro esiste comunque. Io me lo immagino, quell’azzurro intendo, come negli affreschi di Giotto: «credette Cimabue tener lo campo / ne la pittura, ma ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura» (Purg. XI 94-96). Sarà questo il senso della fama e dell’azzurro, mescolati assieme. La memoria mantiene vivo ciò che ci sembra scomparire alla vista. Eppure, mi pare che non sia così. Tutto resta nei tetri contorni delle parole, immagine dai contorni che sfocano a poco a poco e svelano il significato più profondo della ricerca. Anche il sogno è così, mostra e rivela. Su quella linea d’ombra s’è parso d’intravedere qualcosa. Non era rito, no, ma vita.

Aveva ben donde il buon Orazio a cantare che non omnes moriemur (carm. III 30, 6). E pensare che Didone aveva gridato, in preda alla follia, proprio moriemur innupta, / sed moriamur (Aeneis, IV 619-620), seguito dalla Saffo di Leopardi «Morremo. Il velo indegno a terra sparto / rifuggirà l’ignudo animo a Dite» (Ultimo canto di Saffo, 55-56)! Le opere buone rimangono a parlare di noi, in chi ci ha conosciuto. Non è vero che nulla è invano. Così almeno mi sembra, di fronte al cielo azzurro che spiccava tra i palazzi. Del resto, in quel luogo, il Fossolo di Bologna, mi sentivo più che a casa. Me lo dicevano gli amici e i conoscenti.

Anche Chiara era triste, certo, ma serena. Salutava suo padre. So bene come ci si sente in quei momenti. Quando ci salutò il mio mi sembrava che quell’azzurro mi si frantumasse addosso. È stato un po’ rivivere quei momenti. Istanti di vita, certo, di tempo che sembra passato, ma non passa mai. ce lo si sente addosso ogni volta, nelle pieghe dell’anima. Mi sono riconosciuto a un tratto, così, «docile / fibra dell’universo» (G. Ungaretti, I fiumi, 30-31). Questo in fondo siamo, questo dobbiamo essere. Poi il rientro, i pensieri, le emozioni. Nulla è mai invano, lo ripeto.

 

 

 

© Federico Cinti

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Eco di voce limpida

 

Aura d’incanto, in quel sorriso un volo

leggero di farfalla. Sogno lieve,

antica nostalgia d’un tempo breve,

un estatico canto d’usignolo

 

rade l’azzurro. Nell’eterno assolo,

al diafano pallore della neve,

si scioglie il cuore. Oltre il sipario greve

preme la soglia in un istante solo.

 

Inquieta sospensione, orma d’un raggio,

muta lo spazio nel silenzio assorto,

potenza inafferrabile. Le mani

 

ondeggiano in assenza del domani.

L’aura trascende, vanità e conforto,

ombra infinita, ennesimo miraggio.

 

 

Mi è sempre parso che parlare d’altro equivalesse, in fondo, a parlare d’oltre. Poi capita che un giorno, a occhi socchiusi, una voce squarci il buio e ridoni il senso a ogni singolo dettaglio, a ogni più piccola «cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata» (G. Ungaretti, Natale, 10-14), in un desiderio di senso infinito, in attesa, appunto con «socchiusi gli occhi», mentre me ne «sto / supino nel trifoglio, / e vedo un quadrifoglio / che non raccoglierò» (G. Gozzano, La via del rifugio, 5-8). Ecco un prato in rigoglio, in cui a un tratto «trema uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, 24), ecco un sorriso lieve che colora quel tetro vuoto. Fantasia o realtà? Siamo al di qua o al di là del vero (o del velo)?

Quel sorriso di luce si fa voce, liquido cristallo: è un canto nell’azzurro, simile a un sogno avveratosi nella poesia in cui tutto vale di per sé e allude a una dimensione d’alterità. Serve a vedersi, finalmente, come siamo visti, perché «chi vive, quando vive, non si vede: vive» (L. Pirandello, La carriola). Vita e forma s’attraggono e respingono, si trovano e si perdono, come l’occhio che, per vedere, si deve chiudere. Davanti a noi si mostra la realtà, come quando in teatro si scioglie la palpebra del sipario e si è sospesi ora qua e ora là, nel proprio ruolo prima sconosciuto. Il teatro stesso è un occhio che guarda ed è guardato, luogo fuori dello spazio, momento fuori del tempo. Tutto si fa metafora, poesia canto parola: una vertigine fa trascendere l’attimo.

 

 

 

Tutto è metafora, certo, a partire dal più famoso senhal, «l’aura», imparato forse a scuola e poi dimenticato, quando ancora «erano i capei d’oro a l’aura sparsi» (Rvf XC 1), in cui l’aura si fa lauro e si fa l’oro. Era un mondo racchiuso in un nome, anch’esso fuori del tempo e dello spazio. dativo di possesso, certo, che si trasformava in immagine di Venere in sembianza di Camilla, quindi di Laura, come nei versi virgiliani in cui dederat comam diffundere ventis, / nuda genu, nodoque sinus collecta fluentis (Virgilio, Aeneis, I 319-320). Era un gioco di maschere e di simboli, perché guardare oltre è vedere altro. al di fuori di noi vediamo tocchiamo sentiamo: un’ebrezza sottile ci pervade. La vita stessa è un teatro in cui ci si mostra il nostro complemento, in cui ci specchiamo e riflettiamo.

 

 

Ecco la voce che ti entra nel cuore e non se ne va più: parla la tua lingua, vellica il tuo orecchio, sa ciò che tu non sai più e ridà al tutto il senso che sempre hai cercato. La soglia è varcata: la fantasia è realtà, come nel gioco del doppio, nel perturbante freudiano in cui si confondono i piani, in cui s’impara a non accontentarsi mai del trito e del consueto. In questo sta lo scavo continuo, la voglia di guardarsi dentro. Diversamente tutto sarebbe vano, sarebbe solo un gioco delle parti in cui ognuno ripete sempre e solo se stesso.

 

 

© Federico Cinti

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Orma di cielo

 

Velo inquieto di nuvole, lontana

orma di cielo. Un senso d’abbandono

resta tra i fili e i panni stesi, vana

rimembranza d’un giorno. Ombra di suono,

 

eco di ciò che adesso più non sono.

Indicibile ascesa la profana

beatitudine, vero, eterno dono

atteso in cui ora il senso si risana.

 

Caducità dell’attimo, nel vuoto

il tempo sa di un’ansia mai sopita.

Anche volgersi è inutile: la via

 

ritorta è solo vacua fantasia.

Tu splendi, chiara immagine infinita,

in me, tu etereo volto dell’ignoto.

 

 

non c’è nulla da fare: ce lo si sente addosso. Sì, proprio così, come se cadesse a un certo punto un’orma di cielo. Tra le nuvole uno squarcio d’azzurro. È come il senso delle cose: lo si cerca ogni istante e poi lo si trova nel dettaglio, nell’angolo più remoto, quasi senza volerlo. A me, almeno, capita così. Ritrovai per caso un’immagine simile tra le carte altrui, e vidi «in cielo bianchi lastricati / con macchie azzurre tra le lastre rare» (G. Pascoli, Il miracolo, 2-3). Ecco, il cielo che si fa specchio della terra, connubio senza fine sulla linea dell’orizzonte. Ed è così che ci si ritrova a contemplare la via trascorsa e quella ancora da compiere. Il velo si apre a un tratto ed emerge la verità.

Si capisce di non essere più quelli di prima. Euridice già lo sa che Orfeo non resisterà. Ma volgersi indietro è un atto necessario. Vedere o non vedere non importa: l’acqua resta sempre trasparente, specchio o non specchio che sia. Occorre prenderne coscienza il prima possibile. e aprile è così, il mese forse dedicato ad afrodite, alla ripresa del tutto, perché «diffugere nives, redeunt iam gramina campis / arboribusque comae» (Orazio, carm. IV 1-2): non vi sono più nevi tutt’intorno, rinverdiscono ormai le erbe nei campi e sugli alberi le chiome. Nulla più che la ciclicità del tempo che ci riporta a ciò che eravamo: volgersi indietro diventa inutile. Le lenzuola appese ad asciugare sembrano adesso tanti fili su cui scrivere ciò che non siamo più.

 

 

in quest’epifania di luce chiara, ecco, un volto a dare senso al tutto. Un volto e un nome, certo, un’immagine fuori del tempo in un’epoca senza tempo, in cui l’hic e il nunc coincidono. Gli antichi a priori kantiani s’annullano sulla retta dell’eternità. Nulla è più come prima, nulla sarà più come adesso. Il labirinto procede e si sdipana e di quel filo, «viluppo di memorie» (E. Montale, In limine, 4), sono io che «ne tengo ancora un capo» (E. Montale, La casa dei doganieri, 12). Forse basta così ad attingere alla «carrucola del pozzo» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 1). Narciso ritrova se stesso, mentre Euridice non si perde più. Un’eco antichissima richiama il desiderio di fondersi completamente nell’altro, appunto in quel viso di luce chiara tanto amato (o tanto amata?). ancora s’avverte il bisogno e si ripete, come allora e come sempre, «da mi basia mille, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, deinde centum» (Catullo, carm. V 7-9). È forse tutto qui il senso di questo scrivere, per dirti solo che vorrei baciarti.

 

 

 

© Federico Cinti

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Confessione

 

Tutto era nulla. A un tratto azzurro un grido:

il senso, ora svelato all’improvviso,

aveva la tua voce, il tuo sorriso.

Mi ritrovai. Dolcissima, sul lido,

 

oasi di pace chiara, antico nido

la tua presenza eterea. Nel tuo viso

ombre di sogno, eterno paradiso,

sapevano di gioia. A te m’affido.

 

A te si schiuse l’anima, rinacque

il cuore. Tra le tenebre il respiro

breve del tempo diventò infinito.

 

Eri lì. Toccai il cielo con un dito.

Non ti lascerò più, lieve sospiro,

estasi d’un naufragio in auree acque.

 

 

il tutto e il nulla, fusione d’inizio e fine, mi stringono e costringono nella loro circolarità. Intorno tutto ruota sull’inconsistenza immateriale del punto sull’infinito spazio del piano. È lo stesso che pieno e vuoto. L’illusione si veste d’azzurra lontananza, grido che squarcia il silenzio in cui talvolta si rischia di cadere. Eppure, a un tratto, ci si ritrova, ci si trova di nuovo, anche noi «per una selva oscura» (Inf. I 2). Ritrovarsi così, nel buio, non nella luce chiara, miracoli e contraddizioni di ciò che ci circonda, appunto, in una ciclicità che è la cifra del nostro essere nel tempo. Forse anche nello spazio, in quel piano determinato dal punto in cui ci si trova e ci si ritrova. Veramente le parole sono nere, buie. E poi quel buio e quel nero divengono luce d’incredibile bellezza. Si fanno voce, si fanno riso, si fanno realtà tangibile e appassionante.

In quell’azzurro, «interminato / spazio» dove «il naufragar m’è dolce» in quanto «mare» (G. Leopardi, L’infinito, 4-5 e 15), ritrovai le «chiare, fresche et dolci acque» (Rvf CXXVI 1) su cui «scintilla, / in testo di scaglia / come l’antica / lorica» (G. d’Annunzio, L’onda, 2-5) il lampo d’una vertigine. Nulla più fu come prima. Tutto trasfigurò se stesso in una soavità chiara, limpida, quasi fuori del tempo. Era possibile, allora, incontrare l’assoluto? Dentro e fuori di me, certo, come vedendomi dall’esterno, con occhi altrui. Fu una gioia immensa, una grazia cercata e insperata. Era un porto tranquillo, voce di madreperla che mi chiamava a un altrove, tuttavia presente e immanente, perché «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20). Era sogno e realtà insieme, dolcezza che distilla, profezia di Sibilla che s’avverava su quell’onda.

 

 

 

Fu così che tutto mutò in me, che io mutai nel tutto. In alto, in alto, in un lontano cielo, mi sentivo librare e liberare. Il mio dito toccò l’immensa cupola celeste. Già Orazio mi aveva preceduto colassù, cantando «sublimi feriam sidera vertice» (carm. I 1, 36), nella più vasta felicità possibile, tra la poesia dei numi e delle Muse. E così cominciò la rincorsa per ritrovare quel primo istante, quella leggerezza senza fine del volo verso le stelle. «Mi ritrovai per una selva» chiara, ti ritrovai nel vortice delle ore, punto fermo dell’eterno fluire. Anch’io rimasi «col trasognato viso di chi sogna» (G. Gozzano, Un’altra risorta, 16) davanti a quel miracolo d’eterea leggerezza. E fu così che il tutto che era nulla divenne una pienezza senza fine.

 

 

 

© Federico Cinti

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