Nel giorno del mio onomastico

 

Fragile la vertigine, sul viso

eterno il tempo assorto sul sentiero

dell’attimo fuggente in un sorriso.

 

Eco lontana, l’ansia del mistero

rade lo spazio, sibilo di vento

invisibile all’alito leggero.

 

Caducità impalpabile, il momento

ora tenue si compie sulla via

carsica, orma dopo orma, a lume spento.

 

In bilico un’azzurra nostalgia

nell’anima, ricordo di quel giorno,

tu aulente sospirare d’armonia,

 

io in attesa dell’ultimo ritorno.

 

 

 

Ha ragione il mio amico Paolo. Stamattina gli ho suggerito che era il mio onomastico e, stupito come solo lui sa essere, mi ha chiesto: «Ah, è san Cinti?». Non ho potuto che convenire con lui. Anche perché ormai si è fatto appuntamento topico questo famoso 18 luglio. Ho iniziato quasi per gioco, qualche anno fa, a ricordarlo agli amici. Poi, a poco a poco, adesso sono gli altri a fermarmi e a farmi gli auguri. Fa piacere, intendiamoci. Fa piacere che si ricordino di te anche nel periodo torrido della «Canicola» che «stampa sopra uno scalcinato muro» la loro ombra scura (E. Montale, Non chiederci la parola, 7-8). Mi pare una sorta di epifanica rivelazione nel cuore dell’estate.

Tutto è poesia, non è certo necessario ripeterlo ogni volta. Si coglie nell’aria, negli occhi delle persone che ci circondano, ignari compagni di viaggio. E chi non la coglie, beh… pazienza: vive lo stesso nell’incoscienza dei giorni e delle occasioni. La linea di demarcazione è sottile, impercettibile. Chissà, forse è proprio quella la quint’essenza di cui parlavano prima di scoprire che gli elementi erano ben più di quattro. Qualcuno ci crede ancora, ma è giusto così. Ho conosciuto pure chi, ridendo, sosteneva che gliela raccontavano che la Terra è sferica, al pari della signorina più famosa della letteratura cui «han detto che la terra è tonda, / ma lei non crede» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, V 21-22).

Nel giorno del mio onomastico non ho poi fatto cose straordinarie, come avrei voluto. In un lucido lunedì di metà luglio tutto si compie, come in un rito atavico, come in un ennesimo, ultimo ritorno. Credo sia normale non pretendere altro che avvenga quanto deve avvenire. Agli altri li lasciamo gli sbagli di natura. Che, lo sappiamo, rendono il tutto così particolare, ma solo perché inattesi, inaspettati. La ricerca del veggente che cerca in ogni modo la sregolatezza di tutti i sensi mi pare fuori luogo, se «l’impresa eccezionale / è essere normale» (L. Dalla, disperato erotico stomp). Anch’io ne sono convinto. Così è andato il mio onomastico. O, meglio, dovrei dire che sta andando: «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20).

Qualcuno manca sempre all’appello di chi vorresti ti facesse gli auguri, ti pensasse un po’, e non lo fa mai. va bene: ne prendiamo serenamente atto. In fondo, il senso finisce per trascenderci. Mi farò vivo io, in qualche modo. Comunicare è anche questo, mettere appunto in comune quel che si ha con chi si desidera. Il mio santo ha testimoniato la verità. Niente di più. La vita stessa significa attestare la volontà d’esistere, ma non come l’intendeva il famoso Arturo che qui non dico. Si va al di là, perché nella fusione del tutto sta l’unità, perché «nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87). Altroché divagazioni filosofiche sull’inconoscibile: «la parola che squadri da ogni lato» esiste eccome, se volessimo ascoltarla. I poeti, in fondo, sono pure un po’ questo, come i santi. Ecco, aveva ragione stamattina Paolo e lo ripeto col sorriso: oggi è san Cinti.  

 

 

 

© Federico Cinti

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I panni stesi

 

I panni stesi odorano

di buono, sospensione senza limiti

in cui si perde l’anima

chissà dove a inseguire la memoria.

 

Dolce carezza, tenue

sguardo di giorni limpidi. Fioriscono

mille colori, petali

profumati d’azzurro tra le nuvole.

 

Il cuore vola libero

e si libra. Un’ebbrezza: tutto abbraccia

nell’infinito, soglia

liquida nello spazio indefinibile.

 

Nella casa sospirano

sogni d’antichi giorni, eco di secoli

senza età che s’infrangono,

onde su opposti scogli, ombra di un’isola.

 

Improvviso il silenzio

in cui ci si ritrova, profondissima

pace, senso del vivere

nel vento lieve. Al buono ci s’abitua.

 

 

I panni stesi, incantesimo dell’anima che prende il largo sulla scia d’emozioni ormai scordate. Azzurro il cielo, infinito mare su cui issare le vele, mille lenzuola al vento della fantasia, come canta Lucio Dalla nella Sera dei Miracoli: «Ma questa sera vola: / le sue vele sulle case / sono mille lenzuola». Tutto a un tratto una rivelazione: la memoria per vie incognite segue quell’odore di buono, di vero. Si annulla il tempo: galleggia nell’appagamento, ritorno di qualche cosa che non sembrava più reale. E ci si abbandona, rinascita di colori e carezze soavi. l’approdo è qui? È qui che i frammenti si ricompongono in una profonda unità? Ecco, il mistero si rifà presenza.

I panni stesi odorano di casa, dolcezza di una pace riacquisita anche solo per un attimo. Nei piccoli gesti quotidiani si cela, forse, il senso autentico del trascorrere del giorno. Nulla è mai scontato. In questo torna «il cassone odorato di lavanda» (G. Pascoli, O reginella, 6), il profumo soave di pulito. Smarrirsi è un attimo, vagare chissà come, chissà dove, lontano, in alto. Un volo di gabbiano e sentirsi finalmente liberi, senza l’impaccio greve della terra. Siamo fatti per volare nella nostra terrena imperfezione. Vacilla il cuore: indietro non si torna.

In questo la poesia trova ristoro, nel non accontentarsi della soglia fenomenica, labile evanescenza d’un costante inganno: il senso è oltre quel margine invisibile. I panni stesi s’agitano al vento, riscotendo l’anima dal torpore in cui s’adagia stanco nella frenesia inerte d’ogni corsa. È un filo da cercare, da seguire per ritrovarsi ancora, per sempre.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati