Eco di voce limpida

 

Aura d’incanto, in quel sorriso un volo

leggero di farfalla. Sogno lieve,

antica nostalgia d’un tempo breve,

un estatico canto d’usignolo

 

rade l’azzurro. Nell’eterno assolo,

al diafano pallore della neve,

si scioglie il cuore. Oltre il sipario greve

preme la soglia in un istante solo.

 

Inquieta sospensione, orma d’un raggio,

muta lo spazio nel silenzio assorto,

potenza inafferrabile. Le mani

 

ondeggiano in assenza del domani.

L’aura trascende, vanità e conforto,

ombra infinita, ennesimo miraggio.

 

 

Mi è sempre parso che parlare d’altro equivalesse, in fondo, a parlare d’oltre. Poi capita che un giorno, a occhi socchiusi, una voce squarci il buio e ridoni il senso a ogni singolo dettaglio, a ogni più piccola «cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata» (G. Ungaretti, Natale, 10-14), in un desiderio di senso infinito, in attesa, appunto con «socchiusi gli occhi», mentre me ne «sto / supino nel trifoglio, / e vedo un quadrifoglio / che non raccoglierò» (G. Gozzano, La via del rifugio, 5-8). Ecco un prato in rigoglio, in cui a un tratto «trema uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, 24), ecco un sorriso lieve che colora quel tetro vuoto. Fantasia o realtà? Siamo al di qua o al di là del vero (o del velo)?

Quel sorriso di luce si fa voce, liquido cristallo: è un canto nell’azzurro, simile a un sogno avveratosi nella poesia in cui tutto vale di per sé e allude a una dimensione d’alterità. Serve a vedersi, finalmente, come siamo visti, perché «chi vive, quando vive, non si vede: vive» (L. Pirandello, La carriola). Vita e forma s’attraggono e respingono, si trovano e si perdono, come l’occhio che, per vedere, si deve chiudere. Davanti a noi si mostra la realtà, come quando in teatro si scioglie la palpebra del sipario e si è sospesi ora qua e ora là, nel proprio ruolo prima sconosciuto. Il teatro stesso è un occhio che guarda ed è guardato, luogo fuori dello spazio, momento fuori del tempo. Tutto si fa metafora, poesia canto parola: una vertigine fa trascendere l’attimo.

 

 

 

Tutto è metafora, certo, a partire dal più famoso senhal, «l’aura», imparato forse a scuola e poi dimenticato, quando ancora «erano i capei d’oro a l’aura sparsi» (Rvf XC 1), in cui l’aura si fa lauro e si fa l’oro. Era un mondo racchiuso in un nome, anch’esso fuori del tempo e dello spazio. dativo di possesso, certo, che si trasformava in immagine di Venere in sembianza di Camilla, quindi di Laura, come nei versi virgiliani in cui dederat comam diffundere ventis, / nuda genu, nodoque sinus collecta fluentis (Virgilio, Aeneis, I 319-320). Era un gioco di maschere e di simboli, perché guardare oltre è vedere altro. al di fuori di noi vediamo tocchiamo sentiamo: un’ebrezza sottile ci pervade. La vita stessa è un teatro in cui ci si mostra il nostro complemento, in cui ci specchiamo e riflettiamo.

 

 

Ecco la voce che ti entra nel cuore e non se ne va più: parla la tua lingua, vellica il tuo orecchio, sa ciò che tu non sai più e ridà al tutto il senso che sempre hai cercato. La soglia è varcata: la fantasia è realtà, come nel gioco del doppio, nel perturbante freudiano in cui si confondono i piani, in cui s’impara a non accontentarsi mai del trito e del consueto. In questo sta lo scavo continuo, la voglia di guardarsi dentro. Diversamente tutto sarebbe vano, sarebbe solo un gioco delle parti in cui ognuno ripete sempre e solo se stesso.

 

 

© Federico Cinti

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A Mauro in memoriam

 

Mi aspettavi, lo so. Non me ne accorsi.

Aspettavi di spalle. Lo imparai

un po’ per volta, dopo, tra i rimorsi,

ruggine ormai.

 

Osservavi la vita. Sulla via

vecchie maschere intrise di ricordi.

Era così che andava, l’ironia

nei tuoi precordi.

 

Tutto già fu, Nel portico l’azzurro

umbratile del giorno, fioco lume.

Rare le voci, timido sussurro

adesso il fiume.

 

 

entrai per sbaglio, sempre ammesso – è ovvio – che lo sbaglio esista, lo sbaglio di natura intendo. Eri di spalle, nel primo tavolino di sinistra. Tenevi circolo assieme agli avventori di una vita. chissà perché, poi, prima di allora non ci ero mai entrato al Caffè Margherita, all’incrocio tra la Porrettana nuova e la Porrettana vera. Era il 2009 o giù di lì. Ora che sei al di fuori del tempo non importa, ma a noi esseri cronici un po’ sì. In verità, credo non t’interessasse nemmeno allora, quando eri dei nostri. Dei nostri, insomma: eravamo noi piuttosto a essere dei tuoi. Io, almeno, mi sentivo così. Mi sentivo di conoscerti da sempre. anzi, no: eri tu che mi conoscevi da sempre, anche se la soglia la varcai per sbaglio quando ero grande. Già, ma grande rispetto a che? Forse, e tu lo sapevi bene, non sono mai cresciuto del tutto. Tu mi aspettavi per cominciare il dialogo che si è interrotto solo quando hai deciso, strano gioco del capocomico, di uscire di scena. sì, perché è tutto «una grande pupazzata», per dirla con Pirandello. E tu di maschere te ne intendevi, perché avevi la capacità di vedere al di sotto e al di là dei personaggi che entravano al bar. Chissà, il sommo capocomico eri tu, da dietro al bancone, in cui ti muovevi furtivo come un gatto sornione.

Mi dicesti qualcosa, ma non chiedermi che cosa. Il dialogo non è fatto sempre di cose che si dicono. Più spesso mi accorgo che è ciò che non si dice l’autentica corrispondenza di sensi. qualcuno scomoderebbe la visione del mondo, ma vedere o non vedere è solo una condizione estemporanea. Ti piaceva dissacrare, esercizio in cui del resto mi ritrovo benissimo pure io. Da dietro le ciglia si vede ciò che è invisibile agli occhi. Tu lo sapevi. Per questo, credo, mi aspettavi. Non potevamo non incontrarci. E infatti il varco era proprio lì, sotto il portico, luogo pubblico in spazio privato. Era la dimensione in cui si può scorgere ciò che si vuole celare. Perché, non neghiamocelo, anche inconsapevolmente molti celano ciò che non sanno. La tua ironia era un bisturi. Non faceva male; anzi, guariva, medicina dalle ansie, dalle corse, dallo sconforto. Insomma, non ci si poteva non fermare. Col tempo ho compreso che alcuni se la davano come una posa sedersi al tuo cospetto. Erano i tuoi bersagli preferiti, come lo sono i miei.

Ci fu un periodo in cui avevo preso l’abitudine di venire a prendere il caffè la domenica mattina presto, con Davide Monda, il mio amico virtuoso della viola. Ne parlaste a lungo: anche di quello sapevi tutto. Perché, quando entravamo, trovavi sempre il modo di sederti assieme a noi. Non ho divinato se lo facessi con tutti, anche se oggi sono persuaso di sì. Il tempo c’era, nel querulo brusio di tanti altri caduti dal letto come noi. Già, perché ogni orario aveva i suoi avventori e per ogni avventore tu avevi una parola. Non che cambiassi in funzione di chi entrasse, piuttosto era la tua capacità introspettiva a mutare l’angolo di prospettiva con cui scrutavi l’oggetto o il soggetto. Il resto erano dettagli del momento e della circostanza. Tant’è vero che pretendesti che venisse anche lui, anche Davide, il bel pomeriggio di maggio in cui presentammo il mio Bestiario. Ritratti veri di persone false. Correva l’anno 2013. Non ho fatto in tempo a chiederti perché tu abbia chiuso il libretto sul Caffè Margherita proprio con la foto di quel pomeriggio, un paio d’anni dopo. Ero molto soddisfatto di quella scelta e mi bastava. Tutto qui. Pensa che ho ancora cinque o sei copie del testo, in qualche parte della mia libreria dalle amicizie speciose.

Amavi tanto le foto: il Margherita ne è pieno. Sono presenze mute di un passaggio lontano. E pensare che ci sono pure io. E adesso ci sei pure tu, anima silente di quel luogo della memoria. Già, perché, anche quando ci si veniva con Stefano Orlandi, mi pareva di entrare in un’altra dimensione. Non so se anche per lui fosse così, ma non mi chiedeva dove andare: si veniva direttamente da te. Magari tu eri a casa, per riposare, e non ti si salutava nemmeno. Oppure, a un certo punto, uscivi non si sa da dove e così cominciava il siparietto. Ed era così pure con Gabriele Mignardi, il famoso giornalista, cui ogni tanto chiedo pure qualche fotografia del mondo circostante. Me ne manda tante e poi mi suggerisce di buttare qua e là l’occhio, un po’ come facevi tu quando mi dicevi che non ti capacitavi del fatto che io non avessi visto il tavolino che era lì anche prima. Ma ci sta, che vuoi che sia? C’è stato un giorno in cui l’ombra è diventata luce e allora ho cominciato a vederci davvero. Penso sia successo così anche a te, soprattutto adesso che ridendo mi starai guardando scrivere un ricordo di te, come se ce ne fosse veramente bisogno.

 

 

 

© Federico Cinti

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Voce di voci

 

Voce di voci, sibilo infinito

oltre il blu della notte, un fil di lama

rade l’anima, subito sopito;

resta l’impronta in noi di chi ci chiama.

 

Eterno labirinto, esile trama

in cui si cerca il bandolo smarrito,

plumbea malinconia, il «m’ama non m’ama»,

antico gioco divenuto rito.

 

Risveglia nel silenzio, oltre le porte,

l’ombra silente. Tutto intorno è vano,

Ancora e sempre, al sibilo di vento.

 

Rimbombano i ventricoli, sgomento

tra l’estasi dell’attimo lontano,

in cui intravidi chiara la mia sorte.

 

 

Improvviso quel suono, «nella notte nera come il nulla» (G. Pascoli, Il tuono, 1). Mi svegliai, richiamato da una voce di voci, quella «del rovaio che a notte urta le porte» (G. Pascoli, I gattici, 11), di un vento che sembrava chiamarmi a chissà che misteri. Rimasi incerto in quel silenzio oscuro a decifrare quel groviglio confuso di parole. A tratti solo i sibili invisibili, simili ai miei pensieri. Eppure, mi parve di conoscere l’antico richiamo, fattosi quasi rito nell’eterno trascorrere del tempo. Non più io, «docile fibra / dell’universo» (G. Ungaretti, I fiumi, 30-31), sospeso in quell’istante infinito. E poi «il languore / / di un circo / prima o dopo lo spettacolo» (G. Ungaretti, I fiumi, 3-5) di cui mi parlasti quel giorno, il primo giorno.

 

 

 

Davanti agli occhi muti una lama di luce chiara, un abbaglio nella notte. E di nuovo quella voce di voci, come gli antichi «fili di metallo» che «a quando a quando / squillano, immensa arpa sonora, al vento» (G. Pascoli, La via ferrata, 9-10). Ed era il vento, credo, era ciò che nel vento dileguava, ciò che forse speravo di sentire in lontananza, fuori e dentro di me, al rito eterno della margherita. E mi ritorna in mente quel contare, «Trenta quaranta, / tutto il mondo canta canta lo gallo / risponde la gallina» (G. Gozzano, La via del rifugio, 1-4). Il rito eterno, eterno tra le dita di quella margherita per cui «m’ama non m’ama». Non so, quasi te l’avrei chiesto in quello spazio in cui si impara che esiste il buio solo perché si è vista la luce, se è vero, per dirla con Pirandello, «che il bujo era immaginario» (Il fu Mattia Pascal).

 

 

 

In questo nostro dialogo, se si poteva chiamare così, tutto mi si rese possibile. non ci crederai. Eppure, in quel vento c’era anche la mia voce. La tua l’avevo già sentita risuonare nei miei precordi, al ritmo di sistole e diastole, tra i ventricoli dell’anima. Perché, vedi, tutto sarebbe più facile se mi fosse dato un momento in cui mettere in scena le mie parole. Ascoltavo quelle altrui, nel momento in cui «e cielo e terra si mostrò qual era» (G. Pascoli, Il lampo, 1). Nella lama chiara di luce, spalancata sul mondo, tutto si rivelò, voce e immagine, tempo e spazio. e in quell’attimo infinito c’eravamo tu e io, voce di voci appunto che si rincorrevano nel labirinto dei nostri corridoi. Nessuna paura, però. Solo la consapevolezza di un essere e di un esserci. In lontananza il fruscio sonnolento degli alberi che raccontavano antiche nenie, miti di miti in cui smarrirsi e ritrovarsi insieme.

 

 

 

© Federico Cinti

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Ridere in pianto

 

Riso o pianto, Democrito o Eraclito?

Illusione dell’essere sul bordo

dell’attimo tra il nulla e l’infinito,

enigmatico filo del ricordo.

 

Rimane un mormorio, nel cuore sordo,

esilio sulla via. Tutto è smarrito.

Impossibile, ormai, qualunque accordo

nell’ora, sogno fragile svanito.

 

Passò quel tempo, Nello specchio solo

il mutevole volto che non dice

altro se non parole senza suono.

 

Nell’anima arrendevole abbandono

tra il desiderio d’essere felice,

oggi e per sempre, tra l’azzurro un volo.

 

 

Tutto a un tratto s’avverte una frattura e il punto di frazione si manifesta in una risata liberatoria. Ma davvero è tutto così folle? La presa di coscienza passa inevitabilmente attraverso il distacco, dalla sublime compunzione di sé alla disincantata Allegria di naufragi. Sfuma così la nebbia e «il velo è ora ben tanto sottile / certo che ’l trapassar dentro è leggero» (Purg. VIII 20-21). Niente di nuovo, è ovvio, se tutto «fa ridere e commuove», come coglie acutamente Pirandello nel suo saggio sull’Umorismo a proposito di Cervantes. Ecco, allora, «Democrito che ’il mondo a caso pone» (Inf. IV 136) ed Eraclito, incapace d’immergersi due volte nello stesso fiume. Il riso dell’uno si specchia nel pianto dell’altro. Da soli non si danno: l’uno è il complemento dell’altro. O almeno a me così pare.

Sono considerazioni, queste mie, «degne d’un chiaro sol, degne d’un pieno / teatro» (T. Tasso, Gerusalemme liberata, XII 54, 1-2), se è vero che «è assai meglio, dentro questa tragedia, / ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia» (F. Guccini, Il matto). Vedersi da fuori, tutto qui: questo il segreto, in ogni ambito, in ogni dimensione, in ogni occasione. Chissà, forse è simile a quella «leggerezza» di cui parla Calvino nelle Lezioni americane, forse non è troppo diverso dal non prendersi troppo sul serio. Non so se io stia rispondendo a chi mi chiede perché, di persona, sono così simpatico, quasi dissacrante, e per iscritto tanto (troppo?) malinconico. Oscillo costantemente, diciamo pure così, tra Democrito ed Eraclito.

  

Eppure, ne sono pressoché certo, «verrà un giorno», come proferì il buon padre Cristoforo di manzoniana memoria, in cui tutto sarà scoperto, in cui il velo cadrà inesorabile. In me i due filosofi antichi o, meglio, quel che ci è stato tramandato di essi, un frustulo di nulla nella memoria infinita, si fonderanno in me o si separeranno. Attendo paziente quel giorno, quando potremo leggere veramente la realtà per come è e non per come ce la propongono gli improvvisati pittori del pensiero. Alle volte, il bisturi filologico non fa che scomporre arbitrariamente il mosaico perfetto che il genio degli autori ha saputo costruire. Figuriamoci se il sarto ci fa vedere le cuciture; eppure, qualcuno le va a cercare per dimostrare che l’opera di cucito è confezionata a regola d’arte. E così nei rapporti umani, professionali, d’amicizia. Io parlo di quel che so e conosco, naturalmente; altri, chissà, s’improvvisano esperti di saperi altrui. Ne ho incontrati, sì; ne ho incontrati sin troppi e chissà quanti ancora ne incontrerò.

Oggi vediamo tutto attraverso uno specchio, ammettiamolo una buona volta. Ci approssimiamo asintoticamente al vero, se siamo onesti. Io ci provo. Mando in scena i miei soliloqui, m’accontento di non pesare troppo su chi deve ascoltarmi e tanto basta. Nel mio piccolo regno al quarto piano e mezzo posso riflettere, proprio come allo specchio, sulle finzioni altrui. Anche «io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura» (G. Leopardi, L’infinito, 7-8), e venitemi a dire che non è così. Mi stringo nelle spalle e vi rispondo che va bene: c’è sempre qualcuno che ha letto una pagina più del libro. Io attingo molto agli scaffali della mia pur scarsa memoria, dove «si sono strette per la vicinanza fra questi libri amicizie oltre ogni dire speciose» (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal). Insomma, «miserere del mio non degno affanno» (Rvf LII 12). Non lo faccio apposta, è la mia fragile forza.

 

 

 

© Federico Cinti

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Confessione a un amico

 

Magmatico mosaico, ritrovarsi

a un tratto altrove, sulla via smarrita,

riscoperta per sbaglio tra gli sparsi

cocci senza più età di un’altra vita.

 

Era il fluttuare instabile del giorno

tra vane verità scritte nel vento

ubriaco di sole, era il ritorno

languido dopo l’ultimo tormento.

 

La pagina si fa di nuovo bianca

innanzi agli occhi increduli di neve:

ci si rivede, un altro ci si affianca,

immagine d’immagine più lieve.

 

Chi si è, chi non si è più? Nel nuovo il vecchio,

essere dentro l’essere lontano.

Rimane imperscrutabile lo specchio

oasi nel tempo, refrigerio vano.

 

 

tutto era pronto per andare in scena, oggi, 3 gennaio, a casa dell’Ingegnere. Anch’io ero pronto, da vecchio giullare, a rievocare il compleanno di Cicerone. Lo faccio non dico da sempre, ma dacché ci si conosce sì. Ed è trascorso ben più di un quarto di secolo. Me lo ha ricordato lui, l’Ingegnere intendo, la notte dell’anno. io inseguivo, come di consueto, le mie divagazioni letterarie. Quel ricordo mi ha fatto trasalire, simile all’incauto Morvàn che «un dì trasecolò nella boscaglia» (G. Pascoli, Breus, I 2). Il tempo si era annullato, d’un tratto, chissà. Oppure c’eravamo annullati noi nel tempo, capricciosa variabile come è. Iniziava il ventisettesimo anno, che è poi questo appena iniziato. Rimasi come sospeso, come Oreste i cui «occhi gli andavano lì, a quello strappo», quell’Oreste che «insomma, diventava Amleto» (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal). Fissavo pure io «quel buco nel cielo di carta», senza pretese amletiche ovviamente, quasi incredulo.

 

 

 

Ero pronto a sedermi nel mio posticino, sul lato corto del tavolo, all’ingresso della cucina quadrata. di sicuro l’avrei ascoltato nelle sue divagazioni storiche, quasi centenarie. Il tono oracolare gli si confà particolarmente, nulla da eccepire. Eppure, è figlio del mondo del pressappoco anch’egli, come me, più che dell’universo della precisione. Perché siamo consapevoli entrambi che l’oggettività non esiste, checché ne dicano. Mi siede di fianco, a volte parlandomi sottovoce, come dovesse rivelarmi un grande segreto. Lo ascolto con reverenza filiale, anche se è poi nato qualche mese dopo di me. Non importa. Da tempo ormai ho compreso che solo chi riesce a vedersi da fuori ha qualche speranza di carpire un pur minimo brandello di senso. Altre volte, invece, conciona ex cathedra, consapevole di affermare il principio su cui poggia il panta rhei. Su quell’immaginario palcoscenico rimugino, tra me, il famoso verso: «Soffri e sii grande: il tuo destino è questo» (A. Manzoni, Adelchi, III, I,). Recitiamo, tutto qui, e in quel mentre mi capita di astrarmi da me, «come quei che con lena affannata, / uscito fuor del pelago a la riva, / si volge a l’acqua perigliosa e guata» (Inf. I 22-24), mi capita insomma di vedermi.

tutto era pronto, certo. O meglio sarebbe stato, perché ogni volta si finisce a recitare a soggetto. Perché si cambia, è innegabile, di volta in volta, di anno in anno. E succede pure di vedere le cose in modo diverso e, dovremmo pure ammetterlo, in quelle cose ci siamo pure noi. Sì, proprio così: ci pare di non essere più noi, quelli di prima, come se un giorno ci fossimo guardati allo specchio senza riconoscerci. Se mai ci siamo conosciuti veramente, è ovvio. Secondo la profezia, per giungere a venerabili età, non bisognerebbe conoscersi. Non bisognerebbe, in ultima analisi, avere il privilegio di vedersi, lungo la linea di demarcazione che genera il distacco, per cui si passa dal riso alla commozione, da fuori. È così che, pur restando sempre noi, siamo sempre diversi. E mi sento diverso io in primis, senza che altri vengano a dirmelo. Oddio, se devo essere sincero, l’Ingegnere lo trovo sempre uguale: del resto, lo vedo da fuori e – credo – lo conosco bene. So che attendeva il mio affondo su Cicerone, il genio incontrastato della parola. Resta pur sempre il suo compleanno, oggi, da quel lontano 106 a.C., quando nacque ad Arpino. Su tutto il resto si ritornerà, ne sono sicuro.

 

 

 

© Federico Cinti

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Interludio dopo Natale

 

Azzurro il cielo sopra le Moline

esala lento tra le luci accese,

un palpitare prima della fine

gocciola tra le tegole sospese.

 

Esile vacuità, trama d’attese

nascosta oltre le imposte tra le trine,

infinita città, dolce paese,

ansia di vita dentro le cucine.

 

L’anno va via, l’ennesimo ritorno

oscilla nell’asintoto perenne

del tempo inafferrabile alle mani.

 

In cammino, non ieri, non domani,

null’altro che il presente arduo, solenne,

incessante procedere del giorno.

 

 

Era a cena da un’amica, l’altra sera, l’Ingegnere: gli capita, ogni tanto, anzi spesso, di adire quel mondo senza età, senza contorni. Era quasi «l’ora che volge il disio / ai navicanti e’ntenerisce il core» (Purg. VIII 1-2), quando un guizzo di memoria mi ha sorpreso. Sulle Moline ci si era già soffermati, temporibus illis, a proposito di Gregorio, il libraio che non ti vendeva nulla se prima non l’aveva letto. Un miracolo, un genio, un intellettuale? Chissà, a Bologna si dà di tutto, nella sua fauna pittoresca e bizzarra. Si trova nella porzione cittadina tra Mascarella e Belle Arti, dove ha abitato cinquant’anni mia zia Pierina, il cuore della zona universitaria.

Gocciolava il cielo l’ultima azzurrità dalle tegole dei tetti spioventi, dai profili irregolari e lontani, in un ennesimo giorno di fine anno, quando per le strade fluttuava senza saperlo «il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente» (G. d’Annunzio, Il piacere). In quell’ansia di ricordi ho ripercorso il desiderio di ritorno, quella nostalgia che è forse tutta letteraria, ma che è l’unica cosa che resta al fondo dell’anima. Anche le parole hanno vita, brillano come fari accesi. La fatica maggiore pare sia riconoscerle nella loro nudità, senza che la retorica – per dirla con Pirandello – non muti la forma in imitazione.

 

 

 

Anch’io ero con l’Ingegnere, in qualche modo, oltre i portici, sui lastroni dissestati, eppure così familiari a chi trascorre tra quelle case quel po’ di vita che gli è dato di regalare al tempo. Dalle finestre emanava una luce, velata dalle trine e dai balconi, una luce interiore azzarderei quasi a scrivere, se non apparisse un che di antico e paludato nell’esprimersi così. Era pur sempre un interludio dopo Natale, quel giorno, nell’incantata sospensione di momenti che non tornano se non nella ciclicità in cui vive soltanto il presente. È per questo che non posso tacerne, non posso tacere di quella piccola serata bolognese in cui tutto resta sempre uguale a se stesso.

Prima o poi, come allora, prenderò un’altra volta quella via dal nome antico, Moline, sorta sui canali e sulle acque che oggi non si vedono più, sotterranee e intime, come i flussi vitali che sentiamo pulsare senza tregua. E in quelle acque sta lo specchio nascosto di ciò che siamo e di ciò che non possiamo, distacco e presa di coscienza nel medesimo punto. La superficie cela e svela ipso facto. Il più è accorgersene, distratti come si è dal transeunte, mentre «ciascuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera» (S. Quasimodo, Ed è subito sera). Oltre quel vetro, anch’io respiravo «non so che felicità nuova» (G. Pascoli, Il gelsomino notturno, 24).

 

 

 

© Federico Cinti

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Stefano, nel tuo giorno

 

Sussurra un viso, immagine sepolta

tra sogni irrealizzabili. Lontano

era il giorno. Null’altro, tutto è vano,

fantasia dentro l’anima. S’affolta

 

ancora il senso autentico. Una volta

naufragammo. Ricordo quella mano,

oggi perduta. Edulcora pian piano

ogni istante. Si ascolta e si riascolta.

 

Rauchi frammenti. Era la vita vera

la via seguita, l’ansia del ritorno

attorno al vuoto. Adesso l’ho imparato,

 

non prima, solo adesso che è passato

distrattamente, nel silenzio, un giorno

in cui cala impalpabile la sera.

 

 

Era il tuo giorno, ieri; lo so bene, Stefano. Un tarlo mi lavorava nel libro della memoria “e quel libro era antico. Eccolo: aperto / sembra che ascolti il tarlo che lavora» (G. Pascoli, Il libro, I 5-6). Eppure, non è più il tempo degli auguri. Credo te li aspettassi, anche se avresti giurato di no. E non certo per gli auguri in sé, bensì per il pensiero che ti era riservato, quasi tributato, come se poi in qualche modo non ti si pensasse comunque. Una volta mi chiamasti tu: eri in scommessa con tua figlia sulla pronuncia di una parola. Avresti preferito che io dessi ragione a te piuttosto che a lei. Ridesti come solo sapevi fare tu e quella risata l’ho ancora nelle orecchie.

Tante altre cose, naturalmente, avevamo in sospeso. Che vuoi mai? per vivere il presente occorre progettare il domani. Tu vivevi già il domani, come una sorta di veggente alla ricerca della quadratura: tu eri così, come il famoso Anselmo Paleari, che «dalle vette nuvolose delle sue astrazioni […] lasciava spesso precipitar così, come valanghe, i suoi pensieri. La ragione, il nesso, l’opportunità di essi rimanevano lassù, tra le nuvole, dimodoché difficilmente a chi lo ascoltava riusciva di capirci qualche cosa» (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal). Sarà per questo che tanti nostri sogni sono rimasti nel cassetto. Me li hai lasciati, tutto qui, una sorta di eredità d’affetti e di pensieri.

 

 

Era il tuo giorno, ieri, e molti si saranno ricordati di te. Ne ho la certezza, per non dire le prove. Dimenticarti è impossibile. Anche la mamma me lo ha ricordato e adesso che sono seduto sul divano, davanti alla televisione, proprio nel posto che ti piaceva tanto, ti confesso che mi fa un certo effetto. Ti scrivo, così, liberamente, come quando ti parlavo. Sembrava che tu non ascoltassi o facessi altro. Sembrava, appunto. Poi, te ne uscivi con la tessera mancante del mosaico e il sipario si chiudeva tra gli applausi. Anche tra i fischi, intendiamoci, qualche volta, perché non mancavano certo i detrattori. Non passavi inosservato, anche se qualcuno oggi fa finta di nulla. I compagni di viaggio, chiamiamoli pure così, non perdonano.

Eppure, la tua mano tesa resta. Io mi ci aggrappo ancora idealmente. Questo in fondo è quel che conta, per non perdere di nuovo o per sempre il senso delle cose. Conosciamo bene i versi che ti consacrano all’eternità, «sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 40-41). Mi fa strano pensarli riferiti a te, questo sì, perché tu sei ancora qui, nell’altra stanza, come si suole dire. Anche noi siamo in una stanza che non è la nostra, come tutti coloro che non si trovano a proprio agio in un mondo da rifare. Tu volevi rifarlo e, in qualche misura, ce l’hai fatta. Siamo qui sulle tue orme a compiere molti dei tuoi sogni, dei nostri sogni ormai. La tua mano resta tesa, te l’ho detto. Il resto non conta o conta veramente poco.

 

 

 

© Federico Cinti

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Consigli di Marziale a un suo amico (X 47)

 

È questo, mio carissimo Marziale,

a renderci la vita più felice:

ereditare soldi, non sudarli;

campi fertili, stufa sempre accesa;

mai cause, rari impegni, mente quieta;

vigore liberale, corpo sano;

saggia semplicità, vere amicizie;

banchetti in compagnia, cibi senz’arte;

notti non ebbre, libere da affanni;

amori non amari, eppure onesti;

sonni capaci d’abbreviare il buio;

essere ciò che si è, non volere altro;

non temere la morte e non bramarla.

 

 

Mi sono trovato a discettare, e con grande piacere pure, con i miei studenti, l’altro giorno, riguardo a questo epigramma di Marziale (X 47). Riporto ovviamente la mia versione; altrimenti, che gusto ci sarebbe? Non ho saputo resistere alla tentazione di rendere questi bei faleci, anche se qualcuno sostiene ancora l’impossibilità di tradurre, quasi che si facesse per vezzo o per necessità. Non so, discorsi oziosi: è così bello buttarsi nella mischia, lottare con l’autore e alle volte avere pure la meglio. Oh, non voglio certo paragonarmi all’indiscusso maestro dell’arte epigrammatica! Mi diverto, tutto qui, e imparo qualche cosa.

Imparo, sì, perché nel dialogo con Giulio Marziale, l’amico cui indirizza questo breve carme, il più famoso Marco Valerio Marziale indica la ricetta sicura della felicità. Pochi punti, essenziali, attualissimi ancora. Lo sforzo è minimo, sostiene il povero cliens a chi porta il cognomen uguale al suo. Oh, potrebbe pure essere che, nella finzione, sia poi un suo alter ego. Parlare con sé allo specchio è una vecchia pratica che precede il lettuccio dell’analista, anche se non con la stessa soddisfazione.  Questo lo dico io, ovviamente, che continuo a riflettere sui riflessi d’acqua pura, argentea. Sì, lo so: è un’altra storia, ma me la si lasci almeno accennare. Prima o poi la riprenderò come si deve e, se mi sarà consentito, anche dove si deve.

Ammetto che in circa venti secoli le cose non sono poi cambiate più di tanto, anche se Marziale è abile a nascondere dietro ogni ingrediente della felicità quel che gli manca e che non avrà mai. chissà, forse perché non si può avere in assoluto nulla di ciò che si desidera. Siamo alla costante ricerca di ciò che non possiamo avere, come i paladini e le dame di Ariosto nel magico palazzo di Atlante. non so, anche questa è una pagina cui non riesco a non pensare: tutti, a un certo punto, si ritrovano nello stesso luogo a inseguire una cosa diversa, l’oggetto del loro desiderio. Appena credono d’aver trovato quel che più bramano, come per incanto, scompare e ricomincia la corsa. Ma non è proprio così quello che ci succede? Ariosto, un genio che valica i secoli. Come Marziale, non c’è che dire. Facile parlare a Giulio di quel che si deve fare per essere più felici. E lui lo fa? Secondo me vorrebbe, ma è più facile dire agli altri che cosa si deve fare. Oggi mi pare proprio la stessa cosa. A me, almeno capita così, come afferma il conte Leopardi parlando della noia. Ma qui scantono di nuovo e non è davvero il caso.

Insomma, per i più dotti, riporto pure il testo originale:

 

 

Vitam quae faciant beatiorem,

Iucundissime Martialis, haec sunt:

Res non parta labore, sed relicta;

Non ingratus ager, focus perennis;

Lis numquam, toga rara, mens quieta;                            5

Vires ingenuae, salubre corpus;

Prudens simplicitas, pares amici;

Convictus facilis, sine arte mensa;

Nox non ebria, sed soluta curis;

Non tristis torus, et tamen pudicus;                            10

Somnus, qui faciat breves tenebras:

Quod sis, esse velis nihilque malis;

Summum nec metuas diem nec optes.

 

 

Se la traduzione apparisse troppo libera, non c’è difficoltà alcuna: era proprio così che volevo che fosse. In fondo, la traduzione è mia, il testo originale di Marziale. Questioni poetiche, non altro. Lo si è sempre detto che la lettera uccide i testi. Sforziamoci a leggere anche quel che non c’è scritto; anzi, soprattutto quello dobbiamo cercare e trovare. Altrimenti, che gusto c’è a leggere e a non comprendere? Anche questo dicevo ai miei studenti, poveri destinatari di un mio soliloquio. Già, perché nelle mie lezioni finisco sempre a parlare con me stesso e con gli autori che mi si pongono davanti. Triste destino avere la compagnia dei grandi lungo il proprio cammino. Ma credo proprio si siano abituati, i miei studenti intendo, a sopportare le divagazioni di un autore alla ricerca dei suoi personaggi.

 

 

 

© Federico Cinti

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In questo giorno – all’Ingegnere

 

Attardarsi sul limite. Nebbiose

lontananze nell’anima, un sussurro,

una voce insondabile tra cose

chiare d’azzurro.

 

Antichi sogni. Lieve nostalgia

muta per l’aria, nel silenzio assorto

appare ciò che fu. Lungo la via

noia e sconforto.

 

Trema un sibilo d’ala. Scuote il vento

emozioni d’un attimo. Oltre il velo

chimere d’una vita, lo sgomento

che chiama al cielo.

 

Hanno gli alberi un fragile torpore

in sé. Tutto fu già, tutto è ritorno

nell’oblio di quest’essere incolore,

in questo giorno.

 

 

Nascere in autunno, in particolare in questo giorno, mi pare un privilegio. In altre epoche della mia vita non mi avrebbe mai sfiorato nemmeno l’idea di pensarlo. Si cambia, è necessario, e pure con un insano gusto per la metamorfosi, tutto qui: la coerenza non è sempre una virtù e soprattutto non lo è relativamente a certe questioni. Anche perché, bisognerà pure ammetterlo, il tempo è un congegno strano. Ero quasi tentato di lanciarmi su «ordigno», ma poi mi sarebbe sembrato di scadere nel ghiribizzo della citazione, da Dante in su o in giù. Sì, proprio il sommo vate, perché impiega questo termine per dare una visione d’insieme di Malebolge, «di cui suo loco dicerò l’ordigno» (Inf. XVIII 6). Probabilmente ordo gli sarà risultato troppo neutro, troppo poco diabolico intendo, anche se è vero che «l’occhialuto uomo […] inventa gli ordigni del suo corpo» (I. Svevo, La coscienza di Zeno). Niente di più, non volevo esagerare. Forse è la malinconia autunnale, una rivisitazione della noia leopardiana. Del resto, anche io ho l’impressione «che per tutto nel mondo è novembre» (G. Carducci, Alla stazione in una mattina d’autunno, 56), in uno spleen tutto nostro, tutto bolognese, «in un tedio che dura infinito» (v. 60).

Eppure, il mio amico Ingegnere è nato proprio a novembre, in particolare in questo giorno. Me lo ripete sempre, con una certa aria di superiorità: «Tu sei molto più vecchio di me». Ed è vero, purtroppo. Così, nel mio posticino solito, sul lato corto del tavolo della sua cucina, mi stringo nelle spalle e annuisco. Perché sì, è la verità. Poi, lo guardo dritto, pure un po’ dispiaciuto, e gli confido in tutta sincerità: «Lo so, lo so: sta’ tranquillo, ché te lo scrivo sulla lapide». A quel punto si placa ogni moto di superbia. Oh, io non sono nato a novembre: e che ci posso fare? È «un piacer serbato ai saggi», questo: l’ho già ammesso con rammarico.

Chi glielo va a raccontare, poi, all’Ingegnere del treno? Sì, del «mostro, conscio di sua metallica / anima» (G. Carducci, alla stazione in una mattina d’autunno, 29-30), quello per cui «per tutto nel mondo è novembre»? intendiamoci, non so determinare con esattezza, ma nemmeno Heisenberg ci era riuscito, figuriamoci se ce la posso fare io, i danni irreversibili della scienza e della tecnica. Anche’Ntoni di Padron ’Ntoni non si era rovinato per colpa del treno che lo aveva staccato, povera ostrica inesperta, dallo scoglio di Acitrezza, per portarlo a fare il servizio militare a Napoli? È l’inizio della fine, quando tutto cambia perché nulla cambi. È «la fiumana del progresso», chiamiamola pure così con le parole di Verga: sopraggiunge inaspettata e distrugge un equilibrio secolare, millenario alle volte. Un’ondata più forte sull’arenile e tutto è da rifare perché torni come prima.

Insomma, chi glielo va a spiegare all’Ingegnere che anche Mattia Pascal, quando non era ancora fu, si perde (o si ritrova? Io sono ancora incerto sulla vera risposta) sul treno di ritorno da Montecarlo, con un bel gruzzolo in tasca, in quel di Ventimiglia? Tutto a un tratto, all’improvviso, come per epifania inaspettata, apprende la notizia di essere morto. Già, morto, mica altro, non certo smarrito. Sapere la verità può essere una rivelazione terribile. Io non me la sento. No, non ho il coraggio di parlargli del treno, all’Ingegnere intendo, lui che ci è tanto affezionato. Anche l’avvocato della Carriola esce di testa sul treno, di ritorno da Perugia. E non parliamo di Belluca, nel Treno ha fischiato. Sì, è vero, Pirandello è un po’ una delle mie ossessioni, ma se non ne parlo a un amico di vecchia data, più di cinque lustri, direi quasi sei per esagerare, tanto chi va a controllare?

 

 

 

Sarà per questo che, ultimamente, si è spostato a studiare il trasporto aereo. Già, quegli strani oggetti che violano i cieli, una volta così belli a poterli guardare senza che nessuno ci avesse tracciato rotte così iperboliche. E parlavano di tracotanza a proposito degli Argonauti. Ma oggi, i miti, ditemi voi, chi li legge più? Eppure, parlavano di noi. Ecco, l’Ingegnere mi avrebbe fatto notare che, appunto, «parlavano di noi», mentre ora parlano di un mondo che non esiste più, rottami romantici da archiviare per sempre. Già, perché il laudator temporis acti sono io. Anche questo lo ammetto e lo sottoscrivo pure claris verbis. Gli scheletri li tengo fuori dell’armadio, in bella vista, senz’altra pretesa che mi ricordino chi avrei voluto e non sono stato in grado di essere. Il resto non conta, non ha mai contato. Il mio posticino sul lato corto del tavolo non me lo toglie nessuno. Potrei chiamarlo il mio posticino al sole, se non guardasse di sbieco la terrazza che dà sul cavedio interno, multietnica tavolozza variopinta.

In questo giorno, come «aus nebliger Ferne», per riprendere le parole di Sisi, «dalle nebbiose lontananze», guizza qualche pensiero, simile a «un’ombra errante / con sopra il capo un largo fascio» (G. Pascoli, Nella nebbia, 19-20). Nella nebbia, mare senza onde, in cui gli alberi sottili si confondono, come ciò che sappiamo, come ciò che vediamo e sentiamo. È questo il mare della conoscenza, perché in fondo sapere è non sapere. L’Ingegnere lo sa, forse anche più e meglio di me, che «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20). Così, insieme, ci si inoltra in questa foresta di simboli viventi, che è il mondo, anche interiore.

 

 

 

© Federico Cinti

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Il 2 novembre

 

Luce fioca, sul margine l’azzurro

ultimo tra le case. Tra le cose

corre sommesso un fragile sussurro.

 

Attesa vana. Il tempo ormai si mostra

breve. Sparsi qua e là sogni di rose,

ombre d’antichi giorni in questa nostra

 

nebbia di latte in cui vagare. Solo

adesso il senso, incerta nostalgia.

Fu nel cuore un sussulto, un arduo volo

e il proseguire ancora per la via.

 

 

Era il giorno dei morti, il 2 novembre. Eppure, caso strano, conosco molte persone nate in questa data per i più nefasta. Intendiamoci, nefasta solo perché si pensa a chi non c’è più e quindi viene a mente un tempo trascorso e mai più presente. Niente di che, si fa per dire. Di solito, mi ricordo di fare gli auguri, in particolare a uno, a Luca, immerso nelle nebbie d’Oltremanica. Già, la famosa «nebbia di latte» (G. Pascoli, L’assiuolo, 10), che poi riprende pure la «nebbia mattutina» oltreché al «crisantemo, il fiore della morte» (G. Pascoli, I gattici, 3 e 14). Sì, certo, mi perdonerà le ubbie pascoliane, ma che ci posso fare? Del resto, uno studio particolare sul sonetto pascoliano prima o poi dovrò farlo: ci penso da tanto, ormai. È il tempo che manca. Ma stiamo al mio amico.

Ogni anno, dicevo, colgo l’occasione, potrei dire il kairòs, per dedicargli qualche cosa. Abitudine vana, oggi, in cui tutto scivola nel chronos infinito. Ma mi sento, e non a caso, uomo d’altri tempi, un superstite, una sorta di naufrago alla stregua dell’Ungaretti dell’Allegria. Anche in questo caso si fa per dire. All’inizio di novembre non mi viene nulla di meglio. Sarà un difetto, questo. Lo confesso senza tema di smentita. Mi si deve prendere come sono. E sono proprio così. Non so nemmeno perché, dovendo parlare di altri, parlo poi solo di me. Deformazione professionale: chi scrive parla sempre e solo di sé. Vexatissima quaestio, naturalmente, ma ci sta che si faccia ancora finta che non sia così.

Insomma, credo Luca sia ancora lì che aspetti che io dica qualche cosa di lui. Mi perdonerà, come tante altre volte. È il suo giorno, sì, anche se in ritardo. Un ritardo mio, certo, ma perché non sono stato benissimo. Dopo la presentazione di sabato scorso lo scioglimento della tensione, l’emozione, il freddo mi hanno distrutto. Ecco, il 2 novembre ero mezzo morto anch’io. Un bel risultato, certo. Ero così, sul crinale, a connessione intermittente. Mi perdonerà. Del resto, anch’egli è come me «tra color che son sospesi» (Inf. II 52), per dirla con l’amico Dante. Restiamo così, come la luce fioca di un lampione a illuminare una porzione d’ombra. Già, perché il buio non esiste, come dice Pirandello. Esiste solo se noi lo illuminiamo.

 

 

 

© Federico Cinti

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