Il 2 novembre

 

Luce fioca, sul margine l’azzurro

ultimo tra le case. Tra le cose

corre sommesso un fragile sussurro.

 

Attesa vana. Il tempo ormai si mostra

breve. Sparsi qua e là sogni di rose,

ombre d’antichi giorni in questa nostra

 

nebbia di latte in cui vagare. Solo

adesso il senso, incerta nostalgia.

Fu nel cuore un sussulto, un arduo volo

e il proseguire ancora per la via.

 

 

Era il giorno dei morti, il 2 novembre. Eppure, caso strano, conosco molte persone nate in questa data per i più nefasta. Intendiamoci, nefasta solo perché si pensa a chi non c’è più e quindi viene a mente un tempo trascorso e mai più presente. Niente di che, si fa per dire. Di solito, mi ricordo di fare gli auguri, in particolare a uno, a Luca, immerso nelle nebbie d’Oltremanica. Già, la famosa «nebbia di latte» (G. Pascoli, L’assiuolo, 10), che poi riprende pure la «nebbia mattutina» oltreché al «crisantemo, il fiore della morte» (G. Pascoli, I gattici, 3 e 14). Sì, certo, mi perdonerà le ubbie pascoliane, ma che ci posso fare? Del resto, uno studio particolare sul sonetto pascoliano prima o poi dovrò farlo: ci penso da tanto, ormai. È il tempo che manca. Ma stiamo al mio amico.

Ogni anno, dicevo, colgo l’occasione, potrei dire il kairòs, per dedicargli qualche cosa. Abitudine vana, oggi, in cui tutto scivola nel chronos infinito. Ma mi sento, e non a caso, uomo d’altri tempi, un superstite, una sorta di naufrago alla stregua dell’Ungaretti dell’Allegria. Anche in questo caso si fa per dire. All’inizio di novembre non mi viene nulla di meglio. Sarà un difetto, questo. Lo confesso senza tema di smentita. Mi si deve prendere come sono. E sono proprio così. Non so nemmeno perché, dovendo parlare di altri, parlo poi solo di me. Deformazione professionale: chi scrive parla sempre e solo di sé. Vexatissima quaestio, naturalmente, ma ci sta che si faccia ancora finta che non sia così.

Insomma, credo Luca sia ancora lì che aspetti che io dica qualche cosa di lui. Mi perdonerà, come tante altre volte. È il suo giorno, sì, anche se in ritardo. Un ritardo mio, certo, ma perché non sono stato benissimo. Dopo la presentazione di sabato scorso lo scioglimento della tensione, l’emozione, il freddo mi hanno distrutto. Ecco, il 2 novembre ero mezzo morto anch’io. Un bel risultato, certo. Ero così, sul crinale, a connessione intermittente. Mi perdonerà. Del resto, anch’egli è come me «tra color che son sospesi» (Inf. II 52), per dirla con l’amico Dante. Restiamo così, come la luce fioca di un lampione a illuminare una porzione d’ombra. Già, perché il buio non esiste, come dice Pirandello. Esiste solo se noi lo illuminiamo.

 

 

 

© Federico Cinti

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Variazione sul tema dell’autunno

 

Fruga l’ansia del tempo. L’infinito

rampolla dentro l’anima, alle soglie

ancestrali dell’essere. Assopito

nulla si coglie,

 

cascame in mezzo agli alberi. La via

espia l’ora al crepuscolo. Dintorno

silenzi d’ineffabile armonia

chiudono il giorno.

 

Obliquano i pensieri. Un guizzo estremo

tra un migrare di rondini lontano,

ultimo sguardo a quello che saremo

già stati, invano.

 

Naufrago il cuore nuota oltre il confine

ondoso. Là la meta, il senso appare

limpido, senza veli, inizio e fine,

immenso mare.

 

 

Variazione sul tema dell’autunno, anche oggi, mentre ripenso a quel mio Estremo cielo, dove il «raggio di sole» di Quasimodo (Ed è subito sera, 2), risuonava in me nella versione prosastica – si fa per dire, ma qui tutto è fatto per dire – della Premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa al Fu Mattia Pascal di Pirandello: «Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po’ più di caldo, ora un po’ più di freddo, e per farci morire – spesso con la coscienza d’aver commesso una sequela di piccole sciocchezze – dopo cinquanta o sessanta giri?».

Non sto nemmeno a ricordare che, nella stessa Premessa, anche se si tende a non accorgersene, il nostro geniale Pirandello aveva alluso pure a Leopardi, sì, al Leopardi della Ginestra, quando scrive: «Storie di vermucci ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d’impazienza, e ha sbuffato un po’ di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più?». Mi pare proprio che le parole del Recanatese, «non pur quest’orbe, promettendo in terra / a popoli che un’onda / di mar commosso un fiato / d’aura maligna, un sotterraneo crollo / distrugge sì che avanza / a gran pena di lor la rimembranza» (G. Leopardi, La ginestra, o il fiore del deserto, 105-11) siano riecheggiate con grande perizia e umorismo.

Quei «vermucci», del resto, in Leopardi assumono la sembianza, come è noto, delle formiche: «Come d’arbor cadendo un picciol pomo, / cui là nel tardo autunno / maturità senz’altra forza atterra, / d’un popol di formiche i dolci alberghi, / cavati in molle gleba / con gran lavoro, e l’opre / e le ricchezze che adunate a prova / con lungo affaticar l’assidua gente / avea provvidamente al tempo estivo, / schiaccia, diserta e copre / in un punto; così d’alto piombando, / dall’utero tonante / scagliata al ciel profondo, / di ceneri e di pomici e di sassi / notte e ruina, infusa / di bollenti ruscelli, / o pel montano fianco / furiosa tra l’erba / di liquefatti massi / e di metalli e d’infocata arena / scendendo immensa piena, / le cittadi che il mar là sull’estremo / lido aspergea, confuse / e infranse e ricoperse / in pochi istanti: onde su quelle or pasce / la capra, e città nove / sorgon dall’altra banda, a cui sgabello / son le sepolte, e le prostrate mura / l’arduo monte al suo piè quasi calpesta» (G. Leopardi, La ginestra, o il fiore del deserto, 202-230).

Non parlerò dell’allusione pascoliana a questo capolavoro leopardiano, nel Ciocco dei Canti di Castelvecchio. Lo faccio così, di traverso, senza nulla a pretendere. Eppure, Leopardi un po’ c’entra, nella mia divagazione sull’infinito e sul naufragio, sul mare come simbolo eterno dell’immensità e dell’assoluto in cui tutto si compie e a cui tutto tende. Così pure si chiudono le Myricae, «udivasi un fruscìo / sottile, assiduo, quasi di cipressi; // quasi d’un fiume che cercasse il mare / inesistente, in un immenso piano: / io ne seguiva il vano sussurrare, / sempre lo stesso, sempre più lontano» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 11-16).

 

 

 

Volevo solo scrivere un biglietto per il compleanno di un mio studente, francesco. I compagni volevano fargli una festa a sorpresa durante la festa che egli stesso aveva organizzato. Quel giorno, tuttavia, avevo parlato di Leopardi, anche se l’autunno si mostrava in tutto la sua prepotente malinconia. Così è nato questo testo, questo piccolo omaggio. Nulla di più. Questa l’occasione, perché ogni testo ha un’occasione, un kairos, inserito nel chronos del fluire della vita. spero resti il pensiero, non altro.

 

 

 

© Federico Cinti

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La Venetica regina ossia il tramonto di Venezia

 

Vertigine sospesa d’infinita

eternità. Silenzio senza fine.

Nuota d’azzurro un sibilo, smarrita

evanescenza in abito di trine.

 

Tutto dilegua, sogni di rovine,

immagini di gloria, antica vita

caduta nell’oblio. Soltanto spine,

adesso che la rosa è ormai sfiorita.

 

Resta il ricordo, terminato il viaggio

estremo. Il mare mormora dimesso.

Già fu quel tempo: tutto scorre invano,

 

illusione di un attimo lontano.

Nello specchio l’ennesimo riflesso,

ancora, forse l’ultimo miraggio.

 

 

Ieri sera un messaggio: l’Ingegnere mi scrive da Venezia. Qualche giorno a gustare la Biennale di Architettura, sua passione inconfessabile, nonostante l’altisonante titolo con cui lo apostrofo. Nulla di nuovo, intendiamoci, uno sguardo furtivo tra calli e campielli, quasi a frugare la memoria dimentica di sé. Non ricordo nemmeno più l’ultima volta in cui ci andai, mi pare il Martedì Grasso del 1998. Sì, poco dopo ci lasciò mio padre. A questo più che ad altro è legata quella dolorosa pagina di vita. Una limpida giornata di febbraio, il 24 mi pare. Non si era nemmeno laureati. Abbiamo anche un grande quadro a casa, senza vetro, dell’Isola di san Giorgio. Ora non so nemmeno più se sia appeso. Non mi spiaceva, solenne e austero com’era.

Anche oggi l’Ingegnere è là. Mi racconta le sue escursioni. Un po’ lo invidio, se non altro per la libertà di movimento e per la capacità d’immergersi nei dettagli per coglierne le spigolature. Assieme a lui non ci si annoia, neppure a distanza, anche se quel «desiderio vano della bellezza antica» (G. Carducci, Nella piazza di San Petronio, 20) temo sia solo mio. Provo a illustrarglielo, come posso e come lo sento, ma non è sempre facile esternare in modo ingenuo, tutt’al più sentimentale per dirla con Schiller, un altro Friederich come me, i sussulti dell’anima. Del resto, proprio nulla è oggi più uguale a quella Venetica regina.

Avrei potuto anche scommetterci che era Venetica regina, lo ammetto candidamente; invece, era solo Veneta regina, nella poesia di Mattia Butturini (1752-1817), stampata in Raccolta di poesie in dialetto veneziano d’ogni secolo nuovamente ordinata ed accresciuta, Venezia, co’ tipi di Gio. Cecchini e comp., 1845, che tanto mi aveva colpito, quando la lessi al ginnasio. Per caso, intendiamoci, su un vecchio libro dell’armadietto di classe, rimasto aperto perché se ne era persa la chiave, di non so che più anno. Era ormai ingiallito, tanto era vecchio, e sulla copertina di colore rosso e blu. La poesia era lì, a parlare di Venezia in una lingua che non c’è più e che pure pare la nostra, un Elogio a Venezia, nulla di più:

 

 

Te saluto, alma dea, dea generosa

o gloria nostra, o veneta regina!

In procelloso turbine funesto

Tu regnasti secura: mille membra

Intrepida prostrasti in pugna acerba!

Regna in prospera sorte, in pompa augusta,

in perpetuo splendore, in aurea sede.

Tu serena, tu placida, tu pia,

tu benigna, me salva, ama, conserva.

 

 

Forse il segreto di Venezia è tutto qui, proprio come in questa poesia che sembra italiano ed è latino, ossia rimanere quello che non si è più, come nella differenza pirandelliana tra acquasantiera e portacenere per Roma. In qualche modo Thomas Mann ce lo aveva preconizzato, già prima della Grande Guerra, proprio nella sua tragica Morte a Venezia. È quel clima di dissoluzione e di inconfessabile il vero protagonista del racconto: i personaggi sono soltanto comparse sullo sfondo di una gloria che non esiste più, come il quadro stampato su un disco di Vivaldi che mi aveva regalato per Natale mio padre con il Canal Grande in inverno e la cupola di una chiesa bianca di neve. Un paesaggio degno del Taliarco di Orazio (carm. I 9), anche se il concerto più bello del vinile era quello Per la Santissima Assunzione.

 

 

 

Eppure, l’Ingegnere adesso è là, a Venezia, tra odori colori sapori di qualche cosa che non appartiene più ai veneziani, quasi che il mondo sia ormai di tutti e di nessuno. È giusto così, era l’idea cosmopolita dei rivoluzionari francesi, salvo poi insanguinare l’Europa intera, perché le loro idee andavano imposte a tutti i costi con la pace. Pure Venezia cadde sotto la mannaia del grande liberatore, la cui spoglia poi giacque «immobile, orba di tanto spiro» (A. Manzoni, Cinque maggio, 1-2), senza più essere Venetica regina. L’Ingegnere è là e mi manda alcune immagini molto suggestive, da mettere ovviamente a corredo di queste mie scarne parole. Mi ha sottolineato che la più bella è senza dubbio quella che ha catturato ieri sera, il tramonto dal Lido degli Schiavoni. Già, altro non era, lo sapevamo bene, che il tramonto di Venezia.

 

 

© Federico Cinti

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Inno a san Matteo Apostolo ed Evangelista

Eri un giusto tra gli ultimi,

Matteo; ti rese Apostolo

Gesù, dicendo: «Seguimi!»,

e lo seguisti subito.

Accogliesti il suo annuncio

con umile fiducia

e abbandonasti il tavolo

d’esattore a Cafarnao.

Fosti lo scriba autentico

del regno che, per scrivere,

prendesti dalle pagine

cose nuove e antichissime.

Tu raccontasti l’unica

salvezza al mondo naufrago,

Gesù, Figlio Unigenito

del Padre nella gloria.

Ispirò il Santo Spirito

il tuo Vangelo, autentica

testimonianza fervida

dell’amore salvifico.

Vedesti Gesù ascendere

in cielo tra le nuvole

insieme coi discepoli

nei pressi di Betania.

Portasti il lieto annuncio

dovunque, a tutti i popoli,

nel nome dell’Altissimo,

del Figlio e dello Spirito.

Santo Apostolo e martire,

Evangelista nobile,

con te fa’ che nei secoli

a Cristo diamo gloria.

Amen.

Nel giorno della memoria liturgica dell’Apostolo ed Evangelista Matteo, il 21 settembre appunto, propongo l’inno che ho scritto per cantarne le virtù eroiche, anche perché ne mancava uno ad hoc. O, per dirla tutta, c’era pure, ma in latino, e di nuova composizione, naturalmente sempre in dimetri giambici, come da tradizione. Questo il motivo per cui io ho scelto il settenario sdrucciolo, onde ricalcarne il ritmo nella lettura grammaticale e poter sovrapporre il testo italiano al modulo con cui si canta in gregoriano. Va da sé che il mio non è completamente avulso dall’originale latino, anche perché una traduzione vera e propria è impossibile. Sarebbe più corretto dire una trasposizione o una versione. Ma il dibattito sulla resa, tradere an vertere, per usare un dilemma antico come le parole usate per esporlo, resta un problema insolubile ed è, mea sententia, il suo fascino.

Di seguito riporto l’originale latino:

Praeclára qua tu glória,

Levi beáte, cíngeris,

laus est Dei cleméntiae,

spes nostra ad indulgéntiam.

Telóneo quando ássidens

nummis inhæres ánxius,

Matthaee, Christus ádvocans

opes tibi quas praeparat!

Iam cordis ardens ímpetu

curris, Magístrum súscipis,

sermóne factus ínclito

princeps in urbe caelica.

Tu verba vitæ cólligens

Davídque facta Fílii,

per scripta linquis áurea

caeléste mundo pábulum.

Christum per orbem núntians

conféssus atque sánguine,

dilectiónis vívidæ

suprémo honóras pígnore.

O martyr atque apóstole,

evangelísta nóbilis,

tecum fac omne in saeculum

Christo canámus glóriam.

Amen.

A rileggere questi due inni l’uno dopo l’altro, lo ammetto con umile orgoglio, non mi pare venuto male il mio. Insomma, ne sono soddisfatto: questo intendevo dire. Poi, si sa, il giorno odierno passerà, magari senza che alcuno si ponga il problema di un testo da cantare. Mala tempora currunt, nostraheu tempora! Diciamo pure così, stringendoci nelle spalle, come i personaggi di Pirandello.  

© Federico Cinti

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Un po’ di nebbia

 

Lento nel grigio cupo di questo silenzio del cuore

scivola il giorno appena, simile a caligine.

 

Voci laggiù lontane sembrano l’eco di un’eco

persa nel vuoto tetro di questo.

 

Un timido raggio di sole attraversa l’immoto

tedio dell’aria sospeso tra le case.

 

Nella mia stanza anch’io rimango così tra le cose,

forse una cosa anch’io, quasi dimenticata.

 

Un po’ di nebbia dentro la sento insistente scavare

solchi irrequieti, volti di nostalgia

 

e di malinconia, chissà poi da dove riemersi

e perché adesso. Tutto pesa, mi pesa

 

fermo così nella stanza silente di grigio pallore,

ormai senza colore nel pomeriggio assorto.

 

L’ozio del giorno attende la sera, che rapida incombe;

e anch’io attendo, anch’io, non so più che dolcezza.

 

 

Oggi passa così; forse non passa affatto, tanto è immobile ogni cosa. Anch’io me ne sto qui: non faccio nulla, se non scrutarmi dentro, in fondo al cuore. Noia e malinconia, specchio dell’anima è questa nebbia informe che scolora all’interno e all’esterno. Ecco, l’attesa della sera, del timido tepore di ciò che è buono potrà dare un senso vero a questa giornata così strana. Un po’ di nebbia, certo, un po’ di nebbia, come scrive Luigi Pirandello nel Fu Mattia Pascal. Lo leggo sempre a scuola, tra la polvere dei secoli.

Eppure, oggi non passa. Ecco la nebbia che entra nel cuore, che si sente addosso. Forse è parte di noi. Non so: non voglio sapere. Scrivo solo quel che sento. Vaga la fantasia oltre la coltre che ci schiaccia la testa, opprime il cuore dimentico di sé. Dovrà finire questa giornata. Tornerà la sera col suo cupo mantello d’incantesimi, di sogni, di speranze per il nuovo giorno. Noi siamo qui, siamo in attesa che questo giorno passi, passi in fretta. Nulla è più come sembra, altra sembianza rispetto forse a quello che vorremmo. Il tempo non risana la ferita.

Un po’ di nebbia. Un senso d’afflizione per ciò che non è stato e non sarà. Dentro lo specchio immagini di sogno, sono anch’io che mi specchio e non mi vedo. Come sarà il mio volto adesso? Adesso, dico, che non mi vedo? Sarà quello d’un altro o sarà il mio? Vacue domande, quesiti ormai insolubili. Mi devo accontentare di restare quello che sono sempre stato e che sarò. Oggi che tutto è icona, tutto è immagine, privilegio davvero singolare questo mio di cui parlo, noto solo a chi conosce ormai la verità. Crediamo di conoscerla vedendo la verità, che resta sconosciuta ai più. Ma nella nebbia tutto è vano, tutto è come non è, come vogliamo che sia, mare senz’onda, immenso piano.

Un po’ di nebbia, certo. Ma tu, nebbia, forse ti specchi in me, forse ti guardi dentro, nel fondo della tua caligine, di quel porto sepolto da cui esce il tesoro che spesso non sappiamo. Tutto è già stato detto, è stato scritto, ma non questa insondabile vaghezza. Dentro o fuori di noi? C’è differenza? Credo proprio di no. Ecco la nebbia, un po’ di nebbia in cui ricerco ancora il senso delle cose che mi pare smarrirsi lentamente e riapparire altrove, non so dove, non so come. Vediamo adesso come in uno specchio, ma verrà il giorno in cui noi ci vedremo come gli altri ci vedono. Quel giorno sparirà finalmente questa nebbia.

 

 

 

© Federico Cinti

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Mi stupisco, Nicola

 

Nulla. Fragile soffia appena il vento,

incede, immagine fuori del tempo,

chiara memoria dimenticata.

Oggi scivola, tutto trascolora

lento. Nell’anima come una squilla,

alta, vigile. Tu lo sai, Nicola,

già fu. Nell’aria di questo strano

autunno labile la condizione

in cui le cose passano per forza,

ombre simili a sogni, echi di echi,

tace. Scivola l’ora silenziosa.

Tu già sai. Inutile dire o ridire.

Oggi l’augurio, mai troppo tardi.

 

 

Mi stupisco di me, alle volte. Dimenticare è per me verbo alquanto raro. Eppure, ogni tanto mi rammenta d’esistere. In giorni strani come questo la nebbia uniforma ogni cosa, ogni pensiero. E tutto scivola inconsistente, come se nulla fosse. Mi capita, certo, nell’umano trascorrere delle vicende note o meno note. Non vorrei, lo confesso; eppure capita. Forse anche l’anno scorso è capitato. Non ricordo; anzi, proprio non lo so, eterna oscillazione tra l’amletico essere e non essere. Eroe del dubbio, caro Pirandello. O almeno così mi pare.

Mi stupisco, certo, ma non dovrei. I giorni a volte appaiono tutti uguali nella loro diversità. Gioco prospettico oppure oblio collettivo? Oggi che tutto è filtrato, gettato nel pozzo senza fondo di un’entità indefinita e indefinibile, in una liquidità cristallina inattingibile, la domanda resta senza risposta. Avere troppe risposte, del resto, sarebbe come non averne alcuna. Mi accontento della mia, che comunque non ho. Null’altro che un altro sasso gettato ai naviganti di un mare sconosciuto, non più ponto a collegare estremità lontanissime, ma un tutto indistinto in cui perdere la specificità di ogni cosa.

Mi stupisco, Nicola, ma il tuo giorno mi è passato proprio come mille altri. Mi spiace. E tu, da gran signore qual sei, non hai detto nulla. Anche perché, vedi, nulla c’era da dire. È andata così. Un po’ in ritardo, più di una settimana dopo, ben otto giorni dopo, vengo con questa mia ad augurarti qualche cosa che non si può nemmeno festeggiare. La socialità è bandita dal nostro mondo di individualità puntiformi. Vero augurio sarebbe quello di poterci ritrovare tutti insieme, come avveniva prima. Il tempo se ne va silenziosamente, lasciando che noi parliamo con i nostri fantasmi.

Mi stupisco, Nicola, ma il mio pensiero te lo lascio lo stesso. Te lo lascio in faleci, come avrebbe fatto il buon Veronese che tu sai. Ah, caro mio, non sono faleci come ci insegnano i manuali. Un po’ di innovazione e sperimentazione mi sia concessa. Paolo Rolli, nel Settecento, ci ha pur suggerito qualche linea da seguire, ma solo il buon Pascoli ha poi innovato, appena innovato tra l’altro. Lo scavo nella forma non va più di moda, sai? oggi vale solo il contenuto: del contenitore possiamo fare a meno. Oggi, Nicola, va solo il significato: del significante si può fare a meno, se non è alla moda. Ma che cos’è la moda? L’attualità di un momento effimero che fugge. Chi segue la moda, ebbe a dire qualcuno, non è mai alla moda.

Mi stupisco, sai, Nicola, ma forse te li ho fatti lo stesso, seppure in ritardo, i miei auguri.

 

 

© Federico Cinti

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Mi presento

 

Non in gara, il migliore. Tutto sento,
tutto intuisco e so. Non faccio vanto
d’essere senza pari. A lume spento,
senza rimorso mai, senza rimpianto,

 

nell’ombra, pur presente ogni momento,
so tergere ogni lacrima di pianto.
Sorrido con chi ride, poco attento
a chi mi schiva. Già qui in terra santo,

 

attendo sempre quello che non dico.
Commento con maestria qualsiasi testo
d’oggi, di ieri, del buon tempo antico.

 

Vate esimio, sensibile, mai mesto,
dall’amabile nome, Federico.
Ah, scordavo: sono anche il più modesto.

 

 

Inizio così, con un autoritratto, il mio ovviamente, tanto per presentarmi, sottoforma di sonetto. Non credo vada più tanto di moda e questo è motivo più che sufficiente per scegliere questo insolito abbrivio. Ironico, va da sé, ma già a sottolinearlo mi pare di fare ironia sull’ironia, quasi io mettessi uno specchio allo specchio. Ossessioni, lo so, ma che ci posso fare? Posso scrivere di ciò che sono per sperare di cogliere quel che non sono. Se mi separo dalla maschera, come Pirandello vorrebbe, potrei tuffarmi nella vita. ecco, questo blog è il mio specchio davanti a cui togliere, per un attimo o poco più, la mia maschera d’imbarazzo.

In questa pagina di presentazione voglio mostrare quello che sono e quello che non sono. Chi poi avrà voglia, come spero e mi auguro, di seguirmi, potrà valutare la mia «nobilitate», per dirla con il buon Dante. Perché «qui si parrà» (Inf. II 9), sempre ammesso io ne possieda un briciolo. Il vaglio critico mi gioverà, proprio perché sarò al di là (o al di qua?) di quella soglia invisibile chiamata coscienza. Pensare per scrivere è inevitabile, ma scrivere senza pensare è auspicabile. Diversamente sarebbe l’ennesimo strumento razionale, logico. Da un po’ di tempo in qua, invece, prediligo la dimensione analogica o, per esagerare, alogica.

Amo la poesia. Questo forse potrebbe pure bastare in un’epoca, «la presente / e viva» (G. Leopardi, L’infinito, 12-13), di tanti poeti. Io me ne resto qui, nella mia nicchia, dove non è più Bologna e non è ancora Casalecchio, alla Croce. Un luogo unico, il mio, in cui tutto è sempre possibile, tra il fiume Reno e il lento declinare dei colli adagiati sull’orizzonte. Questo, almeno, appare dalla mia finestra volta a occidente dove la sera il sole allaga di porpora e oro l’azzurro intenso che scolora. Amo la poesia, certo, e l’amerei pure di più, se non fossi assediato dagli impegni della didattica e della ricerca. Ma pure questo è frutto di quella creatività del fare poietico.

A proposito, quasi dimenticavo, ma il mio nome è Federico. Non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, ma è meglio non lasciare nulla al caso, sempre che esista il caso. Perché altrimenti sarei qui a parlare di me? Vanagloria o narcisismo? Forse entrambe le cose. Eppure, anche il bisogno di non sentirsi soli aiuta la mia sete di essere trovato. Già, trovato per caso, forse anche solo perché il mio nome è Federico. «E vi pare poco?», come avrebbe detto il più famoso Mattia Pascal. Eppure, no: va bene così. Per il momento, basta questo: mi chiamo Federico.

 

 

© Federico Cinti

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