Sulla tomba di Dante

 

Eri lì, a un soffio. L’anima mi tacque,

tenue nel turbamento. Nulla intorno,

solo il cristallo attonito delle acque.

 

Profondai dentro i secoli. Il contorno

una pietra scavata, assorto gelo

di vanità. Impossibile il ritorno.

 

Apparve e sparve nella nebbia un velo

d’inconsistenza, assorta nostalgia

scritta nel cuore, anelito di cielo.

 

Riposava il sospiro. La poesia

risuonava, eco antica, onda di mare

nella conchiglia tremula. Per via

 

il senso del perenne limitare.

su quella soglia meditai. Ti vidi

e non ti vidi più. Dolce sognare

 

quel tempo, quell’età. Pallidi gridi

oltre l’ultimo segno. Un’ombra vana

aleggiava insensibile tra i lidi.

 

L’ora fuggiva. A un tocco di campana

trasalii. Tu eri lì, ermo miraggio

d’inciampo: eri l’immagine lontana

 

dell’incessante fremere del viaggio.

Ero lì, dove adesso è il tuo tesoro

più autentico. Fu un raggio dentro un raggio,

 

fu l’immortale gloria dell’alloro.

 

 

Tutto è ancora così, com’era allora, tra l’azzurro di quel cielo e di quel mare, perché «Ravenna sta come stata è molt’anni», e così resterà in Aeternum, anche se «l’aguglia da Polenta» più non «la si cova» e «Cervia» più non «cuopre co’ suoi vanni» (Inf. XXVII 40-42). Tutto è ancora così, come tra il 13 e il 14 settembre 1321, quando il divin poeta, di ritorno da una missione in quel di Venezia, infermava di malaria e passava a miglior vita, anche se già allora era leggenda la fine tragica di Francesca la cui «bella persona / le fu tolta» con tanta ferocia e «il modo» per sempre «l’offende» (Inf. V 101-102). Tutto è ancora così, come nelle parole del cesare Giustiniano, nel cui ricordo l’azione folgorante dell’aquila imperiale, «il sacrosanto segno» (Par. VI 32), «poi ch’elli uscì di Ravenna / e saltò Rubicon, fu di tal volo, / che nol seguiteria lingua né penna» (Par. VI 61-63), anche se oggi non è più così in rigoglio «la pineta in su ’l lito di Chiassi» (Purg. XXVIII 20) da assomigliare al Paradiso terrestre di Matelda.

Eppure, la tomba del «ghibellin fuggiasco» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 174), su cui mai fu inciso l’epitaffio di Giovanni del Virgilio, «Theologus Dantes nullius dogmatis expers» etc., oggi, oltre all’abbraccio dei secoli, aggiunge quello dell’acqua dell’Adriatico e in esso «si profonda tanto, / che dietro la memoria non può ire» (Par. I 8-9). Su quella soglia mi fermai a contemplare il sogno dell’immortalità, quel Non omnis moriar (Orazio, carm. III 30 6) che riecheggia «nel cor, presente / come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, alexandros, 35-36). Nell’acqua, l’elemento primordiale, sta l’arca del padre della lingua, il vate dell’eternità. Un silenzio sovrumano attinge l’orecchio in quell’attimo assoluto. Davvero nulla è invano, nemmeno la morte. Nel procedere querulo del giorno non pensai ad altro. dante era lì, a un soffio da me, in quella rarefatta «corrispondenza d’amorosi sensi» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 30). Tutto mi fu più chiaro, all’apparire del vero. Indugiai, certo, forse come mai più e in alcun altro luogo.

Era, credo, la gloria dei poeti, come la rivide il buon Guido nel solaio di Villa Amarena, quasi verso il tramonto d’un memorabile giorno autunnale, così, «tre ceste, un canterano dell’impero, / la brutta effigie incorniciata in nero / e sotto il nome di Torquato Tasso» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, IV 34-36). Era, credo, lo stesso grido di disperato orgoglio di chi mai, pur meritandolo più di mille altri, avrebbe meritato l’alloro, per cui «sì rade volte, Padre, se ne coglie / per trîunfare o cesare o poeta, / colpa e vergogna de l’umane voglie, // che parturir letizia in su la lieta / delfica deîtà dovria la fronda / peneia, quando alcun di sé asseta» (Par. I 28-33). Non l’amato alloro, non l’epitaffio d’un amico, bensì solo l’ombra d’un nome nell’infinita azzurrità del mare, a un passo da dove «il ponte di legno / mette a Porto Corsini sul mare alto / e rari uomini, quasi immoti, affondano / o salvano le reti» (E. Montale, Dora Markus, 1-4). Fui lì, certo, a un soffio, con in testa l’alloro di Dante.

 

 

 

© Federico Cinti

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La leggenda dell’Almsee («Legende von Almsee») – «Nordseelieder»

 

Strapiombo di dirupi, cime brulle,

e la profondità verde dell’acqua,

su cui la fuga nera delle nubi

trova nel suo riflettersi uno specchio.

 

Un gabbiano vi giunge ad ali tese,

dalle nordiche estreme lontananze;

la lunga strada non ha alcun valore:

lo conduce la forza dell’amore.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Si vuole riposare nel canneto

e spiare in tralice il proprio amato;

da lì deve calarsi volteggiando

alto sopra le cime degli abeti.

 

E ripensa, ripensa ai lunghi anni,

in cui tutto, in cui tutto gli donava,

in cui visse e soffrì solo per lui,

sempre pronto a qualsiasi sacrificio.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Guarda, ora giunge il piccolo sparviero,

e il cuore batte rapido al gabbiano;

ma il gabbiano indispone lo sparviero

e quest’oggi ne ostacola ogni volo.

 

E la furia sfrenata del suo becco

colpisce dritto il cuore innamorato,

finché, ferito a morte per lo strazio,

non diventa di fredda, dura pietra.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Caldo sangue del cuore, rossi cerchi

nella profondità verde dell’acqua,

e l’eco manda un gemito sommesso:

«Una volta che è lì, è lì per sempre!».

 

 

Erano ormai lontani i giorni del «divino soggiorno a Ischl», come ebbe a definirlo Franzi, nell’agosto del 1853, il «divino soggiorno» dell’incontro e del fidanzamento, quando Sisi compose questi versi. Dopo più di trent’anni – siamo nell’agosto del 1885 a Ischl – di matrimonio nulla o quasi era più intatto, se non forse il trasognato ricordo del ventitreesimo compleanno dell’imperatore, il 18 agosto, e la benedizione con acqua santa del parroco della piccola cittadina termale, alle 11 del 19 agosto, presso cui si erano recati per scambiarsi le reciproche promesse di matrimonio. Da allora in poi la villa imperiale avrebbe avuto la forma di una «E», in onore di Elisabeth, nome di cui Sisi era diminutivo.

 

 

 

Sisi non era più la ragazzina intimorita di quei giorni estivi. Il gesto della zia Sofia, futura suocera, di cederle il passo all’ingresso della chiesa, ligio al cerimoniale di corte spagnolo, unica legge della famiglia imperiale, non l’avrebbe lasciata indifferente come quel giorno luminoso. Ormai, Sisi era il gabbiano in continua fuga dal mondo e da se stesso. Era sì imperatrice d’Austria, apostolica regina d’Ungheria etc., come iniziava il suo lungo titolo nobiliare, ma era soprattutto una donna infelice contro cui il destino non aveva ancora smesso d’accanirsi. Era finita per sempre «la favola bella / che ieri / t’illuse, che oggi m’illude» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 29-31), l’amore che era stato promesso eternamente.

Il gabbiano, die Möve, ritorna dal Mare del Nord al lago incantato di Alm, dove l’attende der klein Sperber, il piccolo sparviero, per straziarle il cuore innamorato. Di nuovo, senza pietà, Caesar […] accipiter velut (Orazio, carm. I 37, 16-17) macchia le acque limpide di puro sangue. Eppure, il gabbiano fugge, fugge ancora e per sempre da quell’animale così piccolo e così molesto. Resta lo strazio di un cuore infranto che, per sopravvivere alla contingenza e alla storia, si deve fare freddo come il metallo e duro come la pietra.

 

 

 

Restano le acque del lago austriaco di Almsee a narrare gli eventi. Questa lirica è la prima di quattro, disposte in successione, nello scrigno segreto dei Nordseelieder (Canti del Mare del Nord), primo dei tre libri del Diario poeticoDas poetische Tagebuch – di Sisi. Anche se non è letterale, credo la mia traduzione colga il profondo senso poetico di questa confessione così amara e distaccata, una vera e propria leggenda che respira ancora tra quei monti incantati, in cui la verde profondità dell’acqua si fa specchio al nero delle nubi.

 

 

 

Di seguito l’originale tedesco:

 

 

Steile Wände, kahle Zacken

Und ein Wasser, tief und grün,

Wo sich schwarze Wolken spiegeln,

Wie sie ernst darüber zieh’n.

 

Eine Möve kommt geflogen

Von dem fernen Norden her,

Achtend nicht des weiten Weges;

Denn die Liebe führt sie her.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch nur bitt’res Weh!».

 

In dem Schilfe will sie rasten

Und nach dem Geliebten späh’n,

Dorten muss er niederkreisen

Über jenen Tannenhöh’n.

 

Und sie denkt der langen Jahre,

Wo sie alles ihm geweiht,

Nur für ihn gelebt, gelitten,

Jedes Opfers froh bereit.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch nur bitt’res Weh!».

 

Sieh’, da kommt der kleine Sperber,

Und ihr Herz schlägt höher auf;

Doch sie ist ihm ungelegen,

Hindert heute seinen Lauf.

 

Und den Schnabel unbarmherzig

Stösst er in ihr liebend Herz,

Dass es, bis zum Tod getroffen,

Fest erstarrt zu kaltem Erz.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch das schwerste Weh!».

 

Warmes Herzblut, rote Kreise

In dem Wasser, tief und grün –

Und das Echo wimmert leise:

«Einmal hin, ist ewig hin! ».

 

 

 

© Federico Cinti

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Martina e Domenico oggi sposi

 

Meraviglia, nell’anima l’arcana

armonia di un intridersi perenne,

ragione e cuore, immensità lontana.

 

Tra il tempo e l’assoluto tutto avvenne

in un attimo etereo, eterno rito

nell’essere, la formula solenne.

 

Al cielo il senso, sul cammino trito

era la volontà, grazia di sposa

dolce nel volto, riso di marito.

 

Ora e per sempre, nell’azzurro il rosa

madreperla del cielo in agonia

esitò appena, un’ansia luminosa.

 

Nuotò nel lago fulgido la via

infinita, al discrimine del monte

canto di stelle, rugiadosa scia.

 

Ombra d’un’eco, al mormorio d’un fonte

occulto si svelò l’arduo segreto,

gioia pura oltre l’ultimo orizzonte.

 

Già fu ciò che sarà: nell’occhio lieto

il sorridere, immagine sospesa,

spande il suo aulire fattosi consueto.

 

Passò il giorno, evaporò l’attesa,

orma d’un asintotico languore

sulla felicità che si palesa

 

in sé, nel realizzarsi dell’amore.

 

 

Un matrimonio. Avevo confermato la mia presenza, nonostante la flagrantis atrox hora Caniculae (Orazio, carm. III 13, 9): non se ne parlava proprio di mancare alle nozze di Domenico, un mio studente. Anzi, meglio: un mio ex-studente, uno di quelli della prima ora, «quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono» (Rvf I 4). Solo lui, del resto, avrebbe potuto sposarsi sabato 30 luglio. Avevo deciso d’andarci, anche perché sarebbe passato a prendermi un suo compagno, Leo, il più grande tanghero di Bologna (se tanghero sia sdrucciolo o piano, lo lascio decidere a chi lo conosce). E così è stato, salvo aver sbagliato clamorosamente l’orario, naturalmente, così da arrivare a cerimonia già iniziata. Da poco, per fortuna, anche se l’abbiamo scoperto solo dopo, entrando nell’Abbazia di Zola Predosa.

nessuno se n’era accorto o almeno credo. La ricerca di qualche sedia sul fondo aveva generato un po’ di trambusto, ma tutto sommato era normale in quelle circostanze. Qualche commento, a bassa voce, mi è pure sfuggito. Non avrei dovuto, lo so, ma il padre domenicano che officiava, non so perché, aveva deciso di costruire due acrostici in latino sul nome dei nubendi, sbagliando clamorosamente gli accenti. Leo rideva come pochi alle mie rimostranze: sosteneva di sentirsi in un film, cosa che in parte era anche vera. Mi attendevo perle teologiche, che pure ci sono state nell’esegesi dei passi biblici, ma il resto… insomma, il resto era surreale. La ragazza di Leo ci intimava di fare piano, ma proprio non era possibile. so che davanti, nelle prime file, hanno assistito a un’altra cerimonia, ma anche la nostra ha avuto lo stigma dell’unicità. A ogni modo, al momento del fatidico «sì» mi sono veramente commosso. E non io soltanto. Davanti a me brillava più del sole «quell’aurora che dicono: l’Amore» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, V 24).

 

 

 

Dopo la benedizione solenne siamo usciti alla ricerca di un filo d’aria. Un miraggio, certo. Alla cerimonia c’erano pure Marcello e Ionut, altri due miei studenti d’allora. A quel punto li ho ritrovati sul sagrato, come noi nell’unico angolo all’ombra. mi è parso che il tempo non fosse passato: le voci, i ricordi, le chiacchiere mi hanno riportato a un tempo fuori del tempo, come se nulla fosse cambiato. In un certo senso era proprio così. Eravamo tornati da un lungo viaggio, con il riso in mano da buttare su Dodo, mentre usciva tra una folla festante per lui e per Martina. Anch’io ho tirato, ma chissà chi ho preso nella confusione. Poi, ci siamo stretti per un saluto e gli auguri di rito. Era visibilmente emozionato e noi con lui.

Poi la fuga a Zappolino, per il rinfresco. Naturalmente Leo ha perso la fila, da manuale. Siamo arrivati lo stesso, intendiamoci, e forse pure prima di molti altri, ma per lui il copione è sempre stato un semplice canovaccio da interpretare a suo gusto. E dire che sarebbe pure un attore di vaglia. Quando abbiamo fatto assieme le Lecturae dantis, temporibus illis, nel 2015, aveva riscosso un notevole successo. Eravamo i Due pazzi all’Inferno. Sarebbe da rifare, prima o poi, ora che è tutto mutato, pure io, anzi soprattutto io. Ma Leo ha ben altri progetti, giustamente. Me ne parlava un po’, seduto davanti a uno stuolo di antipasti. Marcello e Ionut lo ascoltavano. Certo, pure loro avevano parecchio da raccontare, il primo ingegnere e il secondo chirurgo. Ma intanto il tramonto ammantava tutto d’una luce particolare, «come… in un roseo lago» (G. Pascoli, L’asino, I 12). Su quei colli tutto sapeva già d’altro, ora che i due promessi erano ormai marito e moglie.

 

 

 

La cena si è protratta a lungo. Il nostro tavolo mi pareva come di famiglia. Qualcuno ha saltato il primo, altri volevano saltare il secondo. Marcello mangiava di gusto la grigliata e incitava Leo ad assaggiare almeno la costata. In effetti, ne ha poi preso tre volte di fila. E ne avrebbe preso anche di più, se non lo avesse allettato la torta nuziale gelato cioccolata e pistacchio. Noi eravamo lì, «dentro la notte fulgida del cielo» (G. Pascoli, Alexandros, I 10). Il caldo aveva lasciato il posto impercettibilmente a una frescura molto piacevole. Nulla era lasciato al caso. Solo un po’ di malinconia faceva in me capolino, a quando a quando. È la musica che mi estranea dal resto, mi isola, come se realmente io fossi altrove. Aspettavamo il tango, per l’esibizione, ma niente. Le chiacchiere sono proseguite fino a un orario indecente, almeno per me, che quasi crollavo dal sonno. Domenico aveva perso la voce, ma non la vitalità: era l’uomo più felice del mondo. Anche Martina, che pure conoscevo giocoforza meno, mi pareva persona di una dolcezza volitiva. Pensavo al matrimonio. Spero anch’io in questo giorno, prima o poi, a quelle fedi che si giurano eterno amore.

 

 

 

 

 

 

© Federico Cinti

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Saluto a Luigi

 

Lieve il soffio del giorno, ali nel vento,

un sibilo invisibile oltre il velo

indicibile il palpito di cielo:

già fu quell’ora, rapido momento.

 

Infinita la via, pallido evento

passare indenne il torbido sfacelo,

assorto più d’un fiore sullo stelo:

zampilla il senso, antico sentimento.

 

Zone d’ombra nell’anima, sussurro

assopito nel cuore. Tutto resta

greve d’intorno sopra il nero suolo.

 

Lassù un canto di luce, lassù un volo

inatteso nell’ora della festa,

abbracci di vertigine e d’azzurro.

 

 

Un saluto, l’ennesimo. Ritrovarsi di nuovo sulla soglia che separa l’ombra dalla luce. Una soglia, appunto, un confine labile da oltrepassare oltre la piccolezza del nostro essere finito. Una strana sensazione, come di già visto e già sentito, un’atroce afa, nonostante la primavera inoltrata. Ero lì, in una solitudine fatta di persone, note e ignote, accomunate dalla necessità di testimoniare che la vita va oltre quel termine. In fondo, stiamo «studiando per l’aldilà», chissà, forse «un fischio, un segno di riconoscimento» (E. Montale, Avevamo studiato per l’aldilà, 1-2).

 

 

 

La via procede, non v’è dubbio, anche se è difficile scorgere sempre qualche cosa oltre le nuvole. L’azzurro esiste comunque. Io me lo immagino, quell’azzurro intendo, come negli affreschi di Giotto: «credette Cimabue tener lo campo / ne la pittura, ma ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura» (Purg. XI 94-96). Sarà questo il senso della fama e dell’azzurro, mescolati assieme. La memoria mantiene vivo ciò che ci sembra scomparire alla vista. Eppure, mi pare che non sia così. Tutto resta nei tetri contorni delle parole, immagine dai contorni che sfocano a poco a poco e svelano il significato più profondo della ricerca. Anche il sogno è così, mostra e rivela. Su quella linea d’ombra s’è parso d’intravedere qualcosa. Non era rito, no, ma vita.

Aveva ben donde il buon Orazio a cantare che non omnes moriemur (carm. III 30, 6). E pensare che Didone aveva gridato, in preda alla follia, proprio moriemur innupta, / sed moriamur (Aeneis, IV 619-620), seguito dalla Saffo di Leopardi «Morremo. Il velo indegno a terra sparto / rifuggirà l’ignudo animo a Dite» (Ultimo canto di Saffo, 55-56)! Le opere buone rimangono a parlare di noi, in chi ci ha conosciuto. Non è vero che nulla è invano. Così almeno mi sembra, di fronte al cielo azzurro che spiccava tra i palazzi. Del resto, in quel luogo, il Fossolo di Bologna, mi sentivo più che a casa. Me lo dicevano gli amici e i conoscenti.

Anche Chiara era triste, certo, ma serena. Salutava suo padre. So bene come ci si sente in quei momenti. Quando ci salutò il mio mi sembrava che quell’azzurro mi si frantumasse addosso. È stato un po’ rivivere quei momenti. Istanti di vita, certo, di tempo che sembra passato, ma non passa mai. ce lo si sente addosso ogni volta, nelle pieghe dell’anima. Mi sono riconosciuto a un tratto, così, «docile / fibra dell’universo» (G. Ungaretti, I fiumi, 30-31). Questo in fondo siamo, questo dobbiamo essere. Poi il rientro, i pensieri, le emozioni. Nulla è mai invano, lo ripeto.

 

 

 

© Federico Cinti

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Inconfessabile segreto

 

Fu solo un sogno? Candida di neve

un’ebrezza nell’anima. Sorrisi.

Con te mi ritrovai, nel tempo breve,

ora per ora. Ardui echi di narcisi,

 

soave melodia. Mai più divisi,

indicibile gioia lungo il greve

cammino. Non voragini, non crisi

ha il cuore in festa, ma una pace lieve.

 

Esuli fummo, siamo noi sul greto

tacito. Inesorabile si muove

antico il fiume. Tenue smarrimento

 

misto d’ombra e di luce. Fluire lento,

abbaglio tra realtà già vecchie e nuove,

il nostro inconfessabile segreto.

 

 

In questi giorni tutto sa di nuovo. Non so, è come se me lo sentissi addosso, anche se di per sé viviamo ogni primavera nella sua dimensione di ciclico ritorno. È da sempre così, dacché almeno mi ricordo. Ci si sente rinascere qualche cosa dentro «e piove in petto una dolcezza inquieta» (E. Montale, I limoni, 17), un fremito lontano, perché fuori del tempo. Un brivido, ecco, scuote la terra e l’anima, come dopo lo sciogliersi delle nevi, quando i fiumi ingrossano e debordano dalle rive. In quella distesa candida di neve, ci tengo a confessarlo, ritrovo l’intima essenza di giorni senza età, perché in effetti erano così, di una leggerezza indescrivibile.

Chissà, l’azzurro, il tepore dell’aria, i colori dei profumi tutt’intorno. In ciò si misura quel che si vive una volta sola, senza un prima né un poi. Non vi è un istante uguale all’altro, checché ne dicano i filosofi. Si procede indifferentemente tra l’essere e il non essere. Questo, forse, l’unico senso che so trovare alla distesa dei giorni che si ripetono immobili, senza che «la morte / si sconti /vivendo» (G. Ungaretti, Sono una creatura, 11-13), senza il pianto di niobe tra l’infinito e il nulla. Il resto rischia di perdersi in elucubrazioni senza senso.

 È il flusso dell’eterno scorrere, lungo cui si cammina senza quasi accorgercene. Immagini, certo, visioni ancestrali e ataviche, «quasi d’un fiume che cercasse il mare / inesistente, in un immenso piano: / io ne seguiva il vano sussurrare, / sempre lo stesso, sempre più lontano» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 13-16). Siamo su quella riva a chiederci il perché delle cose, dentro e fuori di noi, mentre non ci accorgiamo di essere parte della corrente che va, nonostante tutto, nonostante la nostra coscienza. Eco di un’eco in noi, tutto qui, nello specchio in cui dovremmo ritrovarci e riconoscerci.

 

 

Eppure, proprio in quello specchio d’acqua riaffiora il volto che non conosciamo, che non afferriamo compiutamente. in quella visione ritorna ciò che noi siamo davvero, l’inconfessabile segreto che ci portiamo dentro. Chissà, la curiosità di sapere cui ci avviciniamo per asintoto. Ci si prende per mano nella nostra ricerca. L’amore guida questo tratto impervio che si percorre per cogliere quell’attimo d’indefinibile felicità. Così rinasce in noi il fiore che ci salva, rinasce in noi la primavera che ci pareva perduta per sempre tra le brume iemali. Dal candore della neve il sorriso di chi sa completare questo infinito anelito a ritornare nell’originaria fusione dell’endiadi. E in quel fiore ci siamo tu e io insieme.

 

 

 

© Federico Cinti

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Orma di cielo

 

Velo inquieto di nuvole, lontana

orma di cielo. Un senso d’abbandono

resta tra i fili e i panni stesi, vana

rimembranza d’un giorno. Ombra di suono,

 

eco di ciò che adesso più non sono.

Indicibile ascesa la profana

beatitudine, vero, eterno dono

atteso in cui ora il senso si risana.

 

Caducità dell’attimo, nel vuoto

il tempo sa di un’ansia mai sopita.

Anche volgersi è inutile: la via

 

ritorta è solo vacua fantasia.

Tu splendi, chiara immagine infinita,

in me, tu etereo volto dell’ignoto.

 

 

non c’è nulla da fare: ce lo si sente addosso. Sì, proprio così, come se cadesse a un certo punto un’orma di cielo. Tra le nuvole uno squarcio d’azzurro. È come il senso delle cose: lo si cerca ogni istante e poi lo si trova nel dettaglio, nell’angolo più remoto, quasi senza volerlo. A me, almeno, capita così. Ritrovai per caso un’immagine simile tra le carte altrui, e vidi «in cielo bianchi lastricati / con macchie azzurre tra le lastre rare» (G. Pascoli, Il miracolo, 2-3). Ecco, il cielo che si fa specchio della terra, connubio senza fine sulla linea dell’orizzonte. Ed è così che ci si ritrova a contemplare la via trascorsa e quella ancora da compiere. Il velo si apre a un tratto ed emerge la verità.

Si capisce di non essere più quelli di prima. Euridice già lo sa che Orfeo non resisterà. Ma volgersi indietro è un atto necessario. Vedere o non vedere non importa: l’acqua resta sempre trasparente, specchio o non specchio che sia. Occorre prenderne coscienza il prima possibile. e aprile è così, il mese forse dedicato ad afrodite, alla ripresa del tutto, perché «diffugere nives, redeunt iam gramina campis / arboribusque comae» (Orazio, carm. IV 1-2): non vi sono più nevi tutt’intorno, rinverdiscono ormai le erbe nei campi e sugli alberi le chiome. Nulla più che la ciclicità del tempo che ci riporta a ciò che eravamo: volgersi indietro diventa inutile. Le lenzuola appese ad asciugare sembrano adesso tanti fili su cui scrivere ciò che non siamo più.

 

 

in quest’epifania di luce chiara, ecco, un volto a dare senso al tutto. Un volto e un nome, certo, un’immagine fuori del tempo in un’epoca senza tempo, in cui l’hic e il nunc coincidono. Gli antichi a priori kantiani s’annullano sulla retta dell’eternità. Nulla è più come prima, nulla sarà più come adesso. Il labirinto procede e si sdipana e di quel filo, «viluppo di memorie» (E. Montale, In limine, 4), sono io che «ne tengo ancora un capo» (E. Montale, La casa dei doganieri, 12). Forse basta così ad attingere alla «carrucola del pozzo» (E. Montale, Cigola la carrucola del pozzo, 1). Narciso ritrova se stesso, mentre Euridice non si perde più. Un’eco antichissima richiama il desiderio di fondersi completamente nell’altro, appunto in quel viso di luce chiara tanto amato (o tanto amata?). ancora s’avverte il bisogno e si ripete, come allora e come sempre, «da mi basia mille, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, deinde centum» (Catullo, carm. V 7-9). È forse tutto qui il senso di questo scrivere, per dirti solo che vorrei baciarti.

 

 

 

© Federico Cinti

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Confessione

 

Tutto era nulla. A un tratto azzurro un grido:

il senso, ora svelato all’improvviso,

aveva la tua voce, il tuo sorriso.

Mi ritrovai. Dolcissima, sul lido,

 

oasi di pace chiara, antico nido

la tua presenza eterea. Nel tuo viso

ombre di sogno, eterno paradiso,

sapevano di gioia. A te m’affido.

 

A te si schiuse l’anima, rinacque

il cuore. Tra le tenebre il respiro

breve del tempo diventò infinito.

 

Eri lì. Toccai il cielo con un dito.

Non ti lascerò più, lieve sospiro,

estasi d’un naufragio in auree acque.

 

 

il tutto e il nulla, fusione d’inizio e fine, mi stringono e costringono nella loro circolarità. Intorno tutto ruota sull’inconsistenza immateriale del punto sull’infinito spazio del piano. È lo stesso che pieno e vuoto. L’illusione si veste d’azzurra lontananza, grido che squarcia il silenzio in cui talvolta si rischia di cadere. Eppure, a un tratto, ci si ritrova, ci si trova di nuovo, anche noi «per una selva oscura» (Inf. I 2). Ritrovarsi così, nel buio, non nella luce chiara, miracoli e contraddizioni di ciò che ci circonda, appunto, in una ciclicità che è la cifra del nostro essere nel tempo. Forse anche nello spazio, in quel piano determinato dal punto in cui ci si trova e ci si ritrova. Veramente le parole sono nere, buie. E poi quel buio e quel nero divengono luce d’incredibile bellezza. Si fanno voce, si fanno riso, si fanno realtà tangibile e appassionante.

In quell’azzurro, «interminato / spazio» dove «il naufragar m’è dolce» in quanto «mare» (G. Leopardi, L’infinito, 4-5 e 15), ritrovai le «chiare, fresche et dolci acque» (Rvf CXXVI 1) su cui «scintilla, / in testo di scaglia / come l’antica / lorica» (G. d’Annunzio, L’onda, 2-5) il lampo d’una vertigine. Nulla più fu come prima. Tutto trasfigurò se stesso in una soavità chiara, limpida, quasi fuori del tempo. Era possibile, allora, incontrare l’assoluto? Dentro e fuori di me, certo, come vedendomi dall’esterno, con occhi altrui. Fu una gioia immensa, una grazia cercata e insperata. Era un porto tranquillo, voce di madreperla che mi chiamava a un altrove, tuttavia presente e immanente, perché «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20). Era sogno e realtà insieme, dolcezza che distilla, profezia di Sibilla che s’avverava su quell’onda.

 

 

 

Fu così che tutto mutò in me, che io mutai nel tutto. In alto, in alto, in un lontano cielo, mi sentivo librare e liberare. Il mio dito toccò l’immensa cupola celeste. Già Orazio mi aveva preceduto colassù, cantando «sublimi feriam sidera vertice» (carm. I 1, 36), nella più vasta felicità possibile, tra la poesia dei numi e delle Muse. E così cominciò la rincorsa per ritrovare quel primo istante, quella leggerezza senza fine del volo verso le stelle. «Mi ritrovai per una selva» chiara, ti ritrovai nel vortice delle ore, punto fermo dell’eterno fluire. Anch’io rimasi «col trasognato viso di chi sogna» (G. Gozzano, Un’altra risorta, 16) davanti a quel miracolo d’eterea leggerezza. E fu così che il tutto che era nulla divenne una pienezza senza fine.

 

 

 

© Federico Cinti

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Equinozio

 

Nell’anima lo specchio dell’azzurro,

lieve sussurro d’aria, eterea brezza,

dolce carezza eterna nel ritorno

nuovo nel giorno.

 

S’allaga il giorno a un tratto d’esultanza,

luce di danza chiara tra le foglie,

limpide soglie oltre le rosee dita,

sogno di vita.

 

Sogno, realtà di vita, meraviglia,

aurea conchiglia in cui risuona il mondo

nel più profondo, in cui rinasce il fiore

vago d’amore.

 

Senso ultimo, l’amore, occhio di cielo,

dissolve il gelo dell’inverno immoto,

ricolma il vuoto, inanità dolente

di cuore e mente.

 

Mente e cuore, fusione d’infinito,

antico mito, per cui Orfeo felice

vede Euridice al soffio d’un sussurro

tenue d’azzurro.

 

 

Eppure, il vecchio Orazio, lo stesso che diceva al suo amico albio Tibullo che, quando avesse voluto ridere, avrebbe semplicemente dovuto andare a trovarlo, lui che era un ben pasciuto porco dalla pelle assai lucida e curata del gregge di Epicuro (Epistulae, I, 4, 15-16), amava i paesaggi invernali, algidi, rappresi dal gelido cristallo della neve. Anch’io non disdegno l’inverno, anche se il sorriso della primavera riaccende a speranze del tutto mai sopite. Se lo chiede anche il pastore errante o, meglio, lo chiede alla luna, silente pellegrina, «a qual suo dolce amore / rida la primavera» (G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, 73-74), perché in effetti è così, ci si sente meglio, rigenerati, la stessa rigenerazione dell’«Aeneadum Genetrix, hominum divomque voluptas» (T. Lucrezio Caro, De rerum natura, I 1).

insomma, «giunt’è la primavera, e festosetti / la salutan gli augei con lieto canto» (A. Vivaldi, La primavera, 1-2) e ci si sente rinascere. Io almeno mi sento rinascere, nell’aria chiara e tiepida. È come uno zampillo di luce e di gioia fuse insieme e «finite in un rivo canoro» (G. Pascoli, La mia sera, 18). Non so, la primavera ce la si sente addosso e nel cuore. Tutto cambia, come se si fosse varcata un’impercettibile soglia. Psicologico, certo, il senso che se ne ha e se ne trae, ma così dolce e lieto. È come se la poesia si facesse colore, odore, sapore. Si tocca, si sente, si ascolta in modo nuovo, diverso, come quando ci s’innamora e tutto assume un abito rinnovato. Un flusso vitale, ecco. E l’inverno è solo un ricordo, algido sì, ma soltanto un ricordo.

 

 

In qualche modo si era pure festeggiato, stamane, per un compleanno. Una torta verde, al pistacchio, anche se di pistacchio sembrava esserci solo il colore. Chissà, quel verde presagiva già la primavera, oggi che è il compleanno della musica, oggi che è il compleanno di J.S. Bach. Mi adagio a quel suono, racchiuso in conchiglia, dentro i nostri ventricoli del cuore. Pulsa come linfa vitale una musica arcana, lontana. In tal senso, in questo giorno così denso di significato, mi pare di scorgere Orfeo che esce dall’Ade assieme alla sua Euridice, finalmente felice. Era sceso nelle viscere della terra, nell’intimo del suo cuore. Euridice era lì ad attenderlo, in un diafano candore d’asfodelo. Lo attendeva, forse senza saperlo, e la sua poesia l’ha salvata dalla perdizione eterna. Il mito che ritrova vita in una luce nuova, perché tutto riprenda a essere come già è stato, in un ciclico ritorno. Anche Proserpina si commuove all’amore che salva e rigenera. Ecco perché mi sento anch’io Orfeo e salverò la mia Euridice.

 

 

 

© Federico Cinti

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Fiore d’inverno

 

Fiore d’inverno, il tempo troppo breve

indugia tra la luce cristallina,

ora e sempre, al pallore della neve,

riso azzurro di pace, algida trina.

 

Eri e sarai nell’anima bambina

il senso d’un istante lieve lieve,

nel cuore ciò che fu di una mattina

vaga in cui nulla risultò più greve.

 

Eri il sogno avveratosi, eri il vento

rauco tra i rami verdi, eri la vita

nata di nuovo nella luce chiara.

 

Adesso sei l’antica gioia rara,

l’unica forse sulla via infinita,

eternità d’un volto, d’un momento.

 

 

Segno d’elezione nascere in inverno: dall’inerte bruma spuntano i più bei fiori. Non ci avevo mai pensato. E dire che pure io sono nato in un freddo giovedì iemale. Ne posso andare fiero, a questo punto: condivido uno stato di grazia, uno stato che non si può descrivere compiutamente. ecco, lo accenno qui, come per caso. Tutto forse succede per caso, un caso calcolato certo, che gli antichi chiamavano fatum. Ciò che era detto, decretato: capita e quindi accade. Ed è accaduto. E me ne accorgo solo ora, al finire di questa stagione così densa d’avvenimenti da lasciare senza fiato. Prima o poi ne parlerò più compiutamente. adesso chiedo solo un atto di fiducia. Di fiducia, ovviamente, in ciò che accenno e non propalo come dovrei. Non tutto può essere posto sotto la luce chiara.

Ecco, un fiore d’inverno. Qualche persona forse sarebbe lusingata a sentirsi chiamare così. Prima o poi lo farò: ne stia pur certa. Mi sento, davanti a questo spettacolo incantato, come colui che in sogno si stupisce di sentire e vedere avverarsi un miracolo: «Ecco, ella viene: incedit per lilia et super nivem. È avvolta nell’ermellino; porta i capelli constretti e nascosti in una fascia; il suo passo è più leggero della sua ombra; la luna e la neve sono men pallide di lei. Ave» (G. d’Annunzio, Il piacere). Anche questo è il riverbero di un’alta capacità di trasfigurare quel che si è in ciò che si vuole essere, anche se qualcuno è naturalmente ciò che è e ciò che rappresenta.

 

 

Trine nivali, sogno senza fine. non amo il freddo, anche se il tempo sembra fermarsi nella stretta del gelo, come gli alberi e i fiumi nell’ode in cui il sommo Orazio parla al giovane Taliarco dei piaceri del vino e dell’amore. Siamo qui e altrove, nella pagina e oltre la pagina, a indagarci dentro e a vederci da fuori. Dall’inverno si passa immediatamente a una dimensione primaverile, in cui si cerca nascosto all’angolo della ragazza che vuole tradirsi. Eterno gioco, questo, delle parti. Non so, l’inverno è tempo di riflessione, di letture, di desiderio. Una voce di madreperla apre lo scrigno incantato e racconta quello che siamo, quello che vogliamo.

Il fiore spunta e rispunta, continuamente. Saperlo cogliere è la sfida. Il suo profumo soave chiama e richiama alla realtà. Nulla è invano, si sa. La letteratura parla di noi, come noi parliamo della letteratura, parola che crea e ricrea instancabilmente. E il tempo si fa breve, troppo breve per non essere avvinti dal sapore dolcissimo dell’ora lieve lieve tra gli ansanti ventricoli del cuore. Tra l’uno e l’altro battito la vita che prosegue e ci avvince, che ci spinge tra l’infinito e il nulla. Parole al vento e vento di parole per le strade deserte, ma tra cui tutto si fa possibile, quasi per caso, per volontà che scende in noi dalle stelle, de sideribus. Ecco, dunque, che «il fiore ha come un miele / che inebria l’aria; un suo vapor che bagna / l’anima d’un oblìo dolce e crudele» (G. Pascoli, Digitale purpurea, I 19-21).

 

 

 

© Federico Cinti

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Nostalgia

 

Pensieri, nulla più. Lungo la via

esule cerco ciò che ti somiglia.

Nel ricordo una languida armonia

sibila, dolce amara meraviglia.

 

Ombra nel cuore, battito di ciglia

alla tua luce chiara. Nostalgia

l’impronta al mormorio della conchiglia:

tenue nella tua immagine la mia.

 

Ubbia del tempo. Perdersi e trovarsi,

ora e qui. Tutto è nulla nel riflesso

rarefatto dell’attimo. Ti ascolto,

 

invisibile incanto del tuo volto.

Sulla soglia dell’anima sommesso

oggi rimango tra i miei sogni sparsi.

 

 

a ben guardare, in tutto «ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 87), la maggior parte dei nostri pensieri è percorsa da un sentimento doloroso di ritorno, anche perché tra un punto e l’altro sull’infinita retta del reale si frappone una distanza incolmabile. Il paradosso di Zenone, dalla più ampia «annorum series et fuga temporum» (Orazio, carm. III 3), si cala impercettibile lungo i labirintici corridoi delle nostre giornate. E sia, allora, se resta solo il pensiero ardente, l’antico studio, l’intangibile desiderio siderale. Chiamiamola pure nostalgia, anche se «quidquid temporis eodem loco est» (Seneca, Epistulae morales, XLIX 2): ‘tutto il trascorrere del tempo è nello stesso luogo’ e noi con esso, aggiungo io.

Nostalgia, certo, di quel che non si ha più e di cui si sente l’inestinguibile bisogno. Anche a me capita come al poeta che, mai pago di intravedere un segno, confessa che «talor vo cercand’io, / donna, / quanto è possibile, in altrui, / la disiata vostra forma vera» (Petrarca, Rvf XVI 12-14). Una voce, un sussurro, un segno di riconoscimento: questo serve da traccia lungo il sentiero del trito quotidiano, come erranza senza fine. Il tempo scorre inesorabile, fuori e dentro di noi: pulsa come sangue nelle vene e ci travolge. In quell’eterno palpito è il senso delle cose, della ricerca, dell’isola che ognuno di noi porta dentro. Eppure, sempre in me risento il soffio lieve, riverberare, sinfonia d’accordi azzurri sul candore della neve.

  

Forse un sogno, chissà: nulla di più. Un nome che risuona tra i mille che s’affoltano nella memoria. Un viso dolce alla luce chiara del mattino. Il sogno, certo, l’alba tra le cose e tra le case. Non nella solitudine pensosa, tuttavia, si ritrova il nostro piccolo regno. È il volto senza età che ci dà pace, come eterno incantesimo d’amore. Nulla vale l’incontro casuale con chi si cerca disperatamente. Proprio così ricomincia la vita, riprende il viaggio dove si era interrotto. Non era sogno, ma sogno d’un sogno. Era l’eterno mormorio del mare a pulsare e a spingere al ritorno. Il dolore del ritorno, ecco, la nostalgia che non s’arresta davanti a nulla. E di nuovo Ulisse riprende le vie del mare color del vino. Forse è l’amore che spinge a cose impossibili, a tornare nel punto esatto di quella prima volta, dell’istante in cui ogni cosa è divenuta chiara agli increduli occhi in una buia stanza.

 

 

 

© Federico Cinti

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