Ode al “Benessum”

 

Immensità sospesa, in questo mare

liquido una dolcissima armonia:

vibra l’anima dedita a sognare

in cerca di un’eterea fantasia.

 

Naufragio senza fine, nostalgia

oscillante tra antiche luci rare,

brivido che si fa malinconia

eterna in cui potersi ritrovare.

 

Nenia in cuore: dal calice commosso

esala una fragranza sconosciuta,

senso d’inesprimibile vaghezza.

 

S’apre alla vita docile un’ebrezza,

una gioia donata e ricevuta:

musica di cristallo bianco o rosso.

 

 

Mi risuona alle volte nell’orecchio, «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 36), l’immagine del mare color del vino, come era negli incliti versi «di colui che l’acque // cantò fatali» (U. Foscolo, A Zacinto, 8-9), del sommo Omero, mito già in vita e padre d’altri miti. Ma il mare e il vino, segno (o forse meglio simbolo) dell’infinito, in cui è dolce per qualcuno naufragare nella ricerca di sé e del senso del tutto, mi paiono adesso un binomio inscindibile, il punto d’incontro in cui coagula la vita. è l’istante eterno, quello, in cui Odisseo incontra Calipso, in cui fa esperienza dell’oblio di sé e del rinsavimento.

Era l’aristocratico Alceo, fin dagli anni liceali, a cantarmi le gioie del simposio, in cui il vino aveva il nome del dio che scioglie le membra, Lieo. In esso mi si apriva la via alla libertà, ritrovavo una parvenza di verità. Eco di quel mondo così lontano, immerso nel vero «sovrumano / silenzio» (G. Leopardi, L’infinito, 5-6), era l’invito a carpire il giorno, unico possesso stabile di quel mondo rattrappito nel gelo invernale, mentre il Soratte svettava lontano candido di neve, mentre il focolare andava alimentato copiosamente. Nel vino si poteva dimenticare l’affanno del vivere, senza fidare troppo nel domani. Era la magnifica ode I, 11 di Orazio, che anche io ho tradotto, il famoso Carpe diem.

 

 

 

Alla fine, scivolo sempre su Orazio. Chiedo venia, ma questo, sì, lo sento molto vicino, come autore, forse anche per la mediazione della lirica dal Cinquecento in poi, da Chiabrera a Pascoli. Certo, Orazio e il vino sembra quasi scontato, ma poi tutto ritorna a quel punto, al vivere nei suoi snodi fondamentali, basilari. Non ha bisogno di ulteriori specifiche, ma almeno un ritratto, una piccola immagine vorrei lasciarla del poeta venosino. Di sé ricorda di essere canuto anzi tempo, ma pure un simpatico porco del gregge di Epicuro. Il resto è nelle sue opere, nei suoi versi. Un po’ come nei miei.

 

 

 

Per questo, probabilmente, quando l’amico Gaggioli mi ha chiesto di “sguinzagliare la mia musa” per cantare di un suo vino che mi aveva fatto assaggiare, il Benéssum, non sono riuscito a resistere ai richiami letterari. Non solo. Ammetto che qualche cosa risuonava in me, un libro di Andrea Mingardi dallo stesso titolo: ne parlammo anche in radio, a ridosso della sua pubblicazione, quando tenevo una piccola trasmissione in quel di Silla, frazione di Porretta Terme, «vent’anni fa o giù di lì» (F. Guccini, Eskimo). Già, Andrea Mingardi, di cui ho scritto un ritratto in versi in un mio libro, la mia Piccola guida esotica di Bologna (Persiani 2020). Ogni tanto ci si vede, ogni tanto ci si sente al telefono. Un personaggio, tutto qui, capace come il vino che porta il nome del suo libro di aggiustare ogni cosa. A me piace nero. L’ho detto come lo si direbbe a Bologna: mi piace rosso, come «il mare color del vino», violaceo, purpureo, in cui smarrirsi e ritrovarsi. L’amico Gaggioli lo ha dichiarato esplicitamente che l’idea era proprio quella, di ispirarsi ad Andrea Mingardi. Lo capisco: anch’io amo ispirarmi al bello e al buono.

 

 

 

© Federico Cinti

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La Venetica regina ossia il tramonto di Venezia

 

Vertigine sospesa d’infinita

eternità. Silenzio senza fine.

Nuota d’azzurro un sibilo, smarrita

evanescenza in abito di trine.

 

Tutto dilegua, sogni di rovine,

immagini di gloria, antica vita

caduta nell’oblio. Soltanto spine,

adesso che la rosa è ormai sfiorita.

 

Resta il ricordo, terminato il viaggio

estremo. Il mare mormora dimesso.

Già fu quel tempo: tutto scorre invano,

 

illusione di un attimo lontano.

Nello specchio l’ennesimo riflesso,

ancora, forse l’ultimo miraggio.

 

 

Ieri sera un messaggio: l’Ingegnere mi scrive da Venezia. Qualche giorno a gustare la Biennale di Architettura, sua passione inconfessabile, nonostante l’altisonante titolo con cui lo apostrofo. Nulla di nuovo, intendiamoci, uno sguardo furtivo tra calli e campielli, quasi a frugare la memoria dimentica di sé. Non ricordo nemmeno più l’ultima volta in cui ci andai, mi pare il Martedì Grasso del 1998. Sì, poco dopo ci lasciò mio padre. A questo più che ad altro è legata quella dolorosa pagina di vita. Una limpida giornata di febbraio, il 24 mi pare. Non si era nemmeno laureati. Abbiamo anche un grande quadro a casa, senza vetro, dell’Isola di san Giorgio. Ora non so nemmeno più se sia appeso. Non mi spiaceva, solenne e austero com’era.

Anche oggi l’Ingegnere è là. Mi racconta le sue escursioni. Un po’ lo invidio, se non altro per la libertà di movimento e per la capacità d’immergersi nei dettagli per coglierne le spigolature. Assieme a lui non ci si annoia, neppure a distanza, anche se quel «desiderio vano della bellezza antica» (G. Carducci, Nella piazza di San Petronio, 20) temo sia solo mio. Provo a illustrarglielo, come posso e come lo sento, ma non è sempre facile esternare in modo ingenuo, tutt’al più sentimentale per dirla con Schiller, un altro Friederich come me, i sussulti dell’anima. Del resto, proprio nulla è oggi più uguale a quella Venetica regina.

Avrei potuto anche scommetterci che era Venetica regina, lo ammetto candidamente; invece, era solo Veneta regina, nella poesia di Mattia Butturini (1752-1817), stampata in Raccolta di poesie in dialetto veneziano d’ogni secolo nuovamente ordinata ed accresciuta, Venezia, co’ tipi di Gio. Cecchini e comp., 1845, che tanto mi aveva colpito, quando la lessi al ginnasio. Per caso, intendiamoci, su un vecchio libro dell’armadietto di classe, rimasto aperto perché se ne era persa la chiave, di non so che più anno. Era ormai ingiallito, tanto era vecchio, e sulla copertina di colore rosso e blu. La poesia era lì, a parlare di Venezia in una lingua che non c’è più e che pure pare la nostra, un Elogio a Venezia, nulla di più:

 

 

Te saluto, alma dea, dea generosa

o gloria nostra, o veneta regina!

In procelloso turbine funesto

Tu regnasti secura: mille membra

Intrepida prostrasti in pugna acerba!

Regna in prospera sorte, in pompa augusta,

in perpetuo splendore, in aurea sede.

Tu serena, tu placida, tu pia,

tu benigna, me salva, ama, conserva.

 

 

Forse il segreto di Venezia è tutto qui, proprio come in questa poesia che sembra italiano ed è latino, ossia rimanere quello che non si è più, come nella differenza pirandelliana tra acquasantiera e portacenere per Roma. In qualche modo Thomas Mann ce lo aveva preconizzato, già prima della Grande Guerra, proprio nella sua tragica Morte a Venezia. È quel clima di dissoluzione e di inconfessabile il vero protagonista del racconto: i personaggi sono soltanto comparse sullo sfondo di una gloria che non esiste più, come il quadro stampato su un disco di Vivaldi che mi aveva regalato per Natale mio padre con il Canal Grande in inverno e la cupola di una chiesa bianca di neve. Un paesaggio degno del Taliarco di Orazio (carm. I 9), anche se il concerto più bello del vinile era quello Per la Santissima Assunzione.

 

 

 

Eppure, l’Ingegnere adesso è là, a Venezia, tra odori colori sapori di qualche cosa che non appartiene più ai veneziani, quasi che il mondo sia ormai di tutti e di nessuno. È giusto così, era l’idea cosmopolita dei rivoluzionari francesi, salvo poi insanguinare l’Europa intera, perché le loro idee andavano imposte a tutti i costi con la pace. Pure Venezia cadde sotto la mannaia del grande liberatore, la cui spoglia poi giacque «immobile, orba di tanto spiro» (A. Manzoni, Cinque maggio, 1-2), senza più essere Venetica regina. L’Ingegnere è là e mi manda alcune immagini molto suggestive, da mettere ovviamente a corredo di queste mie scarne parole. Mi ha sottolineato che la più bella è senza dubbio quella che ha catturato ieri sera, il tramonto dal Lido degli Schiavoni. Già, altro non era, lo sapevamo bene, che il tramonto di Venezia.

 

 

© Federico Cinti

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A Valeria

 

Vaga per l’aria una dolcezza appena

autunnale, un pulviscolo dorato

levita intorno al vento, cantilena

ebbra di nostalgia, di ciò che è stato.

 

Rimane l’ombra rara del passato

in bilico sull’anima serena.

Ancora un passo, un sogno sussurrato

visita il cuore, un brivido alla schiena.

 

Era il tempo sull’orlo, era la foglia

nata sul filo azzurro all’orizzonte

tra le case e due bianche spennellate,

 

ultimo incanto, adesso, dell’estate

ridente tra le cose, sotto il monte,

inizio (o fine?) sull’eterna soglia.

 

 

Ed è un nulla, così, voltare pagina, inizio e fine di qualcosa che non si sa, che non si vuole sapere fino in fondo. Ci si sforza di procedere come se nulla fosse; eppure, sappiamo bene dell’ingranaggio. Risuonano le parole di Orazio, quam minimum credula postero (carm. I 11, 8). Domani non c’è ancora e non ci sarà più. Leopardi lo aveva detto, parlando in un linguaggio segreto: «Lungi dal proprio ramo, / povera foglia frale, / dove vai tu?» (Imitazione, 1-3). Lo aveva detto, inseguendo il fluttuare nel vento delle foglie sul principio d’autunno. Ecco, forse è la malinconia autunnale, questa luce particolare che da sempre mi affascina e mi sgomenta.

Tra i rami degli alberi il sole sembra indugiare, come dimentico o smarritosi, mentre il vento canta antiche cantilene, miti senza età che sanno di vita e di ricordo. È l’estate fuggita chissà dove, chissà quando, impercettibile immagine oltre il margine, dentro l’«incartocciarsi della foglia / riarsa» (E. Montale, Spesso il male di vivere ho incontrato, 2-3) nulla di nuovo, certo; eppure, ritornano sensazioni ed emozioni senza tempo. Un giorno come gli altri, certo, un giorno come nessuno, un giorno in cui fare festa.

Resto così a fissare il tacito scorrere delle cose, non certo senza un rassegnato piacere. È il pomifero autunno, nella sua giovane antichità ad attirare la mia immaginazione. Nulla di più, credo, nulla di meno. Il resto fluttua altrove, tra i rami protesi all’infinito nella loro fissità pensosa. E penso anch’io a queste parole che forse non rileggerò.

 

 

 

© Federico Cinti

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Placida nostalgia

 

Assorta l’ora pallida

giace, eco impercettibile nell’anima

inerte. Antiche immagini

udite oltre l’abbaglio, linea fragile

 

laggiù, oltre l’ombra vacua

in cui sognare. Ennesimo rifugio

appena conoscibile,

musica ignota, eppure così prossima,

 

eppure così vivida,

laggiù, nel quieto margine in cui perdersi:

come in un incantesimo,

hanno i pensieri il volto delle favole.

 

Inutile rivolgersi

ora indietro a cercare: in questa placida

nostalgia lento indugia

il desiderio ad ascoltare un palpito.

 

 

In questa fine d’agosto sembra sul punto di finire l’estate, anche se ancora un mese ci separa da quello che Orazio definiva malinconicamente pomifer autumnus (carm. IV 7, 11), nel ciclico avvicendarsi delle stagioni, la cui eco ritrovo in questi versi carducciani, «m’asconda ella gl’inanimi / fiori del giovin anno: / essi ritorneranno, / tu non ritorni più» (G. Carducci, Primavera classica, 21-24), seppur invertiti di segno. Nella contemplazione della natura che inesorabile procede si risolve ogni contraddizione, l’anticipo di quel che già sappiamo e che un poeta esprime con forza meglio di qualsiasi ulteriore riflessione: «Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto, / nelle piogge di settembre / torrenziali e piangenti / e un brivido percorse la terra» (V. Cardarelli, Autunno, 1-5).

In questo scorcio d’agosto tutto torna, anche il sole obliquo in attesa della sera. Così almeno mi pare, in giorni sempre più brevi e quasi lontani da quel giugno ristorato, diciamo pure così, «di luce e di calor» (G. Carducci, Pianto antico, 8), come il famoso «muto orto solingo» (Id., Ibid., 5). Senza stupore, certo, ritorna il pensiero di ciò che fu in ciò che sarà. Penso a me, alla linea che separa questi giorni dagli impegni professionali e mi risento nei versi pascoliani in cui si ricorda che «chioccola il merlo, fischia il beccaccino; / anch’io torno a cantare in mio latino» (G. Pascoli, O vano sogno, 11-12), che altro non è se non la citazione di uno dei più grandi fedeli d’amore di «cantin[n]e gli auselli / ciascun in suo latino» (G. Cavalcanti, Rime, I, 10-11). Eppure, anche questo ha un suo fascino ineludibile, il fascino della fuga verso lidi lontani, dove la fantasia apre a mondi senza limiti e confini.

In quest’ultima decade d’agosto ogni cosa pare ancora sospesa, tra il qui e l’altrove in cui tutto si fa possibile, come un’antica musica lontana, nell’anima, sentita e risentita «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 6). perché si vive, certo, si vive in questo punto dinamico sulla retta dell’infinito, con alle spalle ciò che non è più e innanzi agli occhi quel che non c’è ancora. È una sfida continua oltreché un tornare ritornare alla propria isola, in fuga da Calipso, dal nascondimento in cui alle volte ci si smarrisce. Il sole estivo può dare tali dolcezze dabbagli0.

In questo tornare e ritornare, è ovvio, qualche cosa può restare indietro. Ecco, non dico d’aver fatto apposta, ma, per riprendere il venusino più famoso degli ultimi duemila anni, Orazio, damna tamen celeres reparant caelestia lunae (carm. IV 7, 13). Ebbene, tutto resta poi al fondo di quella conchiglia che è il cuore umano a ripetere le emozioni già vissute e mai scordate. In questo non ci sono giorni uguali agli altri, ma un continuo fluire ininterrotto. E tornano a biondeggiare i campi prima che la falce mieta le messi così prospere, così vere, e torna quindi a rosseggiare, come nei dipinti bucolici dell’età dell’oro cantata da Virgilio, l’uva dalle siepi.

 

 

 

© Federico Cinti

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Per il mio onomastico

 

Fuggono in cielo nuvole

ebbre di sole, echeggia il canto assiduo

delle cicale fragili

e tutto sa d’inerzia malinconica.

 

Rimango sulla soglia

infinita dell’anima ad attendere,

colmo d’oblio dimentico,

oggi, finché si avveri l’incantesimo.

 

 

Strana la sensazione che oggi sento in me, come se qualche cosa dovesse avverarsi, anche se non so che cosa. Rimango in questa sospensione del cuore, quasi che io dovessi trascendere la soglia che mi separa impercettibilmente dall’incantesimo, dal sogno, dal desiderio. Ecco, là, dovrei andare là, dove non so, dove pure qualche cosa chiama. Forse è l’asintoto tra il tutto e il nulla. In alto il cielo, la «campana fioca» senza confini, per dirla con l’Ungaretti di Solitudine, anche se io l’avrei chiamato «cupola», in basso il cuore che s’allaga all’improvviso nell’attesa irrefrenabile di ciò che non conosce. 

Suoni e colori si susseguono e mi inseguono. Di nuovo la domanda montaliana: «il varco è qui?» (E. Montale, La casa dei doganieri, 19). Questo il senso profondo che si svela in un giorno di luglio, un giorno particolare, dedicato dalla tradizione secolare al mio onomastico. Interno ed esterno, dentro e fuori. Ma dov’è il confine, la via di fuga che permette di attingere alla verità? Questo forse il senso di straniamento che avverto, che quasi voglio fortemente. La strada da percorrere è ancora lunga, tortuosa, non priva d’insidie. In estate ogni cosa si rende possibile lungo l’eterna azzurrità del cielo.

 

 

 

Sarebbe anche possibile che io vestissi i panni di un improbabile san Federico, per dare senso al giorno che oggi inesorabilmente trascorre nell’opacità di un sole obliquo. A metà estate si può dare anche questo strano caso, di specchiarmi nella santità altrui e di ritrovarmi, come forse dovrebbe essere normale a chi è «ben tetragono ai colpi di ventura» (Par. XVII 24) come sono o come provo a essere. Nulla avviene per caso, perché il caso, con buona pace di chi «il mondo a caso pone», non esiste. Colgo quindi l’occasione per attendere l’avverarsi del sogno, per carpere orazianamente il diem che a poco a poco sta trascolorando nel crepuscolo.

 

© Federico Cinti

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Inverno

 

Il tempo, una variabile. Nel cuore

nasce (o rinasce?) il senso delle cose

vere. La via s’inerpica, tramonto

e aurora, inizio e fine. Trasalendo

riprende ora la via. L’attesa, un’ansia

nell’anima alla luce, aura di un giorno

opaco, filo tenue di speranza.

 

 

 

Eppure, va così. Dopo il caffè di metà mattina, vorrei seguire il raggio del sole che si dipana lontano. Una speranza, tutto qui. Mi pare di intercettare qualche lontano segno. Un’illusione? Le cose cambiano a seconda di come siamo in grado di percepirle. A me capita così, anche se capisco di avere una sensibilità particolare. Durante il periodo invernale sento che qualche cosa in me si raggela nell’inerzia della stagione. Il cuore, però, anela a volare alto, oltre il grigio, oltre le nuvole. La chiamo speranza, ecco, quel filo ininterrotto che aiuta a superare questi giorni così pesanti, dentro e fuori di noi.

Si trova così il senso, quello vero, anche nel ciclo dell’anno. Cogliere il giorno, in fondo, significa questo. Anche Orazio si esprime in questi termini proprio durante una giornata invernale, non si sa dove, non si sa quando. Era il suo carpe diem (Odi, I, 11, 8). Nell’inazione si trova lo spunto per ripensare e recuperare quello che si era smarrito. L’attimo non passa invano se non per chi vive dimentico del l’ora che fugge. Per questo, oggi, seduto qui al mio tavolo, mi pongo davanti allo schermo che mi ripara e che mi riflette, specchio di un io che a volte mi pare non conoscere così perfettamente. La scrittura esiste per scandagliare nel nostro cuore. Tutto è poesia, anche un giorno di tristezza come oggi.

In inverno tutto si fa così particolare. Veramente sembra il volto di un vecchio adunco che sfida i secoli e ritorna eternamente giovane.

 

 

© Federico Cinti

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Bologna sotto la neve

 

Giace la tacita neve. Nel cuore

il senso attonito di questi giorni.

Nulla nell’aria si sente, antica

eco di un’eco, timida carezza

viva nell’anima. Dolce il bagliore

riluce all’estasi. Si rasserena

ancora, come quando si era bimbi

fragili, l’occhio innanzi al mondo nuovo,

armonia di un miracolo che adesso

rinasce. Dolce anelito di un sogno,

oggi, che si perpetua in mezzo a trine

labili, inafferrabili. di nuovo

fiorisce in noi la gioia della festa

inattesa, così, dal cielo lieve.

 

 

Che bella la città tinta di neve! Non un rumore intorno, non un suono: in candide pennellate di leggerezza si rinnova tutto, fuori e dentro di noi. Ogni volta, davanti a questo stupore, si ritorna bambini. Io, almeno, torno come quando, bambino, rimanevo dietro il vetro a fissare per ore il lento cadere dei fiocchi nella convinzione che, guardando all’infinito, non avrebbe mai smesso. Non solo io: tutto sembra fermarsi ad ammirare uno spettacolo fuori del tempo, di soavità infinita. Il mondo veste un soprabito di candore, mentre il caldo buono della casa abbraccia anche l’anima. Lontani i colli sembrano più alti, simile al Soratte che Orazio canta in una delle odi che preferisco, la IX del primo libro, per il silenzio che crea e in cui riesco a sentirmi altrove, eppure qui, solo con me stesso.

In questa sospensione senza fine avverto echi lontani, «come di neve in alpe sanza vento» (Inf. XIV 30), parole che s’adagiano appena nell’anima e riaprono mondi. Gli occhi vedono quel che altri hanno dipinto attingendo a una tavolozza che rivivifica ogni volta nella potenza evocatrice. Questo, forse, è non fermarsi all’apparenza, al nudo dato empirico. Mi sembrava di volare sui versi di Pascoli, quando i passeri e la rondine si parlavano di lontano nelle loro lingue ignote e il poeta concludeva, rivolto a chi era emigrata in terre remote, «ma non sai la gioia / –scilp– della neve, il giorno che dimoia» (Dialogo, 41-42).

Si vede semplicemente con gli occhi degli altri. All’epoca non capii la Roma trasfigurata sotto la neve allo sguardo incredulo di Andrea Sperelli, che raccontava che «era un sogno poetico, quasi mistico», quando lessi per la prima volta Il Piacere di d’Annunzio. Affascinato dalla bellezza di quel testo mirabile, non comprendevo il senso vero della parola che crea e che ricrea. A rileggere un brivido m’assale, come oggi alla neve che si stende con una delicatezza insolita. Suggestioni, forse, nulla più, come nei famosi distici di Carducci, in cui l’incipit sa già di tetra caligine al cuore: «Lenta fiocca la neve pe ’l cielo cinerëo: gridi, / suoni di vita piú non salgon da la città» (Nevicata, 1-2).

Così, per poter affermare con orgogliosa modestia anch’io, come il buon Dante, «sì ch’io fui sesto tra cotanto senno» (Inf. IV 102), non tacerò il mio sonetto, cui diedi il titolo di Nevicata, come per i distici di Carducci, e che ebbe tanti elogi. Nevicava quel giorno e dedicai quel testo allo spettacolo di quell’evento. Allo stesso modo oggi rendo onore alla neve, nel giorno in cui festeggia gli anni Ginevra, cui dedico questo testo, come del resto l’altro, per non venir meno a quel gesto così semplice di partecipare di una gioia così personale. So che per altri non ha alcun significato; eppure, ci trovo il senso profondo delle cose. La memoria non è data mai una volta per tutte, ma va perpetuata perché esista in eterno. Ecco, quindi, che nella neve ritrovo questo.

 

 

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I baci d’amore

 

Uno dei mirabili Basia di Janus Secundus (1511-1536), notevolissimo poeta olandese del Cinquecento, perlopiù dimenticato o semplicemente ignorato, il quarto Basium per l’esattezza, nella mia traduzione, per altro nemmeno l’unica. Già, perché è parecchio tempo che mi sforzo di darne una resa che possa avvicinarsi in qualche modo alla bellezza dell’originale. Mi sforzo, certo; eppure, ogni volta noto dettagli che nelle precedenti mi erano sfuggiti o non avevo notato. La traduzione è così: il testo non muta, mutiamo noi che lo leggiamo e lo ritraduciamo, riflettendoci ogni volta nello specchio del nostro cuore.

 

 

Non dà baci, dà nettare Neera,

dà all’anima fragranze rugiadose,

nardo, timo, cannella e miele quale

colgono tra i rosai del monte Imetto

o tra quelli dell’Attica le api

e, circondato da virginee cere,

ripongono in cestini dentro il favo.

Se molti me ne dà da consumare,

in essi sarò subito immortale

e al banchetto starò degli dei grandi.

Ma risparmia, risparmia un tale dono,

o con me, Neera, Fa’ che tu sia dea:

non voglio mensa senza te di dei,

nemmeno se dee e dei, cacciato Giove,

mi fanno re dei rutilanti regni.

 

 

 

Penso sia utile riportare pure il testo originale, in faleci, come il modello, Catullo, cui ovviamente Secundus si ispira.

 

 

Non dat basia, dat Neaera nectar,

dat rores animae suaveolentes,

dat nardumque, thymumque, cinnamumque,

et mel, quale iugis legunt Hymetti,

aut in Cecropiis apes rosetis,

atque hinc virgineis et inde ceris

saeptum vimineo tegunt quasillo.

Quae si multa mihi voranda dentur,

immortalis in iis repente fiam,

magnorumque epulis fruar deorum.

Sed tu munere parce, parce tali,

aut mecum dea fac, Neaera, fias:

non mensas sine te volo deorum:

non si me rutilis praeesse regnis,

excluso Iove, di deaequecogant.

 

 

 

Conosco Janus Secundus ormai da anni, da quando cominciai a interessarmi alla letteratura neolatina europea oltre che italiana. Fui cooptato pure per un’antologia sul petrarchismo europeo del XVI secolo, i Lirici europei del Cinquecento (Milano 2004), e inserii anche alcune sue poesie da me tradotte. Non le rileggo più: non mi ci riconosco per nulla. E dire che, all’epoca, ne ero così soddisfatto. Eppure nel tempo siamo arrivati quasi a darci del tu, a chiamarci per nome: tra poeti e traduttori, come tra autori e lettori, spesso finisce così. Non è semplice studio: è ragione di vita. In tal senso ha ragione Orazio a cantare: non omnis moriar (Odi III 6). La poesia, ossia la letteratura, rende eterni.

Il senso del tutto l’ho capito tardi, l’ho capito da solo, non certo al liceo o all’università, quando non si studia per noi, come sostiene giustamente Seneca per cui non vitae, sed scholae discimus (Lettere morali a Lucilio CVI)12. E non è la solita excusatio non petita, no: è ragione di vita la poesia. Per questo carmina non dant panem, eppure la poesia è più essenziale dell’aria che respiriamo, di quel che mangiamo. Anche la traduzione ha la sua autonomia e non solo di significante, ma soprattutto di significato. Intendo dire che questi versi sono miei nella stessa misura degli altri. Altro che la versione esatta che si ricercava al ginnasio, che pure ricordo con disincantata nostalgia.

 

 

© Federico Cinti

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A Roberto

 

Linea d’ombra impalpabile,  nascosto

procedere oltre. Tutto trascolora

in questo tempo breve. Muore agosto,

foglia ingiallita appesa all’ultima ora.

 

Obliquo il sole indugia in un riposto

spicchio d’azzurro. Fresco il vento sfiora

il mattino silente. Nessun posto

rimane intatto. È sempre come allora,

 

da chissà quanti secoli. Roberto,

eppure è questo il giorno: l’hai atteso

un anno e adesso è qui. La festa, certo,

 

non s’elude. Nell’animo sospeso

il gioire, gli auguri, il volo aperto

di quest’attimo, brivido sorpreso.

 

 

Anche agosto va via. Nulla di male: è solo il tempo che scivola impercettibilmente. Qualcuno direbbe pure malevolmente, quasi per dispetto, se nel fugaces di Orazio vogliamo vedere una volontà avversa. Eppure, prima o poi proverò a bisticciare pure con quell’ode, la II 14: «Ahimè fugaci, Postumo, Postumo, / scorrono gli anni». Ecco, la farei cominciare così, la mia ode intendo, anche se si perde la malevolenza di quel predicativo. Oh, tutto non si può avere. Non di questo, tuttavia, intendevo parlare. Ci tenevo solo ad augurare a Roberto un buon compleanno. In tal modo, spero d’aver svolto diligentemente il mio compito. Il rito va onorato in ogni sua parte; altrimenti, a che serve eternare per verba e per versus ogni istante? Ogni cosa scivolerebbe via, cancellata dalla pioggia edace, l’imber edax di un’altra ode di Orazio, la III 30.

Ecco, agosto se ne va. Mal sopporto che qualche cosa finisca: mi vedo come al di qua di un confine, di una linea, che pure non voglio oltrepassare. Per questo, forse, non amo partire e non amo ritornare. Il viaggio, lo confesso, non è proprio nelle mie corde. Nascere alla fine di un mese genera questo sentimento in me. scrivo il sonetto, come eterno dono di un attimo che ha bisogno di essere fermato, reso unico. Del resto non mi curo. Me lo sento addosso, con un certo fastidio: inizio e fine, ciclo che si perpetua. Ma fino a quando? In ciò il rovello, l’ansia di quella soglia oltre cui non si sa che cosa ci sia. Forse il tempo è solo un’illusione.

A Roberto, però, gli auguri penso di averli fatti. Una riflessione, certo, non un biglietto anonimo di quelli in vendita ovunque. Un po’ di me dovevo mettercelo. E poi domani ricomincia formalmente la scuola e non mi sento pronto. Vorrei festeggiare anch’io, come se non ci fosse un domani. L’ora della sospensione è ciò che si può sperare e augurare più di tutto.

 

 

© Federico Cinti

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Carpe diem

 

Ogni tanto mi prendo il lusso di confrontarmi – potrei quasi azzardare di litigare – con Orazio, perché le volte in cui , per qualche arcano motivo, mi rimetto a dialogare con lui, mi imbatto sempre in qualcosa di nuovo. Tralascio il cimento della traduzione poetica, impossibile per definizione, eppure ineludibile. Mi riferisco in particolare all’Orazio lirico, non al pur mirabile «satiro», secondo la definizione dantesca (Inf. IV 89). E così mi ritrovo davanti a quel «monumento più perenne del bronzo» (carm. III 30, 1), quasi come si ritorna a visitare un luogo dell’anima.

Quest’oggi sono alle prese con il carmen I 11, solitamente noto come carpe diem, anche se non ha titolo. Ne ho tentato diverse rese, ma a rimeditarle non reggono il paragone con l’originale. Scoperta ovvia, si potrebbe pensare. Ne propongo un’altra che non mi pare disdicevole, frutto di quell’attimo che fugge, dell’hic et nunc, se si vuole del carpe diem.  

 

 

Non chiedere, sacrilego è sapere,

che fine a me, che fine a te gli dei

hanno dato, Leuconoe, e non tentare

i calcoli caldei. Oh come è meglio

sopportare ogni cosa del futuro!

Conceda Giove molti inverni o solo

quest’ultimo, che fiacca ora tra opposte

scogliere il mar Tirreno, tu sii saggia,

filtra il vino e recidi al breve spazio

una speranza lunga. Mentre noi

parliamo, il tempo sarà già fuggito

pieno d’invidia. Cogli il giorno, senza

dare il minimo credito al domani.

 

 

Il mio dialogo s’arricchisce d’altri due interlocutori, Eugenio Montale e Giacomo Leopardi. Chissà perché, ma non mi ero mai accorto che all’immagine della recisione fa eco l’imperativo negativo di Non recidere, forbice, quel volto. Contesti diversissimi, certo: non parlo di allusioni o citazioni. Quel che mi stupisce, tuttavia, è la strana coincidenza. Esortazione e negazione: «recidi» e «non recidere», modi solo apparentemente opposti di considerare il presente. La «cicala» vive il presente, come nella favola di Esopo: prende alla lettera il precetto di vivere completamente il giorno, ascrivendolo a guadagno, perché non dà credito al domani. Avevo alluso a qualche cosa di simile in Auguri in ritardo ad Alberto. Anche l’autore delle Occasioni così conclude il suo breve componimento: «e l’acacia ferita da sé scrolla / il guscio di cicala / nella prima belletta di novembre». Suggestioni, nulla di più. Leggere diventa un mosaico da decostruire e ricostruire, mentre si riaffaccia L’ombra di Narciso.

Riguardo a Giacomo Leopardi gli addentellati sarebbero più precisi, ma non vorrei svelare le mie carte: il testo mi pare già tanto eloquente. Ci sarebbe da chiedersi, forse, perché abbia legato quell’immagine alla «memoria». Noi coincidiamo, questo sì, con la nostra capacità di ricordare e di sperare: in questo senso si dispiega tutto il componimento e il gioco di specchi che lo attraversa. Il Recanatese è fin troppo intriso dei classici per non farmi buttare il cuore al di là dell’ostacolo. Prima o poi mi profonderò in qualche interpretazione più ardita.

 

 

© Federico Cinti

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