Quid est veritas?

 

Quasi spina nell’anima, quel volto

un’ombra oscura prona alla sua sorte.

In un attimo il tempo fu dissolto,

duello della vita con la morte.

 

Erano solitudini contorte

sul silenzio degli occhi ormai sepolto

tra l’inerzia del buio. Oltre le porte

vane del cuore un battito irrisolto.

 

Eternità dell’essere, un sussurro

resta sospeso, l’ultimo sorriso

in cui si svelò il senso. Nel supplizio

 

tremendo un nuovo mondo, un nuovo inizio:

al di là del suo legno, un grumo intriso,

sudore e sangue, un alito d’azzurro.

 

 

Devozione popolare, certo, quella del pettirosso con la macchia di sangue sul petto candido, ricordo e dimensione di un’epoca in cui tutto era simbolo, rappresentava se stesso e contemporaneamente altro. era così, «il pettirosso: dalle siepi s’ode / il suo sottil tintinno come d’oro» (G. Pascoli, Arano, 9-10), capace di un gesto eroico, togliere la spina più grossa dalla fronte incoronata di Cristo per farne sgorgare un flusso di sangue liberatorio. Ecco, allora, il rosso sul niveo candore del petto a perpetua memoria di quell’atto, simile all’usignolo di Oscar Wilde che dà la vita per l’amore vero, l’amore puro, trafiggendosi il cuore con la spina della rosa più bella.

Una trafittura, certo, simile a quella nella carne di Paolo, cui datus est stimulus carnis eius (cfr. 2 Cor 12,7), una spina che fa sanguinare l’anima di dolore. È ciò che si prova dinanzi alla verità senza veli e senza infingimenti, il bisturi che ferendo guarisce. È la domanda delle domande, soprattutto in un tempo di relativismo esasperato come è il nostro: che cos’è la verità? L’incredulo Pilato la rivolge a un re senza scettro e senza dominio, al re dei Giudei. Di lì a poco quel cuore sarebbe stato trapassato nel suo intimo, il velo del tempio si sarebbe squarciato nel mezzo a rivelare il sancta sanctorum, la terra si sarebbe aperta in un tremore a preparare il cuore a una dimensione metafisica, superiore, ultima.

 

 

 

Era la precarietà dell’essere il vero vulnus, la vera colpa, il vero peccato. Ritrovarsi davanti a sé, come in uno specchio, visti come dall’esterno, come veramente si è e non più come ci si rappresenta. Ecco la verità, quella che sconvolge. Il re era nudo sul serio. Su un colle brullo un’esecuzione: tre uomini e il loro supplizio in un silenzio di condanna. Poi il buio, la notte senza limite, il nulla, finché dalla profondità della terra tutto mutò di segno. Alla domanda radicale, quid est veritas?, la risposta, altrettanto, radicale, vir est qui adest, l’uomo che ci sta davanti e la sua croce.

 

 

© Federico Cinti

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Nel giorno del mio compleanno

 

Il sedici gennaio compio gli anni.

Lo dico con l’intento che nessuno

si dimentichi: è un giorno di una certa

entità. Io festeggio come posso,

dove posso e se posso. Ecco, mi scrivo

il biglietto da solo, inusuale

capriccio di chi scrive sempre agli altri

i suoi auguri. Il resto non m’importa:

già è uno strappo alla regola. Oggi è festa

e conta questo. Di metà gennaio

non è scontato. Ho condiviso, un tempo,

negli angusti recessi della vita,

anche di più di quanto io faccia adesso.

Il tempo è una variabile e non altro:

oggi è così e non me ne faccio un cruccio.

Capita, tutto qui. Nel vento l’ora

oscilla, eterno pendolo mai domo,

mai sazio di percorrere il suo trito

percorso. In questo attendere sospeso

i miei occhi si perdono guardando

oltre, anzi altrove. Eppure, è festa,

gioia di un giorno di metà gennaio.

Lascio ogni cosa come sia e che sia.

In me c’è questo. Un alito di senso,

accenno di una luce che rischiara

nel buio delle tenebre, s’avverte.

Non so, questo mi basta per adesso:

il sedici gennaio compio gli anni.

 

 

Ecco, oggi tocca a me. Una volta all’anno direi che sia accettabile. Ogni cosa ha la propria misura e il proprio respiro. E poi anche compiere gli anni è divenuto impegnativo, non tanto per l’età, quanto perché si rischia sempre un eccesso. Non che mi dispiaccia questo giorno, no; il fatto è che per un momento i riflettori si accendono su di me e non amo troppo il protagonismo, almeno per queste cose. Mi piacerebbe più per la letteratura, ecco; allora sì che potrei avere qualche cosa da dire. Diversamente, spero semplicemente passi in fretta.

Di questo giorno così strano prediligo l’affetto che tutti dimostrano. In un’epoca così ossessionata dalla frenesia, regalare un po’ del proprio tempo agli altri è un grande balsamo: fa sentire che non siamo inutili. Almeno per un giorno. Non passare inosservati è un esercizio di non piccolo momento. Ogni tanto mi è riuscito, ma ormai con i social non è più così facile. Bisognerebbe non fornire alcun dato e allora si sarebbe completamente anonimi. Ma pure questo non è che sia giusto. Contemperare, diciamo così, sarebbe bene. L’amicizia, in fondo, si avverte quando è spontanea, sentita veramente nell’anima.

Insomma, spero che chi mi stima e mi vuole bene si ricordi in qualche modo di me. Questo sarebbe il più bel compleanno. Naturalmente, da alcune persone mi aspetto più di altre un gesto, una parola, una telefonata. So che non mancheranno, altrimenti mi farò vivo io per recuperare quello che l’incuria assieme alla sbadataggine si è dimenticata di donarmi. Questo è il regalo, quello vero, poter condividere con chi si ama il giorno del proprio compleanno. Quest’anno non ricordo più nemmeno quanti siano. Non è importante. Mi bastano gli auguri, tutto qui. Non starò nemmeno a ripetere che «il sedici gennaio compio gli anni»: l’ho già detto tre volte e mi pare basti, soprattutto a chi non si era ricordato.

A chi dico io, poi, regalerò una bella rosa rossa, come nella famosa novella di Oscar Wilde, L’usignolo e la rosa, ma con un lieto fine questa volta.

 

 

 

© Federico Cinti

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