Auguri ad Anna

 

Attesi sulla via. Di nuovo il giorno,

nulla dintorno, proprio come ieri.

Nel sogno c’eri, ma smarrii il ritorno.

 

Aureo contorno, pallidi sentieri,

ricordi veri, pure tu lo sai,

opachi ormai, indicibili pensieri.

 

Canti sinceri quelli che cantai,

che conservai nel tempo che divora.

Ho in mente ancora ciò che ti donai.

 

Io lo imparai: era l’alito dell’ora.

 

 

 

Un tuffo nei ricordi, nulla più, nelle parvenze – me lo si conceda– di «colüi che sognando vede, / che dopo ’l sogno la passione impressa / rimane, e l’altro a la mente non riede» (Par. XXXIII 58-60), in un giorno così particolare. Un viaggio all’indietro, eppure senza ritorno, simile a quello di Orfeo per la sua Euridice. All’interno di sé, nel proprio petto, come nel cuore della terra. Ma mai volgersi indietro: questo lo s’impara un po’ per volta a proprie spese. A me almeno è capitato così. Echi di echi, in cui s’ «ascolta nella cava ombra infinita / le grandi querce bisbigliar sul monte» (G. Pascoli, Alexandros, VI 59-60).

Nel tempo che scorre inesorabile ci si sente, «dopo il naufragio» – leopardiano? – «un superstite / lupo di mare» (G. Ungaretti, Allegria di naufragi, 4-6). Ripensare a quella piazzetta che obloquitur numeris septem discrimina vocum (Virgilio, Aeneis VI 646), oggi, fa un certo effetto. Eppure, piazza San Michele, nei pressi di Casa Rossini, dove abitava il grande pesarese, beh… fa un certo effetto. Non so più nemmeno quante volte ci sono passato e quante volte, ancora, ci passerei, se me ne fosse data la possibilità. Un luogo incantato, perché luogo della memoria, della mia memoria. Le lancette dell’orologio, del mio vecchio orologio, si sono fermate allora. Lo ammetto così, con un moto di triste meraviglia, ma forse nemmeno troppo triste.

 

 

 

Va bene così. Si tratta solo di non perdere il passo nella corsa. L’impressione che ho, adesso, è di vedere tutto come di lontano, nel film in cui l’attore è un altro. registro, non c’he che dire. Mi rivedo da fuori, in quei luoghi, immerso in quei pensieri. Ogni età ha i propri riti, i propri luoghi. Ora ne sorrido, certo. Il resto non conta più, anche se sono qui a parlarne, come mi capita dopo l’ultimo libro che ho letto. L’impressione è vivissima, tanto che ce lo si sente addosso. Ma va bene, va bene così. Altri forse ne parlerà meglio di me, anche se i nomi non saranno quelli che ho in mente io. Perché in fondo, in una ricorrenza come questa, nulla si può dare per scontato. Lo ripeteva spesso il nostro professore di latino, Novello Baldoni, che qui evoco perché tanto so che non legge, che ognuno ha ciò che si merita. Oggi lo posso affermare con una certa tranquillità pure io: homo faber fortunae suae. Ma ci sta, perché il nostro dialogo non termina qui, come non termina la mia corsa. E questo giorno pure passerà, come gli infiniti altri in cui ci sarà dato ritrovarci, anche solo per poco, come alla fine di una pagina.

 

 

 

© Federico Cinti

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Enea e Didone

 

Allo specchio dell’anima il tuo volto

era di una bellezza senza fine:

nel cuore le macerie, le rovine

esuli di uno spirito irrisolto.

 

All’inatteso naufrago il tuo ascolto

eternò il tempo all’ultimo confine

e mareggiò quell’essere tuo affine

tanto al mio nell’immagine sepolto.

 

Dialogo senza termine di giorni

infiniti, infinita nostalgia

dove tutto si può, tutto s’impara.

 

Ora tu sei, mia dolce luce chiara,

nell’ansia dileguata sulla via,

il senso di partenze e di ritorni.

 

 

eppure, come racconta il «divin poeta», andò proprio così, andò che Enea e Didone si amarono al di fuori del tempo e dello spazio. naufrago e profugo il primo, fuggitiva e perseguitata l’altra. Così, si ritrovarono (o ritrovarono se stessi?) l’uno di fronte all’altra, come l’Italia all’Africa. Due universi, due destini, irrimediabilmente uniti e divisi dal mare. s’incontrarono sulla soglia dei mondi, ai margini del tempo. S’incontrarono e s’amarono. Due metà che si fusero insieme e confusero, completandosi a vicenda come frammenti di simboli ritrovatisi a un tratto e per sempre. ella «ruppe fede al cener di Sicheo» (Inf. V 62), bevendo nello specchio degli occhi riflessi nei suoi, egli «che pria da Troia, per destino, ai liti / d’Italia e di Lavinio errando venne» (A. Caro, Dell’Eneide, I 2-3) fu raccolto dopo i l naufragio e naufragò di nuovo in altre acque.

 

 

 

Viaggio di viaggi, racconto di racconti, partenze e ritorni sull’infinita via ondosa, liquido amniotico perpetuamente in moto in cui nascere e rinascere. In Didone, non c’è proprio dubbio, Enea s’imbatte nella sua Calipso, nel suo nascondimento. In lei l’eroe vide il possibile sogno della felicità, quel sogno di vanità, sogno d’oblio in cui avrebbe potuto smarrirsi un’altra volta non solo invano, bensì per sempre. non avrebbe ripreso mai più l’immenso piano azzurro, il «marin suolo» (Inf. XXVI 129) d’Ulisse. Didone è pronta ad accoglierlo senza riserve. La città che tanto cerca è davanti ai suoi occhi, è nella sua regina. Enea non vuole riprendere il pelago, ma fermarsi e contemplare a destra il sole sorgere e nel suo corso occiduo a sinistra cadere «non molto lunge al percuoter de l’onde» (Par. XII 49): «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20)

Aeneae et Didoni et nobis loquor. Questo, forse, avrebbe dovuto essere il vero titolo, l’autentico senso del riflesso in cui ci si vede da fuori. Nulla vale il sorriso di scoprire che tutto già fu scritto e che si può riscrivere. Nell’oltracotanza di sostituirsi al genio si dà il continuo progresso, eterno volgersi e rivolgersi indietro. S’attua il ciclo, anche se non lo si scorge all’istante, anche se i più fingono non esista. Il cerchio, in fondo, altro non è se non l’espansione del punto nello spazio, su cui è possibile sollevare con Archimede l’intero universo. Il ciclo in cui inizio e fine non esistono è il tempo che rende possibile il fiorire e lo sfiorire. Nulla di più. Ecco Enea e Didone, ecco il nostro ritrovarsi in loro. Non fu un caso, allora, sentire nella voce di una donna l’eco della conchiglia che ripeteva la nostra storia, il nostro amore.

 

 

 

© Federico Cinti

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Fuoco perpetuo d’amore – Amoris ignis perpetuus (Sambucus XL)

 

Guarda la torcia: di qua lenta consuma al suo fuoco,

di là in una fiammata rapida si dissolve.

Vede l’amante l’amata dolcissima e triste si strugge;

è colto, pure assente, da piaga insanabile.

 

 

Niente di eccezionale, convengo; ma, davanti agli emblemata, io non riesco a non fermarmi, almeno un attimo. Li leggo, li rileggo, mi ci specchio. Non mi so sottrarre al certame e gareggio, mi provo pure io. Togliere la polvere ai secoli è un attimo. Qualcuno mi direbbe, forse con qualche ragione, quieta non movere. Eppure, non ne posso fare a meno, soprattutto oggi che tutto si riduce a una forma nuova di trasfigurazione emblematica: titolo, immagine, didascalia. Semplice, no? Intuizione geniale di Andrea Alciato, più giurista che poeta, almeno nella sua vita. quando leggo questa produzione apparentemente così lontana da noi, mi viene sempre da chiedermi se nasca prima l’occasione o la poesia. la risposta è insita nella domanda, è chiaro; ma quanto più è breve il testo tanto più si fa legittima. Ci pensavo a proposito di Marziale e dei suoi quindici libri di epigrammi. E dire che mi avevano anche chiesto di tradurlo. All’epoca non ne sarei stato capace. Adesso? Chissà, adesso mi potrebbe pure venire l’uzzolo di cimentarmici.

Eppure, di che cosa si deve parlare se non dell’amore? Qui è rappresentato da una torcia, una fiaccola che arde perpetuamente, come dice il titulus. Si consuma interamente da una parte e dall’altra è un fuoco inestinguibile. Tutto nasce dal verso petrarchesco «che da lunge mi struggo et da presso ardo» (Rvf CXCV 14), come ricorda il commento a corredo del quarantesimo Emblema di Sambucus, Amoris ignis perpetuus. Nello stesso commento ci si rifà anche alla passione amorosa di Saffo per Attide, la giovane appartenente al tiaso gestito dalla decima Musa, e a Didone, la pulcherrima per eccellenza, che caeco carpitur igni (Aen. IV 60).

 

 

 

Era il mio mondo e lo capii al meglio proprio quando mi fu chiesto di collaborare a un’antologia sulla poesia petrarchista del Cinquecento. Una vita fa, lo ammetto. Io stesso ero ben altro da quel che sono, anche se non sarei mai ciò che sono diventato senza quel percorso così strano cui mi hanno condotto i miei interessi, scoperti un po’ per gioco e un po’ per caso. In quell’antologia famosa, Lirici europei del Cinquecento (Milano, Rizzoli,) 2004) mi immersi completamente in quel mondo e ne uscii diverso. C’era un po’ di tutto, c’era pure Iohannes Sambucus, strano personaggio anche nel nome, passato pure da Bologna, autore di poesie alle volte quasi al limite dell’oscurità. Questa sull’amore mi è piaciuta, anche se non la inserii nel novero. Ci sarebbe stata, certo ed era pure nel novero delle immagini petrarchiste. Ma so bene che sarebbe tutto da rifare, oggi che padroneggio meglio gli strumenti. All’epoca ero più sprovveduto di ora, anche se lo resto parecchio. Amo imparare, ecco, visto «ch’altro piacer che d’imparar non provo» (Petrarca, Triumphi, I, 21).

Sull’amore non so quanto io abbia imparato, forse niente di più di quel che si trova scritto nei libri. Ripeto a memoria che «amor est passio quaedam innata procedens ex visione et immoderata cogitatione forme alterius sexus», come suggeriva Andrea Cappellano, e mi stupisco. Sì, mi stupisco sentirlo risuonare in me, come eco lontanissima, come nei versi baudelairiani della sconosciuta, apparizione e sparizione degna dei fedeli d’amore, che scorgevano l’amata passare «per via adorna e sì gentile / ch’abassa orgoglio a cui dona salute» (G. Guinizelli, Io voglio del ver la mia donna laudare, 9-10). Anche a me è capitato, non lo nego, ascoltando la voce celestiale di una figura eterea e di sentirmi annegare in quella luce senza tempo. Chissà, retaggi letterari. Tutto qui.

 

 

 

Quasi dimenticavo di riportare pure l’originale: sì, lo avevo aggiunto in nota, ma la pigrizia di molti che conosco è superiore a quella di Belacqua.

 

 

Amoris ignis perpetuus.

 

Hinc taedam ut suus ignis edat teretem, vide

Illinc ut rapido male liquitur a rogo.

Visae tabet amans miser igne puellulae:

Absens tabifico haud minùs ulcere carpitur.

 

 

© Federico Cinti

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Ombra di vita

 

A un fil di sole gelido il pensiero

della malinconia. Senza ritorno

da allora il viaggio. Inutile sentiero

in questo giorno.

 

Oltrepassata è l’ombra, arduo confine

sul tempo inarrestabile. Sussurro

tenue al di là del margine, oltre il fine

eterno, azzurro.

 

Fu ciò che non è più. Dilegua l’ora

attardatasi adesso, impallidita

non si sa dove. Tutto trascolora,

ombra di vita.

 

 

sembra passata ormai un’eternità; eppure, ieri era solo il 22 di settembre, mercoledì. Qualcuno mi ci ha fatto pensare, da lungi, come voce nel cuore simile a conchiglia in cui è racchiuso tutto il mare dell’universo. Il 22 del mese, come quel giorno d’aprile, per giunta mercoledì. No, non era una ricorrenza, bensì solo un giorno che ne richiamava un altro, occorso inaspettatamente. Avrei voluto dirtelo, senza problemi, ma è andata così, quasi in sordina. Un tempo senza età, lo sapevamo bene. Nulla lasciava presagire il silenzioso vuoto della panchina su cui attendere l’ora che passa. Mi ci sono ritrovato, come allora, come sempre.

Nulla di più, sai? è andata così, senza che lo volessimo o potessimo immaginare. È arrivato l’autunno, quello vero, quello non atteso. Un brivido ha gelato la terra, antico specchio in cui si rifletteva l’infinità dell’attimo, già detto, già sentito, «come d’autunno si levan le foglie / l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie» (Inf. III 112-114). Adesso resta l’ultima eco ungarettiana, passata attraverso il Dante infero, il Virgilio epico (Aen. VI 305 e 309-312), l’Omero iliadico (Il. VI 145-149), «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie» (G. Ungaretti, soldati), ad ammonirci.

Ed ecco il vento tra le piante e «di foglie un cader fragile» (G. Pascoli, Novembre 11), anticipo e compimento, almeno in un pensiero di malinconia. In fondo, dove sai e sapevi prima di me, il Reno scorre placido, acqua lenta sotto il ponte inamovibile della memoria a suggello di quel che sappiamo. Era il solito quieta non movere assieme al mota quietare. Tutto è sempre metafora di tutto: avrei dovuto imparare la lezione, ma ogni volta mi stupisco quasi fosse la prima. Perdonerai la mia ingenuità. Ti attendo qui, tra la panchina e il ponte, senza proferire verbo, in un silenzio meditabondo. Non era il tuo giorno, no, Stefano; eppure, sei stato qui presente.

 

 

 

© Federico Cinti

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Placida nostalgia

 

Assorta l’ora pallida

giace, eco impercettibile nell’anima

inerte. Antiche immagini

udite oltre l’abbaglio, linea fragile

 

laggiù, oltre l’ombra vacua

in cui sognare. Ennesimo rifugio

appena conoscibile,

musica ignota, eppure così prossima,

 

eppure così vivida,

laggiù, nel quieto margine in cui perdersi:

come in un incantesimo,

hanno i pensieri il volto delle favole.

 

Inutile rivolgersi

ora indietro a cercare: in questa placida

nostalgia lento indugia

il desiderio ad ascoltare un palpito.

 

 

In questa fine d’agosto sembra sul punto di finire l’estate, anche se ancora un mese ci separa da quello che Orazio definiva malinconicamente pomifer autumnus (carm. IV 7, 11), nel ciclico avvicendarsi delle stagioni, la cui eco ritrovo in questi versi carducciani, «m’asconda ella gl’inanimi / fiori del giovin anno: / essi ritorneranno, / tu non ritorni più» (G. Carducci, Primavera classica, 21-24), seppur invertiti di segno. Nella contemplazione della natura che inesorabile procede si risolve ogni contraddizione, l’anticipo di quel che già sappiamo e che un poeta esprime con forza meglio di qualsiasi ulteriore riflessione: «Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto, / nelle piogge di settembre / torrenziali e piangenti / e un brivido percorse la terra» (V. Cardarelli, Autunno, 1-5).

In questo scorcio d’agosto tutto torna, anche il sole obliquo in attesa della sera. Così almeno mi pare, in giorni sempre più brevi e quasi lontani da quel giugno ristorato, diciamo pure così, «di luce e di calor» (G. Carducci, Pianto antico, 8), come il famoso «muto orto solingo» (Id., Ibid., 5). Senza stupore, certo, ritorna il pensiero di ciò che fu in ciò che sarà. Penso a me, alla linea che separa questi giorni dagli impegni professionali e mi risento nei versi pascoliani in cui si ricorda che «chioccola il merlo, fischia il beccaccino; / anch’io torno a cantare in mio latino» (G. Pascoli, O vano sogno, 11-12), che altro non è se non la citazione di uno dei più grandi fedeli d’amore di «cantin[n]e gli auselli / ciascun in suo latino» (G. Cavalcanti, Rime, I, 10-11). Eppure, anche questo ha un suo fascino ineludibile, il fascino della fuga verso lidi lontani, dove la fantasia apre a mondi senza limiti e confini.

In quest’ultima decade d’agosto ogni cosa pare ancora sospesa, tra il qui e l’altrove in cui tutto si fa possibile, come un’antica musica lontana, nell’anima, sentita e risentita «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 6). perché si vive, certo, si vive in questo punto dinamico sulla retta dell’infinito, con alle spalle ciò che non è più e innanzi agli occhi quel che non c’è ancora. È una sfida continua oltreché un tornare ritornare alla propria isola, in fuga da Calipso, dal nascondimento in cui alle volte ci si smarrisce. Il sole estivo può dare tali dolcezze dabbagli0.

In questo tornare e ritornare, è ovvio, qualche cosa può restare indietro. Ecco, non dico d’aver fatto apposta, ma, per riprendere il venusino più famoso degli ultimi duemila anni, Orazio, damna tamen celeres reparant caelestia lunae (carm. IV 7, 13). Ebbene, tutto resta poi al fondo di quella conchiglia che è il cuore umano a ripetere le emozioni già vissute e mai scordate. In questo non ci sono giorni uguali agli altri, ma un continuo fluire ininterrotto. E tornano a biondeggiare i campi prima che la falce mieta le messi così prospere, così vere, e torna quindi a rosseggiare, come nei dipinti bucolici dell’età dell’oro cantata da Virgilio, l’uva dalle siepi.

 

 

 

© Federico Cinti

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