Nel cuore del poeta

 

Frulla l’idea. Nel cuore del poeta

ride il genio. L’immagine scintilla

alchemica del sogno. Un po’ di creta

nelle mani, nell’occhio la favilla

 

celeste di Prometeo: a stilla a stilla

ecco a un tratto l’essenza più segreta

spira di vita nella sua pupilla

chiara. L’anima ancora si fa lieta.

 

Antica vanità, la fantasia

blandisce il tempo. Nell’eterna urgenza

assorto sembra il volto nel miraggio.

 

La via procede, ricomincia il viaggio

di chi vede e non sa. L’indifferenza

impedisce alla vista ogni poesia.

 

 

ogni tanto penso di non essere io a scrivere. Altri già l’hanno detto, certo, e molto meglio di me; eppure, mi stupisco ancora di come un pensiero, un mio pensiero, possa diventare poesia. chissà, forse «possa» è troppo pretenzioso e sarebbe meglio sostituirlo con «ardisca». Non è il singolo a essere poeta, questo è ovvio, bensì i suoi lettori a riconoscerlo tale, anche se oggi pare piuttosto il contrario. A ogni modo, «frulla a un tratto l’idea» (G. Pascoli, Il cacciatore, 1) e la si deve cogliere, cui fa eco «il frullo che tu senti non è un volo, / ma il commuoversi dell’eterno grembo» (E. Montale, In limine, 5-6).

Ecco, avevo chiesto ai miei studenti di scrivere un sonetto. Pretesa troppo alta? Forse. Ma chi decide del limite altrui? Ci si deve pure inoltrare oltre la soglia, «vaghi già di cercar dentro e dintorno / la divina foresta spessa e viva» (Purg. XXVIII 1-2). La poesia si coglie dalla viva foresta di simboli, per parafrasare il buon Baudelaire, da quel tempio già neoplatonico che è la natura, fuori e dentro di noi. «Frulla» appunto «l’idea» «sulle soglie / del bosco» in cui non «odo / parole che dici / umane» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 1-4), sia essa o non sia «in su’l lito di Chiassi» (Purg. XXVIII 20), come il Paradiso terrestre.

Era solo la richiesta di un sonetto, come faccio con tutti i miei studenti delle classi nuove, nulla di più. La poesia è anche mestiere, non neghiamocelo. Leggerla non basta. A me non basta, almeno, per entrare nella fucina del poeta e non solo perché egli sia «un grande artiere, / che al mestiere / fece i muscoli d’acciaio» (G. Carducci, congedo, 19-21), bensì perché è inaccettabile che tutti si dedichino alla composizione di versi senza averne coscienza e contezza. Perché fruttifichi, il campo va arato, come suggeriva l’anonimo autore dell’Indovinello veronese, per cui «se pareba boves / alba pratalia araba / et albo versorio teneba / et negro semen seminaba». In fondo, «quando / amor ci spira, notiamo, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro andiam significando» (Purg. XXIV 52-54), ma solo se abbiamo l’umiltà di chiedere al «buon Appollo» di «farci del suo valor sì fatto vaso» (Par. I 13-14), perché veramente l’autore è un altro, è quel dio presente nella parola «entusiasmo», come sottolineava pure l’ovidiano est deus in nobis (Fasti VI 5), ripreso ancora da Berchet nella Lettera semiseria. A chi scrive l’obbligo del labor limae, usando gli strumenti dell’arte, cosicché «le nove Muse ci dimostrin l’Orse» (Par. II 9).

Anch’io ho fatto il mio compitino: ho scritto il mio sonetto sulle gioie e le pene del poeta. I miei studenti lo hanno apprezzato, quando l’ho proposto alla lettura. Ora attendo i miei piccoli poeti: attendo che anch’essi siano presi dallo stesso entusiasmo che ritrasformi l’otium in vero tempo libero da dedicare a se stessi, come Titiro confessa a Melibeo: deus nobis haec otia fecit (Virgilio, Eclogae I 6). Non resta che appassionarsi, riappropriarsi dell’ardore che investe da sempre lo studium. Io ci provo, tutto qui. Ci provo a non lasciarmi fagocitare. Il più è riuscirci.

 

 

 

© Federico Cinti

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Sulla tomba di Dante

 

Eri lì, a un soffio. L’anima mi tacque,

tenue nel turbamento. Nulla intorno,

solo il cristallo attonito delle acque.

 

Profondai dentro i secoli. Il contorno

una pietra scavata, assorto gelo

di vanità. Impossibile il ritorno.

 

Apparve e sparve nella nebbia un velo

d’inconsistenza, assorta nostalgia

scritta nel cuore, anelito di cielo.

 

Riposava il sospiro. La poesia

risuonava, eco antica, onda di mare

nella conchiglia tremula. Per via

 

il senso del perenne limitare.

su quella soglia meditai. Ti vidi

e non ti vidi più. Dolce sognare

 

quel tempo, quell’età. Pallidi gridi

oltre l’ultimo segno. Un’ombra vana

aleggiava insensibile tra i lidi.

 

L’ora fuggiva. A un tocco di campana

trasalii. Tu eri lì, ermo miraggio

d’inciampo: eri l’immagine lontana

 

dell’incessante fremere del viaggio.

Ero lì, dove adesso è il tuo tesoro

più autentico. Fu un raggio dentro un raggio,

 

fu l’immortale gloria dell’alloro.

 

 

Tutto è ancora così, com’era allora, tra l’azzurro di quel cielo e di quel mare, perché «Ravenna sta come stata è molt’anni», e così resterà in Aeternum, anche se «l’aguglia da Polenta» più non «la si cova» e «Cervia» più non «cuopre co’ suoi vanni» (Inf. XXVII 40-42). Tutto è ancora così, come tra il 13 e il 14 settembre 1321, quando il divin poeta, di ritorno da una missione in quel di Venezia, infermava di malaria e passava a miglior vita, anche se già allora era leggenda la fine tragica di Francesca la cui «bella persona / le fu tolta» con tanta ferocia e «il modo» per sempre «l’offende» (Inf. V 101-102). Tutto è ancora così, come nelle parole del cesare Giustiniano, nel cui ricordo l’azione folgorante dell’aquila imperiale, «il sacrosanto segno» (Par. VI 32), «poi ch’elli uscì di Ravenna / e saltò Rubicon, fu di tal volo, / che nol seguiteria lingua né penna» (Par. VI 61-63), anche se oggi non è più così in rigoglio «la pineta in su ’l lito di Chiassi» (Purg. XXVIII 20) da assomigliare al Paradiso terrestre di Matelda.

Eppure, la tomba del «ghibellin fuggiasco» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 174), su cui mai fu inciso l’epitaffio di Giovanni del Virgilio, «Theologus Dantes nullius dogmatis expers» etc., oggi, oltre all’abbraccio dei secoli, aggiunge quello dell’acqua dell’Adriatico e in esso «si profonda tanto, / che dietro la memoria non può ire» (Par. I 8-9). Su quella soglia mi fermai a contemplare il sogno dell’immortalità, quel Non omnis moriar (Orazio, carm. III 30 6) che riecheggia «nel cor, presente / come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, alexandros, 35-36). Nell’acqua, l’elemento primordiale, sta l’arca del padre della lingua, il vate dell’eternità. Un silenzio sovrumano attinge l’orecchio in quell’attimo assoluto. Davvero nulla è invano, nemmeno la morte. Nel procedere querulo del giorno non pensai ad altro. dante era lì, a un soffio da me, in quella rarefatta «corrispondenza d’amorosi sensi» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 30). Tutto mi fu più chiaro, all’apparire del vero. Indugiai, certo, forse come mai più e in alcun altro luogo.

Era, credo, la gloria dei poeti, come la rivide il buon Guido nel solaio di Villa Amarena, quasi verso il tramonto d’un memorabile giorno autunnale, così, «tre ceste, un canterano dell’impero, / la brutta effigie incorniciata in nero / e sotto il nome di Torquato Tasso» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, IV 34-36). Era, credo, lo stesso grido di disperato orgoglio di chi mai, pur meritandolo più di mille altri, avrebbe meritato l’alloro, per cui «sì rade volte, Padre, se ne coglie / per trîunfare o cesare o poeta, / colpa e vergogna de l’umane voglie, // che parturir letizia in su la lieta / delfica deîtà dovria la fronda / peneia, quando alcun di sé asseta» (Par. I 28-33). Non l’amato alloro, non l’epitaffio d’un amico, bensì solo l’ombra d’un nome nell’infinita azzurrità del mare, a un passo da dove «il ponte di legno / mette a Porto Corsini sul mare alto / e rari uomini, quasi immoti, affondano / o salvano le reti» (E. Montale, Dora Markus, 1-4). Fui lì, certo, a un soffio, con in testa l’alloro di Dante.

 

 

 

© Federico Cinti

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A Luigi Pirandello il narcisista

 

Assidua vanità, tra il tutto e il nulla

langue meditabondo il lanternino:

urge il pensiero, il cuore si trastulla.

 

Inizia allo spettacolo il cammino:

grida l’ansia del vivere, frammenti

in un inesorabile declino.

 

Pulviscolo di sogni era Girgenti,

il cielo, il mare: immersa in uno specchio

rideva nei suoi frusti monumenti.

 

Attesa d’un ritorno, il nuovo e il vecchio

nuotavano tra le onde. Un’altra via

diceva il senso, luna dentro il secchio.

 

Evanescente immagine, armonia

labile nella forma, nelle vesti

lacere apparve il volto di Mattia.

 

Ombra d’un nome, nulla più, modesti

indizi d’una voce, d’una vita

lasciata oltre le palpebre ai pretesti.

 

Nell’acqua, al vento, soglia indefinita

alla vista su cui scivola il piede

radente, ardue macerie tra le dita.

 

Chi vive, quando vive, non si vede,

invito d’una maschera dissolta

senza un perché credibile. Procede

 

in silenzio, cercando, a volta a volta,

sotto un cielo strappato sul più bello:

tra il tutto e il nulla tacito ci ascolta,

 

ardua montagna, in dubbio, Pirandello.

 

 

Me lo immagino entrare e uscire «ciabattando», come era uso apparire e sparire Anselmo Paleari nel Fu Mattia Pascal, Luigi Pirandello, magari «scuotendo la cenere del suo sigaro» in chissà che frammento d’acquasantiera. Dissacrazione, tutto qui, sui frantumi di qualche desueto oggetto sacro oppure ghiribizzo d’una mente inquieta al di là dello sfacelo. L’inizio del secolo non era giunto invano: aveva fatto irruzione, fischiando e ululando, simile al treno in corsa di tante sue novelle. Entrava e usciva di scena, anch’egli sotto le mentite spoglie d’una maschera, quasi che l’autore avesse bisogno d’un artificio per irrompere nella vicenda narrata e dileguarsene. E bravo, Luigi: ora che hai preso il nome di Anselmo, credimi, tutto appare nella sua luce. Anche la «lanterninosofia», con i suoi rigurgiti di coscienza, m’appare meno inquietante. Una questione di specchi, come per Narciso, una vicenda di riflessi e riflessioni. Forse anche Bonn, dove si era laureato, non era poi tanto diversa, forse solo un po’ più fredda e cristallina.

 

 

 

Girgenti era là, ma sarebbe diventata quello che era stata, potenza evocativa dei nomi e delle loro corruzioni, Agrigento. Nel 1927, certo, quando Pirandello era già uno scrittore di successo, poeta romanziere drammaturgo. Eppure, i resti degli antichi templi non sembravano molto differenti dalla Roma postunitaria, umbertina. Ai suoi occhi era ciò che non poteva più essere, destrutturazione di un mondo senza epoche, se non nei libri di scuola. Ecco, l’eterno contrasto tra vita e forma o, per meglio dire, forma e vita. i luoghi non ne sono esenti, come affermava pure un’altra maschera dal naso storto di Pirandello, Gengè Moscarda, in Uno, nessuno e centomila.

Eppure, l’acqua, solo l’acqua rende possibile la prima immagine speculare. Anche a Miragno era stato così. lo aveva compreso subito Mattia che, tuttavia, era già un altro, aveva già deposto se stesso per prendere il nome, solo il nome, di tale Adriano, adriano Meis. In treno, naturalmente, sempre in treno. Lo specchio, questa volta, lo specchio inganna: nel guardare se stesso, Mattia vede Adriano o, più precisamente, Adriano non può che vedere Mattia. Anche quell’acquasantiera va in frantumi inesorabilmente. Anselmo Paleari non lo sa, Luigi Pirandello sì, confusione e diffrazione. Tutto non è come sembra, pur pretendendo di essere ciò che sembra. Lo sapeva, certo, lo sapeva che tutto quanto in vento et rapida scribere oportet aqua (Catullo, carm. LXX 4).

 

 

 

© Federico Cinti

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La leggenda dell’Almsee («Legende von Almsee») – «Nordseelieder»

 

Strapiombo di dirupi, cime brulle,

e la profondità verde dell’acqua,

su cui la fuga nera delle nubi

trova nel suo riflettersi uno specchio.

 

Un gabbiano vi giunge ad ali tese,

dalle nordiche estreme lontananze;

la lunga strada non ha alcun valore:

lo conduce la forza dell’amore.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Si vuole riposare nel canneto

e spiare in tralice il proprio amato;

da lì deve calarsi volteggiando

alto sopra le cime degli abeti.

 

E ripensa, ripensa ai lunghi anni,

in cui tutto, in cui tutto gli donava,

in cui visse e soffrì solo per lui,

sempre pronto a qualsiasi sacrificio.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Guarda, ora giunge il piccolo sparviero,

e il cuore batte rapido al gabbiano;

ma il gabbiano indispone lo sparviero

e quest’oggi ne ostacola ogni volo.

 

E la furia sfrenata del suo becco

colpisce dritto il cuore innamorato,

finché, ferito a morte per lo strazio,

non diventa di fredda, dura pietra.

 

«Ritornatene in fretta alla tua spiaggia!

Ritornatene subito al tuo mare!

Qui tra le asprezze del paese alpino

solo amaro dolore incontrerai».

 

Caldo sangue del cuore, rossi cerchi

nella profondità verde dell’acqua,

e l’eco manda un gemito sommesso:

«Una volta che è lì, è lì per sempre!».

 

 

Erano ormai lontani i giorni del «divino soggiorno a Ischl», come ebbe a definirlo Franzi, nell’agosto del 1853, il «divino soggiorno» dell’incontro e del fidanzamento, quando Sisi compose questi versi. Dopo più di trent’anni – siamo nell’agosto del 1885 a Ischl – di matrimonio nulla o quasi era più intatto, se non forse il trasognato ricordo del ventitreesimo compleanno dell’imperatore, il 18 agosto, e la benedizione con acqua santa del parroco della piccola cittadina termale, alle 11 del 19 agosto, presso cui si erano recati per scambiarsi le reciproche promesse di matrimonio. Da allora in poi la villa imperiale avrebbe avuto la forma di una «E», in onore di Elisabeth, nome di cui Sisi era diminutivo.

 

 

 

Sisi non era più la ragazzina intimorita di quei giorni estivi. Il gesto della zia Sofia, futura suocera, di cederle il passo all’ingresso della chiesa, ligio al cerimoniale di corte spagnolo, unica legge della famiglia imperiale, non l’avrebbe lasciata indifferente come quel giorno luminoso. Ormai, Sisi era il gabbiano in continua fuga dal mondo e da se stesso. Era sì imperatrice d’Austria, apostolica regina d’Ungheria etc., come iniziava il suo lungo titolo nobiliare, ma era soprattutto una donna infelice contro cui il destino non aveva ancora smesso d’accanirsi. Era finita per sempre «la favola bella / che ieri / t’illuse, che oggi m’illude» (G. d’Annunzio, La pioggia nel pineto, 29-31), l’amore che era stato promesso eternamente.

Il gabbiano, die Möve, ritorna dal Mare del Nord al lago incantato di Alm, dove l’attende der klein Sperber, il piccolo sparviero, per straziarle il cuore innamorato. Di nuovo, senza pietà, Caesar […] accipiter velut (Orazio, carm. I 37, 16-17) macchia le acque limpide di puro sangue. Eppure, il gabbiano fugge, fugge ancora e per sempre da quell’animale così piccolo e così molesto. Resta lo strazio di un cuore infranto che, per sopravvivere alla contingenza e alla storia, si deve fare freddo come il metallo e duro come la pietra.

 

 

 

Restano le acque del lago austriaco di Almsee a narrare gli eventi. Questa lirica è la prima di quattro, disposte in successione, nello scrigno segreto dei Nordseelieder (Canti del Mare del Nord), primo dei tre libri del Diario poeticoDas poetische Tagebuch – di Sisi. Anche se non è letterale, credo la mia traduzione colga il profondo senso poetico di questa confessione così amara e distaccata, una vera e propria leggenda che respira ancora tra quei monti incantati, in cui la verde profondità dell’acqua si fa specchio al nero delle nubi.

 

 

 

Di seguito l’originale tedesco:

 

 

Steile Wände, kahle Zacken

Und ein Wasser, tief und grün,

Wo sich schwarze Wolken spiegeln,

Wie sie ernst darüber zieh’n.

 

Eine Möve kommt geflogen

Von dem fernen Norden her,

Achtend nicht des weiten Weges;

Denn die Liebe führt sie her.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch nur bitt’res Weh!».

 

In dem Schilfe will sie rasten

Und nach dem Geliebten späh’n,

Dorten muss er niederkreisen

Über jenen Tannenhöh’n.

 

Und sie denkt der langen Jahre,

Wo sie alles ihm geweiht,

Nur für ihn gelebt, gelitten,

Jedes Opfers froh bereit.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch nur bitt’res Weh!».

 

Sieh’, da kommt der kleine Sperber,

Und ihr Herz schlägt höher auf;

Doch sie ist ihm ungelegen,

Hindert heute seinen Lauf.

 

Und den Schnabel unbarmherzig

Stösst er in ihr liebend Herz,

Dass es, bis zum Tod getroffen,

Fest erstarrt zu kaltem Erz.

 

«Kehr’ zurück zu deinem Strande!

Kehr’ zurück zu deiner See!

Hier im rauhen Alpenlande

trifft dich doch das schwerste Weh!».

 

Warmes Herzblut, rote Kreise

In dem Wasser, tief und grün –

Und das Echo wimmert leise:

«Einmal hin, ist ewig hin! ».

 

 

 

© Federico Cinti

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Martina e Domenico oggi sposi

 

Meraviglia, nell’anima l’arcana

armonia di un intridersi perenne,

ragione e cuore, immensità lontana.

 

Tra il tempo e l’assoluto tutto avvenne

in un attimo etereo, eterno rito

nell’essere, la formula solenne.

 

Al cielo il senso, sul cammino trito

era la volontà, grazia di sposa

dolce nel volto, riso di marito.

 

Ora e per sempre, nell’azzurro il rosa

madreperla del cielo in agonia

esitò appena, un’ansia luminosa.

 

Nuotò nel lago fulgido la via

infinita, al discrimine del monte

canto di stelle, rugiadosa scia.

 

Ombra d’un’eco, al mormorio d’un fonte

occulto si svelò l’arduo segreto,

gioia pura oltre l’ultimo orizzonte.

 

Già fu ciò che sarà: nell’occhio lieto

il sorridere, immagine sospesa,

spande il suo aulire fattosi consueto.

 

Passò il giorno, evaporò l’attesa,

orma d’un asintotico languore

sulla felicità che si palesa

 

in sé, nel realizzarsi dell’amore.

 

 

Un matrimonio. Avevo confermato la mia presenza, nonostante la flagrantis atrox hora Caniculae (Orazio, carm. III 13, 9): non se ne parlava proprio di mancare alle nozze di Domenico, un mio studente. Anzi, meglio: un mio ex-studente, uno di quelli della prima ora, «quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono» (Rvf I 4). Solo lui, del resto, avrebbe potuto sposarsi sabato 30 luglio. Avevo deciso d’andarci, anche perché sarebbe passato a prendermi un suo compagno, Leo, il più grande tanghero di Bologna (se tanghero sia sdrucciolo o piano, lo lascio decidere a chi lo conosce). E così è stato, salvo aver sbagliato clamorosamente l’orario, naturalmente, così da arrivare a cerimonia già iniziata. Da poco, per fortuna, anche se l’abbiamo scoperto solo dopo, entrando nell’Abbazia di Zola Predosa.

nessuno se n’era accorto o almeno credo. La ricerca di qualche sedia sul fondo aveva generato un po’ di trambusto, ma tutto sommato era normale in quelle circostanze. Qualche commento, a bassa voce, mi è pure sfuggito. Non avrei dovuto, lo so, ma il padre domenicano che officiava, non so perché, aveva deciso di costruire due acrostici in latino sul nome dei nubendi, sbagliando clamorosamente gli accenti. Leo rideva come pochi alle mie rimostranze: sosteneva di sentirsi in un film, cosa che in parte era anche vera. Mi attendevo perle teologiche, che pure ci sono state nell’esegesi dei passi biblici, ma il resto… insomma, il resto era surreale. La ragazza di Leo ci intimava di fare piano, ma proprio non era possibile. so che davanti, nelle prime file, hanno assistito a un’altra cerimonia, ma anche la nostra ha avuto lo stigma dell’unicità. A ogni modo, al momento del fatidico «sì» mi sono veramente commosso. E non io soltanto. Davanti a me brillava più del sole «quell’aurora che dicono: l’Amore» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, V 24).

 

 

 

Dopo la benedizione solenne siamo usciti alla ricerca di un filo d’aria. Un miraggio, certo. Alla cerimonia c’erano pure Marcello e Ionut, altri due miei studenti d’allora. A quel punto li ho ritrovati sul sagrato, come noi nell’unico angolo all’ombra. mi è parso che il tempo non fosse passato: le voci, i ricordi, le chiacchiere mi hanno riportato a un tempo fuori del tempo, come se nulla fosse cambiato. In un certo senso era proprio così. Eravamo tornati da un lungo viaggio, con il riso in mano da buttare su Dodo, mentre usciva tra una folla festante per lui e per Martina. Anch’io ho tirato, ma chissà chi ho preso nella confusione. Poi, ci siamo stretti per un saluto e gli auguri di rito. Era visibilmente emozionato e noi con lui.

Poi la fuga a Zappolino, per il rinfresco. Naturalmente Leo ha perso la fila, da manuale. Siamo arrivati lo stesso, intendiamoci, e forse pure prima di molti altri, ma per lui il copione è sempre stato un semplice canovaccio da interpretare a suo gusto. E dire che sarebbe pure un attore di vaglia. Quando abbiamo fatto assieme le Lecturae dantis, temporibus illis, nel 2015, aveva riscosso un notevole successo. Eravamo i Due pazzi all’Inferno. Sarebbe da rifare, prima o poi, ora che è tutto mutato, pure io, anzi soprattutto io. Ma Leo ha ben altri progetti, giustamente. Me ne parlava un po’, seduto davanti a uno stuolo di antipasti. Marcello e Ionut lo ascoltavano. Certo, pure loro avevano parecchio da raccontare, il primo ingegnere e il secondo chirurgo. Ma intanto il tramonto ammantava tutto d’una luce particolare, «come… in un roseo lago» (G. Pascoli, L’asino, I 12). Su quei colli tutto sapeva già d’altro, ora che i due promessi erano ormai marito e moglie.

 

 

 

La cena si è protratta a lungo. Il nostro tavolo mi pareva come di famiglia. Qualcuno ha saltato il primo, altri volevano saltare il secondo. Marcello mangiava di gusto la grigliata e incitava Leo ad assaggiare almeno la costata. In effetti, ne ha poi preso tre volte di fila. E ne avrebbe preso anche di più, se non lo avesse allettato la torta nuziale gelato cioccolata e pistacchio. Noi eravamo lì, «dentro la notte fulgida del cielo» (G. Pascoli, Alexandros, I 10). Il caldo aveva lasciato il posto impercettibilmente a una frescura molto piacevole. Nulla era lasciato al caso. Solo un po’ di malinconia faceva in me capolino, a quando a quando. È la musica che mi estranea dal resto, mi isola, come se realmente io fossi altrove. Aspettavamo il tango, per l’esibizione, ma niente. Le chiacchiere sono proseguite fino a un orario indecente, almeno per me, che quasi crollavo dal sonno. Domenico aveva perso la voce, ma non la vitalità: era l’uomo più felice del mondo. Anche Martina, che pure conoscevo giocoforza meno, mi pareva persona di una dolcezza volitiva. Pensavo al matrimonio. Spero anch’io in questo giorno, prima o poi, a quelle fedi che si giurano eterno amore.

 

 

 

 

 

 

© Federico Cinti

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«Pier Paolo Pasolini e Bologna»: II posto al Premio Letterario Nazionale Città di Livorno – sez. D

 

Avrei voluto presenziare, sabato 23 luglio 2022, alla cerimonia di premiazione della XVI edizione del Premio letterario nazionale di poesia e racconto breve “Città di Livorno”, organizzato dall’Associazione Culturale Pietro Napoli, ma le contingenze non me lo hanno permesso. Già, perché è stato assegnato alla mia lirica Pier Paolo Pasolini e Bologna il secondo posto nella sezione D, dedicata per l’appunto al centenario della nascita (5 marzo 1922 a Bologna) di Pier Paolo Pasolini, come risulta dalla graduatoria. Di seguito il testo della poesia.

 

 

Per i portici un’ombra, esile raggio

Invisibile agli occhi, la riapparsa

Ebrezza di un’idea, sogno e miraggio,

 

Rompe il silenzio: il cuore di Casarsa

Parla a Bologna. Un grido senza fine

Al tempo che già fu, foglia riarsa,

 

Ossessione del margine, confine

Lontano per combattere. Sul viso

Ossuto i segni d’infinite spine.

 

Parole e libertà, gesto improvviso

Al torbido crepuscolo del mondo

Scruta tra le macerie il paradiso.

 

Oggi è polvere il gioco furibondo,

La lotta per la lotta. Aveva un senso

In quest’assurdo, trito girotondo?

 

Nulla sarà, solo aspro fumo denso

In bilico. Rimane la poesia,

Esilio d’un altrove, d’un immenso

 

Brivido di chi resta sulla via,

Orma di un’orma in cerca di giustizia,

Lassù, quaggiù, una smorfia d’ironia.

 

Oscillano le ceneri, riinizia

Greve il cammino tra cattivi e buoni.

Non agire, l’autentica malizia,

 

Atroce vanità d’ardue illusioni.

 

 

Questo il giudizio sulla lirica in terzine dantesche acrosticate di cui ringrazio la giuria:

«Testo di ottimo ritmo, quasi ad essere musicale, con notevole rotondità delle rime utilizzate.

Grazie alle parole scritte su carta come pennellate, emerge in maniera evidente la figura di Pier Paolo Pasolini in riferimento al periodo bolognese».

 

Ringrazio la giuria di avermi insignito del prestigioso riconoscimento. Un grazie tutto particolare al signor Roberto Napoli.

Ringrazio la giuria di avermi insignito del prestigioso riconoscimento. Un grazie tutto particolare al signor Roberto Napoli.

 

 

© Federico Cinti

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Nel giorno del mio onomastico

 

Fragile la vertigine, sul viso

eterno il tempo assorto sul sentiero

dell’attimo fuggente in un sorriso.

 

Eco lontana, l’ansia del mistero

rade lo spazio, sibilo di vento

invisibile all’alito leggero.

 

Caducità impalpabile, il momento

ora tenue si compie sulla via

carsica, orma dopo orma, a lume spento.

 

In bilico un’azzurra nostalgia

nell’anima, ricordo di quel giorno,

tu aulente sospirare d’armonia,

 

io in attesa dell’ultimo ritorno.

 

 

 

Ha ragione il mio amico Paolo. Stamattina gli ho suggerito che era il mio onomastico e, stupito come solo lui sa essere, mi ha chiesto: «Ah, è san Cinti?». Non ho potuto che convenire con lui. Anche perché ormai si è fatto appuntamento topico questo famoso 18 luglio. Ho iniziato quasi per gioco, qualche anno fa, a ricordarlo agli amici. Poi, a poco a poco, adesso sono gli altri a fermarmi e a farmi gli auguri. Fa piacere, intendiamoci. Fa piacere che si ricordino di te anche nel periodo torrido della «Canicola» che «stampa sopra uno scalcinato muro» la loro ombra scura (E. Montale, Non chiederci la parola, 7-8). Mi pare una sorta di epifanica rivelazione nel cuore dell’estate.

Tutto è poesia, non è certo necessario ripeterlo ogni volta. Si coglie nell’aria, negli occhi delle persone che ci circondano, ignari compagni di viaggio. E chi non la coglie, beh… pazienza: vive lo stesso nell’incoscienza dei giorni e delle occasioni. La linea di demarcazione è sottile, impercettibile. Chissà, forse è proprio quella la quint’essenza di cui parlavano prima di scoprire che gli elementi erano ben più di quattro. Qualcuno ci crede ancora, ma è giusto così. Ho conosciuto pure chi, ridendo, sosteneva che gliela raccontavano che la Terra è sferica, al pari della signorina più famosa della letteratura cui «han detto che la terra è tonda, / ma lei non crede» (G. Gozzano, La signorina Felicita ovvero la felicità, V 21-22).

Nel giorno del mio onomastico non ho poi fatto cose straordinarie, come avrei voluto. In un lucido lunedì di metà luglio tutto si compie, come in un rito atavico, come in un ennesimo, ultimo ritorno. Credo sia normale non pretendere altro che avvenga quanto deve avvenire. Agli altri li lasciamo gli sbagli di natura. Che, lo sappiamo, rendono il tutto così particolare, ma solo perché inattesi, inaspettati. La ricerca del veggente che cerca in ogni modo la sregolatezza di tutti i sensi mi pare fuori luogo, se «l’impresa eccezionale / è essere normale» (L. Dalla, disperato erotico stomp). Anch’io ne sono convinto. Così è andato il mio onomastico. O, meglio, dovrei dire che sta andando: «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II 20).

Qualcuno manca sempre all’appello di chi vorresti ti facesse gli auguri, ti pensasse un po’, e non lo fa mai. va bene: ne prendiamo serenamente atto. In fondo, il senso finisce per trascenderci. Mi farò vivo io, in qualche modo. Comunicare è anche questo, mettere appunto in comune quel che si ha con chi si desidera. Il mio santo ha testimoniato la verità. Niente di più. La vita stessa significa attestare la volontà d’esistere, ma non come l’intendeva il famoso Arturo che qui non dico. Si va al di là, perché nella fusione del tutto sta l’unità, perché «nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna» (Par. XXXIII 85-87). Altroché divagazioni filosofiche sull’inconoscibile: «la parola che squadri da ogni lato» esiste eccome, se volessimo ascoltarla. I poeti, in fondo, sono pure un po’ questo, come i santi. Ecco, aveva ragione stamattina Paolo e lo ripeto col sorriso: oggi è san Cinti.  

 

 

 

© Federico Cinti

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Saluti giocondi e giocondi saluti

 

Siamo ai saluti. Non sembrava vero

allora. Adesso è solo nostalgia.

Le cose sanno sempre di mistero.

Urge il tempo, dimentico per via.

 

Tutto già fu. Pure io sarò sincero,

io – intendo – che so bene come sia

gramo andare e restare, un giorno nero,

infinita eco di malinconia.

 

Ormai ci si conosce troppo bene.

Come non so, ciascuno nel suo ruolo;

ormai, però, lo so, ci s’appartiene.

 

Non vi scordate mai, prendendo il volo,

di me, ancorato a queste mie catene:

io resto qui, ma resto qui da solo.

 

 

Non sopporto la fine, qualunque essa sia, nemmeno la fine della scuola. Intendiamoci, la prospettiva di potersi finalmente riposare è molto allettante, ma dover superare la soglia che divide il prima e il poi, l’invisibile linea d’ombra che separa, il margine oscuro che lacera, mi lascia attonito, con l’amaro in bocca. Figuriamoci poi quando si ha la consapevolezza che il viaggio finisce per davvero, quando gli studenti di quinta liceo li rivedrai ancora per poco tempo, sì e no il tempo dell’esame di Stato, che una volta si chiamava pomposamente esame di maturità, e poi più nulla, per riecheggiare il poeta, «poi nulla… / sul far della sera» (G. Pascoli, La mia sera, 39-40). Si vive eternamente nell’attesa leopardiana del giorno del riposo, nella speranza che non arrivi mai o che passi in fretta, quasi senza accorgersene. Per me almeno è così, perché «la mia festa, / ch’anco tardi a venir, non mi sia grave» (G. Leopardi, Il sabato del villaggio, 50-51).

La fine non l’ho mai sopportata, è vero, ma mi ci preparo a poco a poco, nella consapevolezza che «sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna» (U. Foscolo, Carme dei sepolcri, 40-41), perché la fine ha il sapore di qualche cosa di irreversibile, quasi fosse il punto di non ritorno. E così, per rendere il distacco meno evidente, scrivo un ritratto a ogni mio studente che termina il liceo, perché di questo si sta parlando, degli ultimi giorni di liceo. Sono i miei personali saluti, come li so fare e come li voglio fare io. Ogni volta m’ingegno a trovare un titolo diverso. Quest’anno, visto che il nostro liceo di Casalecchio è dedicato a Leonardo da Vinci, ho pensato a Saluti giocondi, perché in quarta di copertina ho messo il ritratto di Monna Lisa con indosso i miei occhiali rossi. Un tocco d’ironia non guasta prima dell’ultima campanella. Che, intendiamoci, non è l’ultima in assoluto, nel senso che ho consegnato il libretto qualche giorno prima proprio per stemperare il peso del saluto finale.

Questi Saluti giocondi sono diventati pure Giocondi saluti, una sorta di bel fulmen in clausula

 

 

Già fummo insieme. Un ultimo saluto,

il vostro, il mio. La soglia ci separa,

oggi. Qualcosa ho dato, ho ricevuto

ciò che si dona, ciò che non s’impara.

 

Ora si è quasi all’ultimo minuto,

non altro che una dolce luce chiara

davanti a noi, tra noi. Non si è perduto

il tempo: è l’ora che si è fatta avara.

 

Siamo qui, siamo noi. Tutto si è detto,

anche troppo, chissà, presente assenza

lontana, eterno sogno nel cassetto.

 

Un giorno si vedrà la differenza:

tutto già fu, dolce dolore al petto

in questa troppo breve adolescenza.

 

 

Ne abbiamo dato lettura pubblica, ieri mattina, a inizio giugno, in classe: ognuno leggeva il proprio. Qualcuno aveva la voce rotta dall’emozione, qualcuno ha pianto. Insomma, non era mia intenzione, ma così è stato. Il tempo non passa invano e nemmeno noi passiamo tanto per caso. Ci se ne accorge sempre dopo, non dico quando sia troppo tardi, bensì quando si ha la consapevolezza che non siamo più quelli di prima. Forse è giusto così. A me questa parte della professione un po’ pesa, ma non ci si può fare nulla. Il liceo scientifico di Casalecchio, il Leonardo, ha questa particolarità, di avere uno intendo come me che si lascia prendere dal sentimentalismo. Oh, ci sta: meglio che essere abulici o insensibili. Di tutto ciò resta il sorriso enigmatico della Gioconda con gi occhiali di Federico.

 

 

 

© Federico Cinti

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Saluto a Luigi

 

Lieve il soffio del giorno, ali nel vento,

un sibilo invisibile oltre il velo

indicibile il palpito di cielo:

già fu quell’ora, rapido momento.

 

Infinita la via, pallido evento

passare indenne il torbido sfacelo,

assorto più d’un fiore sullo stelo:

zampilla il senso, antico sentimento.

 

Zone d’ombra nell’anima, sussurro

assopito nel cuore. Tutto resta

greve d’intorno sopra il nero suolo.

 

Lassù un canto di luce, lassù un volo

inatteso nell’ora della festa,

abbracci di vertigine e d’azzurro.

 

 

Un saluto, l’ennesimo. Ritrovarsi di nuovo sulla soglia che separa l’ombra dalla luce. Una soglia, appunto, un confine labile da oltrepassare oltre la piccolezza del nostro essere finito. Una strana sensazione, come di già visto e già sentito, un’atroce afa, nonostante la primavera inoltrata. Ero lì, in una solitudine fatta di persone, note e ignote, accomunate dalla necessità di testimoniare che la vita va oltre quel termine. In fondo, stiamo «studiando per l’aldilà», chissà, forse «un fischio, un segno di riconoscimento» (E. Montale, Avevamo studiato per l’aldilà, 1-2).

 

 

 

La via procede, non v’è dubbio, anche se è difficile scorgere sempre qualche cosa oltre le nuvole. L’azzurro esiste comunque. Io me lo immagino, quell’azzurro intendo, come negli affreschi di Giotto: «credette Cimabue tener lo campo / ne la pittura, ma ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura» (Purg. XI 94-96). Sarà questo il senso della fama e dell’azzurro, mescolati assieme. La memoria mantiene vivo ciò che ci sembra scomparire alla vista. Eppure, mi pare che non sia così. Tutto resta nei tetri contorni delle parole, immagine dai contorni che sfocano a poco a poco e svelano il significato più profondo della ricerca. Anche il sogno è così, mostra e rivela. Su quella linea d’ombra s’è parso d’intravedere qualcosa. Non era rito, no, ma vita.

Aveva ben donde il buon Orazio a cantare che non omnes moriemur (carm. III 30, 6). E pensare che Didone aveva gridato, in preda alla follia, proprio moriemur innupta, / sed moriamur (Aeneis, IV 619-620), seguito dalla Saffo di Leopardi «Morremo. Il velo indegno a terra sparto / rifuggirà l’ignudo animo a Dite» (Ultimo canto di Saffo, 55-56)! Le opere buone rimangono a parlare di noi, in chi ci ha conosciuto. Non è vero che nulla è invano. Così almeno mi sembra, di fronte al cielo azzurro che spiccava tra i palazzi. Del resto, in quel luogo, il Fossolo di Bologna, mi sentivo più che a casa. Me lo dicevano gli amici e i conoscenti.

Anche Chiara era triste, certo, ma serena. Salutava suo padre. So bene come ci si sente in quei momenti. Quando ci salutò il mio mi sembrava che quell’azzurro mi si frantumasse addosso. È stato un po’ rivivere quei momenti. Istanti di vita, certo, di tempo che sembra passato, ma non passa mai. ce lo si sente addosso ogni volta, nelle pieghe dell’anima. Mi sono riconosciuto a un tratto, così, «docile / fibra dell’universo» (G. Ungaretti, I fiumi, 30-31). Questo in fondo siamo, questo dobbiamo essere. Poi il rientro, i pensieri, le emozioni. Nulla è mai invano, lo ripeto.

 

 

 

© Federico Cinti

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Eco di voce limpida

 

Aura d’incanto, in quel sorriso un volo

leggero di farfalla. Sogno lieve,

antica nostalgia d’un tempo breve,

un estatico canto d’usignolo

 

rade l’azzurro. Nell’eterno assolo,

al diafano pallore della neve,

si scioglie il cuore. Oltre il sipario greve

preme la soglia in un istante solo.

 

Inquieta sospensione, orma d’un raggio,

muta lo spazio nel silenzio assorto,

potenza inafferrabile. Le mani

 

ondeggiano in assenza del domani.

L’aura trascende, vanità e conforto,

ombra infinita, ennesimo miraggio.

 

 

Mi è sempre parso che parlare d’altro equivalesse, in fondo, a parlare d’oltre. Poi capita che un giorno, a occhi socchiusi, una voce squarci il buio e ridoni il senso a ogni singolo dettaglio, a ogni più piccola «cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata» (G. Ungaretti, Natale, 10-14), in un desiderio di senso infinito, in attesa, appunto con «socchiusi gli occhi», mentre me ne «sto / supino nel trifoglio, / e vedo un quadrifoglio / che non raccoglierò» (G. Gozzano, La via del rifugio, 5-8). Ecco un prato in rigoglio, in cui a un tratto «trema uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, 24), ecco un sorriso lieve che colora quel tetro vuoto. Fantasia o realtà? Siamo al di qua o al di là del vero (o del velo)?

Quel sorriso di luce si fa voce, liquido cristallo: è un canto nell’azzurro, simile a un sogno avveratosi nella poesia in cui tutto vale di per sé e allude a una dimensione d’alterità. Serve a vedersi, finalmente, come siamo visti, perché «chi vive, quando vive, non si vede: vive» (L. Pirandello, La carriola). Vita e forma s’attraggono e respingono, si trovano e si perdono, come l’occhio che, per vedere, si deve chiudere. Davanti a noi si mostra la realtà, come quando in teatro si scioglie la palpebra del sipario e si è sospesi ora qua e ora là, nel proprio ruolo prima sconosciuto. Il teatro stesso è un occhio che guarda ed è guardato, luogo fuori dello spazio, momento fuori del tempo. Tutto si fa metafora, poesia canto parola: una vertigine fa trascendere l’attimo.

 

 

 

Tutto è metafora, certo, a partire dal più famoso senhal, «l’aura», imparato forse a scuola e poi dimenticato, quando ancora «erano i capei d’oro a l’aura sparsi» (Rvf XC 1), in cui l’aura si fa lauro e si fa l’oro. Era un mondo racchiuso in un nome, anch’esso fuori del tempo e dello spazio. dativo di possesso, certo, che si trasformava in immagine di Venere in sembianza di Camilla, quindi di Laura, come nei versi virgiliani in cui dederat comam diffundere ventis, / nuda genu, nodoque sinus collecta fluentis (Virgilio, Aeneis, I 319-320). Era un gioco di maschere e di simboli, perché guardare oltre è vedere altro. al di fuori di noi vediamo tocchiamo sentiamo: un’ebrezza sottile ci pervade. La vita stessa è un teatro in cui ci si mostra il nostro complemento, in cui ci specchiamo e riflettiamo.

 

 

Ecco la voce che ti entra nel cuore e non se ne va più: parla la tua lingua, vellica il tuo orecchio, sa ciò che tu non sai più e ridà al tutto il senso che sempre hai cercato. La soglia è varcata: la fantasia è realtà, come nel gioco del doppio, nel perturbante freudiano in cui si confondono i piani, in cui s’impara a non accontentarsi mai del trito e del consueto. In questo sta lo scavo continuo, la voglia di guardarsi dentro. Diversamente tutto sarebbe vano, sarebbe solo un gioco delle parti in cui ognuno ripete sempre e solo se stesso.

 

 

© Federico Cinti

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