Un volo di farfalla

 

Vertigine indicibile il tuo volto

onnipresente. Lungo il mio sentiero

ride il tuo riso, voce di mistero

ritrovata nell’anima. L’ascolto,

 

ebbro di un non so che, porto sepolto

in me. Vidi, non vidi, ombra di un nero

silente. Apparve, sparve, orma del vero,

palpebra aperta, chiusa, occhio dissolto.

 

Ottunde i sensi l’ardua linea gialla

su cui corre l’ignoto. Luce chiara,

avara tra le nuvole. Poesia

 

rinata tra le dita, fantasia

tutta nuova. Più nulla ci separa.

In lontananza un volo di farfalla.

 

 

a un tratto mi profondai in quella luce così intensa «che dietro la memoria non può ire» (Par. I 9), quella stessa luce «che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo» (Par. XXXIII 96), in cui la soverchiante luminosità si trasforma in incapacità di vedere, come «andando nel sole che abbaglia» (E. Montale, Meriggiare pallido e assorto, 13). E come nell’altissima luce tutto diventa buio, per prodigio ineffabile, l’ombra divenne sorprendente illuminazione. Si aprì il mondo nel suo lato più recondito, in quel lago del cuore in cui si tuffa «il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti» (G. Ungaretti, Il porto sepolto, 1-2). Eppure, non era poesia: era la vita, quella vera. Sanguinava il «cuor della terra / trafitto da un raggio di sole» (S. Quasimodo, Ed è subito sera, 1-2), simile a quello «che menò cristo a dire ‘Elì’ / quando ne liberò con la sua vena» (Purg. XXIII 74-75).

Fu un lampo, come un fulmine nel nero della notte. Tutto «apparì sparì d’un tratto» (G. Pascoli, il lampo, 5), davanti all’occhio aperto ad attingere il senso ultimo dell’essere. Nulla più fu come prima: mi sentivo passato al di là della linea che separa il reale dalla visione, il tangibile dall’immagine che se ne ha, chissà come, chissà dove. era gialla, la linea, come l’oro che usciva dal crogiuolo. S’aprì il sipario e mi ritrovai sulla scena, contemporaneamente io e chi un altro aveva pensato. Era la soglia tra l’essere e la sua narrazione. Poesia, certo, e vita, in un continuo scambio. Fu nostalgia, fu tornare a quel cupo ritrovato finalmente e mai più abbandonato. Ed eri lì a parlarmi, circonfusa della tua grazia naturale. Eri voce e profumo, eri volto e luce chiara.

 

 

 

Non potei più essere più quello di prima. Riecheggiò in me l’antica domanda radicale: «Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola a la giustizia sanza schermi?» (Purg. X 124-126). Ecco, mi liberasti da quel vuoto simulacro che ero nel labirinto senza alcuna via d’uscita in cui vaghiamo, talvolta, senza nemmeno accorgercene. Fu una rivelazione, un nuovo inizio. Forse non te ne sei nemmeno accorta, luce entrata in me quella mattina e mai più uscita. Fu come se «e terra e cielo si mostrò qual era» (G. Pascoli, Il lampo, 1), in un eterno connubio, in una fusione indescrivibile per verba. Rinacqui al mondo, anima mia, mio tutto e «tremò uno stelo sotto una farfalla» (G. Pascoli, Solitudine, III 24). Non t’abbandonerò mai più, ora che ti ho trovata e ti ho conosciuta.

 

 

 

© Federico Cinti

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Interludio dopo Natale

 

Azzurro il cielo sopra le Moline

esala lento tra le luci accese,

un palpitare prima della fine

gocciola tra le tegole sospese.

 

Esile vacuità, trama d’attese

nascosta oltre le imposte tra le trine,

infinita città, dolce paese,

ansia di vita dentro le cucine.

 

L’anno va via, l’ennesimo ritorno

oscilla nell’asintoto perenne

del tempo inafferrabile alle mani.

 

In cammino, non ieri, non domani,

null’altro che il presente arduo, solenne,

incessante procedere del giorno.

 

 

Era a cena da un’amica, l’altra sera, l’Ingegnere: gli capita, ogni tanto, anzi spesso, di adire quel mondo senza età, senza contorni. Era quasi «l’ora che volge il disio / ai navicanti e’ntenerisce il core» (Purg. VIII 1-2), quando un guizzo di memoria mi ha sorpreso. Sulle Moline ci si era già soffermati, temporibus illis, a proposito di Gregorio, il libraio che non ti vendeva nulla se prima non l’aveva letto. Un miracolo, un genio, un intellettuale? Chissà, a Bologna si dà di tutto, nella sua fauna pittoresca e bizzarra. Si trova nella porzione cittadina tra Mascarella e Belle Arti, dove ha abitato cinquant’anni mia zia Pierina, il cuore della zona universitaria.

Gocciolava il cielo l’ultima azzurrità dalle tegole dei tetti spioventi, dai profili irregolari e lontani, in un ennesimo giorno di fine anno, quando per le strade fluttuava senza saperlo «il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente» (G. d’Annunzio, Il piacere). In quell’ansia di ricordi ho ripercorso il desiderio di ritorno, quella nostalgia che è forse tutta letteraria, ma che è l’unica cosa che resta al fondo dell’anima. Anche le parole hanno vita, brillano come fari accesi. La fatica maggiore pare sia riconoscerle nella loro nudità, senza che la retorica – per dirla con Pirandello – non muti la forma in imitazione.

 

 

 

Anch’io ero con l’Ingegnere, in qualche modo, oltre i portici, sui lastroni dissestati, eppure così familiari a chi trascorre tra quelle case quel po’ di vita che gli è dato di regalare al tempo. Dalle finestre emanava una luce, velata dalle trine e dai balconi, una luce interiore azzarderei quasi a scrivere, se non apparisse un che di antico e paludato nell’esprimersi così. Era pur sempre un interludio dopo Natale, quel giorno, nell’incantata sospensione di momenti che non tornano se non nella ciclicità in cui vive soltanto il presente. È per questo che non posso tacerne, non posso tacere di quella piccola serata bolognese in cui tutto resta sempre uguale a se stesso.

Prima o poi, come allora, prenderò un’altra volta quella via dal nome antico, Moline, sorta sui canali e sulle acque che oggi non si vedono più, sotterranee e intime, come i flussi vitali che sentiamo pulsare senza tregua. E in quelle acque sta lo specchio nascosto di ciò che siamo e di ciò che non possiamo, distacco e presa di coscienza nel medesimo punto. La superficie cela e svela ipso facto. Il più è accorgersene, distratti come si è dal transeunte, mentre «ciascuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera» (S. Quasimodo, Ed è subito sera). Oltre quel vetro, anch’io respiravo «non so che felicità nuova» (G. Pascoli, Il gelsomino notturno, 24).

 

 

 

© Federico Cinti

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A Elena

 

Eco d’un giorno, eco d’un anno, volo

lieve del tempo: tra le nostre dita

esile il filo s’addipana solo.

 

Nulla sarà di ciò che fu. Infinita

ascesa tra l’azzurro. Nulla è invano.

La meta è dove è più ardua la salita.

 

Un sorriso dolcissimo. Pian piano

per i portici l’essere, l’andare

passa. Un sogno non fu, non fu lontano

 

il limite di tante gioie rare.

 

 

Non so perché, ma ogni volta mi trovo a parlare del tempo che scivola inesorabile, Elena, soprattutto in questo tuo giorno di fine ottobre. «Croce e delizia», potresti dirmi, tu che sei una verdiana convinta, «delizia al cor». Quando siete stati a Parma per il Simon Boccanegra, anche qui inspiegabilmente, mi è venuto da cantare assieme a Leporello: «questo pezzo di fagiano, / piano piano vo’ inghiottir». Eh, io sono proprio mozartiano: lo ammetto senza riserva alcuna. Me lo perdonerai. Come tante altre cose, del resto, che qui non sto a elencare. Mi è venuto, per esempio, da citare La casa dei doganieri di Montale, «un filo s’addipana» (v. 7), anche se non è esattamente il mio poeta preferito. A te piace molto, invece. Lo affermasti con una certa convinzione, una volta. Ma ci sta, va bene. Oh, intendiamoci: non è che io non lo apprezzi. Anzi, ha testi splendidi. Tuttavia, devo riconoscere che preferisco altri autori.

Non so perché, ma il discorso mi scivola sempre di mano, un po’ come il tempo, sabbia tra le dita di un’invisibile clessidra. Che poi noi pensiamo alla sabbia, ma nel nome c’è l’acqua. Già, la clessidra è un orologio ad acqua. Poi, va da sé, ci può pure essere la sabbia al suo interno. Non è certo L’orologio da rote di Ciro di Pers, ossessione barocca per eccellenza. Ecco, sempre il tempo che incombe. Eppure, vedi, oggi ho fatto tardi a scriverti. Ci ho pensato tutto il giorno. Poi, come scrisse quello, «ed è subito sera» (S. Quasimodo, Ed è subito sera, 3). Comunque, sono qui a non lasciare passare invano questo giorno.

Anche l’anno scorso mi ritrovai così, in un dialogo con te, in un Dialogo con Elena. Alle volte non mi dispiace nemmeno citarmi, vezzo antico di chi se lo può permettere. Perché oggi, lo sappiamo, non è un giorno come gli altri. Ne prendiamo atto. Non sto a dirti altro. Ami le feste lunghe, anche più e più giorni. Questo è solo l’inizio. Te l’ho sentito ripetere. In quest’autunno così particolare tutto è sempre in procinto di sembrare altro, quasi il volo di uccelli che partono per chissà dove. È bello pensare che vadano per tornare, perché il bello del viaggio è il ritorno.

© Federico Cinti

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Variazione sul tema dell’autunno

 

Fruga l’ansia del tempo. L’infinito

rampolla dentro l’anima, alle soglie

ancestrali dell’essere. Assopito

nulla si coglie,

 

cascame in mezzo agli alberi. La via

espia l’ora al crepuscolo. Dintorno

silenzi d’ineffabile armonia

chiudono il giorno.

 

Obliquano i pensieri. Un guizzo estremo

tra un migrare di rondini lontano,

ultimo sguardo a quello che saremo

già stati, invano.

 

Naufrago il cuore nuota oltre il confine

ondoso. Là la meta, il senso appare

limpido, senza veli, inizio e fine,

immenso mare.

 

 

Variazione sul tema dell’autunno, anche oggi, mentre ripenso a quel mio Estremo cielo, dove il «raggio di sole» di Quasimodo (Ed è subito sera, 2), risuonava in me nella versione prosastica – si fa per dire, ma qui tutto è fatto per dire – della Premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa al Fu Mattia Pascal di Pirandello: «Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po’ più di caldo, ora un po’ più di freddo, e per farci morire – spesso con la coscienza d’aver commesso una sequela di piccole sciocchezze – dopo cinquanta o sessanta giri?».

Non sto nemmeno a ricordare che, nella stessa Premessa, anche se si tende a non accorgersene, il nostro geniale Pirandello aveva alluso pure a Leopardi, sì, al Leopardi della Ginestra, quando scrive: «Storie di vermucci ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d’impazienza, e ha sbuffato un po’ di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più?». Mi pare proprio che le parole del Recanatese, «non pur quest’orbe, promettendo in terra / a popoli che un’onda / di mar commosso un fiato / d’aura maligna, un sotterraneo crollo / distrugge sì che avanza / a gran pena di lor la rimembranza» (G. Leopardi, La ginestra, o il fiore del deserto, 105-11) siano riecheggiate con grande perizia e umorismo.

Quei «vermucci», del resto, in Leopardi assumono la sembianza, come è noto, delle formiche: «Come d’arbor cadendo un picciol pomo, / cui là nel tardo autunno / maturità senz’altra forza atterra, / d’un popol di formiche i dolci alberghi, / cavati in molle gleba / con gran lavoro, e l’opre / e le ricchezze che adunate a prova / con lungo affaticar l’assidua gente / avea provvidamente al tempo estivo, / schiaccia, diserta e copre / in un punto; così d’alto piombando, / dall’utero tonante / scagliata al ciel profondo, / di ceneri e di pomici e di sassi / notte e ruina, infusa / di bollenti ruscelli, / o pel montano fianco / furiosa tra l’erba / di liquefatti massi / e di metalli e d’infocata arena / scendendo immensa piena, / le cittadi che il mar là sull’estremo / lido aspergea, confuse / e infranse e ricoperse / in pochi istanti: onde su quelle or pasce / la capra, e città nove / sorgon dall’altra banda, a cui sgabello / son le sepolte, e le prostrate mura / l’arduo monte al suo piè quasi calpesta» (G. Leopardi, La ginestra, o il fiore del deserto, 202-230).

Non parlerò dell’allusione pascoliana a questo capolavoro leopardiano, nel Ciocco dei Canti di Castelvecchio. Lo faccio così, di traverso, senza nulla a pretendere. Eppure, Leopardi un po’ c’entra, nella mia divagazione sull’infinito e sul naufragio, sul mare come simbolo eterno dell’immensità e dell’assoluto in cui tutto si compie e a cui tutto tende. Così pure si chiudono le Myricae, «udivasi un fruscìo / sottile, assiduo, quasi di cipressi; // quasi d’un fiume che cercasse il mare / inesistente, in un immenso piano: / io ne seguiva il vano sussurrare, / sempre lo stesso, sempre più lontano» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 11-16).

 

 

 

Volevo solo scrivere un biglietto per il compleanno di un mio studente, francesco. I compagni volevano fargli una festa a sorpresa durante la festa che egli stesso aveva organizzato. Quel giorno, tuttavia, avevo parlato di Leopardi, anche se l’autunno si mostrava in tutto la sua prepotente malinconia. Così è nato questo testo, questo piccolo omaggio. Nulla di più. Questa l’occasione, perché ogni testo ha un’occasione, un kairos, inserito nel chronos del fluire della vita. spero resti il pensiero, non altro.

 

 

 

© Federico Cinti

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L’estremo cielo

 

Espia il tempo l’oblio. Sordo cascame

le foglie in mezzo agli alberi. Si frange

il sole occiduo tra le tetre trame

sopra la linea d’ombra. Il cuore piange

 

al soffio della notte, ardua falange

tetra sul petto dell’antico stame.

Obliqua vanità. L’ora rimpiange

rifugi d’altri giorni, d’altre brame.

 

Nulla è più come allora. Lieve il velo

adagiato sull’anima assopita

dentro le cose. Sibila un sussurro

 

acerbo, l’occhio vaga per l’azzurro

muto di nostalgia. Sulla salita

estrema un filo limpido di cielo.

 

 

Oggi ho freddo, chissà. Non lo sopporto. Il chiarore dell’aria che qualcuno (di nome Giosue Carducci?) avrebbe definito «adamantino», anzi meglio «adamàntino», ha un che d’incantato, quasi uscito da un quadro d’altri tempi. Tutto adesso è ormai d’altri tempi, nell’oblio in cui siamo immersi perennemente, espiazione di un’ora immobile all’apparenza in fuga, eppure fissa eternamente. In questo costante crepuscolo tutto appare così, all’improvviso cascare delle foglie, è così, tra «i brevi dì che sembrano tramonti / infiniti» (G. Pascoli, I gattici, 12-13), tutto resta sospeso e indicibile.

Si chiude il giorno come palpebra al soffiare della notte, simile all’eburnea falange «dell’indomita Parca» che recide, per l’ennesima volta, lo «stame» (G. Leopardi, Ultimo canto di Saffo, 43-44) arrugginito delle ore. Davvero, sempre di più, nulla è più come prima, anche se nulla poi lo è mai sul serio. Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, secondo la sentenza dell’Efesio, nell’immoto fluire del tempo, sempre antico, sempre nuovo. Nella vanità delle vanità si risolve ogni giorno e ogni notte. Eppure, questo è noto solo a chi riesce a oltrepassare l’impalpabile linea d’ombra dell’orizzonte.

 

 

 

C’è un velo sottile su ogni cosa, azzurro come l’ombra prima del buio che tutto copre. Io lo sento così, sopra ogni cosa, me lo sento addosso, dentro il cuore. Il segno dell’autunno che fa suonare i suoi violini, ghirigori sonori nel muto vuoto dintorno. impressione che torna e che rifugge, chissà come, chissà dove. Nulla è più come prima, nulla lo sarà mai più. Ci attacchiamo all’ultimo raggio di luce, perché «ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera» (S. Quasimodo, Ed è subito sera). Verità nelle cose, verità dentro di noi, questo l’estremo cielo del mio canto.

 

 

 

© Federico Cinti

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