Chiara e io al Paffè di Casalecchio

 

Come non so. Di questo giugno diafano

ho avvertito in me il tacito trascorrere.

Infinito il sollievo

a tante nostre chiacchiere.

 

Ricordi, nulla più, l’inesprimibile

attesa che si sfa nell’indicibile.

Viso azzurro, sorriso,

nel cuore l’insondabile.

 

 

Vuoti i corridoi, le aule, anche il cortile: forse la scuola è pure questo, un vacuo simulacro in cui ricercare ciò che siamo stati, se mai lo siamo stati. Fa un certo effetto, lo confesso. A me stamane lo ha fatto, almeno. A fine primavera è così, quando il famoso «giugno ci ristora / di luce e di calor» (G. Carducci, Pianto antico, 7-8). Qualche cosa aleggia, «resta / quel nulla / d’inesauribile segreto» (G. Ungaretti, >Il porto sepolto, 5-7). È la poesia, null’altro, pure se non la si cerca né la si vuole. È nell’aria, nelle cose, in noi.

Anche un caffè può essere poesia. stamattina è successo. Ogni tanto ci si concede una pausa da tutto e si ritorna in quell’oasi in cui il tempo si ferma e distilla a goccia a goccia. Non è in sé, ovviamente, la bevanda, bensì il rito. Lo sappiamo: da anni si celebra. Non se ne può fare a meno. Io almeno non posso farne a meno. A quanto pare non solo io. Chiara mi viene a salutare, nonostante i molteplici impegni, oggi più di allora. Anche quella scuola fu sua. Chissà com’è rientrarci dopo tanti anni. Un pezzo di vita non si scorda facilmente. Diciamo che si elabora, si sublima, un po’ come il caffè che si gusta in bocca a lungo, come un piacere che si sfa a poco a poco, simile al profumo dei fiori nell’aria.

Si parla, tutto qui, di quel che si fa e di quel che non si fa, delle contingenze e delle urgenze. Alla fine, si cade sempre sull’atto puro della scrittura. Non siamo ancora riusciti a determinare in modo credibile che cosa generi la creazione attraverso le parole. Anche quello, in fondo, è un cambio di stato, è un «trasumanar […] per verba» (Par. I 70). Stamane sostenevo la possibilità di pensare per scrivere, ma di scrivere senza pensare, quasi che di per sé la creazione poetica sia il pensiero in azione. Non so, la visceralità che crea, senza ovviamente generare. Anche Chiara ha convenuto, pur riconoscendo la necessità di approfondire il discorso. Già, come se fosse facile. Ma è pure necessario porsi la domanda.

Noi ce la siamo posti, come tante altre volte, come tante altre domande. Anche noi forse eravamo come i fiori che profumavano il tempo di idee, sempre ammesso il tempo esista veramente anche al di fuori di noi. No, di questo non si è parlato. In verità non mi è venuto in mente, ma fa lo stesso. Non possiamo racchiudere in un caffè lo scibile e l’inconoscibile. Qualche argomento di riserva è bene tenerlo da qui all’eternità, quando forse potremo parlare con più cognizione di causa del trascorrere rapido dei giorni che, poi, forse non trascorreranno più. E i fiori profumeranno per sempre delle nostre parole così vane, ma così necessarie al caffè che ci ospita nel suo mondo.  

 

 

 

© Federico Cinti

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Alla mia mamma

 

A maggio ride l’anima. Si librano

libere per l’azzurro aureo le rondini.

Lampi di sogno il sole,

ali d’una vertigine,

 

musica senza età. Nell’incantesimo

ignoto ogni germoglio si rigenera.

Assorto il cuore ascolta

muta la nenia solita.

 

A maggio tutto sa d’eterei palpiti,

malinconie in cui perdersi nell’attimo

mistico di una festa

antica sempre vivida.

 

 

 

Nel mese in cui fioriscono le rose tutto sa di buono, tutto sa di vero. Più che altro, più di tutto, è una condizione dell’anima, un nascere e un rinascere continuamente nell’eterna ciclicità del tempo. Un azzurro permea ogni singolo angolo del mondo, in un’infinita festa, la festa della vita. anche il sole si riversa sul mondo a liquide cascate, un profumo dolce di sogno. Ci si sente come presi per mano, come quando si era bimbi. È un tepore antico, eppure sempre nuovo. Se ne ha bisogno, come se qualcuno voltasse le pagine della nostra memoria a cercare ciò che già fummo e che quindi saremo. In fondo, guardare avanti è un modo diverso di specchiarsi nel passato.

Nel mese in cui profumano le rose, sul finire dei giorni, tra una fine e un inizio, compie gli anni la mia mamma. È festa di colori, come se tutto fosse reso da un’ebrezza incontenibile. Siamo qui e siamo altrove, sulla retta che ci ha condotto a questo punto. Ogni volta si sfoglia un vecchio album di fotografie, immagini sbiadite di chi vorremmo ancora essere. Ma è la festa della mamma, della mia mamma. Per questo il sole brilla tra le case, sulle cose. I giardini brulicano di colori odorosi, aperti alla luce, alla vitale energia di cui sono intrisi. Me ne stupisco e mi stupisco di stupirmene ogni volta.

 

 

 

Nel mese della festa della mia mamma le rondini hanno già fatto ritorno, brillano in alto, punti luminosi di una libertà che forse non avremo mai o non avremo mai così. Lassù, in alto, dove tutto è possibile, sulle ali del vento e della musica. È tutto un germogliare di verde, di speranza senza fine. forse è questa la festa che tanto mi alberga nel core e che tanto aspetto ogni anno, tutto l’anno. Domani sarà già un’altra cosa, sarà già un altro mese. Attenderemo di percorrere di nuovo il cerchio che ci separa da questo giorno, in attesa di cantare di un nuovo germoglio di vita.

 

 

 

© Federico Cinti

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Un po’ di nebbia

 

Udii un’eco. Tremarono

nell’anima i precordi. A quell’immagine

posò il tempo dimentico,

origine e crepuscolo dell’attimo.

 

Dell’intima vertigine

intravidi il miracolo, indicibile

nenia di luce, limpida

ebrezza oltre ogni ostacolo, ogni limite.

 

Breve brivido, onirico

barlume, malinconica inquietudine

in un fulmineo correre

all’indietro, in avanti, eterno vortice.

 

 

In «questo senso penoso di precarietà», tanto per citare il nono capitolo del Fu Mattia Pascal di Pirandello, Un po’ di nebbia appunto, tutto appare quanto mai confuso. Poco chiaro, insomma: diciamo pure come ci piace. Perché in fondo, e non sono certo io ad averlo ammesso per la prima volta, ogni metafora serve a descrivere il nostro incerto procedere. La nebbia mi pare proprio azzeccata, con quel suo vedere e non vedere assieme. E poi, «era un gran mare piano, / grigio, senz’onde, senza lidi, unito» (G. Pascoli, Nella nebbia, 1-3). Si brancola, ecco tutto, tra le ombre fitte. Avviene così, del resto, pure nei sogni. Non c’è nebbia, è vero, ma i diversi piani si intersecano l’uno nell’altro in una realtà sfacciata. Forse è questo il bello dell’attività onirica, perché a «colui che sognando vede», o crede di vedere, «dopo ’l sogno la passione impressa / rimane, e l’altro a la mente non riede» (Par. XXXIII 58-60).

Al di fuori di noi tutto è possibile. la visione parziale non ci permette altre valutazioni. A me almeno non le permette. Determinarci non è sempre possibile, a quanto pare, se ciò che siamo lo vedono solo gli altri. Appunto, lo vedono o credono di vedere. Anche su questo potremmo discettare all’infinito. Fingiamo pure di essere in uno stato cosciente e di veglia permanente. Non siamo mai in grado di squarciare la cortina che ci separa dall’aldilà. Intendiamoci, anche in senso meramente spaziale, se noi ci troviamo qui. Indossiamo per l’occasione la maschera che ci contraddistingue o ci omologa. Già, ma anche il volere a tutti i costi essere diversi, in verità, altro non è se non un’omologazione. Mi trovo anche a chiedermi se non sia meglio passare inosservati e basta. In fondo, che ci importa del giudizio altrui? E del nostro, eh? Del nostro che ci importa? Sempre di maschera parliamo.

 

 

Eppure, c’è qualche cosa di grande della riflessione, nell’infinito specchiarci e rispecchiarci. In questo modo si conosce e ci si conosce, anche se è doloroso. Entrare nei precordi è alle volte uno strazio. Ma questo atto titanico non può restare pura potenza. Ecco allora possibile lo spettacolo: ciò che si guarda e che si mette in scena è davanti a noi, è dentro di noi. Lo facciamo nostro, in una perpetua catarsi. Se non si capisce, si esiste senza vivere. Qualcuno lo fa e forse sta benissimo. Porsi troppe domande rischia di guastare la tranquillità tanto a lungo cercata. Era l’antica atarassia, l’imperturbabile stato di chi diviene imperturbabile. Chi ci riesce, attinge forse la felicità. Io, non so perché, mi ritrovo nel continuo vortice che ibrida sogno e realtà, fantasia e desiderio di volontà. Tendiamo all’infinito, non c’è dubbio. Guardo il cielo, l’infinita azzurrità che mi sovrasta. Non nascono da qui tutte le domande? Solo un pazzo può pensare che non vi sia un mistero che ci abbraccia e di cui facciamo parte. Chissà, se riusciamo a vederci da fuori, questo eterno tendere raggiungerà il suo porto, la sua meta. Uscirà dal vorticare infinito e raggiungerà la pace. in questa nebbia sembra difficile, ma non impossibile. Se non altro, sperare dà una certa consolazione.

 

 

© Federico Cinti

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A Stefano – Nel secondo anniversario

 

Sono due anni, Stefano.

Tutto adesso è indicibile memoria,

epifania d’un attimo

fattosi eterno. Amare queste lacrime,

 

avaro il tempo, fragile

nel trovarsi di nuovo lungo il margine

opaco del nostro essere

annichilito. Inutile ogni calcolo.

 

Due anni, soffio rapido

di vita, d’insondabile vertigine.

In questa solitudine,

oggi, il ricordo della tua amicizia.

 

 

Un filo, Stefano, l’amicizia che ancora ci lega, sottile nel silenzio della memoria. Strano, vero, ricordarcelo proprio due anni dopo che ci hai salutati. Era una tiepida mattina di aprile. Dovevamo vederci per un’incombenza burocratica. Eppure, nulla. Mi chiamò Roberto con le lacrime agli occhi e la voce strozzata. Nemmeno io sapevo che cosa dire. Ma che cosa avrei potuto dire? Mi restava la tua voce nelle orecchie: avevamo appena parlato del saggio di Massimo Cacciari sull’umanesimo. Era la nostra ultima scusa per prendere il caffè assieme. Già, il caffè. Mi raccontavi che eri arrivato a prenderne tre alla volta. E pensare che io mi ero ridotto a prendere l’orzo per evitare l’acidità di stomaco. Ci ripenso, sai? ripenso ai nostri caffè letterari in giro per Bologna. quel filo di cui ti parlo sa ancora di quei momenti così preziosi, rubati alla quotidianità. Tutto era sempre accompagnato dal tuo sorriso. Il sorriso dell’amicizia, chiamiamolo pure così.

 

 

In questi giorni esplodeva la primavera, la tua stagione. Amavi i fiori: simboleggiavano la vita, la fine dell’inverno e del freddo. Anch’io non sopporto la brutta stagione. A Savigno era uno spettacolo: davanti a casa tua rinasceva il mondo negli odori, nei colori, nel verso delle starne. Un giorno me ne parlasti entusiasta. All’inizio pensavo tu scherzassi. Le starne? Già, che strano ripensarci oggi, nel giorno del tuo anniversario. Sa di qualche cosa di antico. No, anzi: di perenne. Nella ciclicità del tempo s’annida l’eternità, si manifesta il nostro piccolo io in relazione al divenire nel ciclico ritorno. Tu lo sapevi. Io ho cominciato ad accorgermene a poco a poco e nonostante i miei autori. Dico nonostante, perché la letteratura prende vita dopo che noi abbiamo vissuto e ci siamo riconosciuti in quello specchio. Allora, solo allora prendiamo coscienza di ciò che siamo e di ciò che non siamo più. So che mi stai ascoltando con la sigaretta in mano: nulla è cambiato. Sei al di là del velo che apparentemente ci separa. Ma il nostro dialogo è rimasto inalterato. Parlo solo un po’ più io, ma tu ci sei, ti fai riconoscere. Te lo confesso, perché so bene che cosa succeda nell’altra stanza, al di là del sipario che divide lo spettacolo dalla visione. E di questo ti ringrazio, amico mio.

 

 

 

© Federico Cinti

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Al mio amico Cesare

 

Attesa vana. L’attimo

caduco si disperde oltre le pagine

eterne. Antiche nuvole

si specchiano nell’anima e si perdono.

 

Al tempo il nulla cosmico

rimane indifferente. Impercettibile

estasi tra le palpebre

chiuse il fumo azzurrino tra le chiacchiere.

 

Adesso e sempre, il palpito

lontano che ci abbraccia, che ci libera,

assorti nell’ingenua

brezza del giorno tra gli impegni inutili.

 

Ride dell’inquietudine

esistenziale l’ultima vertigine.

Si sa, si è qui, nel pallido

esilio dove tutto passa rapido.

 

 

Ieri era il compleanno del mio amico Cesare. Non c’è nulla da fare: prima o poi ci si vede – o rivede – allo specchio. Negli infiniti spazi interstiziali si trova il senso vero delle cose. Il vuoto non esiste: me ne convinco sempre più. O, meglio, potrebbe anche esistere, ma solo se gli permettiamo che occupi spazio fuori e dentro di noi. È l’horror vacui, chiamiamolo pure così. Alle volte sembra quasi rincorrerci. Il più sta nel non farsi prendere. In fondo è un’insensata dimostrazione della nostra esistenza. Spesso si procede solo per questa vana smania di apparenza. Ho parlato di specchio, ma mi riferivo soprattutto a chi via via, nel nostro percorso, si ha la ventura di conoscere.

Ecco, Cesare è uno di costoro. Ho sempre l’impressione sia in una attesa infinita. Durante la boccata d’aria si riprende il contatto con la realtà. Lo seguo, come posso e quando posso, nelle sue evoluzioni metafisiche. Qualcuno potrebbe pure dire chiacchiere, io stesso le chiamo così. Ma c’è di più, molto di più- mi è capitato più volte di cogliere una profondità in lui che quasi non vuole emergere. Resta chiusa, così, o dischiusa. Occorre spirito d’osservazione per scorgere lo spiraglio, il filo di luce che torna in superficie. Sulla balaustra sporta sul nulla tutto si riacquisisce. A ciò forse porta quella lunga attesa.

Mi viene da pensare che sia una soglia, una delle tante su cui mi trovo a camminare. Una lama di luce, ecco, che squarcia le ombre. Questo mi è stato concesso, questo mi sono conquistato nel tempo. All’ora d’aria aggiungerei il caffè, momento topico come si sa. Perché al caffè, come amo ripetere, come del resto al cuore, non si comanda. Io almeno non so comandare. Aggrega, tutto qui, negli anfratti più reconditi del mondo si coagula attorno a quell’aroma intenso. Penso sia così pure per lui. Non gliel’ho mai chiesto, così, esplicitamente. Non si può parlare di tutto, almeno a parole.

Naturalmente così lo vedo io. Lo vedo per modo di dire, nel senso che mi occorre attendere che l’ombra mi divenga luce prima che io riesca davvero a oltrepassare la linea che mi separa dall’altra parte dello specchio. Nelle corse quotidiane mi stupisco di cogliere dall’esterno le fughe spericolate verso l’ignoto. Già, perché molti – forse troppi? – furoreggiano all’impazzata senza un perché. Anche Cesare la pensa così. Credo perlomeno. Il giudizio lo ha già espresso più volte a riguardo. Nello spazio interstiziale del corridoio tutto si fa possibile (o almeno così mi pare).

 

 

 

© Federico Cinti

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Marta, arrivederci

 

Mi fermai, sulla soglia,

a un passo dal confine invalicabile.

Rimasi, nel silenzio,

tra le mie quattro cose inesprimibili.

 

Ancora un gesto, l’ultimo,

accanto a una presenza di mestizia.

Raccolsi qualche lacrima

rapida tra le palpebre e le ciglia.

 

In un etereo raggio

Vidi aprirsi il perché del nostro vivere.

Esitai sulla linea

d’ombra che ci divide in un abbraccio.

 

Eternità di un attimo

ritrovata nel cuore, nell’immagine

chiara, ma tanto fragile,

in cui sperare non è vano illudersi.

 

 

Mi trovai, a un certo punto, il 22 luglio scorso, senza nemmeno accorgermene, sulla linea d’ombra che separa l’aldiquà dall’l’aldilà, in un caldo pomeriggio estivo. Un saluto, l’ultimo, a Marta. L’avevo conosciuta qualche anno fa, il 17 settembre 2017, a una festa a Stiatico. Era una ricorrenza, un pranzo, un pomeriggio indimenticabile. Nulla di più, un ricordo, adesso un nome. Eppure, nulla è stato invano, nemmeno il tempo del saluto, in un silenzio che si è fatto a poco a poco preghiera, certezza che quella linea non è la fine di tutto, bensì solo il transito a quella che chiamiamo miglior vita.

In altre situazioni simili avevo già avuto la stessa percezione, un essere qui e allo stesso tempo altrove, proiettato oltre l’azzurro limpido, oltre le nuvole che non lasciano vedere, come un velo lontano. Adesso, solo adesso riesco a trovare il coraggio di oggettivare quella sensazione così particolare, quasi un sollievo al nostro umano correre e procedere. Un sollievo, certo, senza troppa pietà, anche se il distacco è forte, troppo forte spesso per lasciarci comprendere veramente. Ma noi viviamo come se quel momento non fosse contemplato. Questa, forse, la vera sciagura.

Presso i Cappuccini di Bologna, in Bellinzona, qualche cosa finalmente ho compreso. Non è stato facile, lo ammetto, mettere a nudo quelle poche, effimere certezze che mi contraddistinguono. Mi sono lasciato prendere per mano. ero lì, senz’altro conforto se non la certezza di non bastare a me stesso. Anche Francesco, il figlio, aveva in volto questa serenità. Sapeva che la madre era con lui, non come prima, ma più di prima. La commozione gli rompeva la voce, ma era consolato. Ecco, questa consolazione rende la vita degna di essere vissuta fino all’istante estremo, tutta intera, senza sconti o scorciatoie.

 

© Federico Cinti

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A Gabriele

Già il tempo fu. Ora il giubilo

anima il viso. Il libro volta pagina,

brilla di gioia. All’ultimo

ride il cuore, spiraglio tra le nuvole.

Insolita l’inerzia,

ebrezza assaporata, mai continua,

languido desiderio

estatico. Davanti altri capitoli.

Musiche d’incantesimo:

inizio o fine? Il cerchio non ha termine.

Già il tempo fu. Per l’aria

nuota il raggio a cercare l’invisibile.

Apre e chiude la soglia

rimasta in ombra questo estremo sabato

d’attesa. Era la linea

ignota per tornare a essere liberi.

Non me lo sarei mai aspettato. Non così, almeno. Immaginavo che presentare il mio ultimo libro – Il mio nome era Tempesta. Vita del partigiano e combattente Franco Guazzaloca – nei luoghi del protagonista, a Zola Predosa, avrebbe richiamato un certo concorso di pubblico, ma doverla fare nella piazzetta antistante alla biblioteca in cui era stata programmata per permettere a tutti di presenziare è stata una soddisfazione non da poco. E poi, diciamolo pure, anche presentare il proprio romanzo con il protagonista di fianco è stato privilegio rarissimo, credo quasi unico, perlopiù ignoto ai mortali. Io posso raccontarlo.

Regista dell’evento l’amico Gabriele, l’amico bibliotecario nonché bibliofilo. Era lì come sempre, come negli ultimi quarant’anni e più è stato. Era lì, come sempre, sulla linea di confine. Non lo aveva detto pressoché a nessuno. A me lo aveva appena appena accennato, come nebulosa vaga e indefinita, come se riguardasse un altro. In effetti, l’ho compreso dopo, riguardava un altro: andava in pensione il bibliotecario, non lui. Ma che poteva importargli se veniva giubilato un altro? Ci sono dovuto arrivare a poco a poco, per forza di congettura, pirandellianamente. Deponeva una maschera, un ruolo, una dimensione. Per questo ha ceduto subito il testimone al suo successore. Insomma, si voltava pagina, si chiudeva solo una porta, tutto qui.

 

 

 

Avevo scritto pure un piccolo pensiero, un’odicina avrebbero detto in tempi più formali di quelli odierni, ed è proprio la poesia che ripropongo qui. Avevo chiesto a un amico, lì con noi, a Paolo Carati che mi aveva scritto la premessa al libro, di leggerla. Non se l’è sentita. Lo capisco: non me la sono sentita nemmeno io, figuriamoci se avrebbe potuto farlo lui. E davanti a tutte quelle persone, in silenzio, mentre un sole pallido illuminava il mezzogiorno zolese e un filo di vento cominciava fresco ad accarezzarci. Figuriamoci se non lo capivo. Si è trovato un sostituto, l’ex-sindaco Forte Clò, dalla voce stentorea e impostata. Ha confessato forse la verità, ossia che il testo non era un granché: avrebbe preferito una zirudella. Già, avrei potuto essere più scherzoso, ma per un amico di quella grandezza proprio non ce l’ho fatta. Ecco, mi sono limitato all’acrostico. Non credo nemmeno se ne sia accorto, ma va bene, anzi meglio, perché l’acrostico è fatto per non essere trovato. Almeno nell’immediato, anche se avevo messo le iniziali in grassetto.

Il tutto si è esaurito così, tra molte chiacchiere e molti saluti oltre a un bicchiere di vino nero. Giusto, perché no? Il testo può diventare pure un pretesto per ritrovare amici, parenti, conoscenti, per conoscere persone. Un buon libro, e non so se lo sia il mio, ma spero di sì, è un’occasione d’incontro. Non dico che la lettura sia facile, come vorrebbe qualcuno, addirittura un piacere; però, certamente, è un esercizio, uno scavo interiore. Mi è successo parecchie volte di dover rileggere qualche cosa per cogliere qualche vago senso e ci sono testi miei che non ho ancora compreso del tutto. Parlo con altri e mi spiegano quello che volevo dire. Chissà se era proprio così. Oggi mi è successo, per esempio. Dopo anni di lavoro ho capito bene che cosa avevo fatto. Penso, anzi spero, che il mio libro adesso sia degno di potersene stare in un bello scaffale di biblioteca. Finalmente potrebbe aiutarmi Gabriele e non il bibliotecario a capirci qualche cosa: gli scaffali, alle volte, sembrano tutti uguali.

© Federico Cinti

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Placida nostalgia

 

Assorta l’ora pallida

giace, eco impercettibile nell’anima

inerte. Antiche immagini

udite oltre l’abbaglio, linea fragile

 

laggiù, oltre l’ombra vacua

in cui sognare. Ennesimo rifugio

appena conoscibile,

musica ignota, eppure così prossima,

 

eppure così vivida,

laggiù, nel quieto margine in cui perdersi:

come in un incantesimo,

hanno i pensieri il volto delle favole.

 

Inutile rivolgersi

ora indietro a cercare: in questa placida

nostalgia lento indugia

il desiderio ad ascoltare un palpito.

 

 

In questa fine d’agosto sembra sul punto di finire l’estate, anche se ancora un mese ci separa da quello che Orazio definiva malinconicamente pomifer autumnus (carm. IV 7, 11), nel ciclico avvicendarsi delle stagioni, la cui eco ritrovo in questi versi carducciani, «m’asconda ella gl’inanimi / fiori del giovin anno: / essi ritorneranno, / tu non ritorni più» (G. Carducci, Primavera classica, 21-24), seppur invertiti di segno. Nella contemplazione della natura che inesorabile procede si risolve ogni contraddizione, l’anticipo di quel che già sappiamo e che un poeta esprime con forza meglio di qualsiasi ulteriore riflessione: «Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto, / nelle piogge di settembre / torrenziali e piangenti / e un brivido percorse la terra» (V. Cardarelli, Autunno, 1-5).

In questo scorcio d’agosto tutto torna, anche il sole obliquo in attesa della sera. Così almeno mi pare, in giorni sempre più brevi e quasi lontani da quel giugno ristorato, diciamo pure così, «di luce e di calor» (G. Carducci, Pianto antico, 8), come il famoso «muto orto solingo» (Id., Ibid., 5). Senza stupore, certo, ritorna il pensiero di ciò che fu in ciò che sarà. Penso a me, alla linea che separa questi giorni dagli impegni professionali e mi risento nei versi pascoliani in cui si ricorda che «chioccola il merlo, fischia il beccaccino; / anch’io torno a cantare in mio latino» (G. Pascoli, O vano sogno, 11-12), che altro non è se non la citazione di uno dei più grandi fedeli d’amore di «cantin[n]e gli auselli / ciascun in suo latino» (G. Cavalcanti, Rime, I, 10-11). Eppure, anche questo ha un suo fascino ineludibile, il fascino della fuga verso lidi lontani, dove la fantasia apre a mondi senza limiti e confini.

In quest’ultima decade d’agosto ogni cosa pare ancora sospesa, tra il qui e l’altrove in cui tutto si fa possibile, come un’antica musica lontana, nell’anima, sentita e risentita «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 6). perché si vive, certo, si vive in questo punto dinamico sulla retta dell’infinito, con alle spalle ciò che non è più e innanzi agli occhi quel che non c’è ancora. È una sfida continua oltreché un tornare ritornare alla propria isola, in fuga da Calipso, dal nascondimento in cui alle volte ci si smarrisce. Il sole estivo può dare tali dolcezze dabbagli0.

In questo tornare e ritornare, è ovvio, qualche cosa può restare indietro. Ecco, non dico d’aver fatto apposta, ma, per riprendere il venusino più famoso degli ultimi duemila anni, Orazio, damna tamen celeres reparant caelestia lunae (carm. IV 7, 13). Ebbene, tutto resta poi al fondo di quella conchiglia che è il cuore umano a ripetere le emozioni già vissute e mai scordate. In questo non ci sono giorni uguali agli altri, ma un continuo fluire ininterrotto. E tornano a biondeggiare i campi prima che la falce mieta le messi così prospere, così vere, e torna quindi a rosseggiare, come nei dipinti bucolici dell’età dell’oro cantata da Virgilio, l’uva dalle siepi.

 

 

 

© Federico Cinti

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L’ultimo naufragio

 

Azzurro il cielo, libera

nuota la fantasia. Placida l’anima

giace in un sogno etereo,

ennesimo librarsi tra le nuvole.

 

Lassù tutto è possibile,

in quel supremo scorrere dell’attimo,

caducità in cui essere

ancora e sempre ciò che si desidera.

 

Danzano in mezzo agli alberi

immagini di un tempo ormai perdutosi,

rarefazioni pallide

in cui specchiarsi, come antiche favole

 

eterne d’incantesimi

nel cuore. Poi il risveglio a un tratto. Liquido

zampilla all’occhio incredulo

obliquo il sole, l’ultimo naufragio.

 

 

Ecco, un sogno che si spazia nell’azzurro dove cielo e mare si congiungono, una fantasia senza limiti pronta ad andare oltre, a superare ogni ostacolo. Nulla resta precluso a chi sa guardare con occhio libero ciò che fissa con il desiderio di conoscere. Così immagino una giornata estiva, di questo agosto in cui il vento sembra una carezza calda su cui volare alla ricerca di un incantesimo. È poi la magia di un tempo eterno, contradictio in terminis, certo, nel perpetuo scorrere del tutto in cui abbandonarsi. Chissà, forse nacque così la mitologia sulle sponde delle acque in mezzo alle terre, quelle acque che ondando sarebbero diventate il Mare nostrum.  

In questa prospettiva un sabato d’agosto diviene una festa, una linea d’ombra da attraversare senza troppo pensarci. Un giorno, nulla più, ma di quelli che scorrono via e lasciano traccia nella memoria. Potrei diffondermi molto di più, per evitare zone di oscurità, ma chi deve capire credo abbia già intuito. Un augurio si può fare anche senza esplicitarlo. Alcune volte l’ho fatto, come oggi pure, in un sabato in cui il pomeriggio appare piatto dopo il solito meriggio. Insomma, direi che angelica lo sappia e tanto basta. Ad altri suoi amici ho scritto, ad altri no. Prima o poi dovrò recuperare. Il fatto è che non si scrive a comando. Mi accontento di una divagazione azzurra al di là del limite. Questo il mio augurio.

 

 

© Federico Cinti

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Auguri, Chiara

 

Assorto nel meriggio

un pallore d’azzurro tra le nuvole

galleggia all’inquietudine

umbratile di un fremito impalpabile.

 

Rimane tra le palpebre

il mormorio delle cicale tremule.

Chiara laggiù nell’anima

ha innanzi l’occhio incredulo un’immagine.

 

In quel sorriso labile

abita una vertigine ineffabile.

Rapida all’aria tenue

ancora fugge, ennesimo incantesimo.

 

 

Alla fine di luglio qualsiasi cosa è possibile, soprattutto quando s’affaccia il tempo della vacatio, che non è semplicemente la vacanza vagheggiata a scuola dagli studenti, e forse – azzardo io – anche più dai docenti, ma soprattutto il tempo libero da dedicare a se stessi e alla propria crescita intellettuale, morale e spirituale. Ecco perché, «dentro il meridïano ozio dell’aie» (G. Pascoli, Romagna, 16) o quando «posa il meriggio sulla prateria» (G. Pascoli, Dall’argine, 1), tanto per citare un autore a me carissimo, la riflessione su se stessi diviene pressoché obbligatoria se non scontata. Dal più alto dei cieli al più profondo del cuore, come in uno specchio, ci si smarrisce e ci si ritrova in un abbraccio inscindibile. Anche i suoni si fanno echi di un mondo fuori del tempo, in un mare affogato di cicale.

Alla fine di luglio tutti i miti si riaffacciano in un rigurgito di sfrenata inerzia a mostrare la loro eterna vitalità, Narciso ed Eco, Orfeo ed Euridice, le cicale e il mare. Tutto veramente si fa possibile, se non reale, nella sonnolenza estatica dell’ora che posa oziosa e si perde lontano, come un ricordo affiorato e subito svanito, come una voce che a poco a poco se ne va per un sentiero ignoto, come una musica appena percepita chissà da dove, chissà da chi. Riaffiorano alla mente i deliri della «gna Pina», errabondi per le campagne riarse di Sicilia, «quando il sole batteva a piombo» (cfr. G. verga. La lupa).

A luglio tutto si fa possibile, anche scrivere gli auguri a un’amica, Chiara Pazzaglia, senza necessariamente cadere in versi d’occasione, perché la poesia nasce di per sé da un’occasione, da un «kairòs», che ne è sua fonte e culmine. Il correlativo oggettivo non se lo è certo inventato Eliot o Montale. Lo ritroviamo già nel mondo antico, anche in un poeta sublime come l’Orazio lirico, per esempio nella fonte di Bandusia, che tanti prima di me hanno studiato, amato e tradotto. Ecco, oggi l’occasione è proprio questo compleanno così particolare, così netto nel traguardo e nelle intenzioni. Alla corsa del tempo ogni tanto ci si può opporre e non con atteggiamento nostalgico, come se si volesse obbligatoriamente volgere indietro, ma solamente per un augurio, come scritto su un muro, quello della memoria.

 

 

 

© Federico Cinti

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