Ultimo viaggio (omaggio a Giovanni Pascoli)

 

E tutto a un tratto un ultimo sussurro,

poi il nulla. Un velo anticipò la sera,

oltre l’oro e la porpora, d’azzurro.

 

Voli inquieti. Una rondine leggera

brillò nell’aria languida. Dintorno

solo silenzio sulla linea nera.

 

L’occhio sognò. Una lacrima al ritorno

del viaggio. In lontananza una fanciulla

presso il cancello, simile a quel giorno.

 

Fu un infinito palpito. Alla culla

un cantare antichissimo d’oblio.

S’allagò il petto al fremito. Poi il nulla.

 

S’udì di nuovo il lieve mormorio

dei cipressi, l’arcana meraviglia

d’esserci e di non esserci. L’addio

 

ebbe il suono di concava conchiglia.

Tutto fu. Fu poi il nulla. Era vanito

l’azzurro in un muovere di ciglia.

 

Si sciolse l’ansia all’attimo infinito

sulla soglia invisibile, non grido,

non dolore, non pianto. Era sparito

 

il morbo atroce della vita. Il nido

si schiudeva di nuovo in lontananza.

Tutto già fu. Poi il nulla. Lungo il lido

 

del cuore un’indicibile esultanza.

 

 

Era il 6 aprile 1912. In via dell’Osservanza 2, a Bologna, subito fuori Porta san Mamolo, Giovanni Pascoli lasciava la scena di questo mondo. Chissà quante volte l’aveva desiderato, ma forse non avvenne come l’immaginava. Un giorno d’aprile, come questo, così particolare, così silenzioso. La primavera era già iniziata; eppure, piombò a un tratto l’inverno. Nulla è mai come ce lo si aspetta, come ce lo si sogna. Le parole aprono mondi ignoti. Nei versi si sente l’eco lontana di quel travaglio dell’imperfezione. intanto, nel cielo, una rondine nuova si librava nell’azzurro alla ricerca del suo nido. Un segno, forse non altro. la fantasia aiuta a ricostruire quegli attimi indicibili.

 

 

 

Era il sogno, sì, che tante volte esce prepotente dai suoi versi: «Mia madre era al cancello. / Che pianto fu! Quante ore! / Lì, sotto il verde ombrello / della mimosa in fiore!» (G. Pascoli, Casa mia, 1-4). Ritrovarsi, per sempre, di nuovo insieme. Non importa se al di qua o al di là del cancello: tutto si fa possibile in poesia, anche ricostruire quel nido distrutto dalla malvagità umana. Lo avevo imparato già in terza elementare che «ma da quel nido, rondini tardive, / tutti tutti migrammo un giorno nero: / io, la mia patria or è dove si vive: / gli altri son poco lungi; in cimitero» (G. Pascoli, Romagna, 49-52). Ecco che cosa resta, una tensione all’infinito, al ritorno, al greppo solitario, dove un nido attende chi lo cerca.

 

 

Eppure, avrei voglia di chiederglielo se quel «sempre un villaggio» (G. Pascoli, Romagna, 1) non fosse un omaggio a Leopardi. Forse sorriderebbe. Un sorriso amaro, certo, di quelli che sapeva regalare lui. Già, perché non ho mai compreso fino in fondo il motivo per cui lo senta tanto vicino alla mia sensibilità. Lo sento mio, ecco, come vorrei scrivere io e non sono capace, in quel mondo di nostalgia e malinconia. Vorrei chiedergli perché risuona in me quel verso così immensamente, «dentro il meridïano ozio dell’aie» (G. Pascoli, Romagna, 16). Non so, mi ci perdo ogni volta che lo rileggo, che lo ripeto. Ha un che di infinitamente grandioso, che dilaga. Non l’ho mai detto a nessuno, sempre che a qualcuno interessi.

  Pascoli è il poeta della soglia, è l’occhio che guarda, l’orecchio che ascolta. Germoglia in lui l’idea dell’assoluto. Me lo immagino per i nostri portici silenzioso, sempre alla ricerca di un’ombra che gli si svela innanzi. E chissà quel 6 aprile che cosa deve essere stato varcarla, quella soglia, quella linea d’ombra presente, eppure impercettibile ai più. Fa un certo effetto anche solo parlarne. Fu certo, quello, l’ultimo viaggio, simile al suo Ulisse che tornava da Calipso: «e il mare azzurro che l’amò, più oltre / spinse Odisseo, per nove giorni e notti, e lo sospinse all’isola lontana» (G. Pascoli, Calypso, 1-3). Chissà, calipso altro non era, in questo poema conviviale, se non la madre tante volte vista in qualche immagine nebbiosa. E quell’isola, l’isola di Ogigia, altro non era che il nascondimento della conchiglia, fattosi al fondo utero materno in cui tornare ciò che prima non era, nel punto morto dell’Oceano, punto morto del mondo dove tutto si fa possibile, anche la felicità lontana. Fu così che «vide la sua madre al capezzale» e «la guardava senza meraviglia» (G. Pascoli, Ultimo sogno, 7-8). Poi il nulla: «sentivo mia madre… poi nulla… / sul far della sera» (G. Pascoli, La mia sera, 39-40).

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

A Elena

 

Eco d’un giorno, eco d’un anno, volo

lieve del tempo: tra le nostre dita

esile il filo s’addipana solo.

 

Nulla sarà di ciò che fu. Infinita

ascesa tra l’azzurro. Nulla è invano.

La meta è dove è più ardua la salita.

 

Un sorriso dolcissimo. Pian piano

per i portici l’essere, l’andare

passa. Un sogno non fu, non fu lontano

 

il limite di tante gioie rare.

 

 

Non so perché, ma ogni volta mi trovo a parlare del tempo che scivola inesorabile, Elena, soprattutto in questo tuo giorno di fine ottobre. «Croce e delizia», potresti dirmi, tu che sei una verdiana convinta, «delizia al cor». Quando siete stati a Parma per il Simon Boccanegra, anche qui inspiegabilmente, mi è venuto da cantare assieme a Leporello: «questo pezzo di fagiano, / piano piano vo’ inghiottir». Eh, io sono proprio mozartiano: lo ammetto senza riserva alcuna. Me lo perdonerai. Come tante altre cose, del resto, che qui non sto a elencare. Mi è venuto, per esempio, da citare La casa dei doganieri di Montale, «un filo s’addipana» (v. 7), anche se non è esattamente il mio poeta preferito. A te piace molto, invece. Lo affermasti con una certa convinzione, una volta. Ma ci sta, va bene. Oh, intendiamoci: non è che io non lo apprezzi. Anzi, ha testi splendidi. Tuttavia, devo riconoscere che preferisco altri autori.

Non so perché, ma il discorso mi scivola sempre di mano, un po’ come il tempo, sabbia tra le dita di un’invisibile clessidra. Che poi noi pensiamo alla sabbia, ma nel nome c’è l’acqua. Già, la clessidra è un orologio ad acqua. Poi, va da sé, ci può pure essere la sabbia al suo interno. Non è certo L’orologio da rote di Ciro di Pers, ossessione barocca per eccellenza. Ecco, sempre il tempo che incombe. Eppure, vedi, oggi ho fatto tardi a scriverti. Ci ho pensato tutto il giorno. Poi, come scrisse quello, «ed è subito sera» (S. Quasimodo, Ed è subito sera, 3). Comunque, sono qui a non lasciare passare invano questo giorno.

Anche l’anno scorso mi ritrovai così, in un dialogo con te, in un Dialogo con Elena. Alle volte non mi dispiace nemmeno citarmi, vezzo antico di chi se lo può permettere. Perché oggi, lo sappiamo, non è un giorno come gli altri. Ne prendiamo atto. Non sto a dirti altro. Ami le feste lunghe, anche più e più giorni. Questo è solo l’inizio. Te l’ho sentito ripetere. In quest’autunno così particolare tutto è sempre in procinto di sembrare altro, quasi il volo di uccelli che partono per chissà dove. È bello pensare che vadano per tornare, perché il bello del viaggio è il ritorno.

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Omaggio a Dante – I posto sez. a3 “Nicola Rizzi” al XV Premio Letterario Internazionale “Voci – Città di Roma”

Ho appena appreso, con grande piacere misto a stupore, che è stato assegnato il primo posto, nella sezione a3 – Metrica “Nicola Rizzi”, al XV Premio Letterario Internazionale “Voci – Città di Roma”, alla mia lirica Omaggio a Dante. Il premio consiste in un contratto d’edizione per i tipi della Fuorilinea di Roma. Nell’anno in cui si celebra il settimo centenario della dipartita del sommo poeta, non posso negarlo, la notizia mi riempie di soddisfazione. Ringrazio la prestigiosa giuria per questo riconoscimento.

Di seguito riporto la lirica cui, come da verbale, è stato assegnato il premio.

Omaggio a Dante

I.

Addio, Firenze, antica nostalgia

sulla soglia del cuore! Tutto è vano,

se si smarrisce la diritta via.

L’ansia del giorno, un palpito lontano

d’eternità. L’azzurro trascolora

il nostro incerto incespicare umano.

Non sarò più chi fui. Vivo nell’ora

che volge al desiderio, nell’esilio

di questo viaggio per tornare ancora

a casa sulla scorta di Virgilio.

II.

Voragine del nulla, l’occhio fissa

il delirio dell’uomo e il suo destino

dentro l’oscurità che s’inabissa.

Adesso mi ritrovo pellegrino

fuori e dentro di me, dove discerno

ciò che non vede l’animo meschino.

Immensa solitudine, l’inferno

mi si scopre davanti, squarcia il velo

del suo tetro trascorrere in eterno.

Così si perde chi ha perduto il cielo.

III.

Sussulto d’infinito all’orizzonte

rivedere le stelle e in mezzo al mare

l’azzurra solitudine del monte!

In questa libertà tutto m’appare

veramente com’è, l’ardua salita,

la stanchezza, la gioia nell’andare.

In me sento rinascere la vita

tra gli amici di un’epoca felice,

si risveglia in me l’anima assopita

a scorgere il sorriso di Beatrice.

IV.

Corre acque inaccessibili il mio legno

per lo gran mar dell’essere in cui io

rendo reale il sogno del mio ingegno.

Tra le potenze angeliche m’avvio

a contemplare le sostanze sante

e il mistero ineffabile di Dio.

Maria prega per me, piccolo Dante,

perché io pregusti quelle cose belle,

mentre con moto sempre a sé costante

l’amore muove il sole e le altre stelle.

Di seguito riporto il giudizio per cui mi è stato assegnato il primo posto e ringrazio Lidia Guerrieri:

Eccezionale padronanza della metrica e un contenuto eccellente in questo lavoro di Federico Cinti:
quattro “capitoli” ciascuno di tre terzine dantesche più un verso di chiusura in rima alternata col
penultimo della terzina di sopra. Basterebbe solo questo a dimostrarci le non comuni capacità di
questo poeta che ha saputo coniugare cultura, destrezza e umanità. Quattro parti per ripercorrere
il viaggio del Vate: dall’incontro con Virgilio nella selva oscura, all’Inferno, “voragine del nulla,
delirio dell’uomo”, all’azzurra solitudine del monte del Purgatorio con la gioia dell’andare, fino
allo splendore del Paradiso e al “mistero ineffabile di Dio”. Novello, “piccolo Dante”, Cinti compie
in questa poesia un viaggio più breve ma identico a quello del Poeta ricavandone la medesima
speranza di salvezza. Noterei come i versi isolati, a conclusione di ogni parte, puntualizzino gli
elementi essenziali dell’opera dantesca: Virgilio-il cielo-Beatrice e, in conclusione il verso che
chiude questa “piccola Commedia” riecheggiando quello conclusivo dell’opera dantesca. Omaggio
di grande bellezza all’eccelso fra i poeti da parte di Federico Cinti, esperto nella metrica italiana e
barbara e poeta raffinatissimo.
Lidia Guerrieri

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Le terzine smarrite di Dante a Guido

 

Guido, i’ vorrei che tutto fosse ancora

possibile, l’amore, la poesia,

l’incantamento, l’animo d’allora.

 

Fu soltanto un abbaglio, una follia

presumere d’andare, di sognare;

Virgilio mi raccolse per la via.

 

Rischiai dopo il naufragio d’annegare

in quel pelago; eppure, dalla riva,

con la morte negli occhi guardai il mare.

 

Riguardai, qualche cosa in me moriva

per sempre, qualche cosa sopravvisse:

spenta non era in me la fiamma viva.

 

Guido, lo so, tuo padre me lo disse

con le sue amare lacrime silenti

che era rinato in te l’antico Ulisse.

 

Compresi chi noi fossimo, gli eventi

vissuti insieme, il tuo intimo disdegno,

la sorte tua tra le perdute genti.

 

Ti condannò l’altezza dell’ingegno,

lanciato a precipizio oltre i riguardi

d’Ercole, estrema linea, ultimo segno.

 

Guido, lo sai, adesso è troppo tardi:

su di te il mare già si chiuse nero,

come altrui piacque; ora in eterno tu ardi.

 

Fu altro il cammino per vedere il vero,

per lo gran mar dell’essere: felice

mi mostrò il santo volto del Mistero

 

la donna mia, l’altissima Beatrice.

 

 

Chissà se Dante, quando esprimeva al «primo de li suoi amici» (Vita nuova, III), Guido Cavalcanti, il desiderio di essere «messi in un vasel, chad ogni vento / per mare andasse al voler vostro e mio» (Rime, LII, 3-4), immaginasse non solo che avrebbe tolto a «l’uno» e «a l’altro Guido / la gloria de la lingua» (Purg. XI 97-98), ma soprattutto che lo avrebbe perso in quel mare tanto vagheggiato nel plazer, dopo un naufragio in «acqua perigliosa» (Inf. I 24)? A quel tempo, negli anni della Vita nuova, quando verosimilmente compone il sopracitato sonetto, era tutto ancora possibile, «ragionar sempre d’amore» (Rime, LII 12), discettare della poesia in cui «il buono incantatore» (Rime, LII 11), mago Merlino secondo l’interpretazione di Gianfranco Contini, avesse «la formula che mondi potesse aprire» (per dirla con Eugenio Montale, Non chiederci la parola che squadri da ogni lato, 9), restare in compagnia degli amici e delle donne amate, come «monna Vanna e monna Lagia poi / con quella che è sul numer de le trenta» (Rime, LII, 9-10). Eppure, qualche cosa mancava: non era con loro Beatrice Portinari, «la donna de la salute» (Vita nuova, III). E Guido lo sapeva: sapeva benissimo che la sua «monna Giovanna» aveva il nome di «Primavera», perché doveva preparare l’arrivo di Beatrice (cfr. Vita nuova, XXIV), alla prima di molto superiore.

Era forse soltanto una follia «guardare oltre, sognare», perché non sempre «il sogno è l’infinita ombra del vero» (G. Pascoli, Alexandros, II, 9-10, credere che tutto fosse razionalmente conoscibile, presumere in ultima analisi di non avere bisogno di Dio. Da quel sogno Dante si ridesta in «una selva oscura» (Inf. I 2), che altro non è se non l’oggettivazione del sonno della ragione in cui si è ritrovato senza nemmeno sapere come, senza comprendere che proprio Beatrice vegliava su di lui, sul suo lungo, tortuoso viaggio, anche dopo «la decenne sete» (Purg. XXXII 2). È l’inizio della salvezza, la presa di coscienza che deve uscire «fuor del pelago» (Inf. I 23) di Guido, aggrappandosi alla seconda tavola del pentimento, e abbandonarsi alla grazia. Proprio davanti a Virgilio, apparsogli «nel gran diserto», (Inf. I 64) grida «miserere di me… / qual che tu sii, od ombra od omo certo!» (Inf. I 65-66). Era stata la «Vergine Madre, figlia del suo Figlio» (Par. XXXIII 1) a chiedere l’intervento di «Lucia, nimica di ciascun crudele» (Inf. II 100), che a sua volta aveva chiamato «Beatrice, loda di Dio vera» (Inf. II 103) e questa era ricorsa a Virgilio, l’«anima cortese mantoana, / di cui la fama ancor nel mondo dura, / e durerà quanto ’l mondo lontana» (Inf. II 58-60). Dante, che aveva abbandonato «la verace via» (Inf. I 12), attraverso l’amore per «la donna de la salute», è toccato dalla luce della grazia.

In quella «selva oscura» (Inf. I 2) la luce era finalmente filtrata, da quel «pelago» (Inf. I 24) Dante era riuscito ad arrivare faticosamente «a la riva» ancora vivo: «nel mezzo del cammin de la sua vita» (Inf. I 1) cominciava il vero viaggio lungo «la diritta via» prima «smarrita» (Inf. I 3) per giungere alla verità da svelare e rivelare. Tra i vari specchi in cui Dante si riflette, nel suo percorso agli inferi, incontra pure quello di Cavalcante, padre di Guido, che si dispera di non conoscere nulla dell’attuale vita del figlio. Dovrebbe essere lì, con l’amico di sempre; ma forse «non fiere li occhi suoi lo dolce lume?» (Inf. X 69). Il padre è più che angosciato: il suo dolce nato potrebbe essere morto o, peggio ancora, non giovarsi più della vivida fiamma della ragione. Dante non gli risponde, nel fraintendimento paterno, quasi a conferma degli inevitabili sospetti: Cavalcante non sa che il pellegrino è stato distratto da un dubbio, perché non si capacita che l’ombra dinanzi a sé non conoscesse il presente, come del resto era successo in vita. Cavalcante annega nelle sue lacrime, altro mare inaccesso, come il più grande di tutti gli eroi navigatori: «supin ricade e più non pare fora» (Inf. X 72).

Dante ha compreso che è stato concesso di «correr miglior acque» alla «navicella del suo ingegno» (Purg. I 1-2) ha capito che è un altro il «pelago» (Par. II 5) per il suo «legno che cantando varca» (Par. II 3): sotto la guida di Beatrice, «quasi ammiraglio che in poppa e in prora / viene a veder la gente che ministra / per li altri legni, e a ben far l’incora» (Purg. XXX 58-60), può finalmente percorrere «l’alto sale» (Par. II 13) del Paradiso, della verità rivelata e conoscibile a intelletto umano, «com’altrui piacque» (Inf. XXVI 145 e Purg. I 133), se si resta all’ombra dell’Altissimo. Non ha attraversato il «varco / folle d’Ulisse» (Par. XXVII 82-83), i «riguardi» segnati da Ercole «acciò che l’uom più oltre non si metta» (Inf. XXVI 108-109). Dante ha potuto attraversare interamente «lo gran mar de l’essere» (Par. I 113), che altro non è se non l’infinita immensità di Dio, sotto la vigile guida della sua Beatrice finché ella, tornata al suo seggio, non lo ha affidato a san Bernardo di Chiaravalle, il «sene / vestito con le genti glorïose» (Par. XXXI 59-60), perché potesse contemplare ciò che nessun uomo ha visto ed è rimasto vivo.

Ecco, si potrebbe dire che il progetto di Dio su Dante, nel racconto di costui, si è realizzato in e per Beatrice, donna sì, ma pure tramite anagogico per giungere fin nell’intimo del mistero, a quell’incarnazione in cui il poeta si specchia definitivamente, anche se ammette che «mutandom’io, a me si travagliava» (Par. XXXIII 114). Così era stato fin dall’inizio, fin dal primo incontro, «Nove fiate appresso lo suo nascimento» (Vita nuova, II), a soli nove anni, quando anche «la gloriosa donna de la sua mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che sì chiamare» (Vita nuova, II). Il traviamento era iniziato con l’amico Guido. Eppure, si potrebbe dire, come in fondo già si è detto: Guido, io ti persi. E perdendo costui, Dante salva se stesso.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Orma di sole

 

A poco a poco fu alito nel vento,

nell’anima crepuscolo di rosa,

orma di sole, lieve smarrimento.

 

Non più l’ansia del tempo. Tutto posa

nell’infinito placido del mare,

adesso, tenue essenza luminosa.

 

Esile vanità, trasumanare

lento nel cuore, l’ultimo sentiero,

eterno ritrovarsi, ritrovare

 

silente l’ineffabile Mistero.

 

 

avrei voluto esserci, avrei dovuto. Vicini in queste circostanze non si è mai abbastanza. Avrei dovuto essere, dico, accanto all’amico Ingegnere. Anche la presenza, magari silenziosa, ha il suo senso. All’ultimo saluto della nonna ci avrei anche tenuto. Erano anni, ormai, che non ci si vedeva. L’ultima volta è stato qualche anno fa, per Natale o al famoso the delle Befane. Liturgie particolari, queste, cui si sente di non doversi sottrarre per alcuna ragione al mondo. Eppure, a poco a poco, il lento inesorabile declino. Lo si avverte all’inizio come una sorta di strappo alla regola; poi, come sempre, come a tutto, ci si fa piano piano l’abitudine e anche questo torna a essere rito. La seggiola resta vuota, riempita maldestramente da qualcun altro. Infine, la notizia, il racconto, le braccia che s’allargano.

Avrei dovuto esserci. L’Ingegnere mi perdonerà. Ne avevamo parlato lungamente, nei giorni addietro. Parlarne serve pure a esorcizzare l’evento in sé, allontanarlo a data da destinarsi, quasi sine die. E poi, tutto a un tratto, ci si riscuote, come da un torpore. Lo si sapeva, sì, si conosceva la fine della storia e già ci se la raccontava. Eppure, finché non ci si arriva, si continua a navigare a vista prima di giungere al porto sicuro. È un fioco lume quello che si scorge di lontano, una blanda speranza che continua a brillare nel fondo dell’anima.

Ne avevamo parlato, ma l’ineluttabilità del momento era una linea ancora da varcare. Poi il silenzio, quello vero, quello freddo. Una presenza costante che per sempre si allontana. Fisicamente, certo; ma pur sempre un distacco forte. Si è ricevuto tanto, anche se alle volte non sembra abbastanza. Mi ha raccontato serenamente tutto, ma qualcosa non era più come prima. Una nota diversa s’avvertiva. Io almeno l’avvertivo. Per questo, ecco, non per altro forse, avrei dovuto esserci, anche senza proferire verbo di sorta.

Nulla di nuovo, convengo: ci si passa tutti. Ognuno a suo modo, però, nella propria solitudine. Esperienza comune, non si discute, ma mai esattamente identica. Ci si sforza di razionalizzare per sembrare forti, davanti agli altri innanzi tutto o forse solo davanti a se stessi. Chissà. Non ci si arriva mai del tutto preparati. È un’ansia che si scioglie, tutto qui. Sarebbe quasi inutile parlarne, se non fosse che è tanto, tanto consolatorio. E poi non si vuole fare torto a nessuno. So bene che è un modo per liberarsi da un peso, quasi un’angoscia.

Avrei dovuto, ecco, ma provo a esserci in qualche modo lo stesso, come posso, dal mio cantuccio. Il bene ricevuto non si scorda.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

«Alla mia donna»” – quinto posto al VIII premio Pascoli “L’ora di Barga”

 

Mi è stata consegnata una bella targa con l’effigie di Giovanni Pascoli, che non esito a definire il mio poeta. La soddisfazione è tanta, soprattutto perché mi sono avvicinato idealmente ai luoghi dove ha vissuto molti anni il poeta-fanciullino. La competizione, infatti, portava il titolo di una lirica famosissima dei Canti di Castelvecchio, ossia L’ora di Barga. Avevo visitato ai tempi dell’università anche la Casa-Museo di Barga, immersa in una pace tutta toscana e soprattutto poetica. Il mio componimento, come i Primi e i Nuovi poemetti, riprendevano le terzine. Essere tra i vincitori ha suggellato, in qualche misura, la mia vicinanza a quel sentire così malinconico, eppure così eterno, di Pascoli. In questo, forse, si gioca tutta la mia soddisfazione di questo riconoscimento.

 

 

Ti cercai dentro l’anima. La vita

è a volte avara. Limpido sorriso

alle porte del buio. Tra le dita

 

tenni un sogno: giungesti all’improvviso

tra la pioggia (o le lacrime?). Non ero

pronto; eppure, trovai il mio paradiso.

 

Quanto eri bella non so dire: il vero

si trasfigura all’ombra del reale.

Il tuo viso era semplice, sincero.

 

Nel cuore la tempesta: un fortunale

mi travolse. Un naufragio senza fine

mi sconvolse. Poi nulla fu più uguale.

 

Amai, oltre ogni cosa, oltre il confine

del lecito o possibile: ti amai,

mia dolce rosa nata in dure spine.

 

Feci per te quel che non feci mai

da quel giorno di pioggia a fine estate:

tutto per te cambiai, tutto imparai.

 

Contai gli attimi, le ore, le giornate,

fiore di primavera. Una dolcezza

mi s’agitava in cuore a lievi ondate.

 

Mi smarrii in te, mia sola, unica ebrezza:

nel tuo profumo il languido sospiro

dell’universo. Nella tua bellezza

 

la verità dell’intimo respiro

che unisce indissolubile. Da allora

mi specchio in te, in te vivo, ti rimiro

 

all’infinito, amore che innamora.

 

 

Questo il testo della lirica, questo il tributo alla grandezza dell’ultimo figlio di Virgilio, come ebbe a dire d’Annunzio di Pascoli, e a ragione aggiungo io. Molto è ancora da dire e da scoprire di lui, ma è discorso che vale per tutti i geni della letteratura e del pensiero. Mi accontento di accostarmi a lui con quella reverenza «che più non dee a padre alcun figliuolo» (Purg. I 33), per riprendere lo stato d’animo descritto dal «ghibellin fuggiasco», per fare mia la definizione che Foscolo dà di Dante nei Sepolcri (v. 174), nel momento in cui incontra inaspettatamente Catone l’Uticense.

 

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

A Silvia che va in pensione

Si sa che non è facile pensare

in grande; eppure, tu ci sei riuscita

lo stesso, a modo tuo, senza pesare.

Vai in pensione, l’ennesima tua gita

in luoghi inesplorati, sempre in moto

a cercare una qualche via d’uscita.

Ma tra noi lasci proprio un grande vuoto

abissale, incolmabile languore

nello stomaco, incanto ancora ignoto.

Forse è giusto così, forse nel cuore

raccoglierai l’anelito al sapere

eterno altrove, come fior da fiore.

Distilleranno in te dolci le sere,

i risvegli sereni senza fame

né sete di studenti, antiche fiere,

il supplizio che chiami pargolame.

Fitte le trame e troppe le allusioni per chi non conosce la mia collega, Silvia, prossima ormai alla pensione. Formalmente occorre aspettare il 31 agosto, perché la scuola funziona così, ma di fatto il traguardo lo ha già raggiunto. Come ho avuto modo di dire, mancherà parecchio a tutti noi: gli studenti non vedevano l’ora di fare lezione con lei, anche se adesso sarà solo uno dei tanti ricordi di un tempo che fu. Aveva un quid pluris tutto suo, non c’è che dire. Insomma, lascerà un grande vuoto.  Uno dei suoi coni linguistici più caratteristici è, senza dubbio, «pargolame», con cui indicava la totalità dei pargoli a lei così graditi. Un grande vuoto, sì: me lo ripeto, come un mantra ossessivo.

Con le restrizioni pandemiche di quest’anno terribile non è stato possibile se non un brindisi in cortile, sotto un sole cocente. Peccato, si sarebbe meritata ben di più, anche perché è sempre stata lei a occuparsi delle pensioni altrui: il contrappasso ci sarebbe stato tutto e a prezzo pieno. Magari, riusciremo a recuperare in qualche modo. Non era nemmeno l’unica a tagliare il tanto sospirato traguardo, perché anche Franca, Gabriella, Giulio e Maria ci sono arrivati senza colpo ferire.peccato non si sia dovuta prendere cura della mia pensione: ci avrei tenuto.

A me è toccato l’arduo compito di scriverle i biglietto. Mi hanno chiesto un testo di un certo valore, magari acrosticato. Cosa che ho fatto, ovviamente, come sono stato capace. Qualche cosa di decente nell’anno dedicato a Dante è uscito, in terzine, ma nulla a confronto del sommo vate fiorentino. Del resto, come ha poi chiosato un’altra ollega, il Paradiso è a Ravenna. E non so non condividere per una serie di motivi lunghi qui da esporre. Un giorno lo farò, forse, quando non dovrò occuparmi del giubilo altrui. Intanto, Silvia, ancora complimenti. Lo dico così, tanto per chiudere la pagina.

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Sogno di una notte di mezza estate

 

Ho appreso con molta soddisfazione dalla dott.ssa Valeria Di Felice che una mia poesia ha ottenuto il terzo posto nella sezione B, poesia in metrica, al XII Premio letterario Internazionale “Città di Martinsicuro” 2020. Questa la comunicazione ufficiale:

«Gentil.mo autore Federico Cinti,

la Di Felice Edizioni è lieta di comunicarLe che, per la sezione POESIA IN METRICA della XII edizione del Premio Letterario Internazionale “Città di Martinsicuro” 2020, la giuria ha deciso di assegnare il Terzo Premio all’opera: Sogno d’una notte di mezza estate».

 

 

S’intravide la luna: in un pallore

di perla sgranò lieve il suo rosario

di stelle e fiorì lieve lo stupore.

 

Un canto lontanava solitario

lungo la via, per gli orti inargentati,

tra noi sciogliendo l’ultimo divario.

 

Indugiammo nell’ombra trasognati

un tempo indefinito: in quell’istante

fummo come perduti e ritrovati.

 

Si fondeva in noi il mondo circostante

annullandosi: l’ora ci sorprese

simile al volto di un’ignota amante.

 

Le anime nostre incredule, sospese,

rincorsero il fluire della vita

oltre gli eterni secoli protese.

 

Il cuore mareggiò. Dita tra dita

fissammo nella volta ardua del cielo

la sommità dell’essere infinita.

 

Tutto fu un’eco già sentita: il velo

notturno ci coperse, quell’estate

incipiente, col suo sussurro anelo.

 

Un sogno ci rapì, parole alate,

languida ebrezza, etereo stordimento,

antico sortilegio delle fate.

 

Stormivano le fronde agili al vento

spinto verso l’asintoto e tra noi

la vertigine solo e il suo spavento.

 

Non esistette più il prima né il poi.

Tra le palpebre un dolce lacrimare

tu dentro gli occhi miei, io dentro i tuoi.

 

Chissà dove, laggiù, sentimmo il mare,

ombra di un’ombra, immagine del vero,

e quasi ci sembrò di naufragare.

 

Era l’ansia del vivere, pensiero

che ci fondeva indissolubilmente,

e attingemmo alla fonte del mistero.

 

La luna procedette indifferente

nel suo peregrinare senza fine,

oltre i monti, perdendosi silente.

 

Poi l’aurora, in un abito di trine

dal fulgore di rosa, annunciò il giorno

nascente, fino all’ultimo confine

 

della terra, in un ciclico ritorno.

 

 

Riporto di seguito il giudizio della giuria:

 

Motivazione a cura di Vittorio Verducci

 

Sogni e magie in una notte d’estate. Sotto lo sguardo compiaciuto della luna e il ridere delle stelle si fondono gli occhi degli amanti, in una percezione panica della natura che li porta a naufragare nell’oscurità della notte, tra lo stormire delle foglie e i palpiti del mare, in un tempo che si dilata all’infinito. In questa cornice di mistero che avvolge le cose e in cui batte il cuore segreto dell’universo, si snodano le terzine dantesche del poeta, perfette sul piano formale e stilistico, cui egli affida i moti più reconditi dell’anima.

 

 

All’incantesimo del solstizio estivo fa eco la pièce di Shakespeare, di cui ho mutuato il titolo: dimensione onirica e finzione reale s’incontrano e si fondono dentro la notte fulgida del cielo. Splendida metafora, forse, dell’amore, per cui tutto è possibile. Si alza il sipario al tremulo  raggio della luna, che passa nel vento assieme alle stelle. Palpita il mondo tra le case e tra gli alberi. Vicende che s’annodano e si snodano, speciosi intrecci dal sorriso ironico. È il regno delle fate, di Titania e di Oberon, che si rincorrono in un eterno gioco delle parti.

Nel Sogno di una notte di mezza estate un’altra Titania, presenza inquieta in terra europea, non trovò pace, Elisabetta, infelice imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria. Anch’io l’inseguita in quel suo viaggio senza meta, fantasia che ancora non ha raggiunto il suo compimento. Volava di sponda in sponda, simile a gabbiano senza patria. Anche questa è una storia che prima o poi racconterò. Poesia, solo poesia, specchi ad angoli deformi che si riflettono l’uno nell’altro a costruire ciò che è e che non è, metamorfosi d’irrequietudine.

 

 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati