A me stesso – nel giorno del mio compleanno

 

Anch’io, certo. Chi sfugge a questo rito?

Fui già, lo so. Forse sarò. Vedremo.

Era l’esserci sempre, all’infinito,

dopo l’ultimo salto, il volo estremo.

 

Esce la nave mia: all’azzurro il remo

ritrova lo spettacolo del lito

in lontananza. Anch’io mi volgo, temo

cielo e mare: trasecolo stupito.

 

Oggi, il mio giorno. Luccica un gabbiano

candido, lieve. Tutto sa di sale.

Inutile sperare nel ritorno.

 

Nuova la via nell’anima. Dintorno

tace l’ansia dell’ora. A nulla vale

il tempo per procedere lontano.

 

 

oggi capita a me: una volta all’anno succede. Bene, se ne prende atto e si prosegue come nulla fosse. Perché, mi sono accorto, se mi fermo a pensarci troppo, non trovo più il bandolo della questione e la matassa s’ingarbuglia al punto di divenire un glomerulo inestricabile. Gadda, perlomeno, avrebbe usato un’espressione simile. Quando leggevo il Pasticciaccio restavo incantato anche dalle acrobazie verbali. Era un tuffo, un immergersi in un mare ignoto. Del resto, non è così ogni giorno? Non è perché si compiono gli anni che ci si ferma a riflettere. Credo io, intendiamoci. Qualcuno non lo fa mai, figuriamoci in questo benedetto giorno in cui in qualche modo ci si trova a fare i conti con il tempo che passa. E meno male che passa, altrimenti sarebbe pure peggio. Ieri e oggi, due facce di una stessa, inequivocabile medaglia. All’appello manca sempre l’oggi. Eppure, è un giorno speciale, per me, oggi. Fare festa è giusto: il giorno lo esige. Non mi si chieda perché, ma io lo sento così, anche se qualcuno, non molti giorni fa, mi ha detto che non sono nessuno. Già, vero: una goccia nell’abisso. Non che io pretendessi di essere chissà chi, ma un minimo di riconoscimento me lo sarei aspettato. Me lo do da solo e tanto basta.

Uno sproloquio, lo so; ma, quando si inizia, non si sa mai dove si vada a parare. Qualcuno lo chiama pomposamente flusso creativo. Potrebbe essere. Altrimenti, anche andare a ruota libera non mi pare del tutto lontano da quel che si fa di solito. Si segue un pensiero e si va, come spinti da una forza superiore. Alle volte pensiamo allo scrittore come a uno seduto a tavolino, che di tanto in tanto scruta nel vuoto a cercare chissà che parola. Potrebbe pure essere. Io mi vedo così, alle volte, ma poi so che non sono io, perché mi ritrovo a buttare giù qualche cosa alla boia d’un Giuda, seduto chissà dove, col computer sulle gambe oppure sdraiato sul divano. Certo, sempre ammesso si possa dire che io sia scrittore. Diciamo che scrivo, ecco, scrivo e tanto basta. Quando faccio vedere i miei libri, c’è sempre qualcuno che, con un sorrisetto, mi chiede quanti soldi io abbia guadagnato. Soldi? Ma la scrittura è un piacere che supera la viltà di ogni moneta. Ma come si fa a spiegare a chi non lo sa? Non dico di professione, perché ormai non conosco più persone che scrivono di professione. Mi piacerebbe, certo, potermi fregiare del titolo; ma sarebbe, e forse lo è proprio, anacronistico.

 

 

 

Potersi fare da solo gli auguri di compleanno è privilegio di pochi. i grandi sono serviti e riveriti, come si suol dire. Io, che volete mai, dal mio piccolo punto di vista, dalla mia aiuola, che pure non mi fa tanto feroce, mi ritaglio un momento per me. Ecco, questo è il regalo più bello che io possa ricevere. Anzi no, ce ne sarebbe un altro, ma è inconfessabile. O meglio sarebbe, se non mi fossi già incamminato per questo strano sentiero. Già, perché è qualcun altro che scrive per me, come afferma il vate delle donne angelicate: «I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando» (Purg. XXIV 52-54). Ecco, se potessi esprimere un desiderio, mi piacerebbe che una donna angelicata mi facesse i suoi auguri, con la sua voce melodiosa, quasi di nenia al dondolio infinito d’un attimo lontano. Le sarei grato: quella voce mi è entrata nel cuore, chiara, limpida com’è. Il resto è tutto come sempre, nella norma. Gli amici i parenti, la torta. Quest’anno capita pure di domenica. Se sono a scuola, infatti, di solito gli studenti mi portano in trionfo come i generali Romani. Non mancano nemmeno i «lazzi turpi e matti» (G. Carducci, Congedo, 5) di chi non è poeta e li pretende negli altri.

Già, si fa in fretta a dirsi poeta solo perché si scrivono versi. Io diciamo che ci provo. Per gli altri ho una discreta facilità. Per me, francamente, non so che dire. Parlare di me non è il mio forte. Mi vedo piuttosto come l’Ulisse navigatore sul suo piccolo legno alla ventura. È il mare che conduce, non certo il nocchiere. Le onde vanno solcate e abbracciate. Dico Ulisse, ma vorrei dire l’Ulisse vero, quello che Dante mi racconta nella Commedia, se stesso. Quello è il viaggio che vorrei compiere «per lo gran mar de l’essere» (Par. I 113). Ecco, il mio viaggio continua sulla via tracciata da altri. Mi auguro di esserne capace. Io mi ci metto, con umiltà. Il resto sta nel viaggio, nei libri che si leggono, nei porti cui si giunge, nelle persone che s’incontrano, anche in quella donna che vorrei stringere per sempre a me. Ecco, tutto è ignoto, nel senso che è quasi impossibile determinare il successo del viaggio, finché non lo si fa, non lo si porta a termine. Io procedo, e «prego anch’io nel suo porto quiete» (U. Foscolo, In morte del fratello Giovanni, 11). Il resto sono solo chiacchiere, cui piacevolmente so anche abbandonarmi.

 

 

 

© Federico Cinti

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Calipso e Ulisse

 

Cielo e mare, nell’anima l’oblio

antico in cui smarrire ogni contorno

lungo la via, impossibile il ritorno

in patria, chiara l’eco dell’addio.

 

Partire o rimanere, mormorio

sommesso tra le palpebre del giorno,

ombre concave in cuore, tutto intorno

esilio atroce, inerte logorio.

 

Ultima dea, nascosta, la speranza

langue inerme. Non vela, non sussurro

in vista, voce cava di conchiglia.

 

Solo l’amore, antica meraviglia,

stordisce i sensi. Un palpito d’azzurro

e l’occhio annega in quella lontananza.

 

 

Eternità di un tempo senza fine, non altro, mi è sempre parso il soggiorno di Ulisse nell’ombelico del mare, presso «Calipso, inclita ninfa», per usare uno dei tanti epiteti usati da Ippolito Pindemonte, nell’isola di Ogigia. Sette lunghi anni, come canta Omero, oppure uno solo, come sbrigativamente riporta Igino nelle sue Fabulae, o ancora nove, come ricorda Cesare Pavese nei Dialoghi con Leukò? Non importa: l’amore di «Calipso, inclita dea», non poté vincere lo struggimento dell’eroe di tornare in patria, al «debito amore, / lo qual dovea Penelopè far lieta» (Inf. XXVI 95-96). Sul lido algoso l’eroe dal multiforme ingegno piangeva, sospirando l’azzurro oltre cui sarebbe tornato a vivere e a essere mortale.

In quella pausa ai confini del mondo il tempo si era fermato, in un’infinita primavera. nel nascondimento di Ogigia era racchiuso il senso della vita, «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 36). Forse è proprio Ogigia la conchiglia in cui si sente l’eco del mare, l’incessante fluire dell’essere. Nell’antro di Calipso, «illustre dea», si nascondeva il segreto attorno cui tutto ruota. Ulisse intravvede l’immortalità, attinge alla sapienza ignota agli uomini, ma deve andare, non può restare. Ha in sé la propria conchiglia, che pulsa diversamente, eppure all’unisono.

 

 

 

In un sogno ritorna a quelle sponde arse di sale, a quel non luogo e a quel non tempo, per la visione estrema del poeta, l’eroe navigatore: «lo riportava il mare, / alla sua dea: lo riportava morto / alla nasconditrice solitaria, / all’isola deserta che frondeggia / nell’ombelico dell’eterno mare» (G. Pascoli, Calipso, 40-44). Era il ritorno, il senso di quel pianto in cui si erano lasciati sulla sponda dell’«ultimo fiume Oceano senz’onda» (G. Pascoli, Alexandros, I 7). Partire o rimanere? Era la domanda, il «murmure di mare» della conchiglia che pulsava all’unisono, ma diversamente. In quel ponto, divenuto ponte, tutto è divenuto possibile. era l’amore e la morte, che «fratelli, a un tempo stesso», come cantava il Recanatese, «ingenerò la sorte» (G. Leopardi, Amore e Morte, 1-2).

Chissà, Calipso e Ulisse, la ciclicità che ruota attorno all’isola, spersa tra «l’ultimo fiume Oceano senz’onda», nell’eterno fluire del cuore, sistole e diastole che s’inseguono e s’allontanano. Ulisse «baciò la sua petrosa Itaca» (U. Foscolo, A Zacinto, 11), per poi tornare forse nel nascondimento solitario di Calipso, presso cui ogni essere creato ritorna e si rigenera. Anche Ulisse si vede da fuori, antico e nuovo Narciso che rifiorisce dalle acque. Nulla si è perso, nulla si è distrutto: la poesia è una mutevole palingenesi di senso, uno specchio oltre la cui soglia tutto si ritrova, come nell’antro di Calipso, come nella conchiglia che ha in sé sempre il «murmure di mare». Così, partire è come ritornare.

 

 

© Federico Cinti

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Stefano, nel tuo giorno

 

Sussurra un viso, immagine sepolta

tra sogni irrealizzabili. Lontano

era il giorno. Null’altro, tutto è vano,

fantasia dentro l’anima. S’affolta

 

ancora il senso autentico. Una volta

naufragammo. Ricordo quella mano,

oggi perduta. Edulcora pian piano

ogni istante. Si ascolta e si riascolta.

 

Rauchi frammenti. Era la vita vera

la via seguita, l’ansia del ritorno

attorno al vuoto. Adesso l’ho imparato,

 

non prima, solo adesso che è passato

distrattamente, nel silenzio, un giorno

in cui cala impalpabile la sera.

 

 

Era il tuo giorno, ieri; lo so bene, Stefano. Un tarlo mi lavorava nel libro della memoria “e quel libro era antico. Eccolo: aperto / sembra che ascolti il tarlo che lavora» (G. Pascoli, Il libro, I 5-6). Eppure, non è più il tempo degli auguri. Credo te li aspettassi, anche se avresti giurato di no. E non certo per gli auguri in sé, bensì per il pensiero che ti era riservato, quasi tributato, come se poi in qualche modo non ti si pensasse comunque. Una volta mi chiamasti tu: eri in scommessa con tua figlia sulla pronuncia di una parola. Avresti preferito che io dessi ragione a te piuttosto che a lei. Ridesti come solo sapevi fare tu e quella risata l’ho ancora nelle orecchie.

Tante altre cose, naturalmente, avevamo in sospeso. Che vuoi mai? per vivere il presente occorre progettare il domani. Tu vivevi già il domani, come una sorta di veggente alla ricerca della quadratura: tu eri così, come il famoso Anselmo Paleari, che «dalle vette nuvolose delle sue astrazioni […] lasciava spesso precipitar così, come valanghe, i suoi pensieri. La ragione, il nesso, l’opportunità di essi rimanevano lassù, tra le nuvole, dimodoché difficilmente a chi lo ascoltava riusciva di capirci qualche cosa» (L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal). Sarà per questo che tanti nostri sogni sono rimasti nel cassetto. Me li hai lasciati, tutto qui, una sorta di eredità d’affetti e di pensieri.

 

 

Era il tuo giorno, ieri, e molti si saranno ricordati di te. Ne ho la certezza, per non dire le prove. Dimenticarti è impossibile. Anche la mamma me lo ha ricordato e adesso che sono seduto sul divano, davanti alla televisione, proprio nel posto che ti piaceva tanto, ti confesso che mi fa un certo effetto. Ti scrivo, così, liberamente, come quando ti parlavo. Sembrava che tu non ascoltassi o facessi altro. Sembrava, appunto. Poi, te ne uscivi con la tessera mancante del mosaico e il sipario si chiudeva tra gli applausi. Anche tra i fischi, intendiamoci, qualche volta, perché non mancavano certo i detrattori. Non passavi inosservato, anche se qualcuno oggi fa finta di nulla. I compagni di viaggio, chiamiamoli pure così, non perdonano.

Eppure, la tua mano tesa resta. Io mi ci aggrappo ancora idealmente. Questo in fondo è quel che conta, per non perdere di nuovo o per sempre il senso delle cose. Conosciamo bene i versi che ti consacrano all’eternità, «sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna» (U. Foscolo, Dei sepolcri, 40-41). Mi fa strano pensarli riferiti a te, questo sì, perché tu sei ancora qui, nell’altra stanza, come si suole dire. Anche noi siamo in una stanza che non è la nostra, come tutti coloro che non si trovano a proprio agio in un mondo da rifare. Tu volevi rifarlo e, in qualche misura, ce l’hai fatta. Siamo qui sulle tue orme a compiere molti dei tuoi sogni, dei nostri sogni ormai. La tua mano resta tesa, te l’ho detto. Il resto non conta o conta veramente poco.

 

 

 

© Federico Cinti

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Ode al “Benessum”

 

Immensità sospesa, in questo mare

liquido una dolcissima armonia:

vibra l’anima dedita a sognare

in cerca di un’eterea fantasia.

 

Naufragio senza fine, nostalgia

oscillante tra antiche luci rare,

brivido che si fa malinconia

eterna in cui potersi ritrovare.

 

Nenia in cuore: dal calice commosso

esala una fragranza sconosciuta,

senso d’inesprimibile vaghezza.

 

S’apre alla vita docile un’ebrezza,

una gioia donata e ricevuta:

musica di cristallo bianco o rosso.

 

 

Mi risuona alle volte nell’orecchio, «come in conchiglia murmure di mare» (G. Pascoli, Alexandros, IV 36), l’immagine del mare color del vino, come era negli incliti versi «di colui che l’acque // cantò fatali» (U. Foscolo, A Zacinto, 8-9), del sommo Omero, mito già in vita e padre d’altri miti. Ma il mare e il vino, segno (o forse meglio simbolo) dell’infinito, in cui è dolce per qualcuno naufragare nella ricerca di sé e del senso del tutto, mi paiono adesso un binomio inscindibile, il punto d’incontro in cui coagula la vita. è l’istante eterno, quello, in cui Odisseo incontra Calipso, in cui fa esperienza dell’oblio di sé e del rinsavimento.

Era l’aristocratico Alceo, fin dagli anni liceali, a cantarmi le gioie del simposio, in cui il vino aveva il nome del dio che scioglie le membra, Lieo. In esso mi si apriva la via alla libertà, ritrovavo una parvenza di verità. Eco di quel mondo così lontano, immerso nel vero «sovrumano / silenzio» (G. Leopardi, L’infinito, 5-6), era l’invito a carpire il giorno, unico possesso stabile di quel mondo rattrappito nel gelo invernale, mentre il Soratte svettava lontano candido di neve, mentre il focolare andava alimentato copiosamente. Nel vino si poteva dimenticare l’affanno del vivere, senza fidare troppo nel domani. Era la magnifica ode I, 11 di Orazio, che anche io ho tradotto, il famoso Carpe diem.

 

 

 

Alla fine, scivolo sempre su Orazio. Chiedo venia, ma questo, sì, lo sento molto vicino, come autore, forse anche per la mediazione della lirica dal Cinquecento in poi, da Chiabrera a Pascoli. Certo, Orazio e il vino sembra quasi scontato, ma poi tutto ritorna a quel punto, al vivere nei suoi snodi fondamentali, basilari. Non ha bisogno di ulteriori specifiche, ma almeno un ritratto, una piccola immagine vorrei lasciarla del poeta venosino. Di sé ricorda di essere canuto anzi tempo, ma pure un simpatico porco del gregge di Epicuro. Il resto è nelle sue opere, nei suoi versi. Un po’ come nei miei.

 

 

 

Per questo, probabilmente, quando l’amico Gaggioli mi ha chiesto di “sguinzagliare la mia musa” per cantare di un suo vino che mi aveva fatto assaggiare, il Benéssum, non sono riuscito a resistere ai richiami letterari. Non solo. Ammetto che qualche cosa risuonava in me, un libro di Andrea Mingardi dallo stesso titolo: ne parlammo anche in radio, a ridosso della sua pubblicazione, quando tenevo una piccola trasmissione in quel di Silla, frazione di Porretta Terme, «vent’anni fa o giù di lì» (F. Guccini, Eskimo). Già, Andrea Mingardi, di cui ho scritto un ritratto in versi in un mio libro, la mia Piccola guida esotica di Bologna (Persiani 2020). Ogni tanto ci si vede, ogni tanto ci si sente al telefono. Un personaggio, tutto qui, capace come il vino che porta il nome del suo libro di aggiustare ogni cosa. A me piace nero. L’ho detto come lo si direbbe a Bologna: mi piace rosso, come «il mare color del vino», violaceo, purpureo, in cui smarrirsi e ritrovarsi. L’amico Gaggioli lo ha dichiarato esplicitamente che l’idea era proprio quella, di ispirarsi ad Andrea Mingardi. Lo capisco: anch’io amo ispirarmi al bello e al buono.

 

 

 

© Federico Cinti

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«Alla mia donna»” – quinto posto al VIII premio Pascoli “L’ora di Barga”

 

Mi è stata consegnata una bella targa con l’effigie di Giovanni Pascoli, che non esito a definire il mio poeta. La soddisfazione è tanta, soprattutto perché mi sono avvicinato idealmente ai luoghi dove ha vissuto molti anni il poeta-fanciullino. La competizione, infatti, portava il titolo di una lirica famosissima dei Canti di Castelvecchio, ossia L’ora di Barga. Avevo visitato ai tempi dell’università anche la Casa-Museo di Barga, immersa in una pace tutta toscana e soprattutto poetica. Il mio componimento, come i Primi e i Nuovi poemetti, riprendevano le terzine. Essere tra i vincitori ha suggellato, in qualche misura, la mia vicinanza a quel sentire così malinconico, eppure così eterno, di Pascoli. In questo, forse, si gioca tutta la mia soddisfazione di questo riconoscimento.

 

 

Ti cercai dentro l’anima. La vita

è a volte avara. Limpido sorriso

alle porte del buio. Tra le dita

 

tenni un sogno: giungesti all’improvviso

tra la pioggia (o le lacrime?). Non ero

pronto; eppure, trovai il mio paradiso.

 

Quanto eri bella non so dire: il vero

si trasfigura all’ombra del reale.

Il tuo viso era semplice, sincero.

 

Nel cuore la tempesta: un fortunale

mi travolse. Un naufragio senza fine

mi sconvolse. Poi nulla fu più uguale.

 

Amai, oltre ogni cosa, oltre il confine

del lecito o possibile: ti amai,

mia dolce rosa nata in dure spine.

 

Feci per te quel che non feci mai

da quel giorno di pioggia a fine estate:

tutto per te cambiai, tutto imparai.

 

Contai gli attimi, le ore, le giornate,

fiore di primavera. Una dolcezza

mi s’agitava in cuore a lievi ondate.

 

Mi smarrii in te, mia sola, unica ebrezza:

nel tuo profumo il languido sospiro

dell’universo. Nella tua bellezza

 

la verità dell’intimo respiro

che unisce indissolubile. Da allora

mi specchio in te, in te vivo, ti rimiro

 

all’infinito, amore che innamora.

 

 

Questo il testo della lirica, questo il tributo alla grandezza dell’ultimo figlio di Virgilio, come ebbe a dire d’Annunzio di Pascoli, e a ragione aggiungo io. Molto è ancora da dire e da scoprire di lui, ma è discorso che vale per tutti i geni della letteratura e del pensiero. Mi accontento di accostarmi a lui con quella reverenza «che più non dee a padre alcun figliuolo» (Purg. I 33), per riprendere lo stato d’animo descritto dal «ghibellin fuggiasco», per fare mia la definizione che Foscolo dà di Dante nei Sepolcri (v. 174), nel momento in cui incontra inaspettatamente Catone l’Uticense.

 

 

 

© Federico Cinti

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Oggi è il tuo giorno, Stefano!

 

Oggi è il tuo giorno, Stefano,

anche se sorridevi. So benissimo

che un colpo di telefono

lo aspettavi. Così, in questo silenzio

 

in cui ci lasci, Stefano,

so che è il tuo giorno. In questa solitudine

d’istanti eterni taccio

per riascoltarti. La tua voce è un sibilo

 

invisibile, Stefano.

È il tuo giorno, lo sai. Ti dovrei chiedere

un consiglio, un ennesimo

parere. Il vuoto è colmo dell’inerzia

 

del tuo ricordo, Stefano,

in questo giorno, il tuo, che lento scivola

con me su quella soglia

da cui continui ad allungarmi il braccio

 

perché io non cada, Stefano,

nemmeno nel tuo giorno. Adesso incespico

tra il tutto e il nulla, in bilico,

sospeso nel mio viaggio solitario.

 

 

E dire che ogni anno ti chiamavo nel giorno di santo Stefano per gli auguri di rito. Sorridevi, compiaciuto, forse perché qualcuno si era ricordato di te anche nel tuo giorno. Non serviva l’onomastico, lo sai, ma era comunque un atto di tenerezza nei confronti di un amico; anzi, più che un amico, di un fratello. L’anno scorso eri venuto a farci gli auguri il 23 dicembre, proprio a ridosso delle feste: so che ci tenevi e non per trita tradizione. Il tuo era un affetto sincero, Stefano. Noi t’aspettavamo con impazienza, anche se non immaginavamo che sarebbe stata l’ultima volta che saresti salito. In fondo, questa, era casa tua e non solo perché ci eri nato. Era casa tua perché sei uno di famiglia. Lo sei tuttora, nonostante tutto. Il tempo non cancella il bene fatto e il bene ricevuto. Questo me lo hai insegnato tu in quel nostro lungo, eppure così breve, tratto compiuto insieme. Avrei tanto da raccontare e, te lo prometto, lo farò. Era questo che volevi, che la memoria sfidasse i secoli attraverso l’azione e la sua testimonianza. Volevi che io abbracciassi anche la prosa, non solo la poesia. Ci stavo arrivando, a poco a poco, con la lentezza di chi ha bisogno di ponderare ogni singolo aspetto del reale. Tu vedevi al di là, io ancora non riesco a vedere nemmeno quel barlume che mi hai lasciato.

E dire che ogni anno ti scrivevo qualche cosa per l’onomastico. Non avrei mai pensato che, quest’anno, lo avrei fatto così. Avrei preferito una di quelle nostre escursioni gastronomiche al limite della decenza. Ma davvero ti piacevano quei locali in cui ogni tanto mi portavi? E poi ti sei stupito della mia colecistite. Anche la volta che si era andati con Leonardo, ricordi? Ci aveva raggiunti un po’ in ritardo, come suo solito, e non voleva mangiare. Poi non la finiva più con i dolci e le sue elucubrazioni sul basso ventre. Ti faceva simpatia, forse perché era giovane e ai giovani tu hai sempre chiesto tanto. Anche tu eri giovane, anche se eri più grande di me. L’età non si misura in anni. Avevo provato a spiegarti che lo sapevo, ma tu volevi comunque dimostrarlo a te stesso, quasi volessi rassicurarti che la tua intuizione era giusta. Gli ambienti che abbiamo frequentato insieme dimostravano piuttosto il contrario, ma tu eri testardo. E avevi ragione, sai? lo sapevo che era così, ma non potevo ripetertelo tutte le volte. Anche tu avevi capito tutto di me. Non so, ci si era trovati, quella volta al bar, mentre fumavi la sigaretta con Maurone. Non ricordo nemmeno dove io stessi andando. Venivo a incontrarti, ecco: questa è la verità.

E dire che ogni anno volevo parlarti del santo e poi scantonavo sulle mie piccole questioni. Anche adesso avrei bisogno, sai? Su certe cose tu avevi un sesto senso. Me lo avevi detto già la prima volta che te ne avevo parlato. Come hai fatto da una fotografia a scandagliare l’animo di una persona resta per me un mistero. Te la presentai, di ritorno dal Bellaria, dopo l’ennesima visita al naso, dopo che mi ero operato. All’ultima visita, questo settembre, ci sono andato con Roberto, l’amico che mi avevi consigliato in tempi di crisi. Non pensavo che tu mi stessi consegnando a lui in un ideale passaggio di testimone. Ma così è stato. Certo, non gli posso raccontare quello che tu avevi capito senza che io ti dicessi nulla. La matassa si è un po’ aggrovigliata, ora, ma tu sapresti ritrovare il bandolo. Anche ora avrei bisogno del tuo consiglio, del tuo parere. Un po’ ho imparato, sai? Ma da solo faccio fatica. Prima o poi vorrei darti pure qualche bella notizia. Ci sto lavorando, ma farei meno fatica se ci fossi tu. Con te tutto era più facile, più immediato. Il tempo mi aiuta a capire tante cose di cui tu mi avevi solo accennato. Di quest’ultima, tuttavia, sarebbe stato fondamentale chiederti.

E dire che quest’anno mi devo accontentare di una stanca corrispondenza d’amorosi sensi. Se te lo avessi detto, mi avresti riso in faccia. Eppure, vedi, Foscolo in qualche modo ci aveva preso. Tu hai lasciato una incommensurabile «eredità d’affetti». Lo testimonia il fatto che non passa giorno in cui io non parli di te e con te. Il nostro lungo viaggio insieme è stato corto, è già finito? Non mi pare che sia del tutto così. Non so perché, ma ti sento tremendamente vicino, anche nel giorno del tuo onomastico, nel giorno di santo Stefano, quando ti chiamavo per farti gli auguri e tu eri contento, a tuo modo certo, perché non era rito, era vita. E tu vivi ancora, Stefano.

 

 

 

© Federico Cinti

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Auguri a Novello

 

Nel cielo aria di festa, ali sospese,

Ombre di sogno labili in cui il cuore

Veglia tra mille, indefinite attese,

E riscopre la vita, antico fiore

 

Lasciato lungo il ciglio, a metà mese,

La metà esatta, a luglio, in un chiarore

Opalescente, lievi voci arrese,

Buoni dolci propositi, sapore

 

Amico, tempo che oggi fa ritorno.

Lo sai, lo so, Novello, due parole,

Due o poco più, per fare da contorno,

 

Oggi che brilla limpido il tuo sole,

Novello, oggi ti faccio, nel tuo giorno,

I miei auguri, un po’ come Dio vuole.

 

 

Non ama Novello che io aggiunga la prosa a corredo della poesia, come già fece il buon Dante nella Vita Nuova: sostiene che è un di più, che guasta in qualche modo la limpida purezza della poesia. D’accordo con lui, come sempre; peccato, però, che i miei restanti ventiquattro lettori siano d’opinione totalmente opposta, se è vero che la trovano un degno complemento al ritmo dei versi e «alla mesta armonia che li governa», per citare uno dei suoi autori. Suoi di Novello, ovviamente, anche se il suo preferito resta sempre e solo il conte Leopardi. Anche a me stanno molto a cuore Foscolo e Leopardi, intendiamoci; ma Pascoli alle volte mi comunica di più.

Queste sue preferenze le ha sempre propalate coram populo , ex cathedra, già al liceo, al magnifico Minghetti di Bologna. Lo conobbi lì: era mio esimio professore di lettere. Forse esimio non gli piacerà molto, ma tanto so che non leggerà queste mie poche righe e godo quindi della più ampia parresia. E poi, come sempre ripeto, bisogna temere non quel che dico, bensì quel che non dico. Il resto sono chiacchiere da bar, così soavi e rilassanti. Si impara molto dal nulla altrui, come gli altri imparano dal nulla nostro. Reciprocità, forse, o semplice eterogenesi dei fini. Di solito, chi la spara più grossa ha il maggior credito: è una legge di natura.

In tal modo il rito degli auguri è stato espletato. A metà luglio non riesco a fare di meglio. E si badi che è proprio la metà esatta, perché il mese è di trentun giorni. Probabilmente Novello non ci ha mai fatto caso. Io sì, perché anche gennaio è messo allo stesso modo, con me  che compio gli anni il 16. Coincidenze, se esistono, trappole montaliane per i meno attenti in fondo all’aula. Succede, per l’amor di Dio: cadere nel punto morto dell’universo non fa piacere a nessuno. Domani ci si attrezzerà. Intanto, faccio ancora i miei migliori auguri a Novello.

 

 

© Federico Cinti

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